Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

Sol, nieve y nostalgia.

Origen: Sol, nieve y nostalgia.

Sol, nieve y nostalgia
Rossana Cárcamo Serey
De madrugada me atacó la nostalgia y no pude sacarla de mi lecho. Me susurraba al oído canciones añejas y trasnochadas; me decía que las cosas han cambiado, que los amigos crecieron y se hicieron padres de familia y profesionales y que mis tías y tíos van acumulando arrugas y achaques, sin poder hacerles el quite.
Me contaba un poco avergonzada que no le gusta molestarme, pero se siente bien cuando la dejo abierta una rendija para acurrucarse en mi pecho.
Ella está convencida que su calor derrite la escarcha del jardín y que su respiración ahuyenta al viento gélido de Europa.
Me pedía que no la dejara morir, porque si lo hacía, nada tendría sentido.

Necesito el olor a tierra mojada, a vereda húmeda en tarde de primavera.
Me es urgente recorrer las calles que sólo he pisado en sueños estos últimos años.
Mi vista escudriña en cada recodo de la memoria algún detalle nuevo, alguna sorpresa para empezar el día.
Intento suplir las imágenes perdidas con fotos virtuales, pero el espejismo desaparece cuando toco la pantalla del ordenador
Por momentos, el sol que asoma y juega entre las nubes, me hace volver a la adolescencia y una sonrisa se dibuja entonces, frente al cristal de la ventana.

Entre la querencia y yo hemos firmado un pacto de no agresión, yo no le cierro el paso y ella me suministra esa cuota de valor, para no olvidar.

Diecisiete años duró la dictadura y dieciocho años lleva la Concertación sin hacer esfuerzo alguno, para que los chilenos obligados al destierro puedan volver.
Es cierto, yo no he sido nunca una exiliada, jamás me he considerado así, porque nadie me expulsó del país, pero no puedo condenar a mi hijo a vivir lejos de su padre.
El amor me trajo a tierras lejanas y aunque apagué la flama por voluntad propia, no puedo castigar al fruto de tal unión con un retorno anticipado.
A veces me sale la amargura de la derrota, la pena por esa alegría que creí llegaría para todos y que sólo ha tocado a unos cuantos que cambiaron vestiduras.

Cae el polvo de nieve y mis ideas tienden a congelarse.
El crepúsculo avanza y sé que debo comer, estudiar y estar con los míos, pero me aferro al teclado en un acto de rebeldía.
No hay caso, sigo siendo una niña en un cuerpo de cuarenta años.

Sol, Nieve y Nostalgia

Mi amigo Andrés Bianque, el de los escarabajos, las flores del mal y los largos exilios.

Mi amigo Andrés Bianque, el de los escarabajos, las flores del mal y los largos exilios.

 

En el día de ayer, 20 de diciembre de 2016 Andres Bianque presentó su libro A la Sombra de los escarabajos en la Biblioteca Nacional de Chile. Por una jugarreta de los calendarios que rigen mi día a día desde mi teléfono inteligente, quedé al margen de escucharlo y abrazarlo y aterrizar por fin nuestra amistad on line a un cara-a-cara emocionado.

Andrés, expío mi culpa en la forma que decretes!

Soy amiga virtual de Andrés desde hace años. El va y viene en el espacio y el tiempo, pero para mí es y ha sido una presencia permanente y en nuestras extensas conversaciones de pantalla a pantalla, se me ha revelado un hombre que , como él dice en algún espacio “…then and there I was, in the middle of the seeds with my pen of shadows”. Este hombre que salta del castellano al sueco como niños prodigio, ha escrito acerca del exilio la más hermosa de las reflexiones, y que será la médula del capítulo dedicado a ese tema en este interminable libro que escribo desde hace una década.

Exilio, las flores del mal y los ejes rotos.

Andrés Bianque 18 de Febrero de 2009

La cordillera está siempre nevada, así quedó petrificada en el recuerdo. Jamás se transforma en agua, barro y brazo de río que apunta hacia el mar. Infinita, amarga y dolorosa es la cicuta del destierro, exilio transtierro de macetas humanas.

Los que no van muriendo arrojándose a los trenes, colgándose en los bosques, ahogándose en los lagos, bares y mares, el destierro los va enloqueciendo en forma brutal, los va cambiando a tal punto que son simplemente otros.

Puntos apartes, puntos finales de renglones cortados.

Árboles secos, concluidos en simple leña para alimentar la hoguera de los fracasados, de las ambiciones, de los que no pudieron, de los que fueron y nunca más serán.

Una avalancha de tiempo cae sobre los hombros, y los principios flaquean, las ganas se desvanecen, los seres humanos se vuelven insignificantes y no pueden detener nada, balas de semanas, círculos de años, rodajas de minutos van tapando y cortando inexorablemente todo.

Las agujas del reloj, son dos brazos que van sofocando lentamente la respiración que se nota en el tono de las palabras, de las frases, de las oraciones y canciones, de los calendarios que son palimpsestos, papiros perdidos de antiguos reinos olvidados que no volverán jamás y del cual sólo quedará cierta memoria fracturada.

El pecho es una brújula rota que siempre apunta hacia nuestra casa, y un reloj de arena va sepultando y cubriendo los rostros.

Y uno se queda inquietamente inerte, absorto, mirando la ola gigante de arenas y almendras que lo va enterrando y uno grita callado, uno se va hundiendo hacia una nueva extraña superficie.

Y ya no somos los mismos de antes y los de antes ya no son los mismos. Todo quedó petrificado en la retina interna que trazó por última vez un último momento de pinturas oxidadas, de rostros deshojándose por el otoño del tiempo, de palabras disecadas, de miradas eternas. Tratando de abarcar con la vista lo que más se puede, tratando de pasar las manos por las barandas donde manos hermanas pasaron sus manos, por las caras.

Dando abrazos como si se abrazara a la misma vida, pensando y temiendo que puede ser la última vez. Memorizando y guardando frases y palabras, apertrechándose de recuerdos para el largo viaje que se avecina y qué largo y seco se hace el desierto del destierro, que profundos se hacen los mares, que pesado se hace el cielo cuando se es una mera cometa empujada por vientos más fuertes

Y cuando uno cree que se le acabaron las lágrimas, sin mediar pena terrible o gigante, se rompe el dique de los ojos y, uno va llorando así como de memoria. Sin sonidos, sin gemidos, sin gritos, sin odios, sin maldecir, sin menospreciar nada, las                                       lágrimas salen y corren y siguen saliendo y uno no se explica qué pasa, y se sienta impávido, yerto de adentros a observarse a si mismo como la frustración y el dolor son más grandes que las frases que dicen que todo va a estar bien.

Nada de eso sirve para aliviarse, las lágrimas no entienden de cuentos y sentimos pena, infinita pena, pero de tan cansados, sólo observamos, sólo eso…Miramos a la distancia procurando siempre no encontrar el reflejo de nuestros rostros vencidos… ¿Qué estarán haciendo justo ahora? ¿Qué hora es allá? ¿Podrán ver la misma luna que observo yo en estas horas?

Y todo es raro, todo es distinto, todo es al revés, ó es el atraso de tiempos o la penosa ventaja de horas. Y cuando nosotros dormimos, ellos dejan que la tarde camine sobre sus cuerpos, y cuando la mañana nos despierta, la noche los acuna. Y así, trasnochando los días, rebelándose contra el imperio del tiempo, nos quedamos hasta horas prohibidas e insensatas, única y exclusivamente para escuchar una voz lejana que se transforma en puente, solamente para leer líneas que suavizan los ojos, palabras que liman uno a uno los barrotes impuestos por el tiempo, y uno logra escapar esos momentos, y las voces, las postales, los correos, los mensajes son visitas dominicales prohibidas, que nos traen sonrisas envueltas.

A medida que pasan los días, éstos van construyendo un muro prácticamente infranqueable. Cada día es un ladrillo, las semanas adarajas. Al principio saltamos con facilidad hacia el otro lado, pero a medida que el tiempo pasa, más y más alta se vuelve la muralla. Lloramos, pateamos y gritamos y las paredes no hablan, sólo escuchan. Después quedan ciertas ventanas por donde mirar, ciertas puertas por donde contrabandearnos de sueños y proyectos. Pero poco a poco van desapareciendo las ventanas, las puertas y las hendiduras, todo se va sellando, los meses y los años van amamantando al imperio del tiempo y este va sellando las fisuras hasta encontrarnos frente a un frío paredón, donde el tiempo fusilará anticipadamente cualquier intento de arraigo de raíces y uñas que arañan las praderas y los cielos, pidiendo, rezando y protestando por pedirle al tiempo que se devuelva tres pasos, tres años, tres pasos, treinta años.

Y el tiempo no escucha, no habla, no dice media palabra, sólo enseña su ancha espalda y avanza y avanza y no hay ruego, ni sueño, ni pena de amor o de patria que detenga la carreta del tiempo, donde no somos más que polizontes colgando de las barandillas pintadas de lustros, que se descascaran como un pedazo de acero arrojado a una noria olvidada.

Un insignificante mes es capaz de ensanchar el mar y alargar las orillas. Cómo duele sentir el paso del tiempo, te aplasta, te ahoga, te empuja, te sofoca. Y no hay donde correr, donde esconderse, donde ocultarse. Cómo duele ese tiempo que pasa por entremedio de los dedos, por entre las manos, las canas, los huesos, los ligamentos que ya no atan con la misma tensión amorosa las cosas que ya no están, esas que se extrañan.

Cómo duele el tiempo de amigos y compañeros muertos, de hermanas lejanas que ya no son las mismas, de camaradas que no nos recuerdan y aquellos que sí, empero tienen un sabor más importante que nosotros en sus miradas o sueños o aspiraciones.

Exilio, luego existo.

El pan sabe distinto, quizás es la tierra que lo amasa. El agua sabe distinta, quizás las nubes son de rebaños desconocidos. Los tomates son duros y de un sabor dulce que reivindica a aquellos que lo llaman fruta. El maíz es blando y azucarado, es más agua que maíz.

El sol abre la puerta del día por cerraduras distintas. El norte se vuelve inalcanzable, el sur un imposible. Las mañanas, las tardes, las noches, los días y los meses saben a limbo, a cierto vacío de sensaciones que se estrellan contra claustros internos que no conducen a ningún lado. Los árboles, aunque sean iguales, sólo se parecen a aquellos que recordamos, las plantas son otras, los jardines son otros.

Acurrucados en una esquina del tiempo y de algún meridiano accidental, se unen por el idioma, por un pedazo de tierra, por la coincidencia de grados y mapas, por cierto paño llamado bandera, por ciertos sueños muertos, por ciertos anhelos en constante especulación y preparación, la disgregada diáspora sitiada por años que fueron y que ya no serán.

Encerrados y enjaulados en mazmorras, sótanos y celdas de tiempo que sólo dejan mirar el entorno, trazos pequeños de futuro y nada más. Y uno quisiera mostrar tantas cosas, tantas cosas lindas que no tiene con quien conversarlas o admirarlas. Que las estatuas son oasis de poesía galvanizada en ciertos parques, que son poemas bruñidos que suavizan los ojos. De ciertas construcciones que son tiernas radiografías del estado fetal de la humanidad. O las fontanas donde se piden deseos, el deseo de volver, de que le vaya bien a esos hombres y mujeres que pagan hasta por un vaso de agua, y que uno no conoce pero, que los sufre en la distancia.

Que largas se hacen las noches, pensando en qué habrá más allá de las ventanas, que sólo devuelven reflejos con imágenes como chispazos intermitentes que se desvanecen tan rápidamente que duele. Transformamos las casas en andenes, los departamentos en puertos, las habitaciones en muelles, donde esperamos con las maletas el día a día del partir, del ir. De salir volando, zarpar, correr, viajar al útero primario principal natural de nuestros orígenes.

A pesar de saber que nadie nos espera, que somos fantasmas envueltos en ropajes de recuerdos que penan de vez en cuando a los vivos, a los del otro mundo, pero nada más. Acaso meros fantasmas que habitan entre este mundo y el otro, arrastrando largas cadenas de eslabones rotos.

Y es que han tirado los cuerpos a las cuatro esquinas del círculo terrestre, pero vacíos, livianos, por allá quedaron anclados, empuñados, allá quedaron los sueños desangrándose en alguna esquina, oxidándose los corazones que se aferran a las cosas más comunes y también más sublimes. Una plaza, una calle, un parque, un hermano, una playa, un amigo, los tíos, los padres, los vecinos, los perros que ya no recuerdan nuestro olor, y de aquellos que nos recuerdan y no saben de nuestras canas, de nuestros kilos de más, de nuestras nuevas penas, de nuevos dolores, amores, sabores y colores.                                                                                                                                                                      Cierta flora y fauna desterrada a parajes ignotos, donde el canto de los pájaros no repite nuestros nombres, ni mucho menos el nombre de nuestros abuelos, nuestros antepasados. Y los árboles encumbran sus cejas verdes hacia el cielo a nuestro paso, preguntándole al viento, ¿Quiénes somos, de dónde hemos venido?

Es que quizás somos cierto tipo de arbustos, de flores buscando suelos amables donde echar raíces, cierto tipo de estacas óseas marcando el ras de nuevo suelo, pidiendo prestado jardines ajenos, intentando meternos por entre las arrugas del tiempo y del cemento. Aún a sabiendas que la tierra, el agua y el sol darán frutos bastante distintos a las raíces originales. Híbridos de segunda generación.

Extraña maraña de vísceras que abonan los mares y los suelos, extraño entre los extraños, extranjero entre los extranjeros.

El espasmo político, social, económico es el arco que expulsa flechas desobedientes que no se conforman con ser estacas enterradas a un destino determinado.

Como se va deshojando la rosa de los vientos, como cada año es un pétalo muerto, como va naciendo una flor extraña amorfa, de otra forma, de otros sinos y destinos. Como si fuésemos sobrevivientes de ciertas caravanas empujadas al destierro y por azar nos encontráramos en aristas simpáticas, pero ajenas a lo nuestro, donde no hemos puesto un ladrillo, no hemos sido más que suavizantes de adoquines prestados, ojos hundidos en cerámicas prestadas.

¿De qué sirve el mejor vino, el mejor Chardou sí se comparte con extraños?, con meros seres artificiales plantados a una mesa, porque no tenemos a nadie más, porque incluso, hasta hablan nuestro mismo idioma, o que las causas son parecidas, pero siempre se pierden en caminos o atajos distintos. ¿De qué sirve una mesa llena, si en mi pueblo se mueren de hambre? y que amargo sabe el pan cuando se sabe que falta todas las mañanas en tantas casas. ¿De qué sirve llenarse los bolsillos de esmeraldas, sí el pecho se transforma en cantera vacía por cada moneda tragada?

Para qué las fiestas si las ventanas devuelven el reflejo de miles de gentes en penitencias constantes. ¿Cómo darle un orden exacto y ordenado a la redacción de penas y tristezas que levantan sus manos como niños en llanto, exaltados, intentando denunciar tanto golpe, tanto azote?

Tal vez el exilio es un estado de coma social. Un estadio repleto de gentes que observan callados la derrota, y que no se levantan a ninguna parte, porque no tienen donde ir. ¿Un estado severo de la pérdida de la conciencia? Los signos vitales funcionan casi a la perfección, más no así la percepción de la realidad. Se está en un limbo, tal vez en un purgatorio de imágenes que sabemos son sólo pasajeras, o nos aterra el imaginar que serán eternas o las últimas que nuestros ojos abrazarán antes de la siesta final, mortal de mortandad de muchedumbres que murieron raptados por ese pájaro-cigüeña inmenso y voraz que los abandonó en otras tierras como si fuesen hijos malditos, no deseados, porfiados o malformados.  

Y no sólo de situaciones políticas vive y se nutre el exilio. No sólo son exiliados aquellos que blanden alguna bandera opuesta a la de turno. También se es exiliado cuando no se tiene ni para un par de zapatos bajo cierto tipo de sistema, y uno tiene que salir a buscar el pan, cuando en casa se le niega hasta el agua. También se es exiliado, cuando ciertos imperios voraces muerden los límites de nuestra tierra y nos obligan a largarnos y mirarlos desde lejos como se acomodan y marchan en nuestros jardines. Exilio. ¿Narcosis política inyectada a la fuerza contra los músculos vencidos?

El pecho no se mueve, los ojos yertos son dos piedras muertas en el fondo de un río seco. Las manos a los costados son dos remos estáticos que no bogan hacia ninguna parte. El tiempo se mete dentro de nosotros y va tensando más y más el cordón que nos une a la matriz que nos vio partir. Va tensando tanto que termina por cortarse. Y castrados, amputados de raíces, quedamos a la deriva, sin saber qué hacer con tanta maleta preparada, porque el volver significaría volver a empezar desde cero nuevamente y es que ya hemos empezado de nuevo tantas veces…

El destierro, el desplazamiento, se asemeja al desmembramiento de los brazos, piernas y troncos. Sólo que los demás no lo notan, el afectado sí. Y uno vuelve a ser niño nuevamente. El reaprender todo desde cero. El invertir días para ser capaz de saludar y despedirse. Decir gracias o de nada. Se es un tipo de ciego que ve, que todo lo ve, pero en pasado, nada en presente, las imágenes son insulsas, lejanas, extrañas, difíciles, sin colores conocidos. Todo es nuevo, y sin lazarillos cuesta bastante encontrar los caminos, calles, y atajos.

Los países que reciben a los extranjeros podrían ser como esas tías buenas distantes, padrinos del otro lado del charco que velarán un tiempo por algún pariente lejano en desgracia. Pero al rato, los problemas. Comienzan los divorcios, los engaños, las deserciones, las injusticias, los malos tratos, los hijos extras con los dueños de casa, o las mujeres se transforman en esclavas asalariadas ó prostitutas, los hombres ó en esclavos del empresariado, traficantes, ladrones, alcohólicos o cesantes constantes.

Las traiciones, las delaciones, el aburguesamiento, el odio parido contra el partido o contra el lugar en que se ha nacido. Son pocas las excepciones positivas, muy, pero muy pocas Y transformados en extranjeros, somos el anillo al dedo, el rabillo al cepo para ciertos señores.

Nuestra presencia sirve para unir discursos nacionalistas que pretenden justificar la mediocridad de la economía, achacándosela a los inmigrantes o foráneos. Accidentales detalles de la geografía subterránea que pocos ven. Ballenas que si no dan carne, dan jabón o aceite para limpiar e iluminar las calles. El exilio parece ser una vivisección emocional brutal. Brutal machetazo sobre el tallo que nos sostiene, feroz zarpazo introspectivo, retrospectivo. La autoestima se                                                                                                                                                                   daña tanto que parece un niño severamente abusado, el cual se esconde debajo de las mesas, debajo de las camas, debajo del silencio de no decir mucho hacia fuera, pero sí hacia adentro. ¿Por qué estoy aquí, por qué a mí? ¿Valió la pena todo lo obrado, luchar por ciertas causas? ¿Sirve de algo tanto sacrificio? ¿Volver, reempezar? ¿Acertado, incorrecto? En esa carnicería emocional es cuando muchos sucumben, jamás serán los mismos seres queridos o de partidos o paridos, sí logran sobrevivir.

No es fácil estar lejos, no es fácil estar solo, no lo es. También se pasa mal por estos lados, no todo lo que brilla es oro, también los pisos fregados con sudor, también las copas con lágrimas plateadas. Aquí también se sabe cuánto pesan los grilletes, cuan filoso puede ser el látigo. Cuan humillado se puede llegar a estar, por no recordar la palabra exacta, el modismo o la frase precisa en algún idioma que no sea el maternal.

Parece imposible cuantificar el daño psicológico, la radiación sensorial a la que se ha sido expuesto. Cortes de sombra, cuchilladas de luz congelada sobre las sienes, palabrazos racistas que rompen los tímpanos, miradas como espinas en los ojos. Y el interior todo arañado como jaulas estrechas de animales irracionales que sólo desean escapar, volver y despertar de esta pesadilla extraña. Pero el dinero es cierta pasta con la cual muchos reparan sus jaulas laceradas, se van olvidando y reconstruyendo de otra nueva vieja manera.

Olvidan tanto que terminan odiando sus orígenes, aborígenes, ideales y ahora son cierto tipo de casta superior, a razón de su pasada o presente impuesta extraterritorialidad.

Olvidar y no mirar para atrás y si se hace, es una mirada mordida de rabia o endulzada con la miel de la idealización. Piedra angular de los humanos, el instinto de sobrevivencia, la sabia capacidad de adecuarse, acostumbrarse, incluso, llegar a amar a quien no se ama.

Andrés Bianque.

En el día de ayer, 20 de diciembre de 2016 Andres Bianque presentó su libro A la Sombra de los escarabajos en la Biblioteca Nacional de Chile. Por una jugarreta de los calendarios que rigen mi día a día desde mi teléfono inteligente, quedé al margen de escucharlo y abrazarlo y aterrizar por fin nuestra amistad on line a un cara-a-cara emocionado.

Andrés, expío mi culpa en la forma que decretes!

A la sombra de los escarabajos

Sinopsis

¿Y si de alguna manera pudieras ver los errores que vas a cometer y tuvieras la oportunidad de cambiar el rumbo de ellos? Si por arte o desastre de fragmento cuántico, contaras con algo que pudiera alterar el tiempo. ¿Qué harías?
Quizás entre estas líneas se encuentre la pócima o fórmula que modifique las piezas que se han movido y también aquellas que se moverán en un futuro cercano. 
El cuento que da título al libro, fue redactado pensando en todos los hijos de México. En todos aquellos que han sido y son víctimas de una época brutal y terrible.  
Estación Terminal o  Inferno, plagiándole adrede uno de sus títulos al gran August Strindberg, está ambientado en la ciudad de Estocolmo y relata las torturas diarias que ocurren en Suecia.

Hay relatos que son perturbadores. Aparecen preguntas incómodas de responder; vas llegando a tú casa, miras hacia tu ventana y te ves a ti mismo, ahí de pie, observándote. ¿Entrarías igual?

Este libro es críptico en su inicio, no busca encantar o que sea de un total agrado. Está escrito con bronca y arrogancia. Con mueca de aversión al zalamero de literatura sucedánea, con molestia contra aquel que entiende todo demasiado de prisa, en comparación con quien escribe.

Este es un libro maldito y malditas son sus hojas venenosas, aquí los sociópatas encontrarán el perdón que jamás les ha interesado y los santurrones encontrarán el castigo que bien saben, adeudan.

Quisiera arrancar estas hojas escritas, hervirlas y beberme toda la tinta que salga, morirme envenenado por mis propias palabras malditas. 

Andrés Bianque Squadracci.

“Operación Cóndor”: juicio histórico sobre el plan de represión coordinada de las dictaduras latinoamericanas en los años 70

“Operación Cóndor”: juicio histórico sobre el plan de represión coordinada de las dictaduras latinoamericanas en los años 70

07 DE MARZO DE 2013
EXCLUSIVO DN!ES
Dirty war 1

Escuche/Vea/Lea (en inglés)



JUAN GONZÁLEZ:

El martes pasado comenzó un histórico juicio en Argentina, que podría revelar nuevos detalles sobre la estrategia coordinada de seis países latinoamericanos, en las décadas de 1970 y 1980, para eliminar disidentes políticos. Este plan, conocido como Operación Cóndor, involucró a las dictaduras militares de Argentina, Bolivia, Brasil, Chile, Paraguay, Perú y Uruguay. Estos gobiernos colaboraron entre sí para rastrear, secuestrar y asesinar personas que ellos calificaban de terroristas: activistas de izquierda, sindicalistas, estudiantes, sacerdotes, periodistas, guerrilleros, y también sus familias.

El plan fue impulsado por el dictador chileno Augusto Pinochet y existe evidencia de que la CIA y el ex secretario de Estado Henry Kissinger fueron cómplices del mismo desde sus inicios. Al menos 25 generales del ejército están imputados en la causa, y se espera contar con el testimonio de más de 500 personas. En agosto, un juez federal argentino solicitó formalmente al Departamento de Justicia del Gobierno de Obama que permita que propio Kissinger sea interrogado. El Gobierno de Obama no respondió.

AMY GOODMAN: Este juicio se está llevando a cabo en Buenos Aires, donde un antiguo taller mecánico fue convertido en un centro de tortura. Argentina es el país donde más personas extranjeras fueron asesinadas en el marco de la Operación Cóndor. Esto está sucediendo apenas semanas después de que la Corte Suprema de Uruguay derogara una ley que hubiera permitido juicios similares en ese país.

Para ampliar esta información, nos acompaña John Dinges, autor del libro “Operación Cóndor: una década de terrorismo internacional en el Cono Sur”, que recopila entrevistas e informes de inteligencia desclasificados para reconstruir acontecimientos mantenidos en secreto. Antes de eso, Dinges trabajó para la National Public Rario, y como periodista independiente en Latinoamérica. Actualmente es profesor en la Escuela de Periodismo de la Universidad de Columbia.

John Dinges, bienvenido a Democracy Now!

JOHN DINGES: Encantado de estar aquí. Gracias.

AMY GOODMAN: Háblanos de la importancia de este juicio que está teniendo lugar en Argentina.
JOHN DINGES: Bueno, ya se han hecho varios juicios, y éste se remonta a la detención de Pinochet en Londres, en 1998. Eso desató una avalancha de pruebas, que atravesaron Europa y dieron lugar a juicios en muchos lugares, como Roma, París, Argentina y Chile, pero todos más pequeños que éste. Aquí hay 25 personas acusadas. Por desgracia —o por suerte, quizás— muchas de las personas implicadas en esto ya han muerto, o están muy viejos; muchos de los jefes máximos. Pero aquí hay 25 argentinos y un uruguayo, todos con cargos militares, quienes participaron directamente en las acciones de la Operación Cóndor.

Se trata de algo histórico, ya que vamos a escuchar las declaraciones de 500 testigos. Y no es algo habitual en el sistema jurídico latinoamericano. Esto se está haciendo realmente público ahora que escuchamos los testimonios. Antes sólo declaraban ante los jueces a puertas cerradas, y luego, alguna gente podía llegar a leer esos testimonios, pero no llegaba a ser realmente público. Esta vez es realmente público. Y al parecer, gran parte del juicio está siendo grabado. Así que es la primera vez que toda la población va a poder va a escuchar los detalles de esta serie tan terrible de atrocidades, que tanta gente ha matado.

JUAN GONZÁLEZ: John, para quienes nunca han oído hablar de la Operación Cóndor o saben poco sobre ella, ¿podrías hablarnos sobre sus orígenes? ¿Cómo comenzó, que países o gobiernos la encabezaron?

JOHN DINGES: Bueno, fue una iniciativa chilena. Augusto Pinochet tenía dominada a la oposición. El golpe de Estado fue en 1973, y para 1974 ya no había casi oposición interna. Pero mucha gente que había formado parte del anterior Gobierno, que él había derrocado, se había marchado al extranjero. Un general importante vivía en Argentina. Dirigentes políticos, como por ejemplo Orlando Letelier, ex ministro de relaciones exteriores y ex embajador en EE. UU. –que era alguien que solía comer con Henry Kissinger- vivía en Washington. Había gente desparramada por diferentes lugares, en Europa y en toda Latinoamérica, y Pinochet quería ir tras ellos. Así que organizó la Operación Cóndor.

Y convenció a los otros países —Brasil, Uruguay, Argentina, Bolivia y Paraguay— para que se sumaran, con el argumento de que existían acciones guerrilleras que los amenazaban a todos conjuntamente. Y de hecho, hubo una organización guerrillera llamada Junta de Coordinación Revolucionaria, formada por diferentes grupos armados que luchaban contra esos gobiernos. Entonces, la idea de Pinochet era colaborar para perseguir a esta gente. Y así lo hicieron.

La mayor parte de los exiliados chilenos estaban en Argentina, que fue el último país en ver derrocado su gobierno civil. Allí la dictadura militar se inició en marzo de 1976, y el Plan Cóndor se creó a finales de 1975. Así que ya estaban preparados. Y cuando se produjo el golpe de Estado en Argentina, comenzaron a matar a cientos de personas, a estas personas extranjeras. Es interesante que hayas mencionado a Automotores Orletti. Este es el taller mecánico que fue utilizado como centro de tortura, y ahí es donde retenían a los presos de otros países.

AMY GOODMAN: Con Democracy Now! hemos visitado ese taller. Quiero leer parte de un documento desclasificado, un informe de la CIA que muestra que funcionarios estadounidenses sabían que los servicios de inteligencia latinoamericanos estaban ampliando sus redes de acción con la Operación Cóndor. Cito: “Están uniendo fuerzas para erradicar la ‘subversión’ … una palabra que, cada vez más, se refiere a la disidencia no violenta, de parte de la izquierda y centro-izquierda”.

Esto se relaciona con otro documento que tú conseguiste, John Dinges, de la agencia de inteligencia chilena, conocida como DINA. En él se detalla el número de muertos y desaparecidos registrado por la inteligencia argentina. Es un cable enviado por el representante de la DINA en Buenos Aires que dice, cito, que “está enviando una lista de todos los muertos,” que incluía el conteo oficial y extraoficial de muertos. Entre 1975 y mediados de 1978, según él, cito: “suman 22.000 entre muertos y desaparecidos”. Háblanos sobre el número de muertos y qué es lo que sabía EE.UU.

JOHN DINGES: Bueno, vamos primero con Estados Unidos. En este período, los años setenta, Estados Unidos fue un patrocinador importante de las dictaduras militares que derrocaron, en algunos casos a gobiernos democráticos y en otros a gobiernos civiles tambaleantes. Como fuera, el resultado fueron gobiernos como el de Videla, el de Pinochet o el de Banzer en Bolivia, que mataban a sus ciudadanos impunemente. El gobierno de EE. UU. sabía de estos asesinatos masivos. Y mantuvo una actitud esquizofrénica y maquiavélica hacia esta situación. Realmente no querían a los comunistas en el gobierno, y la democracia parecía estar dando lugar a gobiernos comunistas. De hecho, el presidente de izquierda Salvador Allende fue elegido democráticamente, e instaló en Chile un gobierno civil y revolucionario. Y por eso, Pinochet lo derrocó. Estados Unidos tenía pánico ante la posibilidad de que esto se extendiera en Latinoamérica, por lo que apoyó la llegada de las dictaduras.

Cuando comenzaron los asesinatos masivos, EE. UU. sabía que eso estaba sucediendo. Se enteraron de la Operación Cóndor poco después de su creación. No hay pruebas de que supieran de su existencia en el momento en que se creó. Sí hay pruebas de que lo sabían un par de meses después de iniciadas sus operaciones. Pero sin duda tenían conocimiento de que estas cosas estaban sucediendo. Y si nos fijamos en las transcripciones de las reuniones entre Henry Kissinger y estos jefes militares de Argentina y de Chile, de las que tenemos registro, ¿qué es lo que dicen en privado? Algo así como: “Apoyamos lo que están haciendo. Entendemos que tienen que hacer valer su autoridad. Hagan lo posible por liberar algunos presos, porque el Congreso me está presionando mucho, los demócratas están queriendo hacer que yo defienda los derechos humanos. Así que les pido un esfuerzo, pero entiendo lo que están haciendo”.

Y en una ocasión, dos semanas después de que Kissinger visitase Santiago, se realizó la segunda reunión más importante entre todos los países del Cóndor para hablar sobre el plan. Y en esa reunión, en junio de 1976, se aprobaron operaciones de asesinatos fuera de Latinoamérica. Y el primero de estos asesinatos tuvo lugar en Washington DC. Orlando Letelier, ex ministro de relaciones exteriores chileno, fue asesinado en las calles de Washington.

AMY GOODMAN: Es una historia asombrosa. De hecho, tú has escrito un libro sobre el tema.

JOHN DINGES: En realidad he escrito dos libros. Uno es sobre el asesinato, en el que, por primera vez, incluí un capítulo sobre el descubrimiento de la Operación Cóndor. No tenía muchos detalles. Incluso, en cierta medida, fui mal informado por el Departamento de Estado.

Años más tarde, después de que Pinochet fuese detenido en Londres, hubo una avalancha de documentos, que incluían 60.000 páginas de material, que se hicieron públicos por orden del presidente Clinton. Entonces pude investigar realmente y entender lo sucedido desde el punto de vista de EE. UU. Pero también en Latinoamérica se revelaron muchos documentos. Y creo que eso es aún más importante, porque si sólo tuviéramos documentos estadounidenses, siempre alguien podía decir “bueno, ese es el punto de vista de EE.UU. sobre estos asuntos.” Pero lo que pasaba realmente en esos gobiernos latinoamericanos…

AMY GOODMAN: Explícanos cómo fue que Orlando Letelier y su asistente, Ronni Moffitt, fueron asesinados en las calles de Washington DC, en Estados Unidos, en 1976.

JOHN DINGES: Pinochet inició esta operación poco después de aquella reunión con Kissinger. Menos de un mes después, dio la orden para esto. Enviaron a un agente que hacía varios años trabajaba para la DINA, Michael Townley, que era estadounidense. No creo que fuera casualidad que le encargaran esto a un agente estadounidense, ya que, obviamente, cuando se comenzó a sospechar de ellos, dijeron: “Ah, este tipo trabaja para la CIA“. Y mucha gente está dispuesta a creer que siempre es la CIA quien está detrás de estas cosas. De hecho, tanto la extrema derecha como la extrema izquierda decían “fue la CIA.” No hay pruebas de que Townley trabajara para la CIA, pero es seguro que trabajaba para los chilenos.

Se juntó con algunos cubanos en Nueva Jersey, cubanos anticastristas, y fueron a Washington. Townley se metió debajo del auto y puso una bomba que él mismo había construido, que se activaba con uno de esos antiguos beepers. Siguieron el auto por la Avenida Massachusetts y en Sheridan Circle, bien cerca de la embajada de Chile, pulsaron el botón y lo mataron. Ronni Moffitt era la esposa de Michael Moffitt, que era asistente de Orlando. Ella iba en el asiento delantero del auto y por eso murió. Michael sobrevivió y Orlando, por supuesto, murió inmediatamente.

AMY GOODMAN: Townley estuvo algunos años en la cárcel. Y entonces…

JOHN DINGES: A Townley lo entregaron los chilenos. La historia de cómo se resolvió este caso es increíble. En general se asumía que en EE. UU. no se iba a investigar el caso muy a fondo. Pero quienes pensaron eso estaban equivocados. El FBI realizó una extensa investigación, resolvió el caso, obtuvo fotos de los implicados. Esa larga historia yo la cuento en el libro. Cuando identificaron a las personas que habían ido a EE. UU. para llevar esto a cabo, fueron a Chile y pidieron la cooperación del Gobierno de Pinochet. Y Pinochet tenía dos opciones: matar a Townley —y hay pruebas de que ese era uno de los planes— o entregarlo. Y finalmente lo entregaron. Lo llevaron a Estados Unidos, y comenzó a declarar. Y ahí hubo otra avalancha de información, que provino de Michael Townley. Él todavía vive en Estados Unidos. Estuvo sólo cinco años en prisión.

AMY GOODMAN: Y ahí entró en el programa de protección de testigos.

JOHN DINGES: Estuvo en protección de testigos por un tiempo. Por lo que sé, ya no lo está. Actualmente vive en la zona centro-oeste de EE.UU. Y bueno, él ha cooperado. No sé si tiene algún remordimiento sobre su pasado, pero ha colaborado con muchas investigaciones desde su encarcelamiento.

JUAN GONZÁLEZ: John, me gustaría preguntarte sobre un personaje fuera de lo común del que hablas en el libro, y sus esfuerzos para poner fin a la Operación Cóndor: Ed Koch, el recientemente fallecido alcalde de Nueva York, que en esa época era un joven congresista demócrata, y empezó a hacer muchas preguntas sobre lo que estaba pasando, haciendo enojar a nuestro propio gobierno. ¿Podrías hablarnos de eso?

JOHN DINGES: Ed Koch, una figura muy querida en esta ciudad. Realmente, todo el mundo que ha tratado con él ha tenido la misma experiencia. Cuando estaba investigando esta historia, él cooperó gustosamente conmigo. Y vino a la fiesta de lanzamiento de mi libro. Así que también lo quiero. Ed Koch era congresista y fue impulsor de una enmienda a una ley, que permitiera suspender la ayuda militar a Uruguay. Los uruguayos eran parte de la Operación Cóndor. Esto fue en 1976. Y laCIA descubrió eso, creo que lo descubrieron porque los uruguayos lo comentaron frente a ellos, dijeron que iban a convencer a los chilenos para que fueran a Washington a matar a Koch. No sabemos si eso se llegó a poner en marcha. Pero George Bush, que era el jefe de la CIA en aquel momento, llamó a Ed Koch y le dijo —es maravilloso escuchar a Ed Koch contar esta historia— le dijo: “Tengo que contarte algo: Hay un complot para asesinarte”. Ed Koch preguntó si le iban a ofrecer protección. Y ellos dijeron: “No, no. Ese no es nuestro trabajo. Somos la CIA. Sólo te estamos avisando, te toca a ti ocuparte de tu propia seguridad”. Ed Koch no sabía que esto era parte de la Operación Cóndor. Pensaba que era cosa de algún exaltado de la dictadura.

Tiempo después, durante mi investigación pude hablar con una de las personas que participó en esto, uno de los uruguayos. Y sí, fue una típica movida del Plan Cóndor, aunque no llegaron a matar a nadie, por suerte. Pero fue el típico modus operandi. Con el fin de cubrir sus huellas, un país usaba los agentes de otro país para hacer el trabajo sucio, en las operaciones planeadas para fuera de América Latina. Dentro de América Latina, tenían una manera mucho más sistemática y eficaz de funcionamiento. Se perseguía a los disidentes de cada lugar, en cualquier país donde estuvieran, Perú, Brasil, Uruguay y principalmente Argentina. Y ahí la metodología era simple: capturarlos, secuestrarlos, torturarlos, matarlos y hacer desaparecer sus cuerpos. Muy pocas personas han sobrevivido a la Operación Cóndor, casi nadie. Es muy difícil encontrar un sobreviviente.

JUAN GONZÁLEZ: Y aún así, muchos de los líderes de los nuevos gobiernos populistas que hay ahora en América Latina surgieron de algunas de las organizaciones perseguidas por el Cóndor. Especialmente en Uruguay, donde el presidente es un ex Tupamaro. Y en toda la región, esos disidentes son ahora parte del aparato de gobierno de sus países.

JOHN DINGES: Hace dos semanas, estuve en Bolivia y entrevisté a una persona del Ministerio de Comunicaciones, una de las tantísimas personas de pueblos indígenas que forman parte del gobierno de Morales. Y él contó que su padre había estado preso. Había estado exiliado en Chile, y cuando llegó el golpe de Estado fue encarcelado, estuvo siete meses preso, y fue torturado. Y en esa misma oficina hablé con otra persona, que también había participado en la resistencia boliviana en la década de 1980, y antes, su padre había estado involucrado con el grupo que luchaba junto al Che Guevara en 1960.

Estos son revolucionarios, pero son un tipo diferente de revolucionarios. Están igual de comprometidos, creo, pero sin tomar las armas. Creo que se dan cuenta de que esa forma de lucha no se ha llevado a revoluciones triunfantes, entonces me siento muy optimista sobre lo que está pasando con este grupo de gobiernos ahora.

AMY GOODMAN: Por último, hay un cable del Departamento de Estado, de 1978 que, según la cubierta de tu libro, dice: “Kissinger explicó que en su opinión el gobierno argentino había hecho un excelente trabajo en la erradicación de las fuerzas terroristas”. ¿Qué significa que los jueces hayan pedido el testimonio de Kissinger y que el gobierno de Obama no haya respondido?

JOHN DINGES: A Kissinger lo han llamado a declarar muchas veces. En mi libro hablo de una vez en la que sí respondió, creo que era un pedido de Francia. Y básicamente, negó todo. Es algo muy frustrante. Para mí era claro que todo lo que dijo eran mentiras, no hay otra palabra para ello, estaba mintiendo. O sea, los documentos dicen una cosa y Kissinger dijo otra cosa. Y él sabía lo que decían los documentos. En Estados Unidos nunca se ha permitido que un funcionario público sea juzgado en otros países. No somos miembros de la ICC.

AMY GOODMAN: La Corte Penal Internacional (por sus siglas en inglés).

JOHN DINGES: Sí, la Corte Penal Internacional. No ha habido ningún juicio en el exterior que haya puesto a un estadounidense en el banquillo de los acusados. Hubo un intento en Italia, pero por supuesto, ningún imputado apareció. En Estados Unidos, por uno u otro motivo, tanto los demócratas como los republicanos proteger a nuestros violadores de derechos humanos, cuando se trata de violaciones de derechos humanos fuera de Estados Unidos. Simplemente así se manejan.

AMY GOODMAN: ¿Describirías a Henry Kissinger como un violador de los derechos humanos?

JOHN DINGES: Sí, absolutamente.

JUAN GONZÁLEZ: ¿Y cuál es importancia de esta historia de externalizar la lucha contra el terrorismo, de modo de no dejar huellas de la propia participación, en relación con la guerra actual contra el terrorismo en los Estados Unidos?

JOHN DINGES: Bueno, yo estaba escribiendo mi primer capítulo cuando pasó lo del 9/11, en mi casa en Washington. Y en el final del libro, que termina con una referencia al 9/11, digo que esto no es algo que estemos condenados a repetir. Y lo digo haciendo la comparación entre la guerra contra el terrorismo de la década de 1970 y la guerra actual contra el terrorismo, lanzada por el presidente Bush. Pensaba que habíamos aprendido la lección de no copiar los métodos de los enemigos, o de aquellos que han demostrado ser violadores de los derechos humanos. Pero desafortunadamente, creo que hemos hecho eso muchas veces.

La discusión actual sobre el uso de aviones no tripulados me parece aterradora; porque me cuesta distinguir entre lo que fue la Operación Cóndor, con menos tecnología, y lo que es el uso de aviones no tripulados, que básicamente lo que hacen es entrar en otro país, incluso con el permiso de ese país —así era en general también en la Operación Cóndor— perseguir a la gente, y matarla. Ahora bien, la justificación es: “Pero eran criminales. Estaban en combate”. Eso puede o no ser cierto, pero al final quien lo determina es la misma persona que aprieta el gatillo.

Creo que es importante poner esto en discusión. Y tal vez en un juicio como éste, que se remonta a los años 70, la gente dice: “Bueno, así fueron las dictaduras en la década de 1970”. Pero la tendencia del Estado a creer que es válido actuar contra sus enemigos de la manera más eficaz posible se mantiene vigente, y claramente no se limita a las dictaduras.

AMY GOODMAN: Queremos darte las gracias, John Dinges, por haber estado con nosotros. John Dinges es autor del libro “Operación Cóndor: una década de terrorismo internacional en el Cono Sur.” Antes de eso, trabajó en la National Public Radio, NPR, y como periodista independiente en América Latina. Actualmente es profesor en la Escuela de Periodismo de la Universidad de Columbia.

Traducido por Javier Pérez. Edición: Verónica Gelman y Democracy Now! en español, spanish@democracynow.org.


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Somos, fuimos,seremos migrantes. Chilenos en Suecia

Somos, fuimos,seremos migrantes. Chilenos en Suecia

Camila Salazar Atias  criminóloga nacida en Chile, criada en Lund, Suecia , una de las principales expertas en el campo de la actividad relacionada con las pandillas. Grado de la Universidad John Jay de Justicia Criminal, Nueva York. Donde también hizo tres años de estudio de investigación etnográfica con una de las bandas callejeras más grandes del mundo, el Todopoderoso América King y Queen Nation. Desde 1997 trabajó con cuestiones relativas a la construcción de las bandas y la identidad de las pandillas. . Camila ha establecido y dirige el Centro Sueco para obtener información sobre subculturas destructivos (CIDES), cuya misión es contrarrestar el desarrollo de las bandas, y se centran en las estrategias exitosas. Camila ya ha hecho posible que los miembros de la banda a abandonen sus vidas destructivas y comiencen de nuevo. Sus esfuerzos y perseverancia ha mejorado la vida de muchos jóvenes que ahora están viviendo sin el temor de constantes amenazas y violencia. Por el momento se desempeña como jefe de programas sociales Fryshuset, una de las casas  más grandes del mundo  de la juventud con más de 60 programas diferentes. Además, da conferencias, hace la promoción,  habla en publico, modera,  en los medios de comunicación. Ella es parte de diversos grupos de expertos y de referencia, escribe artículos en libros y los medios de comunicación, así como se encuentra en el Directorio de Samba.

Camila es una apasionado de dar a la gente una oportunidad temor honesto en la vida, el valor y la igualdad  Camila recibió en 2015 el prestigioso premio internacional Anna Lindh .

 

Camila Salazar Atías is a criminologist born in Chile, raised in Lund and one of Sweden´s foremost experts in the field of gang related activity. Degree from John Jay College of Criminal Justice, New York. Where she also did three years of ethnographic research study with one of the world’s largest street gangs, The Almighty Latin King and Queen Nation. Has since 1997 worked with issues concerning the construction of gangs and gang identity.. Camila has established and runs the Swedish center for information on destructive sub-cultures (CIDES) whose mission is to counteract the development of gangs, and focus on exit strategies. Camila has since made it possible for gang members to leave their destructive lives and start anew. Her efforts and perseverance has improved the lives of many young people who are now living without the fear of constant threats and violence. At the moment she works as head of social programs at Fryshuset, on of the worlds largest youth houses with more then 60 different programs. In addition, she lectures, does advocacy, moderate, pubic speaking, figures in media. She Is involved in various expert and reference groups, writes articles in books and media as well as sits in Samba’s Board of Directors.
Camila is passionate about giving people an honest fear chance in life, everybody’s equal value and equality.
Camila received in 2015 the prestigious international Anna Lindh Prize for her work.Camila salazar. Perfil Linkedin

 

Valentina, hija del exilio…había momentos de racismo, aislamiento y terribles soledades.

Valentina Montoya, exiliada niña, hoy respetada cantante de folklore y tango en Escocia


Sergio Reyes. Entrevista a Valentina Montoya


Mi padre era empleado público, trabajaba para el servicio de seguro social en un edificio que estaba perpendicular, me parece, al palacio La Moneda (creo que ya no existe ese edificio). De hecho, el día del golpe, mi padre había ido a trabajar. Mi mamá lo llamo por teléfono y le dijeron que estaban todos tirados en el suelo porque estaban bombardeando La Moneda. De alguna forma alguien le paso el teléfono y así desde el suelo él hablo con ella. Lo detuvieron el 1 de octubre de 1973.

Mi padre fue llevado al Estadio Nacional y posteriormente a Chacabuco, donde permaneció encarcelado durante el 73 y 74. Al igual que todos sus compañeros, mi padre sufrió mucho encarcelado. Al ser puesto en libertad decidió permanecer en su país. Le contó a mi madre la gravedad de las torturas en esos campos de concentración y dijo que más daño no le podían hacer dentro de Chile pero que iba evitar el destierro, que quería morir en su país. No obstante, insistió que saliera su familia ya que él temía mucho que nos hicieran algo a nosotros.

Entonces mi madre, después de haber estado en la clandestinidad, nos sacó de Chile. Yo era una menor de edad, pero a pesar de mis escasos años, tenía conciencia de lo que estaba ocurriendo en mi país. Para mí fue doloroso dejar a mi padre, mi abuela, mi mejor amiga y mi escuela. Recuerdo esa mañana, de la partida, sentía una especie de vértigo, un vacío, un temblor en la guatita, que me persiguió casi toda la vida. Pero recuerdo que me consolaba con la idea de que iba a ser un corto tiempo. Que luego volveríamos. Los adultos decían tres años.

Salimos con dos pequeñas maletas, casi nada de equipaje. Esto era la prueba que no íbamos a quedarnos. La entrada a Inglaterra no fue nada de fácil, como lo comento en una canción que escribí titulada La Partida. Y claro, como íbamos a ‘volver’, no comprábamos muebles, solo lo más necesario. La idea jamás fue de salir fuera del país para siempre. Nos considerábamos seres pasajeros, pájaros transitorios.

 

Mi madre estaba muy delgada, como lo demuestran la foto de su pasaporte y otros documentos de viaje. Tenía la pena escrita en todo su rostro. Por mucho tiempo se negó a comer porciones adecuadas de comida. Decía que no podía comer mientras en su país la gente no tenía que comer. El exilio dorado es un mito. Vivíamos en lugares muy marginales, en una casa del estado y antes de eso en un departamento que simplemente no era habitable. Cuando llegamos estaba muy sucio y con jeringas usadas en los armarios. Olía muy mal. Ese concepto del exiliado dándose la gran vida no tiene relación alguna a la realidad nuestra.

Duele estar lejos de los que se aman, amigos queridos, lejos de las cosas más simples pero que más significado llegan a tener. Ahora las cosas son distintas, la tecnología permite mantener un vínculo inmediato, en ese entonces esperábamos hasta dos o tres semanas por una carta. El tiempo parecía pasar más lento y noticias de Chile, buenas o malas, nos mantenían con una añorada conexión. El activismo político nos unía.

Recuerdo que no fueron tiempos fáciles, pero que a pesar de todo, nos ocupábamos en hacer muchas cosas por Chile. Organizábamos entrevistas, charlas, reuniones, actos culturales, proyección de películas, talleres de artesanía o de música – una enorme gama de actividad y de creatividad – así se juntaba dinero para mandar a Chile. Todavía tengo listas, escritas a máquina, de los objetos que creábamos en cuero o madera y los precios en que se vendían. Juntábamos así y se mandaba plata para la Vicaría de la Solidaridad, el Partido, etc.

Recuerdo huelgas de hambre en distintos recintos y marchas enormes por las calles de Londres. Venían a cantar artistas como Quilapayún, Ángel e Isabel Parra, Capri, etc. Lo veíamos como nuestra responsabilidad eso de decirle al mundo lo que pasaba en Chile. Se creaban vínculos con distintos partidos de izquierda y sindicatos y se trabajaba en conjunto con ellos también. Las iglesias nos facilitaban sus salas para hacer mercados de pulgas o actividades culturales. A pesar de los conflictos internos entre nuestra comunidad, había un enorme sentimiento de solidaridad, una sensación de hermandad entre nosotros.

La música

Mi madre me compró mi primera guitarra. Para ella era algo completamente natural que yo aprenda la guitarra y ella hacía grandes esfuerzos para conseguirme cuerdas y repuestos etc. Ella tenía una voz muy hermosa y aunque nunca aspiro ser cantante, amaba una enorme variedad de música. Yo recuerdo que en Chile la casa estaba llena de discos de Víctor Jara (quien fue amigo de ella antes de su fama), Inti-Illimani, Quilapayún. Recuerdo que había música rusa y folklore argentino, Mercedes Sosa entre otros.

Las primeras canciones que aprendí en guitarra me las enseñó un compañero de Osorno que vivía con su familia en Birmingham. Yo tenía 11 años. Mi primer grupo musical se llamaba ‘Chacabuco’ y fue formado por compañeros de nuestra base. Aquellos guitarreros y cantores (uno muy parecido a Víctor Jara) me enseñaron muchas canciones. Mi madre y otros compañeros me pasaban cancioneros que producía la Jota. Todavía los tengo! Y yo independientemente sacaba libros de acordes de la biblioteca y entonaba canciones con mi hermana, quien tiene una voz muy linda. Esos años fueron memorables y lográbamos sacar alegría del activismo, a pesar de las dificultades, puesto que había momentos de racismo, aislamiento y terribles soledades. Vivíamos muy modestamente y con la mente en Chile, esperando cada diario de allá, cada carta, cada noticia. Escuchábamos la radio, el programa que era fundamental en nuestras vidas – Escucha Chile! con la cálida voz de Katia. Una vez les mandé una carta y la leyeron, recuerdo la alegría que sentí al oír mi carta en la radio! Creo que tengo una grabación de eso por ahí… se grabaron muchas en mi casa…

La adolescencia fue más dura, porque después muchos chilenos se fueron y la comunidad se fragmentó. Ahí me sentí aislada a pesar de que tenía amigas de acá – en gran parte mis amistades de la escuela fueron de origen Asiático o de Irlanda. Me gustaban porque teníamos cosas en común y me interesaba por sus historias. Una amiga me prestaba sus saris. Ellas me enseñaban palabras en urdu y gujarati y yo les enseñaba español.

Pero fuera de la escuela, músicos ingleses me instaban a cantar rock y claro, ese ambiente era muy machista y las canciones folklóricas que yo escribía siempre terminaban siendo transformadas a baladas de rock! Creo que desarrollé una aversión al rock por eso. Tenía muchas inquietudes, muchas preguntas, cuales ni el rock ni el punk podían responder. Para mi rebelarse era cantar canciones chilenas, cantar folklore porque esa era yo. Era mi forma de dejar de ser invisible. Por ese canto yo tuve que luchar y lo sigo haciendo!

Teatro, universidad, música

Siempre me interesé por el teatro, en particular el trabajo de Augusto Boal y participé en grupos de teatro juveniles. Trabajé en tiendas, pizzerías, restaurantes, estudié teatro comunitario y eventualmente partí a la universidad de Warwick a estudiar historia, pienso que allí logré satisfacer muchas inquietudes y me sentí realmente feliz. De ahí nació la oportunidad de ir a dar clases de teatro en México, lugar que quise mucho – llena de gente maravillosa – fértil de arte, música e historia. Al regresar decidí ir al Festival de Edimburgo, allí me enamoré de un guitarrista escocés David Russell y con él formé mi grupo de folklore Valentina y Voces del Sur. Fue muy lindo, nos fuimos a una casita de campo donde él vivía y allí en un cerro, donde no había nada más que árboles y la casita de piedra, hicimos nuestras primeras grabaciones. Considero que esas fueron las primeras grabaciones donde mi voz era genuinamente mía.

El tango

A mi madre le gustaban muchos géneros musicales, dentro de ellos estaba el tango. Y por eso el tango abundó en mi vida. Aunque eso de querer cantar tango llegó como un relámpago. Mi mamá estaba en su pieza haciendo sus costuras y yo en la mía, estudiando. Ella escuchaba sus cassettes y tres temas me llamaron la atención. Yo fui a su pieza y le dije súper fascinada ‘Mamá, quién canta esos tangos?’ Me miró, con cara de sorpresa por mi repentino interés en el tango y dijo, ‘Mercedes Simone, por qué?’ Yo le dije, ‘Algún día voy a cantar esos tangos!’

Paré la cola y me fui a mis libros otra vez. Claro, ese día llegó 6 años después en Escocia, algo que jamás hubiese imaginado! David, el joven guitarrista escocés me llevó al Bongo Club a un concierto de un grupo de cámara nuevo y súper avant guard, se llamaba Mr McFall’s Chamber. Al entrar lo primero que vi fue ese grupo de cámara tocando tango y ese tango se llamaba ‘Soledad’ de Astor Piazzolla’! Quedé cautivada! Partí a hablar con ellos y así fue como llegaron a estar esos tres tangos que mi madre escuchaba (Noche de ronda, En cuanto silba el viento, Calla corazón) en el álbum ‘Revolucionario’.

Es una cosa muy especial cantar con Mr McFall’s Chamber. Son un grupo de enorme calidad musical y cabe decirlo, son muy respetados acá. He colaborado con McFall’s Chamber desde el primer o segundo año del grupo entonces cantar con ellos hoy en día llega a ser algo muy emotivo aparte de ser un privilegio.

Para mí el tango tiene una historia muy interesante, raíces humildes marcadas por emigración, dolor pena, enajenamiento, renacimiento. El tango canción con toda su pasión y melancolía ha sido mi compañero en momentos de soledad.

Pero no todo el tango trata de amor o de la madre, el tango tiene una temática amplia, si uno la busca! Yo quise escribir unas canciones con alma de tango en nuestro CD La Pasionaria. El tema Sola es un homenaje a Sola Sierra, activista chilena que yo admiro muchísimo. ‘Años de lucha, ojos serenos dibujan nuestra gente’… es una alusión a la forma en que su mirada reflejaba la historia, el sufrimiento y el espíritu de lucha de nuestra gente. Mujeres como Sola han dejado un legado moral imprescindible para las futuras generaciones y es importante que se sepa más de ella, que las jóvenes que buscan un referente tengan a Sola Sierra como modelo a seguir, porque con conciencia, memoria colectiva y activismo se puede verdaderamente levantar un país y crear una cultura realmente nuestra.

Ahora, si el tango ha sido el que acompaña mi alma en las noches oscuras de soledad, el folklore de Nuestra América ha sido mi conciencia. Necesito el tango y el folklore como el día y la noche! Mi trabajo siempre tendrá elementos de ambos.

Proyectos

Ahora tengo planes de grabar un CD de folklore acerca de Chacabuco y la experiencia de mi padre en ese campo de concentración. Para este proyecto tengo una página Facebook donde archivo enlaces relacionados al tema (y que está abierta al público). Estoy también elaborando canciones para un CD que recuente mis memorias más tempranas del exilio.

Aparte de la música, he escrito un guión. Titulado “Doña Soledad”, es un film de tango con una robusta conciencia social, ambientado en Edimburgo. El film explora las secuelas de las dictaduras Latinoamericanas de los ‘70 en dos hijos del exilio. Espero usar música de nuestro álbum La Pasionaria al igual que composiciones nuevas en conjunto con tangos de Piazzolla y Pugliese. En estos momentos ando en búsqueda de un productor para hacer realidad este film.

Justicia y reparación para los torturados, asesinados…

Nuestro pueblo ha sido un pueblo valiente que a pesar de tanta opresión, ha salido a las calles en plena dictadura a protestar con dignidad. Un pueblo que a través de los años ha luchado y contribuido diariamente con enorme corazón y convicción para crear un país donde realmente exista justicia y democracia. Este esfuerzo ha sido tremendo pero los distintos gobiernos post-dictadura han demorado mucho en crear justicia, incluso han sido un obstáculo, yo diría. Muchos activistas, madres, padres han fallecido sin saber el paradero de sus queridos. Alguien sabe y aunque el pacto de silencio entre los militares (y civiles) se ha fragmentado de cierta forma (los casos de Calama y Víctor Jara por ejemplo) y la verdad surge poco a poco, queda mucho más por hacer. El Museo de la Memoria es algo muy grande para Chile y me enorgullece enormemente que exista un sitio que sea un amplio testimonio de las atrocidades que ocurrieron durante la dictadura. Pero claro, no hay olvido ni perdón hasta que haya justicia, hasta que sepamos que pasó con nuestra gente, donde llegaron a parar y hasta que los responsables a los niveles más altos sean juzgados por sus crímenes.

Pagina Facebook de Valentina

Para escuchar su música en YouTube

Entrevista © 2016 Valentina Montoya Martínez

Ver http://www.vocesdelsur.co.uk/uploads/8/1/5/0/8150717/entrevista.pdf

Esos chilenos siempre forzados al exilio

“Y nosotros, dentro del país, no teníamos el derecho de decidir lo que queríamos hacer. Y éramos muchos los que nos organizamos para resistir. Pero nunca, ni a mí, ni a todos los compañeros que yo conozco, se nos puede acusar de haber atentado contra un gobierno democrático, legítimamente constituido. En ningún momento”.

Esos chilenos siempre forzados al exilio
Le Courrier de Genève
Traducido para Rebelión por Carmen García Flores
 DESTIERRO. Han abandonado su país cuando otros por fin podían entrar. Cuando, al regreso de la democracia, algunos oponentes armados tuvieron que elegir entre la prisión y el alejamiento.Cuarenta años. Esta es la pena de destierro que se impuso Carlos García Herrera en 1992, dos años después del retorno formal de la democracia en Chile. La condena más dura para seis chilenos que aún viven hoy en el exilio forzado en Bélgica y en Finlandia. “Este es un honor que yo no me merezco, dice irónicamente, jamás he sido un dirigente político” Carlos prefiere describirse como “un militante de la resistencia, un guerrillero urbano”.

Encarcelado por la dictadura de Augusto Pinochet en 1981, está todavía condenado a cadena perpetua según una ley denominada “antiterrorista”. Para él, como para los otros militantes en su mismo caso, la vuelta del a democracia tuvo un gusto amargo. “Esperábamos una liberación incondicional de todos los presos políticos, como lo habían prometido los partidos del a oposición”.

Pero la transición no ha hecho tabla rasa con las instituciones del pasado. Con el ex dictador como comandante en jefe de la armada durante toda la duración de su mandato, y con una Constitución

elaborada por este último (aún hoy en día en vigor aunque enmendada por dos veces), el gobierno del demócrata-cristiano Patricio Aylwin se limitó a “investigar la justicia en la medida de lo posible”, como afirmó en su época.

Y el general Pinochet había tenido cuidado en hacer cumplir rigurosamente la Constitución de 1980: Nada de gracia posible para los prisioneros condenados por “terrorismo”. El gobierno de la transición le propondrá entonces elegir entre partir, sin posibilidad de retorno durante varios años, o permanecer en prisión. Entre 1990 y 1994, a veintinueve personas se les conmutaron sus penas de prisión por penas de alejamiento (extrañamiento). “Había pasado ya suficientes años en prisión, preferí partir”.

La trayectoria de Carlos es la de un hombre que ha atravesado por todas las tempestades de esta época agitada. En 1973, año del golpe de Estado contra el gobierno socialista de Salvador Allende, estaba en la Marina. Junto con otros, el sentía que algo se tramaba en el seno de la Institución. “Muchas personas eran conscientes de que se preparaba un golpe de Estado, había una gran efervescencia política en la Marina”.

De marino a guerrillero

Chile aún cuenta con una importante marina de guerra cuyos oficiales están claramente anclados en la derecha conservadora. “El embrión del golpe de Estado se encontraba allí, entre un grupo de oficiales de marina. Pinochet se sumó a la idea al final”, explica Jorge Magasich, doctor en historia de la Universidad de Bruselas y autor de la tesis Los que dijeron no. Historia del movimiento de los marinos chilenos opuestos al golpe de Estado de 1973.

“Por contra, los suboficiales y sobre todo la tropa, son en su mayoría leales y de izquierda. Cuando comprenden que el pronunciamiento es inevitable y que serán obligados a participar en él, los marinos leales intentan alertar a las autoridades políticas. Pero en la noche del 5 al 6 de agosto de 1973, es decir un mes antes del golpe de Estado, una ola de arrestos cae sobre ellos. “Entre 150 y 200 marinos son arrestados, ellos serán los primeros torturados. A continuación, noventa y dos de ellos serán condenados por “sedición” a penas que iban desde tres a ocho años de prisión”, explica Jorge Magasich. Carlos García formaba parte de ese grupo. “Nosotros no éramos militantes, éramos simplemente personas que pensaban que un golpe de Estado es algo ilegal. Nuestro deber como marinos era defender al gobierno, poco importa cuál fuera con tal que fuera elegido democráticamente. Esto es lo que hicimos y fuimos encarcelados por ello”, recuerda.

Es en la prisión cuando se convierte en militante. En efecto, después del golpe de Estado los presos políticos afluyen por cientos. “Cada organización, en las prisiones o en los campos de concentración en la que había militantes encarcelados, mantenía una estructura organizativa. Es, pues, por su contacto como nosotros empezamos a formarnos políticamente y a conocer lo que es la teoría revolucionaria, el marxismo, etc”.

Liberado en 1976, Carlos retoma enseguida contacto con algunos camaradas del Movimiento de la Izquierda Revolucionaria (MIR) a los que conoció en prisión. Vuelve a vivir en Santiago donde se incorpora a los movimientos sociales que surgen después de la feroz represión que había seguido al golpe de Estado. “Hacia el 77-78 hubo una reactivación, especialmente del movimiento sindical. Pero la oposición no se detuvo ahí: “Como yo y otros compañeros teníamos una experiencia militar debido a nuestro paso por la Marina, el MIR nos propuso formar parte de un equipo de propaganda armada, un equipo de sabotaje. Y poco a poco comenzamos una guerrilla.

Contra la “Gestapo” chilena

Una guerrilla que aspiraba a desenmascarar los centros de tortura secretos de la dictadura, en la región de Santiago y Valparaíso principalmente. “Organizamos dos ataques relámpago contra estos centros de tortura, unos atentados contra los principales responsables de las torturas de la dictadura. Pero este tipo de acciones no era lo cotidiano, no ocupábamos también de la vida política durante la resistencia y además cada uno debía trabajar para vivir. Esto se parecía mucho a lo que hacían los Belgas, los franceses o los otros europeos contra la ocupación nazi”.

Entre las acciones dirigidas por esta célula figura el atentado de 1980 contra el teniente coronel Roger Vergara, director de la Escuela de enseñanza del Ejército. Para Carlos, esto fue un acto político, decidido colectivamente. “Habíamos asesinado a un responsable de la ‘Gestapo’ chilena” compara.

Enseguida, la vida legal y la resistencia armada se hacen inconciliables. Carlos permanece, pues, en la clandestinidad. Pero esta situación no durará por mucho tiempo, será arrestado unos meses más tarde, en enero de 1981.

“Era un día normal, había ido al cine y acababa de visitar a mi familia y al entrar en mi casa me tendieron una emboscada y me arrestaron junto a mi mujer y mi hija de un año y medio” Fue juzgado por un tribunal y condenado a cadena perpetua..

En 1992 se le conmuta la condena en dos penas de veinte años de alejamiento, es decir cuarenta años. Otros cumplieron penas más cortas de cinco, diez o veinte años de alejamiento y han vuelto o están próximos a volver definitivamente. Algunos, siempre bajo fuertes medidas, pueden entrar en Chile por breves periodos de tiempo “por razones humanitarias” como la defunción de un pariente. “Yo no quiero matar a mi madre para poder regresar a mi casa”, exclama Carlos.

Derecho a la resistencia

El pasado noviembre, cumplió su primera pena de veinte años. Escribió una carta al presidente Sebastián Piñera, a quien ha hecho que le llegara la carta en propia mano por la intermediación del Cónsul honorario de Amberes, en Bélgica. “Hace veinte años que estoy aquí, ¿no es suficiente? Me gustaría recuperar mi derecho a volver a mi casa. Aquí en Bélgica dispongo de todos los derechos como cualquier otro ciudadano ¿por qué no puedo disponer de ellos en mi propio país?” se pregunta.

Hoy, Carlos siente sorpresa por el hecho de que “después de todos estos años, el poder político chileno se niega a reconocer que las personas que participaron en esta resistencia han ayudado enormemente a debilitar la dictadura. Esta misma dictadura que cada año era condenada por la Asamblea General de las Naciones Unidas. Pero Pinochet y los suyos no escuchaban a nadie, las palabras no eran suficientes. Las condenas verbales, oficiales, diplomáticas eran útiles pero no suficientes”.

“Y nosotros, dentro del país, no teníamos el derecho de decidir lo que queríamos hacer. Y éramos muchos los que nos organizamos para resistir. Pero nunca, ni a mí, ni a todos los compañeros que yo conozco, se nos puede acusar de haber atentado contra un gobierno democrático, legítimamente constituido. En ningún momento”.

El 11 de septiembre de 2013, Chile conmemorará los cuarenta años del golpe de Estado militar. Veintitrés años después del final de la dictadura, muchas heridas quedan por cerrar. Si nadie lo remedia, Carlos no volverá a su país antes de 2032, él tendrá entonces 79 años.

Fuente: http://www.lecourrier.ch/node/105200

 

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Verdeolivo

Tomado de http://www.rebelion.org
Por Sébastian Brulez

    DESTIERRO. Han abandonado su país cuando otros por fin podían entrar. Cuando, al regreso de la democracia, algunos oponentes armados tuvieron que elegir entre la prisión y el alejamiento.

Cuarenta años. Esta es la pena de destierro que se impuso Carlos García Herrera en 1992, dos años después del retorno formal de la democracia en Chile. La condena más dura para seis chilenos que aún viven hoy en el exilio forzado en Bélgica y en Finlandia. “Este es un honor que yo no me merezco, dice irónicamente, jamás he sido un dirigente político” Carlos prefiere describirse como “un militante de la resistencia, un guerrillero urbano”.

Encarcelado por la dictadura de Augusto Pinochet en 1981, está todavía condenado a cadena perpetua según una ley denominada “antiterrorista”. Para él, como para los otros militantes en su mismo caso, la vuelta del a democracia tuvo un gusto…

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Diplomacia Secreta. Memoria de un niño finlandes en Chile.

Diplomacia Secreta. Memoria de un niño finlandes en Chile.
CULTURA

“Diplomacia Secreta”: el documental que relata las memorias de un niño finlandés antes y después del Golpe

Diario Uchile | Sábado 20 de diciembre 2014 22:00 hrs.

uchile dictadura

Recién estrenado en nuestro país y dirigido por Tomi Brotherus, el registro retrata, a través de los ojos de un pequeño finlandés la situación familiar y política en Chile antes y posterior al Golpe de Estado. Ésta es la historia de la familia del embajador de Finlandia, Tapani Brotherus quien llegó a nuestra nación en 1971 y se fue en 1976, luego de ayudar a muchos perseguidos por la dictadura.

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En el programa de Radio U. de Chile, Vuelan las Plumas, conducido por Vivian Lavín, el director de este documental, Tomi y su madre Lysa Brotherus, activa defensora y protectora de muchas vidas durante su estancia en la embajada en Chile, comentaron la realización de este trabajo.

La esposa del embajador finlandés, manifestó que llegar al país con sus hijos en misión diplomática fue muy agradable, le gustó el paisaje, pero sobre todo la relación de amistad que entabló con la gente y el proyecto político que se intentaba instaurar. Pero el golpe de Estado fue una sorpresa inesperada.

“Años antes yo me imaginaba que algo serio podía pasar en este país. Por ejemplo, una vez estuvimos en el centro y fuimos a un concierto de Víctor Jara. Ahí nos encontramos con los militares afuera, quienes nos empezaban a investigar. Yo no sabía si reír o gritar, todo era un sorpresa. Yo pensaba que algo podía ocurrir pero no lo que pasó al final”, afirmó Lysa Brotherus.

http://http:/www.vuelanlasplumas.cl/vlp/site/artic/20141219/asocfile/20141219113010/diplomacia_secreta.mp3

Sin embargo, ella explica que nunca pensó que de lo que sería capaz la dictadura, ni el dolor que vendría después. Su hijo, el director y protagonista del documental, Tomi Brotherus aseguró que la vida de su familia y la del país cambió drásticamente posterior al golpe. Antes tuvo muchos amigos y luego su vida normal se vio interrumpida.

“Para mí hubo un choque cultural al volver a Finlandia porque la vida era tan diferente. Los recuerdos que tenía se relacionaban con la época anterior al golpe. Todo cambió después de ese acontecimiento. Tal vez porque nuestra vida personal también tuvo un giro. Yo no podía invitar a amigos a nuestra casa  ni tampoco hablar con las personas que llegaban a nuestro hogar. Antes de 1973, yo tenía amigos con los que jugaba fútbol todos los días. Esos son los recuerdo que tengo”, explicó Tomi Brotherus.

Dos días después del Golpe de Estado, la familia finlandesa se dio cuenta de que su casa estaba siendo invadida por personas. La esposa del diplomático explicó, que la Embajada de Finlandia fue un lugar de refugio durante la dictadura. En ese sentido, Lisa Brotherus, cuenta que un grupo de alrededor de 30 personas llegó a asilarse de manera informal, saltaron por una reja y ella debió organizar clases para los niños y el alimento para todos los que llegaron buscando refugio.

“Yo estaba almorzando con mi marido cuando vi que atrás de la piscina y el jardín, aparecían bolsas, luego cabezas, después personas y armas. 30 personas fueron las que saltaron, entre ellos guardaespaldas de Salvador Allende. Yo no sé cómo pudieron llegar a nuestra casa porque las calles estaban rodeadas de tanques.”, manifestó  Lisa Brotherus.

En la actualidad, el registro ya se exhibió en Chile, Estados Unidos, Argentina, México e Italia. Tomi Brotherus informó que está negociando con TVN la posibilidad de que este documental sea transmitido, y afirma que le gustaría mucho poder mostrar su trabajo y sus recuerdos a los chilenos, ya que es la memoria y el retrato que marcó la historia de este país.

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archive.cinelasamericas.org/2014/panorama-feature-films/1169-diplomacia-secreta

Una película de Tomi Brotherus

Chile / Finlandia / Alemania, histórico / Documental biográfico, 2013
69 min HD, Color / Blanco y Negro
finlandés, alemán, español, sueco con subtítulos en inglés

Director Tomi Brotherus cuenta la historia de su infancia en Santiago de Chile, donde su padre trabajaba como jefe de la misión diplomática de Finlandia de 1971 a 1976. Tras el derrocamiento del presidente democráticamente electo socialista Salvador Allende por el general Pinochet en 1973, el pequeño Embajada de Finlandia fue atrapado en medio de una tormenta política peligrosa. Padre y otros agentes Brotherus ‘secretamente ayudaron chilenos escapar de la junta militar de Finlandia, Alemania del Este, y otros países. Este documental narra desde el punto de vista de un niño las historias de los perseguidos y los que les ayudaron.DIPLOMACIA SECRETA se compone de recuerdos personales de los acontecimientos cotidianos, dando voz a las personas atrapadas en acontecimientos extraordinarios.

Acerca del director

Tomi Brotherus wBasado en su Finlandia natal, Tomi Brotherus ha dirigido varios documentales, incluyendo O YE BARRA (1998) y Hit and Run RETRATO DE LOS CAMPEONES DEL FÚTBOL SUBTERRÁNEAS DE HELSINKI. Con su compañía de producción, Empresas 24h, también produjo y dirigió el documental, JIM TERAPIA EN ENCRUCIJADA (2011). También ha escrito y editado varias películas desde 1984.

Créditos

Productor: Tomi Brotherus
Productoras: 24h Enterprises Ltd
Guionista: Tomi Brotherus
Director de fotografía: Tim Hamalainen
Editor: Jussi Oroza, Tomi Brotherus, Tim Hamalainen
Diseño de Sonido: Tomi Brotherus
Música: Pablo Houseman I Fuente: Tomi Brotherus – 24h Enterprises Ltd, info @ 24henterprises .com