Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

Montaje de Prensa . Operación Revista Para Ti

Operación Para Ti

Su hijo desapareció cuando tenía 17 años. Y la parió madre, militante y fundadora de la organización Familiares. Fue secuestrada, torturada en la ESMA y obligada a posar en un falso reportaje que publicó la revista Para Ti como parte de la campaña de la dictadura, diseñada por una multinacional que hoy trabaja para Monsanto.

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El momento más denigrante del periodismo argentino tiene fecha: setiembre de 1979. Fue cuando la dictadura desplegó en los medios los servicios de la agencia multinacional Burson Marsteller. Pagó 1 millón de dólares para que le diseñaran una campaña que neutralizara la primera visita de una comisión internacional dispuesta a investigar las denuncias por violaciones de derechos humanos. Se sabe hoy que a Burson Marsteller le corresponde el copyright del inolvidable slogan “Los argentinos somos derechos humanos” que el entonces ministro del Interior, Albano Harguindeguy, mandó imprimir en 250.000 calcomanías autoadhesivas. Lo que no se sabe aún es si esta historia de Thelma Jara de Cabezas hay que leerla en el contexto de esa campaña y como una de sus mentiras más exitosas y perdurables.

Aparatos

Estoy sentada en la cocina de la modesta casa de Thelma y, con pudor, coloco el grabador arriba de la mesa. No es casual que en ese momento me muestre el celular que le entregó el programa de monitoreo de testigos de los juicios por delitos de lesa humanidad. “A las dos y media me tienen que llamar para control”, me advierte. Noto la paradoja: el teléfono y el grabador tienen el mismo tamaño. Y en esa mesa, los dos se convierten en un arma.

Rezo

La memoria de todo sobreviviente es un arma cargada de recuerdos. Thelma los dispara sin orden. No hay relato: hay fragmentos. Son esquirlas que por su intensidad se precipitan sobre la mesa. “Mi cabeza ya no es tan clara. Hay cosas que no recuerdo y otras que no puedo olvidar. Por esas, rezo”.

Rupturas

Thelma es una princesa guaraní. Nació en Corrientes, se casó en Ushuaia, parió a sus 2 hijos en Buenos Aires y regresó al fin del mundo hasta que dijo basta. Desde entonces, se radicó en Carapachay, donde crió a sus varones, sola. Trabajaba de asistente dental. Era activa, moderna, decidida. Los 70 la encontraron sin tiempo para la política, pero alentando a sus hijos a volar tras sus sueños. El mayor, Daniel, se fue a México a estudiar cine. El menor, Gustavo, comenzó a participar en la agrupación Montoneros. El 10 de mayo de 1976 lo secuestraron en un operativo callejero. Había militado sólo seis meses. Tenía 17 años.

Madres

La desaparición de Gustavo convirtió a Thelma en una de las fundadoras de Familiares, la primera organización de derechos humanos nacida en plena dictadura. “Familiares era apenas un escritorio dentro del departamento de la Liga Argentina de Derechos Humanos, ahí en Callao y Corrientes, justo arriba de la confitería Odeón”, evoca ahora Thelma. “En esa época no entendía por qué no querían que vaya a Plaza de Mayo. Me escapaba igual y me quedaba un ratito, para hablar con otras madres. Ellas tenían muchas ideas, siempre pensaban qué hacer. Con el tiempo me di cuenta de que mis compañeros no querían que fuera por cuestiones de seguridad. Pero eso lo entendí mucho después: el peligro”.

Papa

La princesa guaraní se convirtió, entonces, en un cuadro montonero. En plena dictadura y con un coraje que la llevó hasta la mexicana localidad de Puebla, donde en febrero de 1979 se celebró una reunión del Episcopado latinoamericano. Logró entregarle al Papa Juan Pablo II las denuncias por las desapariciones en Argentina. De ahí, viajó a España a entrevistarse con la conducción de Montoneros. En todo el trayecto estuvo escoltada: la siguieron.

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Secuestro

Thelma fue secuestrada el 30 de abril de 1979 en la puerta del Hospital Español, en plena Capital porteña. Había ido a cuidar a su ex marido. “Lo trajeron desde Ushuaia en avión sanitario. Cáncer terminal. Moribundo. Son las 7. Lo sé porque justo entra un médico y se enoja mucho porque yo estoy ahí y no es el horario de visita. Salgo y veo una fila de autos en la puerta, uno detrás del otro. Atrás mío siento que hay alguien, caminando apurado. Hay algo raro en las luces de los autos. ¿Qué hago? Decido ir hacia la esquina porque hay una parada de colectivo, y veo mucha gente en la cola, esperando. Ahí, el que está atrás mío me agarra de los pelos, me pone la mano en la boca y me empuja adentro de un auto. Me llevan a un lugar. No sé dónde estoy. Es la ESMA, donde empieza todo el trajín de torturas.”

Daniel, el hijo mayor de Thelma, es quien pone en contexto este recuerdo. “En esa época en Familiares se había organizado un grupo de mujeres muy fuertes, decididas. Estaba Cata Guagnini (dirigente trotskista, dos hijos desaparecidos: Diego y el periodista Luis Guagnini), Lita Boitano (madre de Miguel y Adriana, ambos desaparecidos), Graciela Lois (su marido, Ricardo, tenía 24 años cuando lo secuestraron), Lilia Orfanó (también con dos hijos desaparecidos: Daniel y Guillermo), todas madres que trabajaban muy duro y con mucho carácter. Alguien me contó, no recuerdo quién, que la idea era secuestrar a alguna de ellas y eligieron a mi madre. Luego supimos por qué: Julia Sarmiento, que era miembro de Familiares, fue secuestrada y comenzó en la ESMA a colaborar con los militares. Ella la acompañó a Puebla, probablemente sabía que era la única de ese grupo de madres que integraba la conducción de Montoneros”.

Caramelo

Dispara Thelma: “Durante las primeras tres semanas me torturan. Un día por semana. No me acuerdo si lloraba, no me acuerdo si gritaba, no me acuerdo si sentía dolor. Nada, nada, nada: ya no me acuerdo. Me acuerdo que me sacan toda la ropa. Los gritos: ´Vieja de mierda, hablá´. ¿Cuánto tiempo dura? Un ratito no es, te aseguro”.

¿Rezabas?

No. Ahí no.

Ahí no hay dios

No. Ahí no hay nadie ni nada. Están ellos, 5 ó 6. Está Marcelo: le veo la cara cuando me levanta la venda y me dice: “Mirá”. Y se pone la picana en la mano. “La tengo dormida de tanto darte máquina, y vos nada”. Él se queja y la que recibe tortura soy yo. Después, unos sobrevivientes me contaron que mientras estaba en la sala de tortura, ellos estaban en un cuarto cercano y ahí la luz titilaba, porque cuando dan mucha máquina la tensión baja. También me contaron que una de esas veces lo vieron salir a Marcelo todo transpirado, con la ropa empapada en sudor, quejándose por el trabajo que yo le daba. Marcelo me secuestró y me torturó. Después supe que fue también el que me siguió a Puebla y a España. Fue también el que me acompañó a Uruguay para dar una entrevista a un diario y el que estaba en otra mesa, en ese bar donde hice la entrevista de la revista Para Ti”.

Marcelo es el represor Ricardo Miguel Cavallo, condenado el 26 de octubre de 2011, en el primer juicio por los delitos cometidos en la ESMA, a prisión perpetua.

Otros de los torturadores de Thelma eran el médico naval Carlos Octavio Capdevilla y el enfermero Juan Barrionuevo, que al momento de ser procesado se había convertido en diputado provincial a cargo de la comisión de salud de la legislatura de Tierra del Fuego.

Dispara Thelma: “Después de torturarme me tiran arriba de una frazada, en el piso. Dicen: a esta, nada de agua ni comida por 72 horas. Tengo los ojos vendados. Escucho el ruido de un papel de caramelo. Me acuerdo que uno de los guardias, el más joven, come caramelos de azúcar quemada, esos que se llaman Media hora. No dice nada. Sólo el ruido del papel, muy cerca, como si lo hiciera sonar al lado de mi oreja”.

La agencia

Fue el inefable José Alfredo Martínez de Hoz el que recomendó a la Junta Militar contratar los servicios de la agencia internacional Burson Marsteller para contrarrestar las denuncias que en foros y prensa internacionales lograron difundir Madres y familiares de desaparecidos. Su mano derecha, Walter Klein, por entonces titular de Coordinación y Planificación Económica, fue quien viajó a Nueva York para reunirse con Victor Emmanuel, el responsable de la “cuenta” argentina. Emmanuel admite su participación en el diseño de la campaña de la dictadura argentina en una entrevista que le realizó la investigadora Marguerite Feitlowitz y que publica en su libro A Lexicon of Terror, editado en 1998, y en el que cita extensamente el caso de Thelma. En ese entrevista, Emmanuel justifica: “La violencia era necesaria para abrir la economía proteccionista, estatista” de Argentina. “Nadie, pero nadie, invierte en un país envuelto en una guerra civil”, dice, admitiendo también que “muchas personas inocentes probablemente fueron asesinadas”. Y agrega: “Dada la situación, se requería una inmensa fuerza”.

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Crímenes

De aquella época en Burson Marsteller solo queda hoy el octogenario fundador, Harold Burson, quien en una reciente entrevista explicó cuál es la especialidad de su empresa: “Una agencia de publicidad compra espacios en los medios para dar un mensaje directo. Nosotros nos dedicamos a generar espacios de influencia. Ya sea a través de personas o de medios. Nuestro objetivo es narrar la historia de nuestros clientes de modo de imponerse sobre sus críticos y que las cosas se miren desde nuestro punto de vista”.

La especialidad de Burson Marsteller son los crímenes. Algunos ejemplos:

  1. El gobierno de Nigeria los contrató en la segunda mitad de los años 1960 para refutar las acusaciones de genocidio en Biafra.
  2. Durante el gobierno del dictador Nicolae Ceaucescu, asistió exitosamente a Rumania en sus gestiones para obtener el estatus de nación más favorecida en el comercio internacional por parte de Estados Unidos. La campaña incluyó una visita a Rumania del conocido programa de TV NBC Today. El show se extendió durante una semana.
  3. Representaron a la empresa Union Carbide Corporation, fabricante de las pilas Eveready, para afrontar su responsabilidad por el desastre ocurrido en 1984 en Bhopal, ciudad de la India, que causó la muerte de 2.000 empleados y pobladores vecinos a la planta.
  4. En la década del 90 se especializó en capacitar a los ejecutivos y gerentes de empresas multinacionales de la industria petrolera, sobre el modo de comunicar a la opinión pública desastres producidos por derrames y explosiones.

Credo

Harold Burson admite que tienen un límite: no aceptan trabajar en campañas a favor del aborto. Su entrevistador le recuerda entonces su pasado con la dictadura argentina. Harold Burson responde: “Cierto, pero no trabajamos para la política interna nacional”. Ejemplo típico del credo de Burson Marsteller: no es mentira decir solo algo de verdad.

El objetivo del trabajo de Burson Masteller para la dictadura argentina era otro: diseñar una campaña que desacreditara el informe que la Comisión Internacional de Derechos Humanos (CIDH) de la OEA, iba a difundir en el mundo luego de su visita a Argentina.

Silencios

La CIDH estuvo del 7 al 10 de septiembre de 1979 en Buenos Aires, del 10 al 14 en Córdoba, el 14 y 15 en Tucumán, pasó por Rosario y regresó a la Capital Federal. Visitó los campos clandestinos de detención de La Rivera y La Perla, en Córdoba, y El Atlético y el Olimpo, en Buenos Aires, que ya habían sido desmantelados. También visitaron la ESMA y por ese motivo los secuestrados allí fueron trasladados. Dispara Thelma: “Nos llevan al Tigre. Hay un grupo grande que está secuestrado en un pozo, bajo tierra. Ahí está el marido de una sobrina mía. Lo sé porque yo cocino para todos. Otras chicas también cocinan. Pero a la segunda o tercera vez que me toca cocinar a mí, escucho una voz que grita desde el pozo: ´Esto lo hizo Thelma porque tiene el sabor suave de sus comidas´. Es Eduardo, el marido de mi sobrina”. Estaban en El Silencio, la isla del Tigre que monseñor Emilio Graselli le vendió a la patota de la ESMA, según la investigación que publicó Horacio Verbitsky. “En ese libro –me dice Daniel, el hijo de Thelma- Vertbisky escribe tres veces que mi mamá le dio una nota a la revista Para Ti. Y no la dio: la obligaron, que es bien distinto. Lo llamé varias veces para aclarárselo, pero nunca me atendió”.

Falsedades

Thelma fue una de las últimas en llegar a la isla. Cavallo y la patota de la ESMA la habían trasladado con documentos falsos a Uruguay para posar en una falsa entrevista que fue publicada el 22 de agosto de 1979 en el falso diario World News, perteneciente la secta Moon. En esa nota le adjudicaban una frase: “Estoy secuestrada por los Montoneros”.

La nota fue reproducida por la agencia oficial Télam y varios diarios locales la publicaron como cierta. De esta manera la dictadura se anticipaba a la denuncia sobre la desaparición de Thelma que presentaría, días después, la organización Familiares en la cita que tenía pautada con la CIDH. Carlos Muñoz, otro de los sobrevivientes de la ESMA trasladado a la isla, declaró en el juicio: “Orlando González, alias Hormiga, que era fotógrafo del Centro de la Marina o Club la Marina, le tomó a Thelma las fotos en Uruguay, que yo revelé, donde se la veía en lugares típicos de Montevideo como si ella estuviera en una especie de exilio”.

Operación

El mismo día que llegó la CIDH a Buenos Aires, la revista Para Ti publicó en su tapa el falso reportaje titulado “Habla la madre de un subversivo muerto”. Cinco páginas, varias fotos y un argumento: una Madre desacreditaba las denuncias de las Madres.

Cuando Thelma declaró extensamente en el juicio a los ex comandantes de la dictadura, el 24 de julio de 1985, detalló que antes de esa entrevista la llevaron a una peluquería, que ubicó en la avenida Cabildo. Luego, le compraron ropa en Once. La entrevista se celebró en la confitería Selquet, en el barrio de Belgrano. El periodista que firmó el reportaje es Eduardo Scola y Tito La Penna, el fotógrafo que retrató a Thelma. Ambos declararon como testigos en la causa que investiga el delito cometido con ese falso reportaje.

Dispara Thelma: “No me dan ninguna explicación. Me dicen que la revista Para Ti quiere saber algunas cosas. Me arreglan un poco. El periodista pone un grabador en la mesa y me hace 2 ó 3 preguntas que no tienen nada que ver con nada. Todo muy seco. El fotógrafo está parado. Se mueve. Parece nervioso. Todo es muy rápido. Después, veo que en la ESMA todos tienen la revista en la mano. Se la pasan. Mirá, dicen. Ellos. A mí no me la muestran. Pero algo pasa después de ese reportaje. Me llevan a una oficina, donde todos los días tengo que copiar algo. Son recortes de diarios, que tienen párrafos señalados. Yo tengo que copiar esos párrafos, a mano. No tiene sentido. Una locura. Todos los días, copiar párrafos. Creo que es nada más que para tenernos ahí, obedeciendo, como esclavos. Dura mucho tiempo, unos cuantos meses. En esa oficina, siempre con la puerta cerrada. Un día abre la puerta así, de golpe, un oficial joven, y me grita: ´Vos nos debes odiar por todo lo que te hicimos´. Le contesto: ´No tengo ese pensamiento. No odio. Lo que siento es un gran dolor, por ustedes y por nosotros´”.

¿Qué te hicieron con ese reportaje?

No lo supe mientras estaba secuestrada ni mucho después de salir, porque no había leído Para Ti.

Heridas

Thelma se dio cuenta de lo que le habían hecho meses después de que la liberaran, el 7 de diciembre de 1979. Su hijo Daniel, que había regresado a Argentina como parte de la llamada “contraofensiva” fue detenido. A Thelma le avisó el represor Cavallo, quien viajó especialmente a Corrientes para darle la noticia. En la puerta de la cárcel, mientras hacía la fila para ver a su hijo detenido, la increpó un familiar de otro preso político. Le gritó: “Traidora”.

Había leído -y creído- la nota de Para Ti.

Bailes

Thelma cierra ahora los ojos y dispara: “A veces hacen bailecitos. Ellos quieren bailar: los guardias. Ponen la radio y discos también. Tango, y todo lo moderno. Los guardias se ponen a bailar. Las chicas, tan jóvenes, bailan. Y vienen los jefes, los que dan las órdenes, y bailan. Como en un comedor familiar, de club o de salón. Bailan. Y nosotros miramos, sin decir nada. Nunca sabemos cómo va a terminar nada. Nunca. Entonces, nos miramos entre nosotros, callados, como viendo un sueño, un sueño feo. Viendo esas caras, tan malvadas, repugnantes, procurando que eso no nos haga mal, no nos llegue al fondo. Esas caras, bien de película de terror. Tremendo, muy tremendo. Entonces, el esfuerzo por cuidar hasta la expresión, porque parece que todo gesto que hagamos nosotros puede servir de excusa para hacer más daño. Es muy raro lo que nos pasa. No hablar, observarlos. Sin hacer nada para no darles lugar a que hagan peores cosas. Aguantar, para que no se mate a nadie, para que no se torture a nadie. Aguantar, aguantar, aguantar… Pensar que ahora mi cuñada está yendo a la ESMA a bailar. Es jubilada. La pasan a buscar a las 9 de la mañana y la llevan a la ESMA y le dan el desayuno, charlas, conferencias, almuerzo, todo. Y baila”.

¿Vos no volviste?

Nunca más.

Diablos

Daniel, el hijo de Thelma, me pregunta si creo que es posible que un torturador, una bestia como el represor Cavallo puede haber ideado una estrategia mediática semejante como la que condenó a su madre. Relaciona entonces las fechas, la coincidencia de la campaña diseñada por Burson Marsteller y ese reportaje en Para Ti, en el contexto de toda la colaboración que prestó Editorial Atlántida a la dictadura. Dispara entonces hacia el corazón de las operaciones de prensa, que hoy gozan de excelente prestigio: Burson Marsteller acaba de ser nombrada Agencia Latinoamericana del Año 2013 por la publicación especializada en marketing The Holmes Report.

En Argentina, su flamante cliente es la multinacional Monsanto.

Plegarias

Thelma tiene un altar en su cuarto con las imágenes de Cristo, Sai Baba, la pirámide de Plaza de Mayo y la foto de su hijo Gustavo.

Su hijo Gustavo, 17 años

Reza allí todas las tardes una larga cadena de oraciones que ella misma escribe para una lista infinita de nombres que ella misma escoge. Tiene un atado con papelitos donde anota plegarias y personas. Le pido que anote mi nombre. La fotógrafa, también. Thelma los escribe a mano, en su lista infinita. Y dispara: “Mi hijo Daniel me pregunta qué encuentro en esta espiritualidad. Le respondo: tranquilidad. Eso es lo que necesito. Eso es lo que todos necesitamos”. Entiendo: el eterno rezo de Thelma es contra la impunidad. Y por la verdad.

Thelma

El juicio a los editores

La primera denuncia penal contra Editorial Atlántida y los responsables de la revista Para Ti por la publicación de la falsa entrevista a Thelma Jara de Cabezas se presentó en 1984 y fue archivada luego de la sanción de las leyes de impunidad. Su abogado era un profesor adjunto de Derecho Penal: Alberto Fernández, hoy más conocido como ex Jefe de Gabinete durante la presidencia de Néstor Kirchner.

El abogado y periodista Pablo Llonto, es ahora quien patrocina a Thelma en una nueva denuncia criminal contra los integrantes del directorio de Atlántida, “que estaban en conocimiento de la preparación y elaboración del reportaje y de otras notas sobre lo que sucedía en la ESMA y otros centros clandestinos”. La denuncia también involucra a periodistas “que en conocimiento del hecho realizaron el reportaje y con posterioridad no lo denunciaron”. La causa se tramita en el juzgado federal a cargo de Sergio Torres.

Ya declararon como testigos el periodista que realizó la nota y Tito La Penna, el fotógrafo. Dijo: “Hubo algo que me llamó la atención, y que después se lo comenté al periodista. Ella decía que buscaba a su hijo que estaba desaparecido. Y en esa época nadie hablaba de desaparecidos, nadie”.

El juez Torres citó, entre otros, al editor responsable de la publicación: Agustín Bottinelli. Comenzó así una serie de apelaciones con las que el periodista intentó eludir su declaración indagatoria. Concluyeron hace unos meses, cuando la Cámara Federal de Casación resolvió que Bottinelli debe presentarse ante la justicia. No lo hizo hasta hoy. Está esperando que el fallo sea confirmado por la Corte Suprema. En tanto, trabaja como jefe de la sección Sociedad del diario La Prensa.

Jara de Cabezas, Thelma

Juicio a las Juntas, 24 de Julio de 1985

Dr. López: Se llama al estrado a Thelma JARA de CABEZAS.

Dr. Ledesma: – ¿Alguno de sus hijos, señora, fue privado de su libertad?

Cabezas: Mi hijo Gustavo Alejandro.

Dr. Ledesma: ¿En qué circunstancias?

Cabezas: Bueno, el 10 de mayo.

Dr. Ledesma: ¿De qué año?

Cabezas: De 1976, salió de casa a la mañana muy temprano, a acompañar a una amiga.

Dr. Ledesma: ¿El nombre de esa amiga?

Cabezas: Mire ahora no recuerdo, pero le decíamos Kity.

Dr. Ledesma: ¿Le decían?

Cabezas: Kity.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Salió de casa, y en la plaza de Martínez hubo un operativo, mediante el cual detenían a los colectivos y hacían bajar a los pasajeros…

Dr. Ledesma: ¿Qué colectivo era, sabe qué línea era?

Cabezas: No estoy segura, pero creo que era el 314.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se enteró de eso?

Cabezas: Porque me vinieron a avisar, gente que había visto el operativo y que, casualmente, había un conscripto que conocía a mi hijo; el operativo era de Carapachay, donde vivíamos.

Dr. Ledesma: ¿Puede dar el nombre del conscripto?

Cabezas: No, porque no lo ubicamos después.

Dr. Ledesma: ¿Y otros datos para identificarlo?

Cabezas: No tengo ninguno.

Dr. Ledesma: Prosiga señora.

Cabezas: Y al bajar todos del colectivo, esta chica hechó a correr, le tiraron y la mataron, y a Gustavo lo subieron a un camión.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo después se enteró usted de este hecho?

Cabezas: A los pocos días.

Dr. Ledesma: ¿Efectuó alguna denuncia?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: Al respecto.

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿De quién recibió respuestas escritas?

Cabezas: Bueno, de los hábeas corpus, los hice en el Juzgado.

Ledesma: No, fuera de las…

Cabezas: De los hábeas…

Dr. Ledesma: Fuera de los hábeas corpus.

Cabezas: Bueno…

Dr. Ledesma: Usted personalmente, ¿recibió alguna respuesta escrita?

Cabezas: Por ejemplo, yo había presentado una carta al 1° Cuerpo del Ejército, y ahí me contestan que el paso no les correspondía a ellos, y pasaban al área correspondiente, eso es lo único que me dicen.

Dr. Ledesma: ¿Qué actividad desarrollaba su hijo?

Cabezas: Bueno, era estudiante, estudiaba en el colegio Emilio Lamarca de Ballester, estaba en 3° año.

Dr. Ledesma: ¿Qué edad tenía?

Cabezas: 17 años.

Dr. Ledesma: ¿Era estudiante secundario?

Cabezas: Estudiante secundario.

Dr. Ledesma: ¿Trabajaba?

Cabezas: No, estudiaba.

Dr. Ledesma: En el colegio, ¿desempeñaba alguna actividad en algún grupo estudiantil?

Cabezas: No, su actividad la desarrollaba cuando había algún festival, o algo así, cosas, digamos, muy infantiles, cosas de chicos…

Dr. Ledesma: ¿Y tenía alguna inquietud política?

Cabezas: Bueno, él decía que era peronista.

Dr. Ledesma: ¿Estaba afiliado?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿En algún grupo?

Cabezas: No estaba afiliado.

Dr. Ledesma: ¿Viajó al exterior?

Cabezas: ¿Mi hijo?

Dr. Ledesma: No, no, usted, ¿en procura de averiguar el paradero de su hijo?

Cabezas: Bueno, a raíz de la desaparición de mi hijo, yo comienzo a hacer todas las gestiones, y nos vamos reuniendo con otros familiares, y llego a la Liga Argentina por los Derechos del Hombre, donde nos ceden un lugar físico y ahí formamos la Comisión de Familiares de Detenidos y Desaparecidos por razones políticas.

Dr. Ledesma: ¿Usted desempeña algún cargo (inint.) en esa?

Cabezas: Yo era secretaria de organización de esa comisión, en el año ’79 viajé a México, y voy a Puebla.

Dr. Ledesma: ¿Viaja por decisión propia?

Cabezas: Por decisión propia.

Dr. Ledesma: ¿Con dinero particular?

Cabezas: Con dinero particular, y estando en México me integro a un grupo de madres y voy a Madrid para buscar una conexión con el Consejo Mundial de Iglesias, luego nos vamos a Roma.

Dr. Ledesma: ¿A través de quién hace esa conexión con el Consejo Mundial de Iglesias?

Cabezas: Era un pastor, cuyo nombre no recuerdo, y me dan una carta, entonces nos vamos a Roma a pedir una audiencia al Papa, pero en ese momento el Papa viajaba a México; nos recibe y volvemos a Puebla.

Dr. Ledesma: ¿A través de quién había hecho la gestión? ¿Desde México ideó toda la gestión para dirigirse a España, para ver, entrevistar a miembros del Consejo Mundial de Iglesias?

Cabezas: Bueno, este pastor era el que nos iba a dar las direcciones para encontrar, para comunicarnos con los miembros del Consejo Mundial de Iglesias.

Dr. Ledesma: Usted personalmente, ¿había hecho la gestión para comunicarse con él o alguna otra persona desde México?

Cabezas: Madres que vivían en Europa sabían el nombre de este pastor, entonces nos unimos y nos fuimos.

Dr. Ledesma: ¿Viajó usted sola o acompañada?

Cabezas: No, con otro grupo de madres.

Dr. Ledesma: ¿Puede mencionar algunas?

Cabezas: No recuerdo los nombres; en ese entonces, por razones de seguridad, no sabíamos los nombres, nada más que eso, sobrenombres, cosas así, pero sin importancia.

Dr. Ledesma: ¿Vuelve a Puebla?

Cabezas: Vuelvo a Puebla, y bueno en Puebla estábamos todo el tiempo en la reunión de los obispos del CELAM, y estoy ahí hasta marzo, y en marzo vuelvo, me reintegro a la Comisión de Familiares, mientras mi esposo trabajaba en Ushuaia.

Dr. Ledesma: Con relación a su viaje a Europa, y estando allí en alguno de los lugares en los que visitó, ¿tuvo algún contacto con integrantes de la organización ilegal Montoneros?

Cabezas: No señor, no señor, para nada.

Dr. Ledesma: Volvamos a Buenos Aires, ¿llega a Buenos Aires?

Cabezas: Llego a Buenos Aires; mi esposo trabajaba en Ushuaia, era empleado en Vialidad. El 7 de abril lo traen en un avión sanitario, con diagnóstico de cáncer de pulmón, paralizadas las piernas, y lo internan…

Dr. Ledesma: ¿Usted convivía con su esposo?

Cabezas: Desde la desaparición de Gustavo, bueno, él se quedó trabajando en Usbuaia y yo haciendo las gestiones acá.

Dr. Ledesma: Pero, ¿estaba separada?

Cabezas: No, él venía todas las veces que podía.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: El 7 de abril lo traen, lo internamos en el Hospital Español, y ahí me dedico a cuidarlo, era muy grave su estado, y entraba a las 8 y media de la mañana al hospital y salía a las 8 y media de la noche, y el 30 de abril…

Dr. Ledesma: ¿En dónde pernoctaba usted en esa época?

Cabezas: Me quedaba en la casa de un matrimonio mayor por comodidad, porque yo vivía en la casa de mi madre en Muñiz, y me quedaba muy lejos.

Dr. Ledesma: ¿En la casa de qué matrimonio?

Cabezas: Los dos ya no viven, la señora Carmen BONORA y el señor Emilio BONORA.

Dr. Ledesma: ¿Domicilio?

Cabezas: En Rivadavia. No recuerdo, creo que frente al Parque Rivadavia, al 4000 o no sé.

Dr. Ledesma: ¿Usted para esa época fue privada de su libertad?

Cabezas: El 30 de abril a las 8 de la noche, cuando salía del hospital.

Dr. Ledesma: 30 de abril, ¿de qué año?

Cabezas: De 1979.

Dr. Ledesma: ¿Hasta qué fecha permaneció privada de su libertad?

Cabezas: Hasta diciembre del ’79.

Dr. Ledesma: Prosiga, ¿en qué circunstancias es privada de su libertad, por cuántas personas?, ¿en qué es trasladada?

Cabezas: Estaba esperando en la calle Moreno el colectivo, creo que es el 118 que pasa por ahí, o el 115, no recuerdo bien ahora, y vi acercarse un auto, un Ford, un auto blanco.

Dr. Ledesma: ¿Marca?

Cabezas: Por el tamaño seria un Ford; tenía la puerta trasera abierta y cuando yo me fijé en ese detalle, una mano me tapa la boca y me introduce en el coche.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas personas iban?

Cabezas: Cuatro, y hay un detalle, cuando yo salía del hospital, que después de las 8 de la noche, el Hospital Español cerraba la puerta principal que da a la calle Belgrano y teníamos que salir por la calle Rioja, cuando voy a cerrar la puerta para salir, entra un hombre joven, y lo reconozco porque era el que estaba en el auto en el que me secuestran.

Dr. Ledesma: ¿Invocaron alguna autoridad?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Orden escrita le exhibieron?

Cabezas: Nada, nada, me tiraron, me pusieron esposa y capucha.

Dr. Ledesma: ¿La golpearon?

Cabezas: No, en ese momento no.

Dr. Ledesmmma: ¿La interrogaron en él?

Cabezas: Tampoco, nada.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo viajaron?

Cabezas: Y yo calculo que sería un poco más de media hora.

Dr. Ledesma: ¿Vestían de civil estas personas?

Cabezas: De civil.

Dr. Ledesma: ¿Exhibieron credenciales?

Cabezas: No, ninguna.

Dr. Ledesma: ¿Adónde fue conducida?

Cabezas: Bueno, supe después que era la Escuela de Mecánica de la Armada.

Dr. Ledesma: ¿Cómo lo supo?

Cabezas: Bueno, en el momento me llevan a una sala, me sacan la capucha y veo una sala que estaba tapizada, que después supe que era la sala de torturas.

Dr. Ledesma: ¿Tenía alguna denominación especial esa sala?

Cabezas: Y después supe que le decían la Huevera.

Dr. Ledesma: ¿Por qué le decían así?

Cabezas: Y, porque las paredes estaban tapizadas con cartones que sirven para envasar huevos.

Dr. Ledesma: Pero con posterioridad, ¿usted pudo apreciar personalmente a través de su vista que se trataba de la Escuela de Mecánica?

Cabeza.: No, no, en ese momento no, después supe.

Dr. Ledesma: Digo con posterioridad, no en ese momento.

Cabezas: Sí, después sí, además me preguntaron los otros secuestrados si sabía dónde estaba; yo me imaginaba que estaba ahí, por los ruidos, en el momento ese había fútbol, trenes, gritos de la cancha de fútbol y mucho tránsito.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasó allí?

Cabezas: Bueno, ahí, en ese momento, me revisan mi cartera, me muestran una pastilla, no era una pastilla, era como una cápsula negra, me dijeron que era veneno, que era mío; yo no tenía nada de eso, porque además no tenía por qué tenerlo; yo dije que no, después me preguntan quién era mi responsable, como asegurando que yo era militante de alguna organización. Yo digo que no tengo responsable, que yo no soy militante; bueno…

Dr. Ledesma: ¿Mencionan alguna agrupación concretamente?

Cabezas: No, en ese momento, bueno, quieren saber a qué fui a México, a qué fui a Roma, porque ellos ya sabían que yo habia ido a esos lugares porque había una chica que trabajaba con nosotros en la Comisión de Familiares, y estaba trabajando con ellos.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llamaba?

Cabeza.: Julia Estela SARMIENTO.

Dr. Ledesma: ¿Le preguntan algo sobre ella?

Cabezas: Me preguntaron, sí, por qué yo había cambiado con Julia.

Dr. Ledesma: ¿Y efectivamente usted había cambiado con ella?

Cabezas: Sí, yo tenía algo, que no sabia qué era, no sabia porque…

Dr. Ledesma: ¿Sospechaba algo de ella?

Cabezas Algo sí.

Dr. Ledesma: ¿Usted qué le responde?

Cabezes: Les digo que yo no tenía nada contra Julia, pero seguían insistiendo…

Dr. Ledesma: ¿En donde la había visto usted a Julia con anterioridad?

Cabezas: En la Comisión de Familiares, antes que viniera mi marido.

Dr. Ledesma: ¿Dónde se reunían?

Cabezas: En la Comisión, en la Liga.

Dr. Ledesma: ¿En dónde estaba ubicada?

Cabezas: Estaba en la calle Corrientes 1785.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas veces habrá concurrido Julia a dicho lugar?

Cabezas: ¿En ese año?

Dr. Ledesma: Sí.

Cabezas Todos los días, hasta que me secuestran.

Dr. Ledesma: Mientras la interrogan, ¿está encapuchada?

Cabezas: Bueno, no. Pero después me vuelven a encapuchar colocándome las manos a la espalda.

Dr. Ledesma: ¿Fue golpeada mientras era interrogada?

Cabezas: Sí, me dieron una cachetada, pero después, como no les decía qué había pasado, qué había hecho en Roma, entonces me desvisten, me ponen arriba de una cama y me torturan con picana eléctrica.

Dr. Ledesma: ¿Allí la seguían interrogando?

Cabezas: Me seguían interrogando; yo les decía que no sabía nada, no tenía nada que decir; preguntaban quién era mi responsable. Había muchas personas a mi alrededor que me interrogaban, aunque no las puede ver porque permanecía encapuchada; luego me sacan la capucha y me muestran fotografías.

Dr. Ledesama: ¿De quiénes?

Cabezas: Todas eran de organizaciones, decían ellos; yo no los conocía, sólo a Julia.

Dr. Ledesma: ¿Y fotografías individuales?

Cabezas: Individuales, yo conocí a Julia, a PUIGROS porque, bueno por la fotografía de los diarios, por todo el renombre que tenía, a FIRMENICH, por la fotografía de los diarios, y después a los demás no.

Dr. Ledesma: ¿Le quedaron secuelas de los tormentos recibidos?

Cabezas: Bueno, yo creo que no, creo que ésa fue la primera vez, después volvieron a torturarme, después de esa noche; bueno, me preguntan si yo tengo un responsable, yo digo, como me seguían torturando, digo, bueno sí, porque…

Dr. Ledesma: ¿Ese mismo día?

Cabezas: ¿Esa misma noche?

Dr. Ledesma: Esa misma noche.

Cabezas: Esa misma noche.

Dr. Ledesma: ¿Todo el tiempo, usted permaneció en ese subsuelo que mencionó?

Cabezas: Si.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Yo pensaba; quería saber dónde estaba, y se me ocurrió decir que si, que tenía un responsable, para ver si paraban la tortura, y me preguntaron cómo era, dije, morocho, alto, de traje, pantalón gris y campera azul; entonces…

Dr. Ledesma: ¿Sin nombrarlo?

Cabezas: Sin nombrarlo. Entonces paran la tortura, y me dicen dónde me van a mandar, y me llevan a Capucha.

Dr. Ledesma: Cuando dijo usted que tenía un responsable, ¿no le preguntan cómo hacía contacto con él?

Cabezas: Bueno, yo le dije que a través de un teléfono, y di un número de teléfono cualquiera, que conservo en la memoria pero no sabía de quién era, con el fin de poder conservar la vida, y poder llegar a saber dónde estaba y bueno, si estaba mi hijo…

Dr. Ledesma: ¿Adónde fue alojada entonces?

Cabezas: Me llevaron a Capucha; allí había 16 secuestrados.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a ese detenido que le informó esto?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Quién era?

Cabezas: Osmar LECUMBERRI.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Estaba al lado mío, por eso, fue el primero que habló conmigo. Y varios vienen a…, a preguntarme; ellos averiguan el número de teléfono y se dan cuenta de que es mentira, y viene un…, después supe que era un oficial, y me pregunta el número de teléfono; yo vuelvo a recordarles el mismo teléfono, se lo digo y se dan cuenta de que es mentira, entonces vuelven a torturarme.

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar?

Cabezas: En el mismo lugar, y ese señor a quien le doy el número de teléfono y se da cuenta de que no es verdad, cuando me están torturando, me dice “Señora, yo mato”, y tenía un olor a vino que impresionaba, y esa noche son muchas horas de tortura, no recuerdo porque no sé tampoco la hora que me llevaron; me llevaron a la noche y me tuvieron ahí, pienso que toda la noche, no sé cuánto tiempo.

Dr. Ledesma: ¿En qué consistió la tortura?

Cabezas: Picana eléctrica.

Dr. Ledesma: ¿Algún otro dato le pedían en ese momento?

Cabezas: Bueno, como había mentido tenían que saber por qué había mentido, por qué me había burlado de ellos, ellos lo sintieron así.

Dr. Ledesma: ¿Mantuvo usted su versión del responsable o la cambió?

Cabezas: No, dije que no, que era mentira, no, no, eso era mentira, después de esa vez…

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a alguno de sus torturadores?

Cabezas: En ese momento no, después sí, después me vuelven a llevar a Capucha, y estoy 48 horas sin comer ni beber.

Dr. Ledesma: Después, ¿se refiere a otra sesión de tormentos, o pudo identificar a éstos?

Cabezas: La tortura no es nada más que eso, la tortura física.

Dr. Ledesma: ¿Son dos veces que la torturaron?

Cabezas: Dos veces, sí.

Dr. Ledesma: ¿Quiénes fueron sus torturadores y cómo los identificó con posterioridad?

Cabezas: Bueno, después de esa sesión de tortura pasan unos días, y el 5 de junio me llevan a Pecera, eso durante el mes de mayo, pasé a en Capucha, sé la fecha porque los guardias escuchaban radio, y ahí sabíamos los días que eran. El 5 de junio me llevan a Pecera, antes de eso me llevan a conversar con uno de ellos y durante el tiempo que estuve supe los sobrenombres que tenían, uno era Juan, es el que habla conmigo y me dice que ellos tienen un método de recuperación y que me van a llevar a trabajar a un lugar para que yo pueda reintegrarme a la sociedad.

Dr. Ledesma: Sin entrar en detalles posteriores, para no perder la cronología del relato, yo sólo le pedía que mencionara quiénes fueron las personas que la atormentaron, y cuáles eran sus nombres.

Cabezas: Bueno, uno es Marcelo, el que le decían Juan, alguien que le decían Daniel, según me dijeron los otros secuestrados también estaba Abdala; el que me decía “señora, yo mato”, se llama Ricardo ESPEJAIME, eso lo supe…

Dr. Ledesma: ¿Puede repetir el nombre?

Cabezas: Ricardo ESPEJAIME.

Dr. Ledesma: ¿En dónde vio a estos señores?

Cabezas: Venían a Pecera.

Dr. Ledesma: ¿Todos?

Cabezas: Todos.

Dr. Ledesma: Prosiga con su relato.

Cabezas: Bueno, en Pecera…

Dr. Ledesma: Con posterioridad a esa última sesión de tortura, ¿adónde la conducen?

Cabezas: Me llevan a Capucha.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo permanece en Capucha?

Cabezas: Todo el mes de mayo, hasta que me llevan a Pecera el 5 de junio.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar detenidos que se hallaban en Capucha?

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿Quiénes?

Cabezas: Estaban Osmar LECUMBERRI, estaba Topo, que es un muchacho que no lo volvimos a ver; en ese momento yo sabía nada más que los sobrenombres, Mogo, Cachito, Mario…

Dr. Ledesma: De los que después supo el nombre, dígalos con el nombre, también.

Cabezas: Bueno, perfecto, estaba Roberto RAMIREZ, que era arquitecto; Osvaldo ACOSTA, abogado; Alejandro FIRPO, y a la esposa le decían Betty; estaba Lucía DEON; habla un médico que le decían Víctor o Caballo Loco.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si colaboraban de alguna manera con las fuerzas que los tenían detenidos?

Cabezas: Yo no vi nada…

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Bueno, después, me llevaron a hablar con una periodista; me sacaron entre Marcelo, Juan y otro, no sé si oficial o suboficial, no sé quién era, no conocí el nombre, y… a hablar con una periodista…

Dr. Ledesma: ¿Dentro de la Escuela de Mecánica…?

Cabezas No, me sacaron a la calle, era de noche…

Dr. Ledesma: ¿Estaba en Capucha cuando esto ocurrió?

Cabezas: Estaba en Capucha.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasó?

Cabezas: Me llevaron a un lugar que no sé dónde es, no pude ver nada; eran lugares desconocidos para mí, era como una oficina, pero desocupada, no había personal. Entramos por unas puertas donde no había ninguna persona, y me llevaron a una oficina, donde apareció una muchacha joven que dijo ser periodista. Entonces ellos me instruyeron y me indicaron lo que yo tenía que decir, que yo había buscado el refugio, el amparo de las Fuerzas Armadas, porque la banda de Montoneros me buscaba para matarme.

Dr. Ledemuma: ¿Pero era una entrevista periodística ésta?

Cabezas: Era una entrevista periodística; eso era para mandar al exterior, para desinformar, según me dijeron; que yo le diera esos datos nada más, y que la periodista iba a hacer una nota.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: De todas las cosas que se estaban…

Dr. Ledesama: ¿Cumplió este requerimiento usted?

Cabezas: Sí, ellos estaban detrás de mi, así se lo dije a la periodista y…

Dr. Ledesma: ¿Tomaba nota o grababa?

Cabezas: Tomaba datos nada más para luego armar la nota, después me enteré, eso habrá sido 15 minutos más o menos…

Dr. Ledesama: ¿Esto en qué fecha fue?

Cabezas: Y, no sé exactamente si fue una semana o dos semanas después del secuestro; no tengo noción de la fecha.

Dr. Ledesma: ¿Pero poco después de ser secuestrada?

Cabezas: Estando en Capucha, sí.

Dr. Ledesma: ¿Se enteró si salió algún…?

Cabezas: No, era tanto lo que estaban haciendo por mi desaparición, yo tenía a mi hijo y a mi nuera en México, y ellos se movían pidiendo a todos los organismos y a todas las personalidades, tratando de conocer mi paradero; entonces era mucho lo que se hacía en el exterior.

Dr. Ledesma: ¿En relación con ello le pidieron algo?

Cabezas: ¿Por mi hijo?

Dr. Ledesma: Sí, en relación con las gestiones que estaba efectuando su hijo.

Cabezas: No, no me decían nada, yo me entero después; cuando llegué a Pecera no me dejan ver los diarios, y los que estaban en contacto con los diarios tenían prohibido que me hicieran comentarios.

Dr. Ledesma: ¿No efectuó usted ninguna llamada a México, a su hijo o a algún conocido?

Cabezas: Sí, después de esa entrevista, me llevan a una central telefónica.

Dr. Ledesma: ¿Quién la lleva?

Cabezas: Me llevan Daniel y otras personas que en este momento no sé quiénes eran, no las volví a ver, no pude saber quiénes eran, pero a Daniel sí lo vi.

Dr. Ledesma: ¿Pudo ubicar en dónde estaba la central telefónica?

Cabezas: No, también era por lugares donde no había ninguna persona, había algunos dentro de ese lugar que eran los que tenían contacto…

Dr. Ledesma: ¿Qué llamado hizo?

Cabezas: Llamé a México, a la casa de una amiga…

Dr. Ledesma: ¿Una amiga de quién?

Cabezas: De mi hijo.

Dr. Ledesma: ¿De nombre?

Cabezas: Le decíamos Tipi, un sobrenombre.

Dr. Ledesma: ¿Usted la conocía?

Cabezas: No, hablé por teléfono nada más con ella, era sobrina de una madre de acá, de la comisión, y por ese motivo…

Dr. Ledesma: ¿Qué le dijo?

Cabezas: Entonces me hicieron decirle, de que si llamaba Daniel, mi hijo, que le dijera que yo estaba muy cansada, y que no hiciera nada, y esa noche cuando me llevaron lo primero que me dijeron…

Dr. Ledesma: ¿Recuerda el número al que llamó?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿Usted lo recordaba ese número?

Cabezas: No, yo lo tenía anotado en la cartera en un papel, porque, como mi marido estaba tan grave, bueno, era el único número adonde podía llamar por si pasaba cualquier cosa, lo que tenía que pasar, y ellos lo encontraron y entonces me hicieron llevar…

Dr. Ledesma: Esto aproximadamente, ¿en qué fecha sería?

Cabezas: Y esto tiene que haber sido… porque yo estaba muy agotada, pienso que habrá sido en la semana o dos semanas.

Dr. Ledesma: ¿Todavía estaba en Capucha?

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿Muy cercana a la entrevista periodística?

Cabezas: ¿Cómo?

Dr. Ledesma: ¿Cercana en el tiempo a la entrevista periodística?

Cabeza: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: Por esa época, ¿se le exigió alguna otra conducta?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: Prosiga con su relato.

Cabezas: Bueno, eso fue todo estando en Capucha, y ahí no me hicieron…, no hice más nada, hasta que me llevan a Pecera, que es en junio.

Dr. Ledesma: ¿Quién dispone su traslado a Pecera, dónde está Pecera, con qué fin la trasladan?

Cabezas: Bueno, digamos el responsable de Pecera era Marcelo, el que me lleva es Juan, con el consentimiento de todos los demás, porque después, a medida que iban viniendo me iban diciendo, en Pecera me llevan, me dicen que tengo que hacer trabajos administrativos, o sea Pecera estaba, digamos, en el entretecho, no le podría decir el Norte, Sur, Este, Oeste, no, sé que es en el mismo piso, pero digamos en otra punta del entretecho.

Dr. Ledesma: ¿En el mismo piso que está qué?

Cabezas: Donde estaba Capucha, pero es en otro sector.

Dr. Ledesma: ¿Cómo era? Descríbala.

Cabezas: Bueno, al entrar era un pasillo muy largo, y a los costados había pequeñas oficinas, donde cada secuestrado tenía un escritorio donde se trabajaba, las paredes eran de acrílico.

Dr. Ledesma: ¿A quién pudo ver allí en Pecera?

Cabezas: Bueno, ahí estaba un secuestrado que yo lo conozco por Coco, no sé el apellido, Ramón, Luis, Guille, le decían Duque, Hernán, y creo que nadie más, en ese momento eh, en ese momento…

Dr. Ledesma: ¿Puede señalar de alguno de ellos qué labor desempeñaban?

Cabezas: Bueno, por ejemplo Guille hacía el análisis de los artículos del exterior, sobre los negociados, sobre todo la parte política del exterior; había… Duque estaba en la parte archivo, que era archivar todos los recortes donde se hacían esos resúmenes que iban en carpetas; Coco hacia análisis de los artículos que se mandaban en el país, o sea a nivel nacional.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo estuvo en Pecera?

Cabezas: En Pecera estuve hasta diciembre.

Dr. Ledesma: Hasta diciembre, ¿hasta que salió en libertad?

Cabezas: Hasta que salí, sí.

Dr. Ledesma: Usted mencionó más de una vez en el curso de esta declaración, proceso de recuperación, ¿quién le mencionó esa palabra?

Cabezas: Marcelo, Abdala, Juan.

Dr. Ledesma: ¿En qué consistía el proceso de recuperación?

Cabezas: En que trabajáramos; poder demostrar digamos buena voluntad a la política de ellos, que era, según lo que nos decían, la política de MASSERA, de recuperar…, que aceptemos, trabajando y con buena voluntad, lo que ellos querían hacer, y aceptar lo que habían hecho, o sea a través de las muertes que entendiéramos que si ellos habían matado era por el bien de la Patria.

Dr. Ledesma: ¿Esto se lo expresó quién?

Cabezas: Eso era el comentario de que…, de Juan y de Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Delante de alguien le expresaron esto?

Cabezas: No, las conversaciones siempre eran individuales.

Dr. Ledesma: ¿En algún momento envió cartas al exterior o dentro del país?

Cabezas: Sí, eso fue en la segunda sesión de tortura, después que me recupero un poco en la misma noche de la tortura, no…, pasa esa noche de tortura, me llevan, me vuelven a traer otro día y otra vez me van a torturar, pero me dicen de que si escribo…, si acepto mandar unas cartas no iba a haber más torturas, bueno yo ya no tenía más fuerzas para sostenerme. Entonces dije que sí, y esas cartas fueron dirigidas a VIDELA, ARAMBURU, a la Asamblea Permanente, a GISCARD D’ESTAING, al presidente de Italia, a la Comisión de Familiares, y no recuerdo más.

Dr. Ledesma: ¿Eran manuscritas por usted todas esas cartas?

Cabezas: Eran copiadas, ellos hicieron las cartas, yo las tuve que copiar, en esa carta…

Dr. Ledesma: ¿La copia manuscrita?

Cabezas: Manuscrita, copia manuscrita.

Dr. Ledesma: ¿Los sobres los llenó usted tanibién?

Cabezas: No, eso lo hacían… mi letra sí, pero ellos los mandaban.

Dr. Ledesma: Por eso, ¿pero los sobres contenían su letra?

Cabezas: También, también.

Dr. Ledesma: ¿Qué remitente contenían?

Cabezas: Eso lo ponían ellos, del Uruguay, porque cuando… El primer día de tortura me dicen que yo voy a ir al Uruguay, entonces me hacen hacer las cartas; primero me hacen hacer cartas a mi familia, a mi madre, diciendo que yo estoy en el Uruguay, y que la policía me buscaba por montonera.

Dr. Ledesma: ¿Qué dirección tenía ese remitente en el Uruguay, lo recuerda?

Cabezas: No, no porque yo no lo veía, porque había un oficial o alguien del servicio de inteligencia del Uruguay que trabajaba con ellos, y era el que llevaba las cartas y las despachaba…

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar de la Escuela de Mecánica efectuó estas cartas?

Cabezas: ¿Dónde las escribí?

Dr. Ledesma: Sí.

Cabezas: En la sala de tortura.

Dr. Ledesma: ¿Alguien más había?

Cabezas: No, yo sola; venían los oficiales nada más.

Dr. Ledesma: Puede proseguir con su relato en Pecera o con relación a su trabajo, ¿puede relatar algo?

Cabezas: Bueno, yo era encargada de pasar en una tarjeta los titulares, diario y día que salían los artículos del exterior sobre política; me los pasaba Guille, que estaba a cargo de esos recortes.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a los guardias, tanto de Capucha como de Pecera, por nombres y apellidos?

Cabezas: Los guardias y…, no, apellidos no; sabía los de… por ejemplo, había 3 cargos o funciones, Pablo, Pablito, y después los verdes les decían a los chicos que eran muy jovencitos y que no tenían cargos, digamos rango.

Dr. Ledesma: ¿Qué funciones cumplían cada uno de ellos?

Cabezas: Y ellos cumplían la custodia nuestra, repartir la comida, desayuno y merienda y Pablito, por ejemplo, era el encargado de llevarnos a las duchas cuando era la hora del baño, algunas veces.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar, estando en Pecera, a algún otro detenido además de los que mencionó?

Cabezas: Después estaba el sector 4, que estaba abajo, en el sótano. Bueno, ahí fueron a trabajar Alejandro FIRPO, y la señora, Betty, ahí estaba Danielo, otro…
Dr. Ledesma: Repita este nombre por favor.

Cabezas: Danielo, estaba Carlos MUÑOZ…

Dr. Ledesma: ¿Quién más, señora?

Cabezas: Lucía DEON; iban a trabajar también Roberto RAMíREZ, bajaban de Capucha, a 4…, Víctor, el médico, después, había otro, Andrés, que no recuerdo el apellido…

Dr. Ledesma: ¿Había algún otro Víctor?

Cabezas: Había Víctor…

Dr. Ledesma: ¿Sabe el apellido?

Cabezas: No, no sé, le decían GUIDINI, no sé si era un sobrenombre o si era el apellido.

Dr. Ledesma: ¿Le decían?

Cabezas: GUIDINI, ZURITA…

Dr. Ledesma.: ¿Sabe si había alguna familia detenida?

Cabezas: ¿Familia?… No, supe después, cuando detuvieron a Victor BASTERRA, a la esposa y a la hijita, cuando a los pocos días que yo estaba en Capucha trajeron a una señora Rosa, que era una señora de Ciudadela que la habílan traído según dijeron por confusión, y esa señora estuvo hasta que se recuperó de las quemaduras de la picana, porque la habían torturado muchísimo.

Dr. Ledesma: Mientras estuvo detenida, ¿tuvo alguna noticia de su marido?

Cabezas: Bueno, yo pedí si podían decirme qué había pasado con mi marido, eso fue en junio…

Dr. Ledesma: ¿A quién le pidió?

Cabezas: A Pablo, a Juan, que era el oficial, y pasaron 15 días más o menos, y me dijeron que había fallecido el 23 de mayo.

Dr. Ledesma: ¿Con posterioridad pudo comunicarse con algún familiar en forma telefónica?

Cabezas: Después… antes de eso, en junio, un domingo me sacan para hacerme fotografías por la Panamericana, me saca un… uno del servido de Inteligencia al que le decían Hormiga, y me llevan junto…, él y 3 más, y 2 personas más…

Dr. Ledesama: ¿A los otros no los identifica?

Cabezas: No, no los vi más.

Dr. Ledesma: ¿Quién le saca las fotografías?

Cabezas: El Hormiga. Me llevan por la Panamericana y me sacan varias fotos con la intención de empalmarlo, no sé cómo es el término correcto, con algún edificio del Uruguay, para hacer… para mandar al exterior y hacer creer que yo estoy en el Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Con qué fin?

Cabezas: Para desmentir que estoy secuestrada.

Dr. Ledesma: En la comunicación que tuvo con su familia, ¿pudo corroborar la veracidad de la muerte de su marido?

Cabezas: Sí, después…

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha?

Cabezas: Pienso que habrá sido en julio, creo que habrá sido en julio.

Dr. Ledesma: ¿A qué teléfono llamó?

Cabezas: Llamaba al de unos vecinos.

Dr. Ledesma: ¿Qué familia era?

Cabeza: La familia DOTI.

Dr. Ledesma: ¿Y con quién habló en esa ocasión?

Cabezas: Bueno, hablaba con los vecinos pidiendo que… ellos llamaban, ya sea por ejemplo de Inteligencia de la ESMA llamaban, uno de los oficiales que estaba ahí.

Dr. Ledesma: ¿Qué persona?

Cabezas: Creo que uno se llamaba Julio, Julio, Juan…

Dr. Ledesma: ¿Ellos dispusieron que usted llamara o usted pidió que le concedieran?

Cabezas: No, no, ellos dispusieron, llamaban y decían del Uruguay, llamado del Uruguay de persona a persona.

Dr. Ledesma: ¿Con qué periodicidad efectuó llamados a su familia?

Cabezas: Y, al principio fue cada 15 días, y después fueron todas las semanas.

Dr. Ledesma: A usted, al ingresar o con posterioridad en la Escuela de Mecánica, ¿se le asignó algún número o apodo?

Cabezas: No, yo fui Thelma y nada más.

Dr. Ledesma: ¿Le pidieron sus datos?

Cabezas: ¿Como qué?

Dr. Ledesma: Sus datos personales, ¿le hicieron firmar alguna declaración?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿Le sacaron alguna fotografía fuera de ésta que acaba de mencionar?

Cabezas: Sí, estando en Pecera, a los poquitos días me llevaron al laboratorio, donde me sacaron fotografías para el documento que me hicieron, documento falso a nombre de Magdalena Manuela BLANCO, para viajar al Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha viajó al Uruguay y por qué motivo?

Cabezas: Bueno, la primera vez, pienso que habrá sido julio porque hacía mucho frío, a sacarme fotografías.

Dr. Ledesma: ¿Sabe quién le sacó la fotografia?

Cabezas: Hormiga.

Dr. Ledesma ¿En qué lugar físico le sacó la fotografía?

Cabezas: Me sacó en la plaza, caminando… varias…

Dr. Ledesma: No, no, le estoy preguntando, la fotografía para el documento a que acaba de hacer…

Cabezas: En el laboratorio me sacó… estaba Carlos MUÑOZ, estaba Andrés y Víctor, al que le decían GUIDINI… Y me sacó, creo que fue Carlos MUNOZ el que me sacó la foto también.

Dr. Ledesma: Relate el viaje al Uruguay.

Cabezas: Viajo con Marcelo, el Hormiga y el… no estoy segura si, no, la persona que es del servicio de inteligencia del Uruguay nos espera en el aeropuerto.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio viaja?

Cabezas: Esa vez creo que viajamos por Aerolíneas.

Dr. Ledesma.: ¿Desde dónde sale?

Cabezas: Desde Aeroparque.

Dr. Ledesma: ¿Y adónde llega?

Cabezas: A Carrasco.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasa allí?

Cabezas: Bueno, ese día me llevan a sacar fotografías en la plaza, sentada en un banco leyendo, en el monumento a Artigas, cuando vamos hacia el aeropuerto en la playa Pocitos…

Dr. Ledesma: ¿Quién le saca las fotos?

Cabezas: Hormiga.

Dr. Ledesma: ¿Vuelven el mismo día?

Cabezas: Volvemos el mismo día.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio?

Cabezas: Creo que esa vez vuelven por Austral, a la vuelta, me parece.

Dr. Ledesma: ¿El pasaje a nombre de quién estaba expedido?

Cabezas: Pienso que debe ser al de Magdalena Manuela BLANCO, porque presentaba ese documento y porque me llamaban por ese nombre.

Dr. Ledesma: ¿Usted portaba ese documento?

Cabezas: No, lo tenía Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Marcelo tenía algún apellido o…?

Cabezas Marcelo… no sé cómo iba el documento de él, si había un apellido no sé.

Dr. Ledesma: ¿Efectuó algún otro viaje al Uruguay?

Cabezas: Sí. Esa vez de la fotografía, después, bueno, se acerca el viaje de la comisión de la OEA, entonces nos van a llevar a todos, nos avisan que nos hacen hablar a nuestra familia de que por todo el mes de septiembre no vamos a estar; a mí me hacen decir que por razones de seguridad.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha estamos aquí?

Cabezas: Y eso fue en agosto, que nos hacen decir… A mí me hacen decir que por razones de seguridad no voy a llamar más desde el Uruguay, y nos avisan que, vamos a ir a una isla, todos, y que los que estamos en Pecera y los que están en Cuatro vamos a tener tareas en la cocina, nos vamos a turnar para cocinar para todo el personal.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medios los llevan a la isla?

Cabezas: Salimos del canal de San Fernando en lancha.

Dr. Ledesma: ¿Y desde la Escuela de Mecánica hasta San Fernando?

Cabezas: En camión, cerrado, con lona. A mí me avisan que no voy a viajar con todo el grupo a la isla porque hay un periodista de “Para Ti” que desea verme…

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Entonces se van todos y yo me quedo sola en Pecera, y esa mañana viene Marcelo, todavía no estaba confirmada la entrevista con “Para Ti”, y me pregunta si yo tengo una sobrina, yo le digo que si, que tengo varias sobrinas, y me dice él: “Pero Norma Cristina COSE”. “Sí, es mi sobrina -le digo-. ¿Por qué? ¿Qué pasa?”. “La tenernos nosotros. Después te la voy a traer para que la veas, pero hay algo más importante que es el periodista de ‘Para Ti’, que desea verte, y vamos a arreglar para que salgas con Ruso -que era otro secuestrado-… haciéndose pasar por tu sobrino, y la entrevista va a ser confirmada al otro día.” Una cosa así me dice; esa mañana me traen a mi sobrina y al marido, que estaban secuestrados.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llama el marido?

Cabezas: Eduardo… Héctor Eduardo PICHINI. Bueno…

Dr. Ledesma: ¿Habla con ellos?

Cabezas: Hablo con ellos por separado…

Dr. Ledesma: ¿Recibe alguna amenaza?

Cabezas: No, no había una amenaza, digamos… evidente, tácita, era una cosa así como, bueno, “está tu sobrina, está el periodista”; algo así como un trueque ¿no? Era algo velado.

Dr. Ledesma: ¿Qué instrucciones se le dieron sobre la entrevista?

Cabezas: Bueno, que tengo que decir al periodista,como le dije a la otra periodista, pero ahora en diferente forma, que yo estuve con la banda de Montoneros, que fui engañada por los organismos de derechos humanos, que Amnesty Internacional también me engañó, o sea… todo era como para desprestigiar a los organismos de derechos humanos y desmoralizar a los familiares, tal cual sale con la revista después, y que…

Dr. Ledesma: ¿Quién le da estas instrucciones?

Cabezas: Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Delante de alguien?

Cabezas: No, sola, siempre sola.

Dr. Ledesma: ¿El Ruso no estaba tampoco en esa circunstancia?

Cabezas: Tampoco. Bueno, y creo que es al otro día, no recuerdo bien, no estoy segura…

Dr. Ledesma: ¿Puede precisar la fecha?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Aproximadamente? Con referencia al viaje a la isla…

Cabezas: Claro, creo que… no estoy segura si es el 24 de agosto que los 11 van a la isla, no estoy segura, pero más o menos por la fecha que sale la entrevista con “Para Ti”.

Dr. Ledesma: ¿Pero a usted en qué fecha la llevan a la isla?

Cabezas: A mí me llevan después de “Para Ti”.

Dr. Ledesma: Cuando usted dice el 24 de agosto llegan a la isla, ¿se refiere a cuál grupo?

Cabezas: Al otro grupo, a los demás.

Dr. Ledesma: Perfecto. ¿Con qué fin se hacía esa entrevista? y ¿se lo expresaron a usted o no?

Cabezas: No, para confirmar lo que ellos decían que yo estaba en el Uruguay para que se siga creyendo que yo no estaba secuestrada, que era una supuesta desaparición, y así fue…, me llevan a la peluquería, me compran ropa…

Dr. Ledesma: ¿Quién la lleva a la peluquería?

Cabezas: Me lleva un muchacho de Inteligencia que le decían Mario, y…

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio la lleva a la peluquería?

Cabezas En coche, de la ESMA salíamos en coche.

Dr. Ledesma: ¿Encapuchada o…?

Cabezas: No, no, con anteojos ahumados.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar en qué peluquería estuvo?

Cabezas: No, no, porque era cerca de Cabildo, pero una calle que cortaba Cabildo, así que no conozco el lugar.

Dr. Ledesma: ¿Cerca de Cabildo, en la Capital Federal?

Cabezas: Sí, Capital Federal era.

Dr. Ledesma: ¿Y la vestimenta en dónde la compraron?

Cabezas: La compran en Once.

Dr. Ledesma: ¿Acompañada por quién?

Cabezas: Esa vez voy acompañada por otro, no sé si oficial o suboficial, no conozco el grado, que le decíamos Willie…

Dr. Ledesma: ¿Se la hicieron probar a la vestimenta, o se la compraron directamente?

Cabezas: No, me hicieron probar.

Dr. Ledesma: Relate dónde fue la entrevista, si es que se realizó.

Cabezas: Sí. Me avisan que voy a salir con Ruso, solos los dos, a Ruso le dan un micrófono muy chiquitito que lo lleva en el bolsillo de la camisa, y me avisan de que van a ir dos coches con armas, y que tenemos que ir a la confitería de Figueroa Alcorta y Pampa.

Dr. Ledesma: ¿Usted en qué medio tenía que ir?

Cabezas En un coche, solos los dos.

Dr. Ledesma: ¿Qué vehículo era?

Cabezas: Creo que era un Renault, pero no recuerdo bien.

Dr. Ledesma: ¿Recuerda cómo se llamaba la confitería a la que concurrieron?

Cabezas No sé el nombre, sé que es Figueroa Alcorta y Pampa.

Dr. Ledesma: Bueno, relate.

Cabezas: Llegamos ahí, estaciona el coche, hay unas escaleritas para subir, entramos en la confitería y nos ponemos a la derecha de la entrada, nos sentamos y en eso se acercan dos señores, que eran el periodista y el fotógrafo; entonces me preguntan si yo soy Thelma JARA de CABEZAS, y que él es el periodista de “Para Ti”, que querían hacerme una nota, si podíamos ir al…

Dr. Ledesma: ¿Se acreditaron de alguna manera?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Exhibieron alguna credencial o algo así?

Cabezas: Yo creo que la credencial de periodista nada más. Y si podemos ir al otro ángulo de la confitería, entonces piden al mozo que corra las cortinas; no había nadie en la confitería y después entra…

Dr. Ledesma: ¿Que las abran o que las cierren las cortinas?

Cabezas: Que la cierren; después entran ABDALA, Julia, Juan, en otra mesa está Marcelo y no recuerdo con quién otro, que está a mi espalda…

Dr. Ledesma: ¿Marcelo y quién más?

Cabezas: No sé con quién estaba Marcelo, y el periodista pone…

Dr. Ledesma: ¿Qué actitud adoptan ellos?

Cabezas: Bueno, el periodista bastante… digamos, no sé si agresivo, en el sentido de querer desprestigiar a los organismos de derechos humanos, y todo el trabajo y la lucha de los familiares ¿no?, haciendo mucho hincapié de que yo voy a la liga, ¿por qué Amnesty Internacional, por qué recurro; por qué hacemos tanto movimiento, por qué tantos pedidos?

Dr. Ledesma: ¿Efectúan grabación de la entrevista o efectúan notas?

Cabezas: Hay grabador.

Dr. Ledesma: ¿Pudo determinar cómo se llamaba de apellido el Ruso? Con posterioridad me refiero.

Cabezas: Lo supe hace poco.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llama?

Cabezas: Lázaro BRASTEIN.

Dr. Ledesma: ¿Qué actitud adoptaron mientras se desarrollaba la entrevista periodística Julia, ABDALA, Juan y Marcelo?

Cabezas: Estaban en una mesa atrás nuestro, y Marcelo tenía el retorno del micrófono, así que escuchaba toda la conversación.

Dr. Ledesma: ¿Usted respondía conforme a las instrucciones que había recibido?

Cabezas: Sí, conforme a las instrucciones y en algún… por ejemplo hubo detalles, que los.., ellos no me dijeron que yo dijera…, cuando fui a la entrevista con la primera periodista me dijeron: “no menciones a tuhijo, que está en México”, y esta vez me dijeron: “Hacé igual que con la periodista”, entonces me pregunta el periodista si yo tenía otro hijo y yo le dije que no; luego me pregunta si yo creo en Dios, yo le contesto que para mi lo único verdadero y real es Dios y la justicia divina, y ellos me preguntan qué pienso de los culpables.

Dr. Ledesma: ¿Usted vio con posterioridad ese reportaje?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿No lo leyó nunca?

Cabezas: No, porque no podía, porque pensé que era…, sabía que era todo fraguado porque después se desvirtuaba todo lo que yo había dicho…

Dr. Ledesma: ¿No declaró judicialmente sobre ese reportaje?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿No le fue exhibido en esa ocasión?

Cabezas: En esa ocasión sí, lo leí; sí, sí, en ese momento lo escuché…

Dr. Ledesma: ¿Recuerda en qué lugar le fue exhibido?

Cabezas: Sí. ¿Puedo decirlo? En el juzgado del doctor OLIVIERI.

Dr. Ledesma: ¿Lo que ahí aparece concuerda con las expresiones vertidas por usted en la ocasión…?

Cabezas: No sale lo que me preguntan, si tengo otro hijo, sale que yo me voy al Uruguay después que muere mi marido, y eso no es cierto; no salen las respuestas mías sobre los culpables y sobre la justicia divina, son detalles que yo iba poniendo como para… pensando siempre que mi familia tuviera un…

Dr. Ledesma: ¿Y lo que sale positivamente se ajusta más o menos a lo expresado por usted?

Cabezas: No, nada.

Dr. Ledesma: ¿En qué aspecto?

Cabezas: Bueno, no salen esos detalles, y no salen…

Dr. Ledesma: Señor secretario, un segundito por favor; señor secretario exhiba a la compareciente. Señora, se le va a exhibir la fotocopia de la causa del Juzgado de Instrucción N° 3, que el secretario va a individualizar, y con el reportaje a la vista usted nos va a señalar en qué lugares se aparta de lo que expresó.

Cabezas: Perfecto.

Dr. López: Bueno, se trata de fotocopia certificada del expediente 39.426 del Juzgado de Instrucción N° 3, caratulado “VARELA CID, Eduardo”, su denuncia las fotocopias que se le van a exhibir son las correspondientes a las fojas 7 a 11 de la numeración original del expediente y, como número de fotocopia, 12 a 16.

Dr. Ledesma: Señor secretario, alcance a la testigo la respuesta recibida según su informe del día de la fecha que contiene el mismo elemento, y exhíbaselo directamente desde este…

Dr. López: Perfecto, a continuación se le va a exhibir idéntica… otra copia de la misma nota periodística que es la que se recibió ayer en secretaría.

Dr. Ledesma: Señora, la oigo, léalo, y al tiempo que lo va leyendo, no lo lea en voz alta, sino señálenos las diferencias que encuentra entre lo que usted afirmó y lo que aparece en el reportaje. A partir de su declaración, por favor, sin introducción ¿no? Señora…

Cabezas: Bueno, es todo mentira, es espantoso, yo no recibí amenazas, yo estuve.., ellos hacen publicar que Gustavo fue muerto en un enfrentamiento.

Dr. Ledesma: Más cerca del micrófono negro, por favor.

Cabezas: Ellos hacen publicar en los diarios que Gustavo fue muerto en un enfrentamiento…

Dr. Ledesma: Prosiga señora, por favor…

Cabezas: Yo no recibo amenazas, es mentira lo que… sobre la liga, en qué momento puedo decir eso, si ellos nos ayudaron siempre; además el funcionamiento y el trabajo de los familiares era por motivos tan dolorosos que de ninguna manera podía pensar eso… en ningún momento está, yo decido hacer, pensar que la solicitada era mentira, en ningún momento se acerca nadie a mí, en ningún momento mi hijo tiene ninguna actitud de ese estilo que dice acá, con los periodistas que sacan, me llevan ellos al Uruguay, el abogado McBRAIT menciona mi caso porque los familiares van a España en donde se realiza el congreso, de ninguna manera es…

Dr. Ledesma: ¿Qué familiares van a…?

Cabezas: De la Comisión de Familiares, no sé quiénes son las personas que viajaban…, es todo espantoso y mentira.

Dr. Ledesma: Señora, usted afirma que el contenido de esta entrevista es falso, la pregunta que le formula el Tribunal es si la respuesta que usted dio en esa entrevista en la confitería de Pampa y Figueroa Alcorta se ajusta a lo que dice ahí, o tampoco se ajusta.

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Las instrucciones que usted había recibido de Juan, Marcelo, etc., sobre las respuestas que debía dar, no son éstas?

Cabezas: No, está todo cambiado, todo cambiado, o sea, yo no digo que estoy secuestrada, no digo en ningún momento que estoy… sí, cómo podría explicarle, el periodista en lo que insiste es por qué yo recurro a los organismos de derechos humanos, Amnesty Internacional para pedir por el paradero de mi hijo, él hace hincapié y persiste en la pregunta, él dice que los organismos son usados por las organizaciones terroristas, eso es lo que dicen…

Dr. Ledesma: En concreto, señora, ¿sus respuestas grabadas por el periodista son las que aparecen en la revista o no?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: Prosigamos. Luego del reportaje, ¿qué es lo que pasa?

Cabezas: Luego del reportaje, bueno, volvemos a la Escuela y de ahí al otro día me llevan a la isla… esa noche…

Dr. Ledesma.: ¿Pudo identificar la isla?

Cabezas: No, no sé el lugar.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo permanecen en la isla?

Cabezas: Estamos hasta fines de setiembre, pero yo vuelvo a viajar al Uruguay, me llevan más o menos, creo que pasan 3 días más, ya estaba la comisión, dos veces más viajo al Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Con qué fin la llevan al Uruguay?

Cabezas: Para entrevistarme con dos periodistas de Nueva York para desinformar sobre mi desaparición, me llevan…

Dr. Ledesma: ¿Con quién viaja?

Cabezas: Con Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Con qué medios?

Cabezas: Avión… creo que Austral.

Dr. Ledesma: ¿Dónde se aloja en Uruguay?

Cabezas: En un hotel que está… no sé el nombre.

Dr. Ledesma: ¿No pudo identificarlo con posterioridad? ¿En qué calle está ubicado?

Cabezas: Bueno, los únicos detalles que tengo es que estaba cerca de la municipalidad y a la calle paralela de la avenida 18 de Julio -creo que es la avenida principal del Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Se realiza la entrevista?

Cabezas: Esa vez no. No se realiza porque no pueden viajar los periodistas, pero a mí me hacen conectar en una pizzería, estaba uno de los de servicios de Inteligencia del Uruguay, y viene otro que le hacen… dice llamarse Víctor CARRASCO. El era el encargado de recibir a los periodistas y hacerse pasar por mi amigo, que era el que me protegía en el Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Tiene lugar esa entrevista en esa ocasión?

Cabezas: En esa ocasión no, vuelvo a Buenos Aires y vuelvo a la isla; a los pocos días, creo que dos días más tarde, otra vez me llaman y viajamos al Uruguay nuevamente con Marcelo, ahí en el Uruguay nos recibe nuevamente el que se decía llamar Víctor CARRASCO y el otro señor que era del servicio de Inteligencia.

Dr. Ledesma: ¿Tuvo la entrevista?

Cabezas: Ese día llegamos de noche, al otro día a la mañana temprano llegan los dos periodistas…

Dr. Ledesma: ¿Dónde se aloja esa noche?

Cabezas: En el mismo hotel; me hacen poner anteojos ahumados, pañuelo en la cabeza, porque ya había salido “Para Ti”, y me llevan a un departamento que era de unos amigos de este señor uruguayo, y ahí están los dos periodistas o sea… pasan, yo tengo que estar en una esquina, en la avenida 18 de Julio, y a las 9 de la mañana pasa un coche con uno que se hacia llamar Víctor CARRASCO, los dos periodistas y un integrante del Centro Piloto de París, y en la entrevista…

Dr. Ledesma: En resumen, ¿cuáles son sus respuestas en las entrevistas?

Cabezas: Bueno, la entrevista es preguntarme en relación con mi desaparición, si es verdad que estoy desaparecida; bueno, yo digo que no, eso tenía que decir, que Víctor CARRASCO era mi amigo, que me había protegido en el Uruguay, que me daba ropas, alimentos, remedios, y que iba a estar ahí no sé por cuánto tiempo hasta que tuviera seguridad de volver a mi país.

Dr. Ledesma: ¿Se expide usted en esa entrevista en contra de las organizaciones de derechos humanos?

Cabezas: Ahí también ellos vuelven a indicarme de que ellos saben que los organismos de Derechos Humanos son usados por las organizaciones terroristas.

Dr. Ledesma: ¿Usted acepta eso; usted lo dice en esa entrevista?

Cabezas: No, ellos preguntan y yo digo que yo no sé, ellos me preguntan si es verdad eso, si yo sé eso, que yo no sé eso…

Dr. Ledesma: ¿Usted dice no saber?

Cabezas: Claro, era a través de un intérprete, o sea, ellos me preguntaban, el intérprete…

Dr. Ledesma: El intérprete quién…

Cabezas: El intérprete era del grupo del Centro Piloto de París.

Dr. Ledesma: ¿Cómo sabe que era del grupo del Centro Piloto de París el intérprete?

Cabezas: Porque me lo comenta después; termina la entrevista, me sacan fotografías, en la calle, al lado de un coche con chapa del Uruguay para publicar las fotos en Estados Unidos y en toda Europa, y se van ellos, y yo me quedo con el que decía ser Víctor CARRASCO.

Dr. Ledesma: ¿El intérprete era de idioma inglés?

Cabezas: Hablaba inglés.

Dr. Ledesma: ¿Usted sabe hablar inglés?

Cabezas: No, no.

Dr Ledesma: ¿Vuelve a la isla?

Cabezas: Vuelvo a la isla…

Dr. Ledesma: ¿Qué funciones cumple en la isla usted?

Cabezas: Cocino.

Dr. Ledesma: ¿Qué detenidos pudo ver en la isla?

Cabezas: En la isla había una casa en la que estabanlos “capuchas”. Habían trasladado a todos los que estaban en Capucha en ese momento…

Dr. Ledesma: ¿Cuántos eran, aproximadamente?

Cabezas: Eran más de 15… 17 eran.

Dr. Ledesma: ¿Pudo reconocer alguno de los que estaban en Capucha?

Cabezas: Después, cuando llegamos a Pecera; cuando volvimos a fines de setiembre.

Dr. Ledesma: ¿Cómo vuelven a la ESMA?

Cabezas: Volvemos nosotros primero en lancha y después nos espera un camión en el canal de San Fernando, un camión con toldo, y nos ponen a todos y nos distribuyen otra vez en la ESMA.

Dr. Ledesma: ¿Supo de la muerte o de la desaparición de alguna persona en la ESMA?

Cabezas: Sí; antes de ir a la isla, creo que fue en agosto, secuestraron a un matrimonio VILLAFLOR. Eran dos matrimonios: Josefina VILLAFLOR, José HAZAN, Elsa MARTíNEZ y Raimundo VILLAFLOR. En la madrugada en que los secuestran estábamos en Pecera un grupo de secuestrados y viene a decirme uno de Inteligencia, a quien le decían “Julio”, si podía cuidar a una nena, era la hijita de Josefina VILLAFLOR. La nena se queda conmigo; pienso yo que sería por la edad, pero se durmió pensando en su abuela. Yo duermo con la nena porque la nena lloraba mucho y a la otra mañana, a eso de las diez de la mañana, la llevan a la casa de la abuela. Uno de Inteligencia, a quien le decían “Fafa” y Lucía de OHN, se la entregan. Sabemos que la entregan en la casa de la abuela diciendo que eran compañeros de los padres. Además, esa noche traen elementos de la casa de los VILLAFLOR-HAZAN: máquinas de coser, licuadora, exprimidora y ropas.
Dr. Ledesma: Pero, ¿por qué usted afirma, concretamente que saben, que estas personas murieron o desaparecieron?

Cabezas: Yo no vi que los mataran, sabemos que no están…

Dr. Ledesma: ¿Hay algún personal de la ESMA que se lo refirió?

Cabezas: No, no. Lo que sé, si, es que muere Raimundo VILLAFLOR porque nosotros, en ese momento, teníamos el dormitorio entre Capucha e Inteligencia, y cuando los llevaban a torturar, tenían que pasar por ese lugar para Capucha y yo veía y podía mirar cuando los llevaban los guardias y que los arrastraban y los golpeaban y supimos que hubo mucho movimiento una noche. Corrían todos los guardias y era que había muerto; después supimos por los guardias, los chicos -los verdes que les decían-, que habla muerto realmente…

Dr. Ledesma: ¿Sabe en qué condiciones murió?

Cabezas: Después de una torrura dijeron que era un paro cardíaco por los golpes recibidos.

Dr. Ledesma: ¿Le consta la aplicación de tormentos a otros detenidos en la ESMA, aparte de los que acaba de mencionar?

Cabezas: Me consta a través de los dichos; o sea, me decían, me contaban cómo fueron torturados, pero no lo he visto.

Dr. Ledesma: ¿No oyó a alguien a quien torturaran o vio signos de esas torturas en alguien?

Cabezas: Eso fue cuando recién estuve en Capucha. Esa señora. Rosa, que estaba torturada hasta en la boca: eso sí lo vi.

Dr. Ledesma: ¿Visitó usted a su familia?

Cabezas: Sí; después que volvemos de la isla me lleva a La casa de mi madre, una noche, una tarde, a las 7.30 de la tarde, en un taxi que era de la ESMA, con un guardia al que le decían “Mario” y me deja dos horas en la casa de mi madre. A las nueve de la noche pasa a retirarme.

Dr. Ledesma: ¿Con posterioridad se repitió esto?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas veces?

Cabezas: Y… después me llevaban, por ejemplo, a las 8 de la noche y me iban a retirar a las 8 de la mañana del domingo; después fueron llevándome a las 8 de la noche del sábado y me iban a retirar a la noche del domingo.

Dr. Ledesma: ¿En qué condiciones recuperó su libertad?

Cabezas: Ellos me dijeron que yo estaba ahí por la acción psicológica que desempeñaba, que creían que estaba en condiciones de salir en libertad.

Dr. Ledesma: ¿Quién la dispuso?

Cabezas: ABDALA

Dr. Ledesma: ¿El personalmente se la comunicó?

Cabezas: El, personalmente, delante de todos.

Dr. Ledesma: ¿Y sabe cómo se decidía una libertad?

Cabezas: Mire, no sé exactamente cómo, concretamente. Sabemos -se decía-, se reunían y decidían. Eran decisiones por mayoría.

Dr. Ledesma: ¿Quienes?

Cabezas: Los oficiales, o sea, el equipo de ABDALA se reunían y, bueno, decidían quién iba a salir y quién no iba a salir. Eso era como una votación, pero no es nada concreto.

Dr. Ledesma: ¿Esto cómo lo supo?

Cabezas: Y… eso se decía por los guardias, pero…

Dr. Ledesma: ¿Con relación a la decisión de alguna muerte o traslado de alguna persona?

Cabezas: También; todo se decidía así.

Dr. Ledesma: ¿No sabe cómo estaba estructurado el grupo de tareas que usted mencionó, ABDALA y ese asunto de la votación, etcétera. Si había divisiones de tareas dentro del grupo?

Cabezas: No sé exactamente. Como para decirle algo concreto, no se.

Dr. Ledesma: Mientras permaneció en la ESMA, ¿estuvo a disposición de alguna autoridad civil o militar?

Cabezas: Cuando sale la revista Para Ti, va el…

Dr. Ledesma: Me refiero a algún proceso civil o militar.

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Y a disposición del PEN?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: Aparte de las salidas que mencionó en el curso de la declaración, ¿fue conducida en alguna oportunidad a algún otro lado?

Cabezas: No. A la isla, a la quinta; había una quinta en Del Viso.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo estuvo allí?

Cabezas: A la quinta me llevaron cuando me traían del Uruguay para dormir; ahí tenían una quinta de fin de semana.

Dr. Ledesma: Y aparte de la declaración judicial que mencionó, ¿efectuó alguna denuncia por estos hechos?

Cabezas: No

Dr. Ledesma: ¿Ante la CONADEP?

Cabezas: Sí, ante la CONADEP sí.

Dr. Ledesma: ¿Tenía usted militancia política?

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: ¿Qué actividades desarrollaba?

Cabezas: Estaba en la comisión de los familiares como secretaria de esa organización; era asistente dental y no estaba en ningún partido.

Dr. Ledesma: En qué trabajaba, me refiero…

Cabezas: Trabajaba en el Instituto de Odontología de Olivos como asistente dental.

Dr. Ledesma: ¿Sabe de algún matrimonio que haya estado detenido en la ESMA, aparte de los que ya mencionó?

Cabezas: Matrimonio… Yo veía a los guardias que venían con las alianzas de los secuestrados. Una vez vino un guardia y me dijo: “Miré…”

Dr. Ledesma: ¿Los nombres de algún matrimonio que no haya mencionado en el curso de su declaración?

Cabezas: No. No recuerdo en este momento.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si había algún detenido de sobrenombre “Pisco”?

Cabezas: Sí, a “Pisco” sí. “Pisco” estaba en Pecera, en Capucha cuando yo estuve en Pecera. A “Pisco” lo vi estando en el lavadero porque los de Capucha teníamos un lavadero común y a “Pisco” lo trajeron a lavar los platos, por ejemplo, y yo fui a lavar ropa.

Dr. Ledesma: ¿Sabe el nombre de “Pisco”?

Cabezas: Pablo LEPISCOPO.

Dr. Ledesma: ¿Sabe de alguna persona apodada “Kuky” que haya estado detenida mientras usted también lo estaba?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Sabe el nombre?

Cabezas: Susana de BARROS. No sé el otro apellido de ella.

Dr. Ledesma: ¿El marido estaba detenido?

Cabezas: También.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llamaba?

Cabezas: Osvaldo BARROS.

Dr. Ledesma: ¿Tenía algún apodo?

Cabezas: Yo lo conocí por Osvaldo, pero creo que los guardias le habían puesto ahí “Anteojito”.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si había alguna persona de edad que…?

Cabezas: Estaba la señora a la que le decían “Tía Irene”. Yo la vi en el lavadero también.

Dr. Ledesma: ¿De alguna profesora de inglés que hubiera estado detenida?

Cabezas: Sí. Mariana. Se llamaba Nora Irene WALSHON, estuvo en Pecera con nosotros también.

Dr. Ledesma: Aparte de las personas parientas suyas que estaban detenidas, ¿algún conocido o familiar suyo fue privado de su libertad, aproximadamente para la fecha en que Ud. fue privada?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿La Fiscalía alguna pregunta?

Dr. Moreno Ocampo: Sí señor presidente, si supo que hubiera algún detenido que se especializaba enarreglar aparatos electrónicos.

Cabezas: Sí, Mario VILLANI.

Dr. Moreno Ocampo: Si puede explicar cómo sabe que estaban “Kuky” y “Anteojito”.

Cabezas: Porque estaban en Pecera conmigo

Dr. Ledesma: ¿Recuerda qué trabajo desarrollaban?

Cabezas: Ellos hacían el análisis de los artículos que salían en los diarios, no se si eran políticos o si eran culturales, me parece que eran culturales.

Dr. Moreno Ocampo: Si sabe ¿cómo lograron los oficiales que allí trabajaban que se publicaran los reportajes que le hicieron en las diferentes revistas?

Cabezas: ¿Si sé cómo los oficiales hicieron para publicar el reportaje en Para Ti?

Dr. Ledesma: No, en la primera entrevista.

Dr. Moreno Ocampo: Si conoce alguno.

Cabezas: No sé porque eso lo manejaban desde el exterior, ellos con el…

Dr Ledesma: ¿Dijeron qué contacto tenían ellos?

Cabezas: El Centro Piloto de París hacía todas las cosas.

Dr. Ledesma: ¿También con la revista Para Ti?

Cabezas: Y no, de eso no.

Dr. Moreno Ocampo: Para complementar esta pregunta que se hace, si le podíamos repreguntar si supo que tuviera alguna conexión con algún medio de prensa, la gente que trabajaba en ese lugar, o que estaba en ese lugar.

Cabezas: ¿Sí había alguna conexión? No, no recuerdo.

Dr. Moreno Ocampo: Si la entrevista que le hicieron en Figueroa Alcorta el periodista que la entrevistó, le dio un nombre o se identificó de algún modo.

Cabezas: No.

Dr. Moreno Ocampo: Si lo puede describir.

Cabezas: La descrípcíonn no recuerdo bien exactamente. Hace muchos años.

Dr. Ledesma: ¿No puede dar ningún dato?

Cabezas: No; joven de unos treinta y algo de años…

Dr. Ledesma: ¿Del fotógrafo tampoco?

Cabezas: Del fotógrafo, también joven, alto, creo que tenía bigotes, no sé, no sé.

Dr. Moreno Ocampo: Si supo algo del secuestro de HIDALGO SOLA y Elena HOLMBERG, estando ella detenida en la ESMA.

Cabezas: No, nada.

Dr. Strasera: Si supo que hubiera algún detenido de apodo Nando.

Cabezas: Sí, Fernando BROSKI, lo vi en el lavadero también.

Dr. Strasera: Si puede decir por qué medio, en qué forma, fue liberada.

Cabezas: Me llevaron en un coche a mi casa.

Dr. Ledesma: ¿Quién la llevó?

Cabezas: Un guardia, no…

Dr. Ledesma: ¿No sabe el nombre?

Cabezas: No, en este momento no.

Dr. Strassera: ¿Dijo en qué vehículo?

Dr. Ledesma: No, no dijo. ¿En qué vehículo?

Cabezas: En un Ford Falcon blanco.

Dr. Strassera: Si supo algo estando detenida, de Rodolfo WALSH o vio unos efectos.

Cabezas: No, nada.

Dr. Strassera: Ninguna más.

Dr. Ledesma: ¿Las defensas? Dr. GOLDARACENA.

Dr. Goldaracena: Si cuando recuperó su libertad y la llevaron a su casa era la misma de Carapachaay que nombró al principio de la declaración.

Cabezas: No, la casa de mi madre, en Muñiz.

Dr. Goldaracena: Si desde ese día volvió a ver a alguna de las personas con las cuales compartió el cautiverio.

Cabezas: No, solamente a los BARROS; Susana BARROS y Osvaldo BARROS; solamente a ellos.

Dr. Ledesma: ¿En qué circunstancias?

Cabezas: Porque se hicieron muy amigos de mi sobrino, por el cumpleaños de las nenas, en esa fecha nos encontrábamos.

Dr. Goldaracena: Si cuando hizo su primera denuncia, si su primera denuncia fue la que hizo ante la CONADEP.

Cabezas: Ante la CONADEP.

Dr. Ledesma: Fue la primera, ¿en qué fecha?

Cabezas: Aproximadamente en julio del año pasado, o antes de julio.

Dr. Goldaracena: Si formuló alguna otra denuncia o declaración.

Dr. Ledesma: Esta respondida, doctor.

Dr. Goldaracena: Esa denuncia señor presidente y hablo de una causa por el tema de Para Ti. Si fuera de ésas ¿hay alguna más?

Dr. Ledesma: Declaró en elJuzgado de Instrucción N° 3.

Dr. Goldaracena: En la causa de VARELA CID, si fuera de esas dos…

Dr. Ledesma: Respondió negativamente a la existencia de otra denuncia.

Dr. Goldaracena: Perdón, señor presidente; en las dos últimas oportunidades que fue al Uruguay, ¿cuántos días permaneció allí?

Dr. Ledesma: Surge del contexto, sólo pernoctó una vez en ambos casos.

Dr. Goldaracena: Dijo la declarante que el 10 de mayo del ’76, su hijo Gustavo Aieiandro salió temprano a la mañana a acompañar a una amiga. Si esa amiga vivía en la casa de la declarante.

Cabezas: No señor, estaba de visita.

Dr. Ledesma: ¿Adónde la acompañaba?

Cabezas: A la casa de ella.

Ledesma: ¿Sabe dónde vivía?

Cabezas: Era San Isidro, no recuerdo la ubicación.

Dr. Goldaracena: Si había ido de visita esa misma mañana temprano.

Cabezas: No, había ido a la noche y como era muy tarde se quedó.

Dr. Goldaracena: Si con posterioridad, fuera de lo que ha dicho, se enteró de alguna causa o motivo por la cual haya sufrido su hijo el episodio que describió.

Cabezas: Lo único que supe de Gustavo fue, creo que lo dije, a través del conscripto, después no supe más nada, nunca, ni vinieron a casa ni nada, no sé nada.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo haber viajado a México, a Roma y a Madrid con otras madres. Si esas madres eran las mismas que integraban la comisión en la que dijo haber ocupado un cargo.

Dr. Ledesma: ¿Puede decir si integraban la comisión?

Cabezas: No.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo también que esas personas por razones de seguridad se manejaban con sobrenombres. Si recuerda cuál era el sobrenombre que utilizaba la declarante.

Cabezas: No recuerdo.

Dr. Goldaracena: Si se hospedaban en los mismos hoteles.

Cabezas: Sí.

Dr. Goldaracena: Si el grupo fue integrado de la misma forma durante todo el viaje por estos tres lugares o si se fue cambiando en su integración.

Dr. Ledesma: Si el grupo que fue a España y a Roma, estaba integrado de la misma manera por las mismas personas.

Cabezas: Sí, sí.

Dr. Goldaracena: Si en los diferentes registros en los distintos hoteles no tuvo oportunidad de conocer los verdaderos nombres de las restantes integrantes del grupo.

Cabezas: No, porque no tenía interés en saberlo.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo que cuando fue interrogada, por primera vez en ocasión de su detención se le preguntó por qué había cambiado su actitud con Julia Estela SARMIENTO; anteriormente ante la comisión dijo que obviamente Julia Estela era una infiltrada de los servicios. Si esta conclusión la sacó antes o después de ser detenida.

Dr. Ledesma: ¿Usted efectuó esa afirmación?

Cabezas: No sé si exactamente dije eso, lo que sí me pareció extraña fue la actitud de Julia.

Dr. Goldaracena: Si recuerda cómo hizo su viaje a México. Si fue un viaje directo de Buenos Aires a México, o si hubo escalas intermedias.

Cabezas: Sí, creo que sí.

Dr. Goldaracena: Si obtuvo con motivo de ese viaje su pasaporte o lo había obtenido con anterioridad.

Cabezas: Tenía pasaporte.

Dr. Goldaracena: Si fue necesario tramitar visa.

Cabezas: Bueno, cuando llegué a México.

Dr. Ledesma: Afirmativamente, respondió doctor.

Dr. Goldaracena: No me queda claro si la visa la obtuvo aquí o en México.

Cabezas: En México.

Dr. Goldaracena: La declarante, la segunda vez que fue interrogada, reconoció haber mentido en los datos que había dado en la oportunidad. Si recuerda qué explicación dio teniendo en cuenta que también se le preguntaba por qué había mentido.

Dr. Ledesma: En la primera oportunidad no fue doctor.

Dr. Goldaracena: En la primera oportunidad dice haber dado un número telefónico que en realidad no sabía, en la segunda oportunidad se le preguntó si había mentido y por qué reconoció haber mentido.

Dr. Ledesma: Efectivamente, pero fue en la tercera en la que se rectifica. ¿Cuál es la pregunta concreta al respecto doctor?

Dr. Goldaracena: Eran dos las preguntas que se le hacían, si había mentido y porqué la testigo dijo que reconocía haber mentido en ese momento, pero no sé si se le siguió preguntando por qué y en su caso qué respondió.

Dr. Ledesma: Esto ha sido respondido.

Dr. Goldaracena: Yo no lo he advertido señor presidente…

Dr. Ledesma: La testigo refirió que había pergeñado esa suerte de reconocer que tenía un responsable para sustraerse al castigo, y con posterioridad cuando fue descubierto que el número telefónico no correspondía, admitió que había sido una idea personal para evitar el castigo.

Dr. Goldaracena: Si en esos interrogatorios se le preguntó si en sus viajes a México, a Madrid, fundamentalmente en Madrid y en Roma, se había entrevistado con miembros de la organización Montoneros.

Dr. Ledesma: Ya le preguntó el Tribunal al respecto, y negó.

Dr. Goldaracena: El Tribunal le preguntó si ella se había entrevistado, no si se le había preguntado sobre esa supuesta entrevista.

Cabezas: ¿Si me habían preguntado?

Dr. Goldaracena: Sí, si en el interrogatorio a que fue sometida se le preguntó sobre posibles entrevistas con miembros…

Cabezas: Sí me preguntaron, me preguntaban eso.

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar?

Cabezas: En la ESMA.

Dr. Ledesma: No, no ¿en qué lugar habían tenidolugar las entrevistas sobre la que la interrogaban?

Cabezas: Si yo había tenido entrevistas…

Dr. Ledesma.: Con miembros de la cúpula de la organización ilegal Montoneros y en dónde la había tenido, si le mencionaba el lugar.

Cabezas: Claro, ellos decían de que era en Roma.

Dr. Goldaracena: Si este episodio recuerda haberlo comentado con Carlos MUNOZ.

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: ¿No recuerda o no lo comentó?

Cabezas: No lo comenté.

Dr. Goldaracena: Si conoce a FIRMENICH.

Dr. Ledesma: Con la aclaración que si Ud. encuentra alguna respuesta que pueda ser autoincriminante, puede negarse a contestar, puede responder.

Cabezas: Me niego a contestar.

Dr. Ledesma: No le oí, la pregunta es si tuvo entrevistas y conoce a FIRMENICH, personalmente, no a través de su actuación pública.

Cabezas: No señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a María Antonia BERGER.

Cabezas: A María Antonia sí, porque estaba en Puebla.

Dr. Goldaracena: Si puede decir qué hacía Antonia BERGER en Puebla o puede explicar en qué circunstancia la conoció.

Cabezas: En Puebla había un salón muy grande donde había un mostrador donde nos acercábamos a pedir una audiencia con los obispos, María Antonia estaba entre el público, no sé exactamente lo que ella hacía ni lo que ella hablaba porque era uno más entre todo el público; sé que me señalaron que era María Antonia.

Dr. Ledesma: ¿Diálogos con ella tuvo?

Cabezas: …

Dr. Ledesma: ¿Algo con ella tuvo o alguna conversación con alguna sustancia?

Cabezas: Bueno, había conversaciones, como era todo general dentro del público que estaba ahí, eramos muchos, y si se hablaba en un momento, bueno, por equis circunstancia, uno se acercaba y conversaba pero nada, nada personal, nada individual.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si puede dar alguna precisión, sobre por qué, si era simplemente una persona más del público, se acuerda de haberla visto a Maria Antonia AVALLAY.

Dr. Ledesma: Puede contestar.

Cabezas: Sí, porque me acuerdo de que la vi, y bueno porque la señalaron y porque estábamos muchas horas ahí.

Dr. Ledesma: Recuerda, ¿quién la señaló, quién le dijo que era ella?

Cabezas: Bueno, recuerdo que cuando hablábamos con periodistas, los periodistas la conocían, creo que fue, habrá sido algún periodista, no, no sé precisar la persona.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si en esa oportunidad, se le dijo algo sobre las actividades de María Antonia AVALLAY.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, no señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a una persona de apellido VACA o VACA NARVAJA.

Cabezas: No señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a una persona de apellido OBREGON u OBREGON CANO.

Dr. Ledesma.: Puede responder.

Cabezas: Por los diarios.

Dr. Goldaracena: La testigo dijo que, en ocasión de su entrevista con un periodista y un fotógrafo en Figueroa Alcorta y Pampa, estando ellos sentados, ella con el Ruso, aparecen el periodista y el fotógrafo, si le quedó claro cuál fue la forma por la cual el periodista y el fotógrafo los identificaron a ellos.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Quedaba algo así, como explícito; si me habían dicho que eran periodistas de Para Ti, bueno, era una situación, no podía pedir documentos.

Dr. Goldaracena: Si en algún momento se enteró de cuál fue el motivo, o la imputación por cuya virtud estuvo privada de su libertad.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: ¿Si se por qué estuve?

Dr. Ledesma: Efectivamente

Cabezas: Me dijo ABDALA que era por la situación psicológica que desempeñaba.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si se enteró de cuál fue el motivo o la imputación por la cual habían estado en parecida situación o en la misma situación, su sobrina y el marido de ella

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Suponemos que ha sido por mi situación, por lo que ellos se movían buscándome y haciendo averiguaciones, pero yo personalmente no sé.

Dr. Goldaracena: Si su sobrina o el marido tenían alguna militancia política activa, o en alguna organización.

Cabezas: No, no tenían.

Dr. Goldaracena: Si puede precisar, cuál es el grado de parentesco, entre la declarante y su sobrina.

Dr Ledesma: No le alcancé a oir doctor.

Dr. Goldaracena: ¿Cuál es la relación de parentesco?

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Es la hija de mi hermana.

Dr. Goldaracena: Nada más señor presidente, gracias.

Dr. Ledesma: ¿Alguna otra defensa? Doctor BUERO…

Dr. Buero: Señor presidente, el doctor GOLDARACENA acaba de aludir al pasaporte que había necesitado la declarante; mi pregunta es, si tiene ese pasaporte, el pasaporte que ha usado.

Dr. Ledesma: ¿Puede fundamentar la pertinencia de la pregunta doctor?

Dr. Buero: Sí, señor presidente.

Dr. Ledesma: (inint.)

Dr. Buero: (inint.) como anoche, con la fundamentación, ¿puede fundamentarlo en presidencia?

Dr. Lodesma: Acérquese. Señor fiscal, puede acercarse por favor… ¿Posee el pasaporte, senora?

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si puede decir, en esas oportunidades, en qué fecha salió y en qué fecha volvió a entrar en el país, si lo recuerda.

Dr. Ledesma.: ¿Se refiere a…

Dr. Buero: A ese viaje que hizo a México.

Dr. Ledesma: Si lo recuerda, señora, responda.

Cabezas: Mire, sé que era en enero y volví en marzo.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: ¿Del año?

Cabezas: Pero no recuerdo la fecha.

Dr. Buero: Perdón, ¿de qué año? Me interesa que lo diga la testigo.

Dr. Ledesma: El año, señora.

Cabezas: 1979

Dr. Buero: Si cuando viajó a España e Italia usó el mismo pasaporte que había empleado para ir a México.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Dr. Buero: Si estuvo en Brasil.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha, doctor?

Dr. Buero: En oportunidad de ese viaje.

Dr. Ledesma: Con motivo de este viaje, ¿estuvo en Brasil?

Cabezas: No.

Dr. Buero: Movimiento Peronista Montonero, con una serie de personas, quiero aclarar que no le pregunto si ella estuvo, o si alguien le preguntó sobre eso mismo, ¿si sabía que en Roma, en la época de su viaje, efectivamente, había una reunión del Movimiento Peronista Montonero?

Dr. Ledesma: Puede responder, señora.

Cabezas: No, señor.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si a la fecha de los hechos referidos en su declaración, la declarante tenía bienes de fortuna.

Dr. Ledesma: No ha lugar a la pregunta; inconducente, doctor.

Dr. Buero: Señor presidente, pido reposición basada en que la testigo, si mal no recuerdo, dijo que ella había pagado estos viajes.

Dr. Ledesma: Efectivamente, lo dijo, doctor.

Dr. Buero: Por eso, sí.

De. Ledesma: Insisto en el no ha lugar.

Dr. Buero: Muy bien, señor presidente. Si a la fecha de su liberación quedaban muchos prisioneros en la ESMA. Aproximadamente qué número.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Sí, quedaban más, creo que más de 20 personas.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si con posterioridad a su liberación se entrevistó con algún otro prisionero.

Dr. Ledesma: Ya lo contestó, doctor.

Dr. Buero: ¿Dijo con quién?

Dr. Ledesma: Sólo, sólo el matrimonio BARROS.

Dr. Buero: Gracias. Si el marido de su sobrina, que dijo que era Héctor Eduardo PICCINI, tenía algún sobrenombre y si puede, si lo recuerda.

Dr. Ledesma: ¿Tenía algún sobrenombre PICCINI?

Cabezas: Ahí, dentro de la ESMA, le decían “Tata”.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si sabe si Norma Irene WOLSHON tenía militancia en alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No sé, señor.

Dr. Buero: Si sabe por qué la detuvieron, entonces.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No sé, señor.

Dr. Buero: Si sabe si BASTERRA integraba alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Buero: Si sabe por qué lo detuvieron

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Buero: Si Carlos MUÑOZ integraba alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Ledesma: ¿Sabe por qué lo detuvieron?

Cabezas: No sé, no sé.

Dr. Buero: Por último, señor presidente, solicito que, con la prevención del caso, se le pregunte si la declarante, que dijo no tener filiación política o actuación política, integraba, en cambio la rama femenina del Movimiento Peronista Montonero.

Dr. Ledesma: Con la prevención de que puede negarse a contestar si considera la pregunta autoincriminante, puede contestar, señora.

Cabezas: No contesto.

Dr. Buero: Nada más, señor presidente, gracias.

Dr. Ledesma: ¿Alguna otra defensa? El Tribunal dispone de un cuarto intermedio de 15 minutos. Señora, su testimonio ha terminado.

Una mujer embarazada en los cuarteles de la DINA. Reinalda

Una mujer embarazada  en los cuarteles de la DINA. Reinalda

Jueves 15 de Diciembre 2016
UNA MUJER EMBARAZADA EN LOS CUARTELES DE LA DINA
Por Andrés Scherman

Durante 1976 el puño de la DINA golpeó con fuerza al Partido Comunista. En siete meses dos direcciones completas fueron aniquiladas. No solo cayeron los principales dirigentes. Militantes jóvenes, que habían decidido pasar a la clandestinidad pese a los riesgos, también fueron detenidos y hechos desaparecer. Uno de ellos fue Reinalda del Carmen Pereira, quien tenía 29 años y un embarazo de cinco meses al momento de su detención.

Su marido, su madre y sus amigos la buscaron por décadas. Recién a mediados de 2007, cuando el esposo y la madre ya habían muerto, la justicia desentrañó los detalles del crimen. Su cuerpo hasta hoy sigue sin ser encontrado. Junto a Reinalda, otros once militantes comunistas y dos miembros del MIR cayeron en un operativo que se extendió por tres semanas y que se conoce como “el caso de los Trece”.

En esta historia se inspira parte del sexto capítulo de la serie Los archivos del cardenal.
Por Andrés Scherman

Llévame, voy justo hacia tu casa. Era la tarde del 15 de diciembre de 1976 y Reinalda del Carmen Pereira terminaba su jornada de trabajo en el laboratorio clínico que había fundado hacía unos pocos meses junto a su amiga Cristina Arancibia en el pasaje Matías Cousiño, en el centro de Santiago. Como tenía que ir cerca del Estadio Nacional, en Ñuñoa, le pidió a Cristina que la llevara en auto.

Ambas mujeres se conocían desde 1969 y eran militantes del Partido Comunista (PC), aunque solo Reinalda seguía vinculada a la colectividad. Hasta el Golpe de Estado de 1973, habían hecho una vida política juntas, llegando a encabezar –Cristina como presidenta y Reinalda como secretaria general– el Colegio de Tecnólogos Médicos de Chile. Pero después del 11 de septiembre, y ante la fuerte represión que vivían los partidarios del gobierno de la Unidad Popular, Cristina optó por concentrase en el trabajo y la crianza de sus hijos. Reinalda, en cambio, eligió una ruta distinta y se involucró de lleno en las actividades que por esos días llevaba adelante un golpeado y clandestino Partido Comunista.

Reinalda había arriesgado la vida varias veces en esos años. Ya en diciembre de 1976 estaba decidida a “descolgarse” de la actividad clandestina: tenía cinco meses de embarazo. Le faltaba apenas un poco de tiempo para cumplir sus últimas tareas.

Esa tarde del 15 de diciembre de 1976, tras dejar el laboratorio clínico en el centro de Santiago, las dos mujeres se dirigieron hacia Ñuñoa en la citroneta roja de Cristina. Al llegar a la esquina de calles Maratón y Rodrigo de Araya, Reinalda descendió del vehículo. Cristina recuerda que puso su auto delante del bus que tomaría su amiga para que ésta alcanzara a subir. No miró hacia atrás y supuso que Reinalda ya estaba sobre la micro. Le había dicho que iría a la consulta de un ginecólogo para controlar su embarazo.

Nunca más volvieron a verse.
No hay certeza, pero probablemente Reinalda caminó las ocho cuadras que separan el lugar donde descendió de la esquina de Rodrigo de Araya y Exequiel Fernández. De acuerdo al relato de testigos que declararon en el proceso, en esa esquina dos hombres descendieron de un automóvil marca Peugeot, patente HLN-55, y la tomaron fuertemente por la espalda. La mujer se aferró al poste de un semáforo y gritó pidiendo auxilio, pero fue doblegada e introducida a la fuerza en el auto, que inmediatamente salió por Rodrigo Araya.

Al día siguiente, su marido, su madre y sus amigos comenzaron a buscarla. Reinalda tenía 29 años. Y, vale la pena reiterarlo, cinco meses de embarazo.

La detención de Reinalda fue parte de la fuerte ofensiva que los servicios de seguridad de la dictadura lanzaron contra el PC en 1976. Si durante 1974 y 1975 la Dirección Nacional de Informaciones (DINA) concentró su labor en la aniquilación del Grupo de Amigos del Presidente (GAP), el Partido Socialista y el Movimiento de Izquierda Revolucionario (MIR), en 1976 su principal objetivo fueron los comunistas.

En ese momento, el PC era el único partido de izquierda que mantenía sus estructuras funcionando. A cargo de su directiva estaba el dirigente Víctor Díaz, quien asumió esa tarea pocas semanas después del Golpe. Sin embargo, todo cambió en 1976. En solo cosa de meses, dos directivas completas cayeron en manos de la DINA, arrastrando también a jóvenes militantes, como Reinalda del Carmen Pereira Plaza.

Crecer en otra casa
Reinalda del Carmen Pereira nació el 5 de mayo de 1947. Su madre, Luzmira Plaza, trabajaba como empleada doméstica en una casa ubicada en la calle Jorge Matte Gormaz, en la comuna de Providencia.

Luzmira, a quienes todos llamaban Lula, era una mujer campesina, proveniente de Lonquén, y sin ningún interés por la política. Tras quedar embarazada decidió permanecer en la casa en que trabajaba como asesora del hogar y dedicar todas sus energías a criar sola a su hija. Reinalda creció en ese lugar, donde se hizo amiga de los hijos del matrimonio dueño de casa y se fue integrando a algunas actividades familiares. Fue así como aprendió a tocar guitarra con el profesor que iba a enseñarles a los hijos de los “patrones” o partió de vacaciones a El Tabo, donde, a los 16 años, fue elegida reina del balneario.

Luego de terminar la secundaria, Reinalda entró a estudiar Tecnología Médica a la Universidad de Chile. Fue la primera de su familia en acceder a la educación superior, motivo de gran orgullo para su madre.

En la universidad, Reinalda se encontró con la efervescencia política de los 60 y comenzó a militar en las Juventudes Comunistas. Quienes la conocieron recuerdan especialmente dos aspectos de ella: su fuerte determinación y su belleza.

“Era preciosa. Blanca, delgada, tenía unos ojos verdes penetrantes, pelo negro, una nariz un poco aguileña, labios finos, cejas muy bien delineadas. Estoy mirando a la Carmen –que es como la llamaban sus cercanos- en este minuto”, recuerda Cristina Arancibia, quien por primera vez habla con un periodista sobre la desaparición de su amiga.

La belleza de Reinalda iba acompañada de un fuerte carácter, lo que varias veces la enemistó con otras personas. “Tenía sus ideas políticas clarísimas. Te discutía todo y te tiraba granadas con las que tú no hallabas qué hacer, lo que despertaba en ese tiempo muchas odiosidades. Era muy vehemente, pero también estudiosa”, relata su amiga, quien fue la última persona en verla con vida.

Tras titularse de tecnóloga médica en 1969, Reinalda comenzó a trabajar en el Hospital doctor Sotero del Río. Además de su trabajo profesional, las actividades políticas y gremiales empezaron a ocupar cada vez más parte de su tiempo. Se involucró primero en la Federación de Tecnólogos Médicos y, después, participó en la fundación y dirección del Colegio que reunía a estos profesionales. También en esa época conoció a Max Santelices, un kinesiólogo que pertenecía al Partido Comunista, y que también participaba en los gremios de la salud.

Reinalda y Max comenzaron a salir en 1971. Formaron una pareja que, de acuerdo a quienes los conocieron, reunía dos personalidades bastante distintas. Mientras Reinalda se caracterizaba por ser estructurada y tener una gran capacidad de organización, Max era más disperso. “En esa pareja, Carmen ponía el orden y el flaco ponía la risa y la talla”, asegura Cristina Arancibia.

Fueron años intensos. Tras la elección de Salvador Allende el trabajo político y gremial se multiplicó. También las relaciones con los colegas que defendían otras posiciones políticas se hicieron más ásperas. De hecho, en 1973, Reinalda y Cristina perdieron la dirección del Colegio de Tecnólogos en una asamblea que se extendió por horas y donde debieron enfrentar a un juicio de destitución promovido por los opositores al gobierno de la Unidad Popular.
En julio de 1973, Reinalda y Max se casaron y se fueron a vivir juntos. Los acompañó la señora Lula, que apenas unos pocos años antes había dejado la casa de sus patrones. En el país la tensión era máxima: unas pocas semanas antes del casamiento un grupo de militares, encabezados por el coronel Roberto Souper, había intentado derrocar al Gobierno. La sublevación pasó a ser conocida como el “Tanquetazo”.

Viene el Golpe
Las primeras consecuencias del Golpe de Estado se sintieron rápido en la vida del matrimonio. Pocos días después del 11 de septiembre, ambos fueron detenidos en el Sótero del Río. Reinalda fue llevada al Regimiento de Ferrocarriles del Ejército de Chile, donde permaneció por cerca de 10 horas. Después de esta detención fue obligada a firmar semanalmente, durante un año, un registro llamado “control de personas con comprometimiento político”. Max, en tanto, fue trasladado al Estadio Nacional, desde donde logró salir veinte días después.

En las semanas siguientes, los problemas continuaron. Reinalda y Max fueron despedidos del hospital. Quedaron sin trabajo y con muy pocas posibilidades de ejercer su profesión en un sistema de salud que en aquella época era casi íntegramente estatal.
Sin un empleo estable, ambos se sumergieron en tareas políticas y ocasionalmente realizaban algunos trabajos esporádicos para juntar dinero. La señora Lula siguió viviendo con ellos, pero sin nunca sospechar las tareas políticas clandestinas que realizaban su hija y su yerno. La dictadura, la clandestinidad y la persecución eran temas completamente lejanos para esta mujer.

En 1976 el Partido Comunista enfrentó su año más difícil desde el inicio de la dictadura. El primer golpe fue la detención del subsecretario de las Juventudes Comunistas, José Weibel, quien cayó el 29 de marzo a manos del Comando Conjunto, un organismo represivo que competía con la DINA y cuya existencia era desconocida. Weibel se unía a otros dirigentes juveniles apresados y desparecidos el año anterior.

Posteriormente, a principios de mayo 1976, la DINA logró identificar una casa de seguridad en la calle Conferencia donde se reunirían miembros de la cúpula para tratar temas sindicales. Los agentes de seguridad ingresaron a la casa a esperar la llegada de los dirigentes. Uno a uno los asistentes a la reunión fueron apresados mientras ingresaban a un lugar que creían seguro y que se había transformado en una ratonera. En Calle Conferencia cayeron Jorge Muñoz (esposo de Gladys Marín), Mario Zamorano, Uldarico Donaire y Jaime Donato.

La aniquilación de la directiva se completó unos días después con la captura de Víctor Díaz, quien encabezaba el trabajo clandestino del partido desde los días posteriores al Golpe Militar, que prohibió el funcionamiento de los partidos políticos, dejándolos al margen de la legalidad.

Tras ese golpe contra la primera dirección clandestina, el PC trató de reorganizarse formando una segunda directiva, encabezada por el profesor universitario Fernando Ortiz. Tras la conformación de la nueva cúpula, Reinalda dejó de ser solo una militante que trabajaba en la clandestinidad y pasó a cumplir una labor de alta relevancia en la estructura del Partido Comunista: se convirtió en “enlace” de los miembros de la dirección que funcionaba en la clandestinidad. Ser “enlace” era una tarea riesgosa y que solo se le encargaba a militantes probadamente comprometidos con el partido. Entre las tareas de quienes cumplían este rol estaba trasmitir los mensajes de los distintos miembros de la directiva que se encontraban escondidos en casas de seguridad, y generar las condiciones necesarias para reunir cada cierto tiempo a los principales dirigentes, de modo que pudiesen debatir las líneas de acción de la colectividad sin correr riesgos. Reinalda formaba parte del anillo de confianza de los máximos dirigentes.

En este escenario de alto riesgo, Reinalda dividía su tiempo entre el ejercicio profesional y su rol de enlace en el PC.

¿No encuentras que es un poco peligroso que andes en esto?-, le preguntó su amiga Cristina Arancibia unos días antes de su desaparición.

Si se va a acabar. No te preocupes-, le respondió Reinalda, consciente de que su embarazo de cinco meses le impedía seguir asumiendo esa tarea partidarias.

El tema de la maternidad fue recurrente en las conversaciones que tuvieron las dos amigas durante esos días. “Conversamos mucho lo que era el embarazo, lo que era la maternidad, cómo era tener los chiquillos, después criarlos. Hablábamos mucho de eso”, cuenta Cristina.

A fines 1976 se produjo la caída de la dirección de Fernando Ortiz, que había sido detectada rápidamente por los servicios de seguridad. Entre el 29 de noviembre y el 20 de diciembre de 1976 trece personas fueron detenidas y desaparecidas por los servicios de seguridad de la dictadura. Once de ellos eran militantes del partido comunista –incluyendo a varios miembros de su dirección- y otros dos pertenecían al Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR).

Reinalda del Carmen Pereira fue una las víctimas de esta operación, que pasó a ser conocida como el “El caso de los trece”. * Junto a ella, los otros doce detenidos, de los que se perdió todo rastro, fueron Santiago Araya, Armando Portilla, Fernando Navarro, Lincoyán Berríos, Horacio Cepeda, Luis Lazo, Fernando Ortiz, Waldo Pizarro, Héctor Véliz, Lizandro Cruz, Carlos Durán y Edras Pinto.

En un plazo de solo siete meses, dos directivas del PC fueron completamente aniquiladas.

Los militantes comunistas pagaron caro su falta de experiencia en el trabajo político clandestino. En el pasado, habían tenido que enfrentar la Ley Maldita, que en 1948, bajo el gobierno de Gabriel González Videla, declaró ilegal a la colectividad. Pero se trataba de dos situaciones muy diferentes. A fines de la década de los ‘40 hubo persecución, pero no un aparato represivo que buscara el exterminio de sus oponentes. Entonces bastaba con cambiarse de nombre y no realizar actividades políticas públicas. Algo que resultó insuficiente tras el golpe militar de 1973, lo que redundó en la caída de las dos primeras direcciones clandestinas. En el futuro en el PC aprenderían que los dirigentes clandestinos debían cortar todo contacto con sus familias, no realizar reuniones en un mismo lugar, compartimentar la información, y poner en marcha técnicas de chequeo y contra chequeo para descubrir si eran seguidos por los aparatos represivos.
El “caso de los Trece” causó tal revuelo, que en enero de 1977 la Corte Suprema designó como ministro en visita a Aldo Guastavino. Un mes después este cerraba el caso, luego de que el ministerio del Interior le entregara certificados –que resultaron ser falsos- indicando que los desaparecidos habían viajado hacia Argentina. Haciéndose eco de esta versión oficial, el diario La Segunda tituló el 9 de febrero de 1977: “No hay tales desaparecidos”

Seis años después, en 1983, el caso llegó azarosamente a manos del juez Carlos Cerda, quien estableció que los documentos de viaje fueron falsificados y constató que se trataba de un caso de desaparición forzada de personas.

Detención y muerte
Tras darse cuenta de que su mujer no había llegado a la casa, Max Santelices se puso inmediatamente en alerta. A primera hora del 16 de diciembre partió al laboratorio clínico de Matías Cousiño para preguntarle a Cristina Arancibia si tenía alguna noticia o si Reinalda había dormido en su casa.

A partir de ese momento se inició una frenética búsqueda, que topó con un complejo obstáculo: Max también era parte de la estructura clandestina del PC, lo que le impedía asumir las primeras acciones sin generar nuevas situaciones de riesgo. “Max estaba submarineando, como se llamaba en ese tiempo. Estamos hablando de los primeros días después de la detención”, explica Cristina. Unos meses después, tras descolgarse de sus tareas partidarias, Max Santelices se dedicó de lleno, y por el resto de su vida, a encontrar a su mujer. En el intertando, la madre de Reinalda, doña Lula, fue quien realizó las primeras gestiones para encontrar a su hija.

Primero acudió al Colegio de Tecnólogos Médicos y unos días después a la Vicaría de la Solidaridad, que había sido creada ese mismo año por la Iglesia Católica, tras el cierre del Comité Pro Paz.

La madre de Reinalda, que provenía del campo y tenía un bajo nivel de instrucción, debió aprender cuáles eran las instancias judiciales y las puertas que se podían golpear. Con la ayuda de los abogados de la Vicaría presentó un recurso de amparo el 20 de diciembre de 1976 ante la Corte de Apelaciones, el que como era habitual en la época, fue rechazado. Por otra parte, ante la demanda de información, la respuesta permanente de las autoridades fue que Reinalda, como los otros de los doce desaparecidos, había cruzado la Cordillera de los Andes hacia Argentina.

La tesis de un cruce por un paso fronterizo, de la que no había ninguna evidencia, también guió las primeras diligencias judiciales. Cuando Cristina fue llamada a declarar por el juez Guastavino, como la última persona que había estado con la víctima, hizo un relato de los hechos ocurridos el día de la detención, tras lo cual le entregaron un papel para firmar su declaración. La mujer la leyó y vio que el contenido era muy distinto de su relato y apoyaba la idea de que Reinalda Pereira había cruzado la cordillera. Cristina se retiró sin firmar nada.

Investigaciones judiciales posteriores han establecido que luego de ser secuestrada en la esquina de Rodrigo de Araya con Exequiel Fernández, Reinalda fue conducida al cuartel Simón Bolívar, un secreto cuartel de la DINA, ubicado en la comuna de La Reina. A ese mismo lugar llegaron también varios de los otros detenidos en el “caso de los 13”, además de Víctor Díaz, quien encabezó la directiva del PC desbaratada en mayo de 1976.

El abogado Nelson Caucoto, querellante en la causa de Reinalda del Carmen Pereira, explica que el cuartel Simón Bolívar fue “un centro del exterminio, del que nadie salió vivo”. Justamente por eso su existencia permaneció desconocida durante años para los jueces y los organismos de derechos humanos. En ese lugar operaba la Brigada Lautaro, encabezada por el entonces capitán de Ejército Juan Morales Salgado. Posteriormente se sumó el grupo Delfín, encabezado por el entonces capitán de Ejército Jorge Barriga y el teniente de Carabineros Ricardo Lawrence, que también eran parte de la DINA y que provenían de Villa Grimaldi, otro de los más cruentos centros de detención del organismo comandando por Manuel Contreras.

Lo ocurrido con Reinalda se ha podido conocer debido a las declaraciones de agentes de seguridad procesados en la investigación que realizó el juez Víctor Montiglio a partir de 2007. A esto se suma el testimonio de Jorgelino Vergara, quien tenía 16 años al momento de los hechos y que llegó a Simón Bolívar tras trabajar como mozo en la casa de Manuel Contreras. Vergara, quien era conocido como el “mocito”, combinaba labores domésticas, como servir los cafés durante las sesiones de tortura, con tareas de centinela, las que realizaba provisto de armamento.
El testimonio de Vergara, recogido en extenso en la investigación periodística La danza de los Cuervos de Javier Rebolledo, explica en detalle el tránsito de la militante del PC por Simón Bolívar.

De acuerdo a este relato, cuando Reinalda ingresó al cuartel, Vergara vio a una mujer embarazada (desconocía su nombre) que era torturada en la parrilla –una cama, generalmente metálica, en que los detenidos eran maniatados y sometidos a vejámenes. El “mocito” también fue testigo de cómo Barriga y Lawrence golpeaban a Reinalda con distintos objetos.

“A esa mujer la torturaron brutalmente, y ella clamaba para que pararan porque decía que estaba embarazada. La teniente Calderón chequeó que eso era efectivo, pero igual el capitán Barriga siguió con las torturas y la corriente. Estaba en muy mal estado y empezó a pedir que la mataran. Lawrence fue a buscar una sartén y la golpeó. Al mismo tiempo, Barriga efectuaba simulacros de ejecución con una pistola vacía sobre la sien de la mujer. Murió unas tres horas después, en el gimnasio del cuartel. La teniente Calderón le inyectó cianuro en la vena para asegurar su muerte”, declaró el mismo Vergara antes el juez Montiglio.
Tras su deceso, tal como ocurrió con otros prisioneros asesinados en Simón Bolívar, las huellas digitales de Reinalda fueron quemadas con un soplete para dificultar su identificación.

Una posibilidad es que los restos de Reinalda Pereira hayan sido enterrados clandestinamente en la Cuesta Barriga, donde se han encontrado pequeñas osamentas que permitieron la identificación de otros militantes del PC que fueron detenidos en las mismas fechas y que estuvieron en Simón Bolívar, como Fernando Ortiz y Horacio Cepeda. Sin embargo, las múltiples búsquedas que se han realizado en ese lugar no han permitido encontrar sus restos.
Las indagaciones en Cuesta Barriga son extremadamente difíciles: a principios de 1979 los cuerpos de las víctimas fueron removidos en el marco de la operación “retiro de televisores”, un masivo traslado de restos ordenado por Pinochet, luego del hallazgo de 13 desaparecidos en unos hornos de Lonquén. Los cuerpos que estaban en la cuesta Barriga fueron llevados a otros lugares o arrojados al mar. De hecho, el abogado Caucoto explica que en otros procesos judiciales el agente de la DINA y la Central Nacional de Informaciones (CNI) Enrique Sandoval –quien hasta hace algunos años trabajada en la municipalidad de Providencia con el coronel (R) Cristián Labbé- ha relatado que por orden del director de la CNI Odlanier Mena removió cuerpos en el lugar.
Muerto en vida
La desaparición de Reinalda del Carmen Pereira dejó otras dos víctimas en el camino: su marido Max Santelices y su madre, la señora Lula.

Tras dejar sus tareas partidarias, Santelices se dedicó a la búsqueda de su mujer. Se reunió con abogados, participó en la Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos (AFDD) y realizó indagaciones por su cuenta. Incluso se encadenó frente al Palacio de Tribunales para exigir la liberación de su esposa.

Más tarde, durante la década de 1980, buscó a niños que pudieran ser su hijo. Pensaba que en Chile podría haber ocurrido lo mismo que en Argentina, donde los bebés de las mujeres embarazadas que pasaron por los centros de exterminio fueron dados en adopción a esposas de militares o familias partidarias del régimen militar.
“Max nunca superó la desaparición de Reinalda”, asegura Ana Gamboa, una de las mejores amigas de Santelices. Lo mismo piensan el abogado Nelson Caucoto y Cristina Arancibia.

“Había épocas en que ni siquiera se le podía hablar cuando uno iba a su oficina por alguna razón. Él no decía que estaba mal, pero uno que lo conocía se daba cuenta”, cuenta Ana, quien desde 1991 trabajó junto a Max en una consulta de kinesiología ubicada cerca del metro Manuel Montt.

Una muestra clara de cómo la desaparición forzada de su mujer marcó el resto de la vida de Max Santelices, es que nunca logró reconstruir su vida afectiva. “Pareja que encontraba Max, tenía metida a la Carmen al medio. Era imposible pensar que iba a encontrar otro amor porque es diferente a que tú pelees con tu pareja a que desaparezca por sus ideas. Y que desaparezca en el mejor momento de una pareja, que es cuando están enamorados y cuando están esperando un hijo. Entonces, mataron a dos personas. Siempre he dicho eso yo: mataron a Max y a la Carmen”, reflexiona Cristina.

Tras la recuperación de la democracia, Santelices siguió buscando pistas y antecedentes, los que compartía con el abogado Caucoto, quien presentó en 2002 una querella contra la cúpula de la DINA por la desaparición de Reinalda. Uno de los mayores dolores de Santelices fue provocado por el informe emanado de la Mesa de Diálogo, instancia creada en 1999, para que los militares entregaran información respecto al paradero de los detenidos desparecidos. El documento, que se hizo público en enero de 2001, indicaba la posible presencia de cuerpos en Cuesta Barriga y daba información sobre otras dos mujeres embarazadas que fueron apresadas en esos años. Sin embargo, no había una sola línea sobre su mujer. Su molestia la hizo pública a través de una carta abierta que envió al entonces Presidente Ricardo Lagos.

En 2005, a Max Santelices –un fumador implacable– le diagnosticaron un cáncer que ni las hospitalizaciones ni las quimioterapias pudieron detener. Murió en 2007.
Durante los últimos meses de su vida se dedicó a recopilar todo el material que tenía sobre Reinalda. Fotografías, documentos y grabaciones caseras de su esposa cantando cueca que fueron confiados a Ana Gamboa, algunas de las cuales se reproducen aquí.

La tercera víctima de esta historia fue la señora Lula. Su hija había sido el mayor proyecto de su vida. Renunció a tener pareja para concentrarse en la educación de Reinalda, y con mucho esfuerzo había logrado que su única hija llegara a ser una profesional. Lo que sucedía le parecía inexplicable.

La ex diputada Fanny Pollarolo prestó apoyo psicológico a Lula durante 1977. Las sesiones se realizaban en una casa ubicada cerca de la esquina de Irarrázabal con Santa Julia, donde funciona el “Programa de Atención Médico-Psiquiátrico para Personas Víctimas de la Represión”. Pollarolo recuerda con claridad el orgullo que la mujer sentía por su hija. También que “se encontraba en una situación emocionalmente insostenible”. Por una parte, quería que su hija estuviera viva, pero al mismo tiempo sabía que si permanecía con vida estaría siendo sometida a torturas insoportables.
Desde un inicio, Lula participó activamente en la búsqueda de su hija y fue una asistente habitual a las actividades y manifestaciones de la Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos. Al igual que Max, siguió indagando y preguntando por Reinalda durante años. Murió el año 2003.

Max y Lula fallecieron sin tener noticia alguna sobre lo sucedido con Reinalda. No alcanzaron a ver los avances que el juez Montiglio empezó a conseguir desde que tomó la causa en 2007 y que hoy se han traducido en una acusación que el ministro Miguel Vásquez formuló, el 31 de enero de 2014, contra 53 ex agentes de la DINA por el llamado “Caso de los Trece”.

Junto a los avances judiciales, la historia de Reinalda Pereira sigue viva en otros ámbitos. Una vez al año se le rinde un homenaje en el Hospital Sótero del Río, donde trabajo como tecnóloga médica y fue dirigente gremial. Frente a un monolito que fue instalado en 1991, los funcionarios del centro médico y los amigos de toda la vida recuerdan su memoria.
No es el único esfuerzo que se hace por que esta historia no quede en el olvido. Los amigos de Max organizaron tras su muerte el “Grupo de Amigos y Amigas de Reinalda del Carmen Pereira”, encabezado por Ana Gamboa. También a modo de homenaje, en 2009 instalaron en el mismo Sótero del Río, un banco donde están inscritos los nombres de Max y Reinalda.

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“Soy Carlos Lorca.

Estos son días de memoria. Una memoria compuesta, una memoria donde habita mi juventud veinteañera de camisa verdeolivo ,blue jean y bototos, de marsellesa socialista y de mi hija cantando con su puño de 4 años en alto. Una memoria rojinegra que no olvida…

Hoy 18 de octubre de 2016 , cuando tantos de los que fueron parte de mi vida ya no están, o están perdidos en otros rincones que yo no habito, con sus camisas verdeolivo en los armarios del olvido, brindo mi homenaje a mis antiguos camaradas de la JS…

Soy una de las ancianas de la tribu, con la tarea de transmitir – como testigo de mi tiempo histórico – lo vivido,y sabiendo que soy parte de una generación que va desapareciendo, con su memoria a cuestas, asumo lo que los hijos de la memoria expresan al decir ” No somos víctimas, somos testimonio”.

Fuimos militantes y constructores de un mundo mejor, y si nos declaramos víctimas, negamos nuestra calidad de combatientes, y así lo dijo Carlos Lorca al ser detenido:

“Soy Carlos Lorca, miembro de la comisión política del Partido Socialista de Chile y exijo ser tratado como prisionero de guerra”.

Hoy, como combatientes en esta nuestra Batalla de la Memoria, recordamos y homenajeamos a esas mujeres y esos hombres que asumieron con sus vidas su compromiso.

Desde la distancia impuesta por mi cuerpo que ya no viaja me hago presente en el homenaje que hoy rinden a la Dirección clandestina del Partido Socialista de Chile sus camaradas en Antofagasta.

Adriana Goñi Godoy, Secretaria de Organización,Seccional Montaña, Regional Cordillera,1971-1972

Ex militante del Movimiento de Izquierda Revolucionaria

Estos son los nombres de los Detenidos Desaparecidos del PS:
1. Exequiel Ponce Vicencio
2. Carlos Lorca Tobar
3. Ricardo Lagos Salinas
4. Carolina Wiff
5. Michelle Peña
6. Mireya Rodríguez
7. Sara Donoso
8. Rosa Solís.
9. Arnoldo Camú
10.Víctor Zerega
11.Ariel Mancilla
12.Alejandro Parada
13.Octavio Boettiger.

PORQUE FUIMOS MÉDICOS DEL PUEBLO

 

CARLOS ENRIQUE LORCA TOBAR
Fecha de Nacimiento: 19 de noviembre de 1944
Médico Cirujano. Medicina General
Registro Colegio Médico: 7.810
DETENIDO DESAPARECIDO.

 

Carlos Lorca en trabajo político

 

 

El 25 de junio de 1975, a eso de las cuatro de la tarde, los habitantes de la calle Maule, ubicada en el sector centro sur de Santiago, observaron un gran despliegue policial. Se trataba de un operativo, en donde cerca de 40 hombres portando metralletas y pistolas descendieron de diez automóviles, llevándose a dos personas: Carolina Wiff, asistente social y Carlos Lorca, médico y alto dirigente del Partido Socialista.


ACTIVA HISTORIA

Carlos nació en Santiago, el 19 de noviembre de 1944, en la Maternidad del Hospital Salvador. Sus estudios secundarios los terminó en el Instituto Nacional y como médico se recibió en la Universidad de Chile.

Fue un alumno muy aplicado, muy serio, de resultados escolares excelentes. Era el mayor de los hermanos, cuatro hombres y una mujer, la menor, que falleció víctima de un encefalitis cuando Carlos cursaba el Segundo año de Medicina.

Uno de sus hermanos lo recuerda como muy vehemente en sus ideas. Siempre tenían acaloradas discusiones. Carlos sabía fundamentar muy bien sus ideas y propuestas. Desde su adolescencia, dio mucha importancia a dos grandes valores: deber y orgullo; ésto lo hacía a veces muy exigente. Una vez, por ejemplo, perdió sus útiles médicos y un señor se los fue a devolver a la casa. El no proporcionó propina en señal de agradecimiento. Al preguntarle por qué no lo había hecho, respondió: ése es su deber.

Su infancia fue feliz, en medio de muchos niños, juegos en la calle, pichangas; tenía una gran influencia entre sus amigos. Poseía dones de liderazgo natural.

Su interés por los problemas sociales empezó a manifestarse siendo adolescente. Comentaba con su familia primero, las injusticias que le indignaban.

En 1965 mientras participaba como censor en un barrio popular, durante sus primeros años de medicina, un hecho lo impresionó profundamente. Entró en uno de esos conventillos o callejones en donde existen decenas de puertas, una junto a la otra. Buscaba la información golpeando una y otra puerta, cuando un compañero de la facultad abrió una de éstas. Su compañero vivía allí, en un par de piezas, en donde los muebles y las ollas se mantienen suspendidos al cielo raso para lograr un espacio. Más tarde, ayudaría a este compañero facilitándole libros y apuntes.

El mismo año, entró a la Juventud Socialista. Sus actividades políticas fueron progresivamente intensificándose: llegó a ser Presidente del Centro de Alumnos de la Facultad de Medicina y posteriormente vocal de la FECH.

Durante sus años de estudiante universitario se volcó casi exclusivamente a las tareas del frente estudiantil. Su labor sistemática en el Grupo Gramma, en el que militaba, lo llevó a ser elegido representante de los estudiantes ante el Consejo de la Facultad de Medicina. Eran los inicios de la lucha por la reforma universitaria. En aquellos años fue adquiriendo el perfil de líder con singulares virtudes: brillante, trabajador, claro, directo, con fluidez de pensamiento y sencillez de vida.

En 1968 fue elegido Presidente del Centro de Alumnos de la Facultad de Medicina, de la Universidad de Chile. Era el representante de todas las fuerzas de izquierda. Al año siguiente, asume como delegado estudiantil ante el Consejo Superior de la misma universidad. En 1969 es elegido vocal de la Federación de estudiantes de la Universidad de Chile y en tal carácter asume la Secretaría General de ese organismo estudiantil.

Por esa época viaja a Buenos Aires, respondiendo a una invitación de la Federación Universitaria Americana, FUA. Posteriormente, en esa misma calidad de dirigente, es invitado a muchos países.

Su madre recuerda:

«Reconocían en él cualidades humanas e intelectuales, incluso aquellos que no compartían sus ideas políticas, entre quienes contaba con buenos amigos. Jesús Val, que luego partió a Estados Unidos, fue uno de ellos. Con él jugaba por teléfono al ajedrez, tardes enteras.»

Carlos reconocía a cada cual el derecho a tener sus opiniones, aunque fueran contrarias a las suyas. No obstante, era un buen polemista y defendía sus ideas con eficacia.

Tuvo una relación particular con algunos grupos religiosos. Con sacerdotes y religiosas elaboraba proyectos y planes para los consultorios populares.

Cada vez se fue haciendo más crítico de la medicina oficial y tradicional, interesándose por la medicina social. Junto con este proceso, cada vez profundizaba más en la necesidad de transformar la sociedad.

En varias ocasiones se planteó la posibilidad de abandonar la carrera de medicina y volcarse a la sociología. «La sociedad tiene más necesidad de medicina que los hombres aislados y los hombres se enferman sobre todo por las condiciones sociales en que viven», afirmaba.

Su capacidad de dirigente y organizador le fue haciendo cada vez más popular. Aunque tímido, poseía una gran fuerza de voluntad. Se mezclaban en él la seriedad y el estudio con la ternura y la sensibilidad.

Era un gran lector. Poseía una gran biblioteca. Se interesaba preferentemente por la filosofía, el arte y la literatura política. «Su fascinación era la lectura y los postres de leche», dice su madre.

Tras recibirse el 15 de abril de 1971, trabaja en el Hospital Trudeau. Paralelamente, inició su formación en psiquiatría la que no alcanzó a completar debido a su intensa e incesante actividad política.

En agosto de 1971 fue designado por unanimidad. Secretario General de la Juventud Socialista. Entonces trabó amistad con el Presidente Salvador Allende.

En las elecciones parlamentarias de marzo de 1973, Carlos Lorca fue elegido Diputado por la provincia de Valdivia.


LORCA PERSEGUIDO

Después del golpe militar, fue llamado a prcsentarse ante el Ministerio de Defensa. Conociendo los métodos represivos utilizados perla junta militar, decidió no presentarse y pasar a la clandestinidad constituyéndose en uno de los miembros de la dirección clandestina del Partido Socialista.

Esto significó que la represión se desalara contra su familia. Su esposa, Gabriela Bravo,pese a sus siete meses de embarazo, fue sometida en varias oportunidades a interrogatorios. Uno de sus hermanos fue detenido y abandonado en un calabozo sin comer ni beber durante cinco días. Otro hermano fue herido en una pierna y obligado a partir al exilio, al igual que el resto de la familia.

Su hijo Ricardo, nació en noviembre de 1973. Logró verlo muy pocas veces, antes de su detención y desaparecimiento.

Carlos Lorca trabajó intensamente en pro de la constitución del frente antifascista. Continuó al mismo tiempo trabajando como médico, visitando enfermos e integrando grupos de salud en los barrios populares de Santiago. Cambiaba constantemente de domicilio porque era intensamente buscado por la policía.

Siempre rehusó los ofrecimientos de asilo. Argumentaba que «no podría vivir con ese cargo de conciencia».


DETENCIÓN NO RECONOCIDA

El 25 de junio de 1975, fecha de la detención, fue violentamente introducido junto a Carolina Wiff. en un automóvil Fiat modelo 125 de color rojo que partió y aceleró rápidamente. Fueron testigos de los hechos la señora Yolanda Abarca, don Luis Oliva, don Juan Casanga, la señora Lidia González y don Manuel Aguilera.

Doña Yolanda y don Luis. ambos residentes en el domicilio en que se produjo la detención, señalaron en parte de sus declaraciones notariales: «El día de la captura del doctor Lorca, yo me encontraba en mi casa. Hasta allí llegaron miembros de seguridad, que violentamente se instalaron a esperarlo. Cerca del mediodía llegó el doctor Carlos Lorca junto a su acompañante, siendo inmediatamente detenidos. Los mantuvieron ahí hasta las 4 de la tarde, hora en que se realizó el operativo para sacarlos».

El 1 de julio de 1975 se interpuso un recurso de amparo en su favor, en la Corte de Apelaciones de Santiago, rol 80675. Se solicitaba oficiar al Ministro del Interior y al Director de la DINA averiguando sobre la detención de Carlos Lorca.

El 9 de julio de 1975 el Ministro del Interior informó que Carlos Lorca no se encontraba prisionero.

El 15 de julio de 1975 se presentó un nuevo escrito solicitando que se oficiara a la Presidencia de la República, a fin de que informara si se había ordenado a la DINA la detención del afectado.

El 14 de septiembre de 1975 el recurrente acompañó la declaración jurada de un testigo, reiterando que se oficiara a la DINA, organismo que no respondió jamás.

El 25 de septiembre del mismo año la Corte rechazó el recurso de amparo.

El 11 de junio de 1976 un grupo de juristas franceses presentaron un nuevo recurso de amparo en favor de Carlos Lorca y otros detenidos políticos.

La Corte de Apelaciones contestó: «no ha lugar».

En ese mismo mes, un grupo de abogados españoles interpuso un recurso de amparo en favor del afectado y otras personas. La justicia respondió con otro «no ha lugar».

El padre de Carlos efectuó numerosas gestiones en Estados Unidos; incluso sus peticiones llegaron al Departamento de Estado y al Parlamento de ese país.

El 5 de julio de 1978 el Arzobispo de Santiago, monseñor Raúl Silva Henríquez, hizo entrega al Ministro Sergio Fernández, de una nómina de 54 personas detenidas desaparecidas, entre las que se incluía al doctor Lorca. Se solicitaba la adopción de las medidas necesarias para esclarecer estos hechos, que con angustia y dolor requerían sus familiares.

No obstante, ni las gestiones administrativas, ni las judiciales ni las realizadas ante organismos internacionales como la Comisión de Derechos Humanos de las Naciones Unidas, entre otros, dieron resultado alguno.


EN VILLA GRIMALDI

El ex prisionero político. Héctor Riffo Zamorano, declaró ante el grupo ad-hoc para Chile de la Comisión de Derechos Humanos de las Naciones Unidas: «Cerca de las 14 horas, pude escuchara un gran número de vehículos que entró en un recinto en donde nos encontrábamos detenidos. Estos autos hacían sonar sus bocinas a la vez que se escuchaban gritos eufóricos que señalaban «¡Lorca! ¡Lorca!».

El mismo testimonio agrega: «el 3 de julio de 1975 mientras barría el patio como me habían ordenado, pude acercarme a una puerta metálica de un calabozo y por un orificio que dejaba el paso de la cadena que cerraba dicha puerta, pude ver que en su interior, amarrado a una litera, se encontraba Carlos Lorca Tobar.»

Lautaro Videla Moya, ex preso político, afirma en una declaración jurada haber visto a Lorca sometido a tortura, en Villa Grimaldi, en julio de 1975. También Luis Gómez González, detenido en esos mismos días, declaró haberlo visto cojeando visiblemente de su pierna derecha.

Sergio Gajardo Gómez, detenido el 9 de julio de 1975 por la DINA y llevado a Villa Grimaldi, expresa que vio ese día a un hombre que no era capaz de hablar y con evidentes signos de haber sido torturado salvajemente. El 12 de julio, aproximadamente a las cinco de la mañana, ese mismo hombre le habló a Sergio Gajardo y le dijo: « No bebas agua, yo soy Carlos Lorca, si sales vivo de aquí, di que me encuentro detenido». Aproximadamente a las 12 de ese mismo día, vio que le acercaron una máquina de escribir y un cuestionario sobre materialismo histórico, preguntándole si necesitaba los lentes, a lo que Lorca dijo que sí.

Pero no solamente ex detenidos confirmaron su detención, sino también colaboradores de la DINA.

El 3 de septiembre de 1975 dos ex agentes de organismos de seguridad identificados como Marta Angélica Aguilera y el otro sólo como Julio, enviaron una carta al general Pinochet quejándose de medidas tomadas injustamente contra ellos. Entre otras cosas, en esta carta revelaban que bajo órdenes del general Manuel Contreras, cumplieron estrictamente las instrucciones de torturar al prisionero Carlos Lorca. Esta carta fue reproducida en la revista peruana MARKA, el 4 de marzo de 1976.

Existe, además, el testimonio de Juan Muñoz Alarcón, el encapuchado del Estadio Nacional, ex militante socialista, que se transformó en colaborador de los servicios de seguridad después del golpe de estado, y quien acudió en tres oportunidades a la Vicaría de la Solidaridad para entregar su testimonio, antes de que fuera asesinado, el 23 de octubre de 1977. Juan Muñoz aseguró que 112 dirigentes políticos de la Unidad Popular estaban en Colonia Dignidad y que algunos dirigentes estaban vivos, en malas condiciones físicas, «muchos de ellos al borde de la locura, porque el tratamiento por el cual han pasado, ha sido muy duro. Me refiero en especial a Carlos Lorca y a Exequiel Ponce. Están en Colonia Dignidad, en pabellón dos».

Antes de ser asesinado, este colaborador de la DINA entregó importantes informaciones acerca del funcionamiento de los servicios de seguridad y lugares de centros de tortura. Señaló que a los detenidos se les hace desaparecer todo signo de su identidad verdadera, asignándoles una nueva. Cuando las instancias jurídicas o los familiares piden información, los organismos de seguridad responden que las personas cuyas identidades se mencionan, no han sido nunca detenidas.

Hasta la fecha, las acciones judiciales y administrativas efectuadas, no han arrojado resultado alguno sobre lo ocurrido al doctor Carlos Lorca.

Múltiples e infructuosas fueron todas las diligencias realizadas para localizarlo y todas las esperanzas que pusieron sus familiares en sus gestiones se vieron sucesivamente frustradas.

En noviembre de 1975, una clínica universitaria de Alemania, ofreció un puesto al profesor Carlos Lorca. Esta institución hizo llegar la oferta a la madre del doctor y copias al general Augusto Pinochet y a la Embajada de Alemania en Chile.

No hubo respuesta. Sólo el silencio brota desde los recintos y cárceles de tortura. A pesar de este silencio manifiesto de dolor, las efervescentes consignas, llamados y gritos juveniles, no sólo al interior del Partido Socialista, sino también en las universidades y poblaciones, son la conciencia viva de que Carlos Lorca está presente.


(Informe Comisión Verdad y Reconciliación)

con un grupo de compañeros Dr. Carlos Lorca T. pronunciando un discurso
Carlos Lorca en trabajo político marchando por la Alameda


Edición digital del Centro Documental Blest el 07feb02

Carta escrita por Dr. Luis Lorca Tobar, hermano de Carlos

https://www.facebook.com/kiko.lopez.566/posts/10209766230613644

CARLOS LORCA TOBAR

Carta escrita por Dr. Luis Lorca Tobar, hermano de Carlos

Un hombre de todos los tiempos

Chileno, hombre de 31 años de edad al momento de su desaparición. Por entonces era Sebastián, su nombre político, uno de los máximos dirigentes del Partido Socialista de Chile en la clandestinidad. Médico humanista, vocación de psiquiatra, estudios avanzados en filosofía.

Hijo de Carlos y María; hermano de Luis, Raúl y Jaime. Sufriste y lloraste la pérdida de María Isabel Chabelita quien nos dejara a sus tiernos 11 años. Casado con Gabriela Bravo, un hijo Ricardo Lorca Bravo. Ellos te sobreviven.

María nuestra madre falleció sin haberte visto desde que te fuiste. De ninguno de tus familiares alcanzaste a despedirte, privilegio que se respeta, aun a los condenados a muerte, en países bárbaros.

Al momento de tu detención exigiste a tus captores: “Soy Carlos Lorca, miembro de la comisión política del Partido Socialista de Chile y exijo ser tratado como prisionero de guerra.

Vano intento por exigir derechos con las mentiras de una supuesta guerra civil con que la tiranía pretendía justificar sus crímenes.

Fuiste líder estudiantil en los estudios secundarios. Alumno del Instituto Nacional, Primer Foco de Luz de la Nación. Estudiante de la Facultad de Medicina de la Universidad de Chile. Fuiste presidente del Centro de alumnos de la Escuela de Medicina. Posteriormente fuiste vocal de la Federación de estudiantes de Chile. Lideraste el proceso de Reforma en la casa de Andrés Bello. Llegaste a ser integrante del Consejo Superior de la Universidad de Chile. Fuiste elegido en forma unánime como Secretario General de la Juventud Socialista de Chile. En tal calidad te integraste al Comité Central y a su comisión política del Partido Socialista de Chile.

Fuiste presidente de la Unidad Popular Juvenil.Fuiste elegido Diputado por Valdivia. Elegiste el Sur y el Sur te eligió. Representaste a las ciudades de Valdivia, Panguipulli, La Unión y Río Bueno.

Te hiciste carne en hombres y mujeres bajo las lluvias y entre los verdes. Tuviste amistad estrecha con Salvador Allende Presidente Mártir. Tuviste grandes simpatías con Carlos Prats y Alberto Bachelet generales de la República. Te unió camaradería profunda con Clodomiro Almeyda y Orlando Letelier; con Luis Corvalan y Gladys Marín; con Rodrigo Ambrosio y Luis Maira. Fuertes lazos te unían al Cardenal Silva Henrríquez. Tenías gran cercanía con dirigentes Demócrata Cristianos como Bernardo Leyton y Ricardo Hormazabal.

Tejiste redes comunicándote con líderes políticos, militares, religiosos, gremiales, profesionales y estudiantiles. Tu presencia, trasuntando extraordinario fortaleza interior, coraje, inteligencia y rigor, estuvo en diversos confines de la tierra. Por doquiera te recuerdan.

Quienes te reconocieron vieron tu naturaleza inolvidable. ¿Cómo eras Carlos? Eras la versión del Quijote social en lucha sabia contra los molinos de la injusticia. Eras el renacentista pensante en todo lo humano. Eras el hombre nuevo de todos los tiempos. Eras el amor por tus semejantes. Eras la encarnación criolla de los ideales de Lincon, Gandhi y Allende. Valentía y Voluntad de Hierro Llegó el golpe.

Infundiste coraje. Enseñaste a perder el miedo. A soñar la libertad, A organizarse y a luchar por la Democracia. A liberar la patria encarcelada. A hacer brillar de nuevo la esperanza.No te diste tregua ni descanso desde que éramos adolescentes.

Veo a tantos amigos y amigas hoy con tu fortaleza de carácter heredada.Un hombre de conocimiento y razón. Cuantas centenas de libros devoraste ávido? Los mismos que en tu humilde morada de la Calle Ramadas capturaron tus perseguidores. Perplejos y euforizados encontraban tus textos de ajedrez: “La Defensa India” “Jaque al Rey” y tantos otros que les llevaban a urdir en su ignorancia la falsedad de supuestos planes militares.Los quemaron para evitar ser devorados por ellos. Textos de grandes pensadores, filósofos, políticos y revolucionarios parecían decir ¡léeme! desde tus estanterías.Te fuiste haciendo sabio en la lucha, en las ideas, en el debate… y en tus queridos libros.

Un hombre educador y ejemplar: Te recuerdo extendiendo las ideas de futuro. Con cuanto orgullo mirabas a los jóvenes crecer y desarrollarse: a la Michelle Bachelet, a Camilo Escalona, al Ennio Vivaldi a Marcelo Unda, a Gladys Cuevas y a tantos otros. Con cuanta pasión compartiste tus ansias de saber con Ricardo Pincheira y Jorge Klein, con Pancho Rivas y Niels Biedermann compañeros de tus generaciones.

Pero sobre todo tu amor por enseñar te llevó a los jóvenes del país, a hacerlos buscar su destino, a tocar el cielo con las manos.Tu querido Chile cayo en Dictadura Mercenaria. Fue botín de la banda que dejaba a su paso crímenes, desapariciones y detenciones arbitrarias. Sabias que no había mas destino que la muerte. La encaraste con alegría y dignidad.Diste ejemplo en tu calvario.

Diste en ofrenda tu vida para que renaciera la democracia. Para que tu pueblo y tu patria fueran libres. Te diste entero por un Chile mejor.Un hombre médico y humanista. Tu amor por la vida, tu rebeldía ante los males que aquejaban a los desposeídos y a los enfermos, te hizo estudiar la mente y el cuerpo para entenderlos, acogerlos y ayudarlos.Nunca dejaste de ser médico, ni en las mayores exigencias de la vida y de la política.Tenías precaria salud.

Te aquejaba Hemofilia y ulcera gástrica. Apenas las cuidaste, como siempre con lo tuyo. Postergado por el prójimo.Un hombre sencillo y generoso En la noche oscura de la tiranía recorriste el país de norte a sur con tu prédica de futuro. Aún en los fines de la democracia en crisis caminaste por las calles de Santiago asediado y perseguido por los que ultimaron a Rene Schneider.

Nunca tuviste ni un vehículo. Nunca tuviste más propiedad que un humilde departamento que te regalaron nuestros padres María y Carlos.

Tus sueldos de diputado los entregabas casi íntegros a la juventud y al Partido. En pobreza franciscana te enriqueciste en la solidaridad y el cariño del otro. Con más atención escuchaste al desposeído que a los poderosos. En tu liderazgo nacional e internacional no hubo más protagonísmo que el que te requirió la causa superior. Un hombre bueno y pacífico No mataste ni a moscas ni arañas. Las primeras por el cariño que te producía el cantar de Joan Manuel Serrat. Otras quizás por miedo, quizás el único de tus miedos en mi recuerdo. Te dedicaste a sembrar vida y a rechazar la muerte. Disfrutaste la vida. Elegías como Gracias a la Vida de nuestra Violeta o escuchando a los Beatles cantando “Imagine” de Lenon y Mcarthney te llegaban al alma. Fumabas tabaco holandés en la pipa que guardo para tenerte en sus aromas siempre presente. Sufrías por los desamparados. Te alegrabas con los jóvenes y ricos de corazón. Te reías con Jesús Val en partidos que jugabas por teléfono a miles de kilómetros. Tus vínculos con ese español, de corazón monárquico así como con Alex Chadud los cultivabas con amistad en mayúsculas. Eras un hombre de paz.

Un hombre responsable y consecuente Tus ideas de futuro las defendías en el diálogo y en el debate. Las cultivabas y las aprendías de la vida y de los textos y las sometías a los desafíos de la realidad.¡ Nunca conocí una persona con mayor rigor y responsabilidad en su decir y pensar!¡Nunca en busca del aplauso fácil ni con la demagogia oportunista! En momentos aciagos defendiste con tu vida tus ideales. Asumiste las consecuencias por un Chile mejor.
Seguiste los pasos de Salvador. Las grabaciones de las órdenes malditas mostraban al hampón principal recordando a los fascios romanos “ofrézcanle un avión al guevón para que se vaya y allí lo matamos…..total muerta la perra se acaba la leva.Como si a Salvador se le pudiese matar.Como si a ti Carlos te pudiesen hacer desaparecer.

Fuiste detenido el 25 de Junio de 1975, hace ya 30 largos años junto a Carolina Wiff en la calle Maule 130 de Santiago, vivienda de Yolanda Abarca, en un operativo comandado por ManuelContreras y Pedro Espinoza. Mintió Pinochet y todos sus secuaces para ocultarlo. Para completar el manto del silencio los jueces supremos aportaron su complicidad. Los que te detuvieron, esbirros de la brigada Puren, ingresaron celebrando tu captura. Las hienas gritaban tu nombre “Lorca, Lorca” y hacían sonar las bocinas de su caravana de vehículos. No menos de 40 agentes te detuvieron junto a Carolina. Te aniquilaron asumiendo los costos que te convertirías en un mártir.

Carlos: ¡Por la alegría has vivido, por la alegría desapareciste! Fuiste un canto a la vida, encendiste nuestras mentes y nuestros corazones. Te inmolaste por la vida y por tu pueblo.

Carlos querido, vives y te acompañan los parroquianos del “guata” amarilla. Tus amigos Uldaricio Figueroa, Manuel Carpintero y Néstor Figueroa. Los pescadores de Niebla y de las orillas del Calle-Calle, los obreros madereros de Panguipulli y los campesinos de Chihuio. Los empleados, profesionales y estudiantes; las mujeres y hombres nobles Valdivianos Carlos estas en nosotros.

En nuestras mentes y en nuestros corazones.
En cada paso que damos.
En nuestros días y nuestras noches.
En nuestros amores y en nuestro trabajo.
En nuestro sueño por un Chile mejor y en paz, sin odio y sin violencia.
¡Nada ni nadie te podrá hacer desaparecer!

Carlos querido; ¡Hasta siempre!

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HOMENAJE EN MEMORIA DE EX DIPUTADO DON CARLOS LORCA TOBAR Contribuido por Cámara de Diputados de Chile

El señor ESCALONA (de pie).-

Señor Presidente, queridos familiares de Carlos Lorca, diputadas y diputados, las bancadas del Partido Socialista y del Partido Radical Social Demócrata me honran al entregarme la confianza de decir estas palabras en homenaje a nuestro diputado Carlos Lorca Tobar.

Carlos Lorca fue diputado sólo por poco tiempo, no alcanzó a ejercer cuatro meses, ya que el golpe de Estado y la clausura del Congreso Nacional le impidieron representar por el período por el cual fue elegido a la gente de Valdivia, a sus pescadores, a los productores campesinos, a los trabajadores del complejo maderero de Panguipulli, a los empleados públicos y del comercio, a la muchedumbre sencilla, pero sedienta de justicia social, que lo había elegido diputado. Carlos Lorca se había hecho parte de ellos tal como era: un estudioso, un intelectual, un pensador, un hombre pacífico que sufrió las consecuencias de una guerra declarada por algunos que tenían el control del poder en contra gente como él, que tenía sus manos vacías y cuya única trinchera era el sueño de un país sin dictadura. Fue un político responsable. Soy testigo de que hizo todo lo que pudo para que en Chile no hubiera golpe de Estado y se salvara el régimen democrático, pero fuerzas fuera de control precipitaron la tragedia y el horror.

Fue campeón de ajedrez de la Universidad de Chile, mateo, casi ascético, fumador empedernido, lector inagotable, vocal de la Federación de Estudiantes de Chile y líder de la Juventud Socialista, en la que ocupó el cargo de secretario general entre 1971 y 1973. Carlos Lorca, dotado de una voluntad de hierro, prefirió resistir a exiliarse y afrontar la más dura de las exigencias para lograr que su partido, el Socialista, y que la izquierda chilena, en su conjunto, se reorganizaran en la clandestinidad en la que se hallaban en forma obligada en ese tiempo, a fin de que, junto con todas las fuerzas antidictatoriales, fueran capaces de reinstalar la democracia en Chile.

Entre septiembre de 1973 y junio de 1975 eludió dramáticamente la represión; lo hizo sin recursos, sólo con la ayuda de un puñado de luchadores, como él.

Tal vez el siguiente relato, que leeré con su venia, señor Presidente, sirva para captar qué ocurría durante esos meses: “Máximo colaboraba con la resistencia antipinochetista en el momento más duro de la represión. Era muy joven se empinaba recién sobre los 20 años y ante la magnitud de la tragedia nacional que lo desbordaba muy, pero muy ampliamente, se entregaba valientemente al esfuerzo de ayudar a reunir y juntar las diezmadas estructuras directivas de los partidos de izquierda. Hablamos de los años 74, 75 y 76. La Dina el año 1974 había destruido al MIR, el año 75 demolido al Partido Socialista y el año 76 le iba a tocar el turno al Partido Comunista. En los ajetreos en que estaba inmerso le correspondió organizar una reunión muy riesgosa y delicada a la que debía concurrir Carlos Lorca, médico y diputado que permanecía dentro de Chile en la resistencia de la dictadura. Por su condición de ex parlamentario y líder de la Juventud Socialista  era figura emblemática de la acosada oposición de izquierda. Las personas que se arriesgaban eran muy pocas. Nadie prestaba su casa o eran muy escasos aquellos que se atrevían a hacerlo, de modo que a Máximo no le quedó otra alternativa que organizar tan importante reunión en su propia casa, un hogar de clase media, de familia democratacristiana. Decirlo o pensarlo era fácil, pero hacerlo, muy difícil. Su casa era su hogar, pero no en el sentido de propiedad. La misma era de sus padres, con quienes vivía, junto a una numerosa familia que se enorgullecía de tener en su seno a un numeroso grupo de hermanos y hermanas, de modo que el día indicado, para la reunión, alerta al timbre de entrada, Máximo esperaba, tenso y nervioso, a sus singulares invitados. Había inventado, como “leyenda”, que ese encuentro era una cita de estudio, pero no concordaban las edades de los invitados, ni sus vestimentas, ni su lenguaje, más aún cuando los congregaba en su propio dormitorio y, luego, debía salir del mismo, dadas las estrictas normas de reserva que eran fundamentales para la sobrevivencia de aquellos arriesgados luchadores. Máximo abrió la puerta a uno de los asistentes a la reunión; se dio cuenta de inmediato de que era Carlos Lorca, al que distinguía por haber sido dirigente estudiantil, pero instantáneamente grabó en su mente su aspecto físico: flaco, frágil, vestido con un viejo abrigo que remarcaba una situación de empobrecimiento y debilidad como consecuencia directa de la cacería humana que se descargaba en contra de su persona. Sintió un sacudón en el alma. Lorca es de la personificación de una lucha sin retorno dada al límite de sus fuerzas por aquellos chilenos temerarios. Se fundían en él la convicción definitiva de una decisión irrevocable y la certeza del hombre que sabe que enfrenta un destino inesquivable. Era Chile, en 1975. Mientras algunos amasaban las enormes fortunas de futuros conglomerados económicos y otros guardaban silencio ante el drama de los derechos humanos, mientras algunos se desentendían o simulaban no saber, mientras el cinismo y una cobarde hipocresía ocultaban una situación terrible, Carlos Lorca se preparaba para llegar al final. Sabía que resistir significaba que era imposible escapar. Máximo, el joven que narra este relato, aún observaba a aquel ser humano agotado, pero indomable, cuando escuchó la voz de su madre que lo distraía de su preciosa tarea de resistencia para solicitarle: “Por favor, pide a tus amigos que nos ayuden a subir la estufa al segundo piso”. Fue así como, con Carlos Lorca incluido, aquellos jóvenes resistentes ayudaron a resolver esa tarea hogareña tan simple, pero tan profunda. Obligado, por la violencia implacable de quienes lo perseguían sin tregua, a vivir sin hogar, Carlos Lorca pudo al menos, por unos cuantos minutos, disfrutar del ambiente familiar que en esas terribles circunstancias le estaba prohibido. Pocas semanas después, hace ya treinta años, llegó la hora en que fue capturado, torturado y hecho desaparecer para siempre con su viejo abrigo y una llama libertaria inagotable en su corazón.

He dicho. -Aplausos en la Sala y en las tribunas.

 

Carlos LORCA

 

Valentía y Voluntad de Hierro: Llegó el Golpe.

http://retazosdememoriachilena.blogspot.cl/2016/06/carlos-lorca-tobar-la-traicion-del.html
Carlos Lorca Tobar, fue detenido el 25 de Junio de 1975, hace ya 41 largos años junto a Carolina Wiff en la calle Maule 130 de Santiago, vivienda de Yolanda Abarca, en un operativo comandado por Manuel Contreras y Pedro Espinoza. Mintió Pinochet y todos sus secuaces para ocultarlo. Para completar el manto del silencio que los jueces supremos aportaron con su complicidad hasta el día de hoy. Los que lo detuvieron, esbirros de la Brigada Purén, ingresaron celebrando su captura. Las hienas gritaban su nombre “Lorca, Lorca” y hacían sonar las bocinas de su caravana de vehículos. No menos de 40 agentes lo detuvieron junto a Carolina Wiff.

Al momento de su detención, exigió a sus captores: “Soy Carlos Lorca, miembro de la comisión política del Partido Socialista de Chile y exijo ser tratado como prisionero de guerra”. Vano intento por exigir derechos con las mentiras de una supuesta guerra civil con que la tiranía pretendía justificar sus crímenes. Lo aniquilaron asumiendo los costos, con los que hoy, ya se han convertido en nuestros mártires.

Su Trayectoria.

Carlos Lorca fue líder estudiantil en los estudios secundarios. Alumno del Instituto Nacional, primer Foco de Luz de la Nación. Estudiante de la Facultad de Medicina de la Universidad de Chile. Fue presidente del Centro de alumnos de la Escuela de Medicina. Posteriormente fue vocal de la Federación de Estudiantes de Chile. Lideró el proceso de Reforma en la Casa de Andrés Bello. Llegó a ser integrante del Consejo Superior de la Universidad de Chile. Además, fue elegido en forma unánime como Secretario General de la Juventud Socialista de Chile. En tal calidad se integró al Comité Central y a su comisión política del Partido Socialista de Chile.

Fue presidente de la Unidad Popular Juvenil. Fue elegido Diputado por Valdivia. Eligió el Sur y el Sur lo eligió a él. Representó a las ciudades de Valdivia, Panguipulli, La Unión y Río Bueno. Carlos Lorca se hizo carne en hombres y mujeres bajo las lluvias y entre los verdes.

Tuvo una amistad estrecha con el Presidente Constitucional Salvador Allende. Tuvo grandes simpatías con Carlos Prats y Alberto Bachelet, generales de la República. Lo unió una camaradería profunda con Clodomiro Almeyda y Orlando Letelier; con Luis Corvalán y Gladys Marín; con Rodrigo Ambrosio y Luis Maira. Fuertes lazos lo unían al Cardenal Raúl Silva Henríquez. Tenía gran cercanía con dirigentes Demócrata Cristianos como Bernardo Leyton y Ricardo Hormazábal.

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Carlos Lorca con Gladys Marín y Jaime Suárez
Carlos tejió las redes del Partido Socialista, comunicándose con líderes políticos, militares, religiosos, gremiales, profesionales y estudiantiles. Su presencia, y extraordinaria fortaleza interior, coraje, inteligencia y rigor, estuvo en diversos confines de la tierra.

Quienes lo reconocieron vieron su naturaleza inolvidable. ¿Cómo eras Carlos? ¿Eras la versión del Quijote social en lucha sabia contra los molinos de la injusticia? ¿Eras el renacentista pensante en todo lo humano? ¿Eras el hombre nuevo de todos los tiempos? ¿Eras el amor por tus semejantes? ¿Eras la encarnación criolla de los ideales de Lincoln, Gandhi y Allende?

Carlos infundió coraje. Enseñó a perder el miedo. A soñar la libertad. A organizarse y a luchar por la Democracia. A liberar la patria encarcelada. A hacer brillar de nuevo la esperanza. No le dio tregua ni descanso desde que fue un adolescente. Se fue haciendo sabio en la lucha, en las ideas, en el debate… y en sus queridos libros.

Un hombre educador y ejemplar: extendiendo las ideas de futuro. Con cuánto orgullo miraba a los jóvenes crecer y desarrollarse: a la Michelle Bachelet, a Camilo Escalona, al Ennio Vivaldi a Marcelo Unda, a Gladys Cuevas y a tantos otros. Con cuánta pasión compartió sus ansias de saber con Ricardo Pincheira y Jorge Klein, con Pancho Rivas y Niels Biedermann, compañeros de su generación.


Pero sobre todo su amor por enseñar lo llevó a los jóvenes del país, a hacerlos buscar su destino, a tocar el cielo con las manos. Su querido Chile cayó en una Dictadura Mercenaria. Fue botín de la banda que dejaba a su paso crímenes, desapariciones y detenciones arbitrarias y traiciones a la patria. Sabía que no había más destino que la muerte. La encaró con alegría y dignidad. Dio ejemplo en su calvario.

Dio en ofrenda su vida para que renaciera la democracia. Para que su pueblo y su patria fueran libres. Se dio entero por un Chile mejor. Un hombre médico y humanista. Su amor por la vida, su rebeldía ante los males que aquejaban a los desposeídos y a los enfermos lo hizo estudiar la mente y el cuerpo para entenderlos, acogerlos y ayudarlos. Nunca dejó de ser médico, ni en las mayores exigencias de la vida y de la política.

Tenía una precaria salud. Lo aquejaba una hemofilia y una úlcera gástrica. Apenas las cuidó, como siempre con lo suyo, postergado sus prioridades por los demás, por el prójimo. Un hombre sencillo y generoso. En la noche oscura de la tiranía recorrió el país de norte a sur con su prédica de futuro. Aún en los fines de la democracia en crisis caminó por las calles de Santiago asediado y perseguido por los que ultimaron a René Schneider.

Nunca tuvo un vehículo. Nunca tuvo más propiedad que un humilde departamento que le regalaron sus padres, María y Carlos. Sus sueldos de diputado los entregabas casi íntegros a la juventud y al Partido. En pobreza franciscana solo se enriqueció en el cariño y la solidaridad de los que los que lo rodearon. Con más atención escuchó al desposeído que a los poderosos. En su liderazgo nacional e internacional, no hubo más protagonismo que el que lo requirió la causa superior. Un hombre bueno y pacífico. No mató ni a moscas ni arañas.

El cariño que le producía el cantar de Joan Manuel Serrat. Otras quizás por miedo, quizás el único de sus miedos, se dedicó a sembrar vida y a rechazar la muerte. Disfrutó de su existencia. Escuchó “Gracias a la Vida” de nuestra Violeta o a los Beatles cantando “Imagine” de Lennon y Mccartney que le llegaban al alma. Fue un hombre de paz.

Carlos Lorca: La traición del Partido Socialista.

Hace unos días, el PS pidió perdón por abandonar la querella por el ex diputado Carlos Lorca, detenido desaparecido del partido. Un hecho que trae a la memoria un complejo capítulo en la biografía política del Partido Socialista.

El mediodía del pasado viernes. En la Plaza de la Constitución, a los pies del monumento a Salvador Allende, un grupo de socialistas -militantes activos, pasivos y otros “de toda la vida”- desplegaron un lienzo con la imagen de un joven barbudo, con una mirada protegida por unos lentes de gruesos marcos de carey. Abajo del rostro, su identidad: Carlos Lorca. Así, se iniciaba un discreto homenaje al ex diputado del Partido Socialista que un 25 de junio de 1975 fuera detenido y desaparecido por la DINA, órgano represor de la dictadura.

Entre la decena de personas que participan en el acto se encuentran dos de los hermanos del ex legislador, Jaime y Raúl. Es este último quien leyó una declaración pública donde critica en duros términos al Partido Socialista, colectividad que Carlos Lorca dirigiera en la clandestinidad luego del Golpe de Estado de 1973. Un reproche que se sustenta en un embarazoso hecho para la militancia socialista, luego que el PS abandonara la querella con que el partido aspiraba a decretar las circunstancias de su muerte y establecer justicia para los responsables.

Con lo anterior, se cerraba un homenaje que duró tanto como la lectura de un texto de tres carillas. Una muestra de congoja luego que el abogado de la colectividad encargado de tramitar las causas de derechos humanos del partido, Juan de Dios Parra, no se sumara a la acusación fiscal que lleva adelante el ministro en visita extraordinario de la Corte de Apelaciones de Santiago, Miguel Vásquez, ni tampoco presentara una acusación independiente. El tema llegó a que la actual directiva del PS, presidida por la senadora Isabel Allende, pidiera perdón a la familia Lorca el pasado lunes y que el vicepresidente del partido, Camilo Escalona, sugiriera que Parra deje sus funciones.

Las disculpas, en todo caso, fueron dobles, puesto que, en su momento, Parra incluyó en la causa en calidad de víctima del partido a Jaime López Arellano -ex pareja de Bachelet- integrante de la dirección clandestina del PS, pero también identificado como colaborador de la DINA.
Un doloroso capítulo que, tras el abandono judicial del PS, vuelve a la memoria. “Es doloroso saber que el PS ni siquiera honra a sus muertos y es más doloroso que Bachelet, con todo lo compartido con mi hermano y que asegurara que ningún detenido desaparecido sería olvidado cuando asumió en su primer gobierno, tampoco haya influido en nada para la justicia de mi hermano Carlos”, remata Raúl Lorca.

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Carta escrita por Dr. Luis Lorca Tobar, hermano de Carlos

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CARLOS LORCA TOBAR
Un hombre de todos los tiempos

Chileno, hombre de 31 años de edad al momento de su desaparición. Por entonces era Sebastián, su nombre político, uno de los máximos dirigentes del Partido Socialista de Chile en la clandestinidad. Médico humanista, vocación de psiquiatra, estudios avanzados en filosofía.

Hijo de Carlos y María; hermano de Luis, Raúl y Jaime. Sufriste y lloraste la pérdida de María Isabel Chabelita quien nos dejara a sus tiernos 11 años. Casado con Gabriela Bravo, un hijo Ricardo Lorca Bravo. Ellos te sobreviven.

María nuestra madre falleció sin haberte visto desde que te fuiste. De ninguno de tus familiares alcanzaste a despedirte, privilegio que se respeta, aun a los condenados a muerte, en países bárbaros.

Al momento de tu detención exigiste a tus captores: “Soy Carlos Lorca, miembro de la comisión política del Partido Socialista de Chile y exijo ser tratado como prisionero de guerra.

Vano intento por exigir derechos con las mentiras de una supuesta guerra civil con que la tiranía pretendía justificar sus crímenes.

Fuiste líder estudiantil en los estudios secundarios. Alumno del Instituto Nacional, Primer Foco de Luz de la Nación. Estudiante de la Facultad de Medicina de la Universidad de Chile. Fuiste presidente del Centro de alumnos de la Escuela de Medicina. Posteriormente fuiste vocal de la Federación de estudiantes de Chile. Lideraste el proceso de Reforma en la casa de Andrés Bello. Llegaste a ser integrante del Consejo Superior de la Universidad de Chile. Fuiste elegido en forma unánime como Secretario General de la Juventud Socialista de Chile. En tal calidad te integraste al Comité Central y a su comisión política del Partido Socialista de Chile.

Fuiste presidente de la Unidad Popular Juvenil.Fuiste elegido Diputado por Valdivia. Elegiste el Sur y el Sur te eligió. Representaste a las ciudades de Valdivia, Panguipulli, La Unión y Río Bueno.

Te hiciste carne en hombres y mujeres bajo las lluvias y entre los verdes. Tuviste amistad estrecha con Salvador Allende Presidente Mártir. Tuviste grandes simpatías con Carlos Prats y Alberto Bachelet generales de la República. Te unió camaradería profunda con Clodomiro Almeyda y Orlando Letelier; con Luis Corvalan y Gladys Marín; con Rodrigo Ambrosio y Luis Maira. Fuertes lazos te unían al Cardenal Silva Henrríquez. Tenías gran cercanía con dirigentes Demócrata Cristianos como Bernardo Leyton y Ricardo Hormazabal.

Tejiste redes comunicándote con líderes políticos, militares, religiosos, gremiales, profesionales y estudiantiles. Tu presencia, trasuntando extraordinario fortaleza interior, coraje, inteligencia y rigor, estuvo en diversos confines de la tierra. Por doquiera te recuerdan.

Quienes te reconocieron vieron tu naturaleza inolvidable. ¿Cómo eras Carlos? Eras la versión del Quijote social en lucha sabia contra los molinos de la injusticia. Eras el renacentista pensante en todo lo humano. Eras el hombre nuevo de todos los tiempos. Eras el amor por tus semejantes. Eras la encarnación criolla de los ideales de Lincon, Gandhi y Allende. Valentía y Voluntad de Hierro Llegó el golpe.

Infundiste coraje. Enseñaste a perder el miedo. A soñar la libertad, A organizarse y a luchar por la Democracia. A liberar la patria encarcelada. A hacer brillar de nuevo la esperanza.No te diste tregua ni descanso desde que éramos adolescentes.

Veo a tantos amigos y amigas hoy con tu fortaleza de carácter heredada.Un hombre de conocimiento y razón. Cuantas centenas de libros devoraste ávido? Los mismos que en tu humilde morada de la Calle Ramadas capturaron tus perseguidores. Perplejos y euforizados encontraban tus textos de ajedrez: “La Defensa India” “Jaque al Rey” y tantos otros que les llevaban a urdir en su ignorancia la falsedad de supuestos planes militares.Los quemaron para evitar ser devorados por ellos. Textos de grandes pensadores, filósofos, políticos y revolucionarios parecían decir ¡léeme! desde tus estanterías.Te fuiste haciendo sabio en la lucha, en las ideas, en el debate… y en tus queridos libros.

Un hombre educador y ejemplar: Te recuerdo extendiendo las ideas de futuro. Con cuanto orgullo mirabas a los jóvenes crecer y desarrollarse: a la Michelle Bachelet, a Camilo Escalona, al Ennio Vivaldi a Marcelo Unda, a Gladys Cuevas y a tantos otros. Con cuanta pasión compartiste tus ansias de saber con Ricardo Pincheira y Jorge Klein, con Pancho Rivas y Niels Biedermann compañeros de tus generaciones.

Pero sobre todo tu amor por enseñar te llevó a los jóvenes del país, a hacerlos buscar su destino, a tocar el cielo con las manos.Tu querido Chile cayo en Dictadura Mercenaria. Fue botín de la banda que dejaba a su paso crímenes, desapariciones y detenciones arbitrarias. Sabias que no había mas destino que la muerte. La encaraste con alegría y dignidad.Diste ejemplo en tu calvario.

Diste en ofrenda tu vida para que renaciera la democracia. Para que tu pueblo y tu patria fueran libres. Te diste entero por un Chile mejor.Un hombre médico y humanista. Tu amor por la vida, tu rebeldía ante los males que aquejaban a los desposeídos y a los enfermos, te hizo estudiar la mente y el cuerpo para entenderlos, acogerlos y ayudarlos.Nunca dejaste de ser médico, ni en las mayores exigencias de la vida y de la política.Tenías precaria salud.

Te aquejaba Hemofilia y ulcera gástrica. Apenas las cuidaste, como siempre con lo tuyo. Postergado por el prójimo.Un hombre sencillo y generoso En la noche oscura de la tiranía recorriste el país de norte a sur con tu prédica de futuro. Aún en los fines de la democracia en crisis caminaste por las calles de Santiago asediado y perseguido por los que ultimaron a Rene Schneider.

Nunca tuviste ni un vehículo. Nunca tuviste más propiedad que un humilde departamento que te regalaron nuestros padres María y Carlos.

Tus sueldos de diputado los entregabas casi íntegros a la juventud y al Partido. En pobreza franciscana te enriqueciste en la solidaridad y el cariño del otro. Con más atención escuchaste al desposeído que a los poderosos. En tu liderazgo nacional e internacional no hubo más protagonísmo que el que te requirió la causa superior. Un hombre bueno y pacífico No mataste ni a moscas ni arañas. Las primeras por el cariño que te producía el cantar de Joan Manuel Serrat. Otras quizás por miedo, quizás el único de tus miedos en mi recuerdo. Te dedicaste a sembrar vida y a rechazar la muerte. Disfrutaste la vida. Elegías como Gracias a la Vida de nuestra Violeta o escuchando a los Beatles cantando “Imagine” de Lenon y Mcarthney te llegaban al alma. Fumabas tabaco holandés en la pipa que guardo para tenerte en sus aromas siempre presente. Sufrías por los desamparados. Te alegrabas con los jóvenes y ricos de corazón. Te reías con Jesús Val en partidos que jugabas por teléfono a miles de kilómetros. Tus vínculos con ese español, de corazón monárquico así como con Alex Chadud los cultivabas con amistad en mayúsculas. Eras un hombre de paz.

Un hombre responsable y consecuente Tus ideas de futuro las defendías en el diálogo y en el debate. Las cultivabas y las aprendías de la vida y de los textos y las sometías a los desafíos de la realidad.¡ Nunca conocí una persona con mayor rigor y responsabilidad en su decir y pensar!¡Nunca en busca del aplauso fácil ni con la demagogia oportunista! En momentos aciagos defendiste con tu vida tus ideales. Asumiste las consecuencias por un Chile mejor.
Seguiste los pasos de Salvador. Las grabaciones de las órdenes malditas mostraban al hampón principal recordando a los fascios romanos “ofrézcanle un avión al guevón para que se vaya y allí lo matamos…..total muerta la perra se acaba la leva.Como si a Salvador se le pudiese matar.Como si a ti Carlos te pudiesen hacer desaparecer.

Fuiste detenido el 25 de Junio de 1975, hace ya 30 largos años junto a Carolina Wiff en la calle Maule 130 de Santiago, vivienda de Yolanda Abarca, en un operativo comandado por Manuel Contreras y Pedro Espinoza. Mintió Pinochet y todos sus secuaces para ocultarlo. Para completar el manto del silencio los jueces supremos aportaron su complicidad. Los que te detuvieron, esbirros de la brigada Puren, ingresaron celebrando tu captura. Las hienas gritaban tu nombre “Lorca, Lorca” y hacían sonar las bocinas de su caravana de vehículos. No menos de 40 agentes te detuvieron junto a Carolina. Te aniquilaron asumiendo los costos que te convertirías en un mártir.

Carlos: ¡Por la alegría has vivido, por la alegría desapareciste! Fuiste un canto a la vida, encendiste nuestras mentes y nuestros corazones. Te inmolaste por la vida y por tu pueblo.

Carlos querido, vives y te acompañan los parroquianos del “guata” amarilla. Tus amigos Uldaricio Figueroa, Manuel Carpintero y Néstor Figueroa. Los pescadores de Niebla y de las orillas del Calle-Calle, los obreros madereros de Panguipulli y los campesinos de Chihuio. Los empleados, profesionales y estudiantes; las mujeres y hombres nobles Valdivianos Carlos estas en nosotros.

En nuestras mentes y en nuestros corazones.
En cada paso que damos.
En nuestros días y nuestras noches.
En nuestros amores y en nuestro trabajo.
En nuestro sueño por un Chile mejor y en paz, sin odio y sin violencia.
¡Nada ni nadie te podrá hacer desaparecer!

Carlos querido; ¡Hasta siempre!

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« Ni olvidados ni muertos, viven hoy más que nunca ». El chico Feliciano, de Renca.

CORNEJO CAMPOS, Raúl Guillermo (Dossier 8 Pág. – 4 artículos)

NOMBRE COMPLETO: Raúl Guillermo Cornejo Campos

EDAD al momento de la detención o muerte: 17-10-47, 28 años de edad a la fecha de detención

PROFESION U OCUPACION: Estudiante sociología U. de Chile y artesano

FECHA de la detención o muerte: 16 de junio de 1976

LUGAR de la detención o muerte: Detenido en San Diego con Avenida Matta, Santiago ORGANISMO RESPONSABLE de la detención o muerte: Dirección de Inteligencia Nacional (DINA)

TIPO CASO de violación de derechos humanos: Detenido Desaparecido

HISTORIA PERSONAL Y POLITICA: Casado, Militante del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR-Chile)

SITUACION REPRESIVA Raúl Guillermo Cornejo Campos, casado, un hijo, ex estudiante universitario, militante del MIR fue detenido el 16 de junio de 1976 en San Diego con Avenida Matta, Santiago, a las 17:50 horas, por agentes de la DINA, los que pocos minutos antes habían procedido a liberarlo en las inmediaciones del Parque O’Higgins ante una gran cantidad de periodistas, después de un intento frustrado de asilo en la Embajada de Bulgaria.

El joven Cornejo Campos era intensamente buscado y varios miembros de su familia habían sido detenidos y torturados para que dieran información sobre su paradero. El 15 de junio, Raúl Cornejo y otras 25 a 30 personas intentaron asilarse en la ex-Embajada de Bulgaria, sede diplomática que a esa fecha estaba a cargo de la Embajada de Austria. En dicho lugar, un funcionario de nacionalidad búlgara les ordenó irse, como estos no lo hicieron llamó a las fuerzas de seguridad para desalojar el recinto. Al lugar concurrieron Carabineros y civiles que procedieron a detener a los asilados. Todos los detenidos fueron primero trasladados a la Comisaría Las Tranqueras y luego al recinto de la DINA de “Cuatro Alamos”.

La información oficial, aparecida en el diario EL CRONISTA del 17 de junio de 1976 señala: “Lo sucedido y lo concreto es: un grupo de personas trató de asilarse para provocar malestar al Gobierno mientras se desarrollan las reuniones de la Sexta Asamblea de la OEA…”. “Este grupo de personas fue interferido en sus pretensiones de asilarse, sin motivo alguno y se encuentran detenidas en Tres Alamos”. Este mismo periódico informa además que “el Encargado de Negocios de Austria, Manfredo Kiepach mantuvo largas conversaciones con personeros del Ministerio de Relaciones Exteriores… se presume que todo fue en torno a la tentativa de asilo en la ex-Embajada de Bulgaria bajo tuición de Austria.                                                                                                                                                                 .” Al día siguiente, fueron advertidos que serían dejados en libertad, aunque algunos de ellos, como Sergio Raúl Pardo Pedemonte, fueron amenazados por un interrogador apodado “Kun Fu” por los prisioneros. El gobierno militar decidió poner en libertad a estos detenidos el 16 de junio a las 17:30 en las inmediaciones del Parque O’Higgins, con gran cobertura de prensa y televisión. En el sector se apreciaba un considerable número de civiles, algunos escondidos tras matorrales, por esto los detenidos intentaron alejarse del lugar lo más rápido posible, varios de ellos se fueron en taxi y otros subieron a un microbus, cuando éste llegó a Avenida Matta con San Diego, varios de los recién liberados se bajaron para librarse de los vehículos de la DINA que los seguían. Dos de estas personas Raúl Guillermo Cornejo Campos y Sergio Raúl Pardo Pedemonte, fueron detenidas cuando transitaban por Avda. Matta con San Diego y desde esa fecha se encuentran desaparecidas.

La detención fue presenciada por Patricio Cornejo Campos, hermano del afectado, quien también viajaba en el microbus mencionado. En declaración jurada del 8 de julio de 1976, manifiesta: “Mi hermano fue detenido casi inmediatamente al bajar del microbus, es decir, más o menos a las 17:50 horas”. “Yo pude ver cuando mi hermano atravesaba corriendo Avenida Matta en sentido norte (en dirección a Alameda). Inmediatamente tras de él apareció un automóvil de tamaño mediano que dobló en la esquina de San Diego hacia la izquierda para cortarle el paso. De este auto bajaron 4 personas armadas, vestidas de civil, quienes detuvieron a mi hermano y lo obligaron a subir al auto.” Otro testigo de la detención es Luis Armando Elgueta Plana quien, en declaración jurada en abril de 1992, relata que él integró el grupo que intentó asilarse en la Embajada de Bulgaria, que le tocó permanecer con Cornejo Campos en la pieza Nro. 13 de Cuatro Alamos y luego subieron al mismo bus para intentar evadir el acoso de los agentes de la DINA. Los servicios de seguridad habían buscado intensamente a Raúl Cornejo. Varios miembros de su familia fueron detenidos, siendo interrogados casi exclusivamente respecto del paradero del afectado. Sus padres, Raúl Cornejo Díaz y Elisa Campos Díaz, permanecieron detenidos desde el 11 de diciembre de 1974 hasta el 20 de septiembre de 1975. Su cónyuge, Viviana Altamirano Fuentes estuvo detenida desde el primero de diciembre de 1975 hasta septiembre de 1976. El 17 de diciembre de 1974 detuvieron a la suegra de Cornejo, doña Aminta Fuentes Quezada y sus tres hijas de 19, 16 y 15 años, las que fueron recluidas en el centro de torturas de “Villa Grimaldi” durante 5 días, mientras que Aminta Fuentes permaneció privada de libertad durante 5 meses. Posteriormente, continuó siendo amedrentada para que no siguiera haciendo trámites en favor de su yerno, según lo denunció en declaración notarial del 30 de mayo de 1977. Recibió permanentes llamadas telefónicas con amenazas y debió retirar a sus hijas del colegio por temor a que se consumaran las amenazas en contra de ellas.                                                                                                                                                                           Ofelia Nistal Nistal, quien estuvo detenida desde el 6 al 24 de diciembre de 1974 en el centro de torturas de Villa Grimaldi y en el campo de prisioneros de Cuatro Alamos, en declaración notarial informa que fue interrogada sobre “el Chico Feliciano”, que era el apodo de Guillermo Cornejo y también la llevaron a la casa de los padres de Cornejo. Otro detenido, Oscar Patricio Orellana Figueroa, en declaración notarial señala que durante las torturas a que fue sometido se le interrogaba sobre “el Chico Feliciano”. Héctor Hernán Rojas Pizarro, declaró el 14 de septiembre de 1976, que estuvo detenido en Villa Grimaldi durante 22 días, en diciembre de 1975 fue torturado con electricidad y colgamientos y sometidos a interrogatorios sobre Guillermo Cornejo Campos. Otro detenido, Edwin Patricio Bustos Streeter en declaración jurada de enero de 1991, expresa que, estando detenido en Tres Alamos en junio de 1976, vio cuando era ingresado al recinto de la DINA de Cuatro Alamos a Guillermo Cornejo Campos, a quien él conocía con el apodo de “Chico Feliciano”, describe que iba vestido con jeans y que le cubrían el rostro con su propia parka que era de color azul. Raúl Guillermo Cornejo Campos continúa como detenido desaparecido hasta la fecha.

GESTIONES JUDICIALES Y/O ADMINISTRATIVAS El 18 de junio de 1976 se presentó recurso de amparo en favor de Raúl Guillermo Cornejo Campos ante la Corte de Apelaciones de Santiago que ingresó con el número rol 541-76. En él se solicitó que se oficie al Ministro del Interior y al Ministro de Justicia y que se comisione a uno de los Ministros para que se traslade al lugar de detención (probablemente Cuatro Alamos). Posteriormente se informó a la Corte de los graves problemas que había sido víctima la familia, en directa relación con la búsqueda de Guillermo Cornejo. El Ministro del Interior informó con fecha 8 de julio de 1976 que Raúl Guillermo Cornejo Campos había sido detenido por Decreto Exento N°2113 del 15 de junio de 1976 y puesto en libertad por D.E. N°2115 del 16 de junio de 1976. Sin embargo el informe respectivo no tiene fecha y, en consecuencia, se solicitó a la Corte que se requiriese un informe fechado, pues podían haber cambios después del 16 de junio. El 30 de junio de 1976 el amparo fue rechazado en virtud de los antecedentes proporcionados por el Ministerio del Interior. El 14 de julio de 1976 se presentó una denuncia por el delito de secuestro en la persona del afectado, ante el Quinto Juzgado del Crimen de Santiago, solicitando que se oficie a las autoridades e instituciones que puedan tener relación con este hecho. El Ministro del Interior, General Raúl Benavides, reiteró la información entregada a la Corte de Apelaciones en el sentido de que el afectado fue detenido el 15 de junio y puesto en libertad el 16 de junio de 1976. El Instituto Médico Legal, informó el 20 de agosto de 1976, que “Revisados los registros de este servicio, no figura ningún cadáver identificado como Raúl Guillermo Cornejo Campos”. Investigaciones remitió el parte 2352 en el cual señala que se hicieron consultas en el Instituto Médico Legal, Posta de Asistencia Pública y en SENDET (Secretaría Ejecutiva                                                                                                                                                                            En todas estas instituciones las respuestas fueron negativas, indicando que no estaba registrado en ellas el afectado. El Subsecretario de Guerra informó que no aparecía ingresado proceso judicial en contra de la persona señalada. El 23 de septiembre la Jueza encargada reiteró los Oficios a la DINA y al Campamento de Detenidos Políticos de Cuatro Alamos. El 24 de septiembre, el Teniente Coronel Antonio Barrueto Mena, de la Prefectura de Carabineros, informa que “La persona anteriormente indicada no se encuentra detenida en este Campamento…”. Esta información es reiterada el 7 de octubre de 1976. El 30 de noviembre de 1976, la Jueza ordenó el cierre del sumario y con la misma fecha lo sobreseyó en consideración “que de los antecedentes acumulados no se encuentra suficientemente acreditado el delito que es denunciado”. Se apeló al dictamen, pero en segunda instancia se estableció el sobreseimiento temporal el 14 de diciembre de 1976. Se realizaron numerosas otras gestiones para conseguir la libertad de Guillermo Cornejo a diversos niveles. El Embajador de Austria solicitó su libertad y ACNUR (Alto Comisionado de las Naciones Unidas para los Refugiados) hizo consultas sobre el destino del afectado y de las otras personas que habían intentado refugiarse en la Embajada de Bulgaria. Todas estas gestiones fueron inútiles y Raúl Guillermo Cornejo Campos sigue como detenido desaparecido. Fuente: Vicaria de la Solidaridad —————–0—————-

El Chico Feliciano y el acorazado Potemkin (Jecho)

Gracias infinitamente y felicitaciones al Flaco Lucho por esas líneas (salidas de lo más hondo del corazón) para recordar a nuestro querido chico Feliciano. Es un relato que me parece tremendamente humanizante. Quisiera poder emplear la frase con que se recordó en cierta ocasión en Cuba a los héroes del Moncada : « Ni olvidados ni muertos, viven hoy más que nunca ». Personalmente no recuerdo muchas ocasiones en las que haya compartido algunos momentos con el chico, fuera del ámbito puramente partidario. Sin embargo entre los recuerdos que conservo de él, uno está estrechamente ligado a la historia del acorazado Potemkin por habernos encontrado casualmente a la salida del cine España en 1972 en Santiago. Este cine presentaba en ese entonces un festival de cine soviético y esta célebre película (« El acorazado Potemkin ») era una de las principales atracciones de ese festival. Feliciano estaba con su compañera aquella tarde y recuerdo que nos alejamos del cine caminando por calle Huérfanos aunque por respeto al sacrosanto principio de no extremar las relaciones puramente personales entre los  militantes, no prolongamos mucho más la tertulia.                                                                                                                                                                . Esta continuó sin embargo días más tarde durante una pausa en una reunión, en que hicimos el necesario paralelo entre aquellos sucesos heroicos de la Rusia zarista de 1905 y la sublevación de la marinería chilena en 1931. Leyendo esas acertadas palabras del Flaco mis propios recuerdos de este gran compañero (desaparecido en 1976) me hicieron caer en la cuenta de que pronto se cumplirá el primer centenario de aquellos sucesos acaecidos en el puerto de Odessa (27 de junio de 1905) que son uno de los hitos principales de la revolución de 1905, aplastada a sangre y fuego por las tropas zaristas. El pelao Lenin diría, muchos años después, que aquellos sucesos fueron el « ensayo general » de la revolución de 1917. Pero quiero dejar la palabra a quienes hayan estudiado realmente esa y otras revoluciones (entre los que no me incluyo) para terminar pidiéndole al Flaco (y que se lo pidamos todos) que siga escribiendo y deleitándonos -¿por qué no ?- con trozos de nuestra historia. Saludos. Jecho. ———————0—————-

Hablando con el Mateo el otro dia, recordando viejos tiempos y recordando viejos amigos, me dijo {+

Me quedó bailando en la cabeza esa frase. Y quizas por eso, entre muchas otras cosas, decidi escribir estas lineas. No es el unico. También estuvo olvidado por mucho tiempo Pablito o el guaton Pablo como le deciamos en el barrio en aquellos lindos tiempos. La diferencia es que Pablito volvio a la “primera plana” a raiz del fallo de la Corte de Apelaciones que no considero aplicable la Ley de Anmistia en el caso de su desaparicion fisica. Digo fisica porque Pablito (Miguel Angel Sandoval) junto a chico Feliciano (Guillermo Cornejos Campos) y muchos otros amigos y compañeros seguiran siempre presentes en nuestros recuerdos. En particular para todos aquellos que fuimos sus amigos en el barrio San Genaro de Renca. En realidad lo quieran o no, ellos hacen parte de la historia que tiene que ver con la Comuna de Renca y en particular con el MIR. A pesar de haber estado declarado “desaparecido” por mucho tiempo y ha pesar de que los responsables del régimen militar jamas admitieron su existencia en la Villa Grimaldi, Pablito se ha cobrado una buena mano en las ultimas semanas con el fallo de la Corte de Apelaciones que ha dejado sin aplicacion la tristemente famosa Ley de Anmistia de la Dictadura de Pinochet. Y por consecuencia de ello la detencion del responsable de muchas asesinatos , torturas y desapariciones de cientos de cros y amigos. Siempre lo molestabamos con su profesion de sastre. “nosotros, la clase obrera, tenemos por derecho propio estar en la revolucion” decia yo para molestarlo. “nosotros , los estudiantes-decia el Feliciano- siempre hemos estado en la vanguardia de la lucha junto a los trabajadores”. “pero vos como sastre, que chuchas estai haciendo aqui” le deciamos y nos cagabamos de la risa haciendolo rabiar. Pablito tenia un caracter super jovial. Humilde y muy respetuoso. Mucho menos “palomillas” que nosotros. Ademas muy interesado en leer y aprender. Poco nos duro ese tipo de mofas, que por lo demàs no tenian ningun caracter ofensivo ni despreciativo. Por el contrario era una muestra de nuestra confianza como amigos. Eramos del mismo barrio y nos conociamos muy bien.                                                                                                                                                                           CEME – Centro de Estudios Miguel Enríquez – Archivo Chile Sida 7 Feliciano, con su caracter serio y de lider innato, era como nuestro hermano mayor. A él llegabamos cuando teniamos problemas personales o cuando nos asaltaban dudas politicas. Un dia Pablito, muy serio, nos corto en seco nuestras bromas habituales postreuniones. “Saben que mas huevoncitos- nos dijo- … desde los anarquistas de la primera época de las luchas obreras….. ….Como media hora duro la “cháchara” del Pablito. Nos paseo por la historia del movimiento obrero chileno y sus origenes. Desde las Mancomunales hasta la constitucion de la CUT. Citando a Recabarren, Vitale y otros. Al final solemnemente nos dijo ” Y bueno, tengo o no tengo derecho a estar con ustedes huevoncitos ?” -Pero claro compadre -respondimos – No te lo tomis tan serio p’o huevon . – Si solo eran bromas p’alegrar el almanaque – y nos volvimos a cagar de la risa . Con él siempre habia buen humor. Aun en los peores momentos. Hicimos muchas cosas juntos. Desde las mas simples de la vida cotidiana hasta las mas serias como querer cambiar el mundo. Pero nunca dejamos de ser los “cabros del barrio”. De nuestro querido barrio que nos vio crecer. De los bailes, las pichangas, los amores y los desamores, de nuestra pobreza material, de la fidelidad de las amistades y de todo lo que la vida nos enseña en un barrio popular. Junto a ellos pasamos nuestra adolescencia y casi sin darnos cuentas nos metimos ” en cosas de adultos”. ———————0—————- Al Chico Feliciano lo conocia desde la infancia. Nos criamos juntos en el mismo barrio renquino de San Genaro . De barrio en realidad no tenia nada todavia ya que en esos entoces Renca era “puros potreros”. El era el mayor de cuatro hermanos. Su padre, don Raul era un excelente mécanico de la ETC. Su madre , la Sra Alicia cuidaba de los hijos y de la abuela que también vivia con ellos . Vivian en una casa de madera construida por ellos mismos en la entrada de lo que fue la antigua Chacra San Genaro. Un inmenso terreno que posteriormente fue comprado por la ETC y en la cual vivian algunos de sus trabajadores. Con el tiempo se formo una cooperativa de construccion y se levanto la poblacion San Genaro con casas de buena construccion destinadas a los trabajadores de la ETC. La casa que les toco estaba ubicada en la calle 2 , frente a la de mis primos y mas cerca aun de mi casa. De los cuatro hermanos, él que mas se juntaba con nosotros era el Teco, el segundo. Bueno p’a la pelota , los carretes y la guitarra era el mas fiestero de los Cornejos. En plena adolescencia tuvo la mala suerte de agarrarse una terrible infeccion en la rodilla por la cual tuvieron que amputarle una pierna. Cayo en una gran depresion que solo con el amor y el cariño de su familia y amigos pudo superar. Obviamente no pudo jugar nunca mas a la pelota pero sus caracter siguio siempre igual. El tercero, el Pato siempre andaba “en otra onda” , fanatico por la musica, excelente guitarrista, adorador de Jimmi Hendrix. El mas chico Queno, nos observaba desde sus cortos años. El mas serio siempre fué el chico Willy(Feliciano). Le deciamos asi por la costumbre de andar siempre con gafas oscuras. Se acostumbro tanto que se transformo en una casi obligada caracteristica personal que solo abandono después del golpe y producto de la represion.                                                                                                                                                                           CEME – Centro de Estudios Miguel Enríquez – Archivo Chile Sida 8 Un dia cuando tomaba el bus que me conducia a la fabrica Hirmas 2 (Texicron) donde yo trabajaba, subio conmigo el chico Willy, nunca hubieramos podido imaginar que ese fugaz encuentro cambiaria nuestras vidas. -hola Flaco p’a donde vai, – P’a la pega pos chico , y tu ? – Voy a la Fac me respondio el chico. Tengo una prueba y no se como me va salir – Qué estai estudiando chico? – Psicologia – me respondio. Y tu donde estais trabajando ? – Ahi en la Hirmas. En la fabrica nueva. – Oye y cuantos trabajadores hay ? – Somos como 700, y la mayoria somos todos jovenes, aparte de los jefes que vienen de la Planta N°1 – Y el sidicato compadre , como anda ? – Ahi no mas , no nos inflan mucho; Dicen que solo somos cabros y que no tenemos idea de las cosas sociales ! – Sabis Flaco, podriamos hacer algo en conjunto. Quizas si nos juntaramos a discutir un poco podriamos ver la forma de hacer algo. – Bueno si tenis tiempo , uno de estos dias paso p’a tu casa y conversamos Y ahi comenzo nuestra segunda historia con el chico Willy. Mejor dicho con el chico Willy y su familia ya que siempre tuvimos en ellos un apoyo sin limites. Nos juntamos en su casa y empezamos a ver que podiamos hacer a nivel de la Fabrica y después se nos ocurrio que podiamos tomar contacto con alguién del MIR para tener una vision mas amplia de las cosas que pasaban en nuestro Pais; El chico se las ingenio para hacer una cita con A. Pascal. En esa época Andres Pascal era un fugitivo de la justicia que junto con otros compañeros del MIR eran buscados por toda la policia chilena a causa de los asaltos de bancos de los ultimos tiempos. Un dia A. Pascal llego a nuestra poblacion, a la casa del chico mas exactamente. Ahi estabamos el Chico feliciano, Pablito y yo. Nos explico que los asaltos a bancos no eran asuntos delictuales sino ” expropaciones al capitalismo” o “recuperar para el pueblo” lo que los capitalistas nos robaban diariamente. Confieso que al pricipio no “caché” mucho sus ideas. – Pero no hay problemas Flaco, me dijo. Yo los voy a dejar conectado con alguién para que les explique por que y como los capitalistas les roban a uds; diariamente su fuerza de trabajo.Y lo que nosotros hacemos no es nada mas que “recuperar” lo que a Uds les roban diariamente. Ese alguién fué el rucio James (Patricio Munita) con el que compartimos tantos y lindos dias de nuestra juventud. Nos gusto el discurso de Andrés; Y mas aun su imagen de joven bien educado, honesto de “buena cuna” que se preocupaba de los mas pobres.. Era la primera vez que veiamos alguién dedicado a la politica que tenia un discuso de esa naturaleza hacia con nosotros, cabros pobres, de origen humilde que solo habiamos visto “politiqueros de turno” venir a darnos charlas para juntar votos y después “chao pescao”. Una vez pasadas las elecciones ni siquiera se acordaban de nosotros. Como decian nuestros viejos.                                                                                                                                                                           CEME – Centro de Estudios Miguel Enríquez – Archivo Chile Sida 9 Esa sencilla reunion que podria aparecer como algo anecdotico paso a ser el acto fundador del MIR en Renca. Los viejos miristas se acordaran de la importancia que tuvo Renca en el desarrollo del MIR en Santiago. Largo seria de enumerar y nombrar a todos aquellos que compartieron nuestras casas, nuestros humildes hogares en aquellos tiempos de honestos sueños e ideales. De aquellos que nos ayudaron, que nos protegieron, que nos mostraron su entereza, su lealtad y coraje como la Sra Alicia y don Raul. Esa es parte de otra historia que aun no esta escrita. Por ahora estas lineas solo tienen el impulso de la emotividad. Del recuerdo que surge al ver el nombre del Guaton Pablo en todos los titulares de los diarios. De la revancha que se cobra despues de treinta años y que nos hace grandes en el recuerdo de toda esa juventud que un dia nos hizo crecer y créer que un mundo distinto es posible. Flaco Lucho desde Bélgica marzo 2005 ———————————————— Información disponible en el sitio ARCHIVO CHILE, Web del Centro Estudios “Miguel Enríquez”, CEME: http://www.archivochile.com Si tienes documentación o información relacionada con este tema u otros del sitio, agradecemos la envíes para publicarla. (Documentos, testimonios, discursos, declaraciones, tesis, relatos caídos, información prensa, actividades de organizaciones sociales, fotos, afiches, grabaciones, etc.) Envía a: archivochileceme@yahoo.com NOTA: El portal del CEME es un archivo histórico, social y político básicamente de Chile y secundariamente de América Latina. No persigue ningún fin de lucro. La versión electrónica de documentos se provee únicamente con fines de información y preferentemente educativo culturales. Cualquier reproducción destinada a otros fines deberá obtener los permisos que correspondan, porque los documentos incluidos en el portal son de propiedad intelectual de sus autores o editores. Los contenidos de cada fuente, son de responsabilidad de sus respectivos autores, a quiénes agradecemos poder publicar su trabajo. Deseamos que los contenidos y datos de documentos o autores, se presenten de la manera más correcta posible. 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a nuestros hijos no los buscó nadie, porque ellos eran cómplices de los militares.

10-8-2013|12:15|DERECHOS HEBE DE BONAFINI
…a nuestros hijos no los buscó nadie, porque ellos eran cómplices de los militares. Ellos sabían todo, incluso donde estaban. Yo fui a denunciar que mi hijo estaba en la Comisaría 5ta y les pedí que por favor fueran a buscarlo. Y un juez me dijo: “No, señora, yo no voy, porque si entro y los matan a todos, la culpa de la muerte de su hijo va a ser mía”. Eso me contestó el juez [Héctor Carlos] Adamo de La Plata. Increíble. Una iba a contarles a los jueces lo que se iba enterando y estos desgraciados no hacían nada. Entonces yo fui a la Comisaría y entré a los gritos porque me dijeron que mi hijo estaba ahí. Me dieron una paliza terrible y me sacaron a la calle. No es lo mismo que vaya un juez a que hubiera ido yo. No sé si los íbamos a salvar, no lo sé, pero esa es la justicia que tuvimos. Más que Justicia, era Injusticia.

¿Las cosas podrían haber sido diferentes con otro tipo de jueces?

La complicidad cívico-militar las Madres siempre la denunciamos, tiene que ver con eso. Los militares no se mandaron solos. Si no hubieran tenido jueces tan corruptos, que todavía están hoy algunos en actividad, los 30.000 desaparecidos estarían vivos. O al menos, si no hubieran sido tan corruptos, muchos se hubieran salvado.

El 23 de septiembre de 2010 la Asociación Madres de Plaza de Mayo hizo un juicio ético y político a los jueces cómplices de la dictadura.

Sí, lo hemos hecho varias veces. Al no haber juicios, mucho antes del 2010 empezamos a desenmascarar a los cómplices. Hicimos el primero en la época de Alfonsín, le hicimos un Juicio a las Juntas en la Plaza. Después uno en Quilmes a los médicos, donde estaba [Jorge Antonio] Bergés, un médico de la Policía de la Provincia de Buenos Aires. Más adelante hicimos otro en La Plata justamente para hablarle a Adamo. Y ahora les hicimos uno a los cómplices de la Justicia[1], la Iglesia y el periodismo. Siempre hacemos juicios éticos porque sentimos que ya que no conseguíamos que caminara la justicia había que visibilizarlo, para que la gente supiera que cuando decís que era una dictadura “cívico-militar”, quiénes eran los “civiles”.

En diciembre se cumplen 30 años de la creación de la CONADEP. ¿Cuál fue la posición de la Asociación en aquel momento?

Nosotras no estuvimos de acuerdo, porque primero ante los tribunales ya había de todo. ¿Qué necesidad había de investigar todo otra vez por un camino no judicial? Pero claro, Alfonsín pensaba inventar todo un aparato para demostrar que estaba haciendo algo. La CONADEP tuvo cosas muy jodidas. A mí me llamaron para preguntarme en qué agrupación estaban mis hijos, no para buscarlos, y yo les dije que no les iba a decir, porque encima se los llevaron por revolucionarios.

¿Qué significó la llegada de Néstor Kirchner al gobierno de la Nación?

Bueno, como que llegó El Salvador, “el salvador de la Patria”. En realidad, en un primero momento no nos dimos cuenta. Yo creo que todavía no nos dimos cuenta de todo lo que hizo. Todavía no nos dimos cuenta de todos sus discursos. Yo cada vez que los leo digo “¡Ésto no lo escuchamos! ¿Cuándo lo dijo?”. Me cuesta recordarlo. Por eso ahora a Cristina la escucho con tanta atención, porque a Néstor no lo escuchamos con mucha atención y dijo cosas importantísimas. Era como natural todo lo que hacía. Y no, porque las cosas que dijo fueron de muchísima profundidad. Él me quería mucho, siempre me acariciaba y me decía: “Seguí siendo así tan… -¿cómo me decía?- políticamente incorrecta”.

Las Madres se involucraron activamente en la sanción de la Ley de Servicios de Comunicación Audiovisual…

Los medios siempre estuvieron en contra de las Madres, no sé a favor de quién pero en contra de las Madres siempre. Nos dilapidaron, nos ensuciaron. Para nosotras nunca existieron los grandes medios de comunicación. Por eso tenemos una radio, por eso tenemos una revista, tuvimos un diario, tuvimos que inventar todo eso para que nos visibilizara la gente. Sino, éramos invisibles. Si hubiese sido por los medios éramos invisibles. A las Madres nos dieron cualquier cantidad de honoris causa en Europa, aquí, en todas partes. ¿Alguna vez salió publicado? No. Nunca sale nada, tampoco yo hago lo que hago para salir en el diario.

¿Qué opina sobre el proceso de integración regional que ha vivido en la última década Sudamérica?

Es impresionante. Yo soy muy amiga de todos los presidentes de la región. A Correa Néstor lo conoció porque yo lo traje, Correa siempre me iba a escuchar cuando yo iba a hablar a Ecuador. Fui una gran amiga de Chávez. Lo mató el laburo, el trabajo, toda la corrupción que tenía siempre encima, los problemas que tenía que solucionar. Los quiero mucho a ellos. A Evo ni te cuento, lo conozco de cuando caminaba desde las minas. Así que me parece importantísima la unidad de la región, el surgimiento de la UNASUR. Porque al final se está logrando lo que buscaban nuestros hijos, ¿no?, la unidad latinoamericana.

¿Cuál es su opinión sobre el reciente proceso de democratización de la justicia?

Me parece maravilloso y necesario, es una experiencia que va a ir mucho más allá de nuestros juicios éticos y políticos. Está basado en principios democráticos impresionantes, que nunca imaginábamos que llegarían a la Justicia argentina. Toda esta democratización de la justicia y el avance que se pueda lograr en los diferentes ámbitos es en beneficio de todos. De los pibes, de las víctimas del gatillo fácil, de tantos grupos. La verdad es que yo ni soñaba con ver ésto que estoy viendo. El otro día cuando estuve con Cristina le dije “Mirá, Cristina, aunque a vos te parezca mentira las Madres estamos siendo felices. No soñábamos con ser felices y uno tiene felicidad porque peleamos tantos años por esto y ahora ver que la Justicia se va a reformar, que los juicios por violaciones a los derechos humanos se están haciendo, que los genocidas son condenados”. Más allá de todo lo que pasa, que te ensucian, que te agreden, te dicen de todo. Yo contra eso no peleo, porque yo ni les discuto, no respondo jamás a ninguna agresión.

¿Por qué?

Porque me parece que si nosotros pensamos que ellos instalan la noticia, porque quieren hablar de eso y nosotros lo repetimos, estamos haciendo lo que ellos quieren. Instando lo que ellos quieren instalar. Me parece equivocado cuando algunos programas de televisión que no pertenecen a los grandes medios económicos hacen eso. Si no queremos que una mentira se instale, no la tenemos que repetir nosotros.

¿Cómo explica la sentencia de la Corte Suprema de Justicia de la Nación que declaró inconstitucional la Ley que democratizaba el Consejo de la Magistratura?

La Corte es cómplice. Con excepción de Zaffaroni. Son cómplices de lo que pasó antes y de lo que está pasando ahora. Ellos apoyan a la derecha, no sé si apoyan a Clarín y a Magnetto, pero al Pueblo seguro que no. Ellos nunca estuvieron para el Pueblo. Siempre están con los poderosos. Por eso se llama “Suprema Corte de Justicia”, pero no es ni Suprema ni hace Justicia.

Previo al dictado de la sentencia, las Madres enviaron una carta al Tribunal pidiendo que fallara a favor del pueblo.

Sí, les pedimos que por primera vez fallaran defendiendo los intereses del Pueblo. Ya en el 2010 cuando hicimos el primer acto en Tribunales por la Ley de Medios, dije que los jueces de la Corte Suprema eran unos turros. Y como hice un discurso muy fuerte muchos se enojaron. Pero la verdad es que me quedé corta, muy corta diciéndoles turros.

¿Le parece que a partir del fallo de la Corte Suprema está clausurada la posibilidad de la participación del Pueblo en la elección de los jueces o quedan caminos para explorar?

Yo pienso que siempre hay que seguir luchando. Porque si nosotras no hubiéramos creído en la lucha y en la calle estaríamos muertas. Nosotras seguimos creyendo que los pueblos solucionan los problemas en la calle, no en los tribunales. De eso estoy convencida. En los tribunales se puede lograr algo pero solo si el pueblo ayuda en la calle. Por lo menos, así lo vemos nosotras.

 

Para leer una versión ampliada de esta entrevista: www.infojus.gov.ar

 


[1]Entre los “imputados” se encontraban los magistrados Eduardo Rafael Riggi, Luis Francisco Miret, Otilio Romano, Wagner Gustavo Mitchell, Juan Martín Romero Victorica, Liliana Elena Catucci, Víctor Hermes Brusa, Pedro Cornelio Federico Hooft, Norberto Giletta, Guillermo Rivarola, Luis María Fernández, Luis María Vera Candiotti, Juan Carlos Marchetti, Julio Demetrio Petra, Carlos Pereyra González, Alicia María Di Donato, Nicasio Dibur, Abel Bonorino Peró, Horacio Enrique Prack, Néstor Luis Montezanti, Justo Rovira, Alfredo Bisordi, Adolfo Gabrielli, Horacio Heredia, Abelardo Rossi, Alejandro Caride, Federico Videla Escalada, Emilio Miguel Daireaux, Elías Guatavino, Jorge Gabriel García Collins, Eduardo Vocos Conesa, Guillermo Federico Madueño, Mario Héctor Pena, Leopoldo José Russo, Héctor Carlos Adamo, Eduardo Marquardt, Miguel Ángel Almeyra Nazar, Martín Anzoátegui, Amelia Lidia Berraz de Vidal, Oscar Hermelo, Norberto Quantín, Luisa Martha Riva Aramayo, Juan Carlos Rodríguez Basavilbaso, Rafael Sarmiento, Ricardo Gregorio Rongo y Luis Rueda.

Para Martín Elgueta Pinto. Uno de los 119 de Nosotros.

Para Martín Elgueta Pinto. Uno de los 119 de Nosotros.
Hacía apenas 15 días que Martín Elgueta Pinto había festejado sus 21 años cuando fue detenido, al llegar al departamento de su amigo Juan Chacón, el 15 de julio de 1974, para desaparecer en Londres 38. Martín estudiaba Economía en la Universidad de Chile, y militaba en el MIR. Su novia, María Inés Alvarado había sido detenida horas antes en Providencia, acompañada de Verónica Martínez, esposa de Juan Chacón. En el operativo montado en casa de Chacón, en que se detuvo a la familia y a Martín, participaron diez efectivos de la DINA encabezados por Osvaldo Romo y movilizados en varios vehículos, entre éstos, camionetas Chevrolet C 10.

Martín, ex alumno del Liceo Manuel de Salas, hijo de un destacado dirigente socialista, ingresó al MIR cuando era estudiante secundario y pronto se destacó en la organización por su compromiso, su entusiasmo y brillante inteligencia.

Antes del golpe militar trabajó en estrecho contacto con Edgardo Enríquez, miembro de la Comisión Política del MIR, y luego asumió también tareas de dirección.

La “ratonera”
Alrededor de las 17:30 horas, unos 10 individuos fuertemente armados, entre ellos Osvaldo Romo, se presentaron en el departamento del matrimonio Chacón Martínez, en la Avenida Antonio Varas, identificándose como funcionarios de la DINA. Llevaban a María Inés Alvarado, muy asustada y sangrando del labio superior. A las 19 horas llegó Raúl Chacón Zenteno (padre de Juan), y media hora más tarde lo hizo Martín Elgueta. A las 8 de la noche, llegó a su domicilio Juan Rosendo Chacón (actualmente desaparecido). Todos ellos fueron detenidos, incluyendo a Verónica Martínez Ahumada y Antonio Osorio, y conducidos, vendados, a Londres 38, recinto secreto de reclusión y tortura de la DINA.


Con la frente marcada
El 25 de julio de 1974, Martín y María Inés fueron llevados por Osvaldo Romo y otros 2 civiles, hasta el domicilio de la madre de María Inés, Inés Börgel González, ubicado en la calle Dublé Almeyda en Ñuñoa. La señora Clara observó que ambos jóvenes tenían en sus frentes una mancha negra, producto de quemaduras en la tortura. María Inés dijo a su madre que ambos estaban detenidos. Al cabo de unos 10 minutos, los agentes se los llevaron en una camioneta Chevrolet C 10 nueva.

Poco antes, el mediodía del 17 de julio de 1974, Martín fue llevado hasta el domicilio de María Matilde Cheuquemán Cheuquemán, en la población Buzeta, quien guardaba enseres de la familia Elgueta, para retirar un par de frazadas. Según María Matilde, el afectado se veía muy sucio y con mal aspecto, y lo acompañaba un civil de más o menos su misma edad, “amable y rubio”, quien, en ningún momento se separó de su lado. La descripción de este agente corresponde a uno de los participantes en el operativo en que se detuvo a Martín.

Testigos sobrevivientes
Antonio Osorio Olivares señaló que a Martín lo llevaban a interrogatorio tres veces al día. Varias veces escuchó sus gritos de dolor y quejidos. También le oyó decir: “he sufrido muchas torturas, pero estoy bien de salud. Por más que me torturen, no hablaré, pues nada tengo que decir”.

Por su parte, Ramón Osvaldo Barceló, quien conocía a Martín desde niño, también lo vio en Londres 38 y en malas condiciones físicas, en la noche del 14 al 15 de agosto de 1974.

Las cuatro personas detenidas junto a Martín Elgueta fueron llevados cinco días más tarde al campamento de incomunicados de Cuatro Alamos, pero Martín y su compañera, María Inés, fueron dejados en Londres 38, desde donde desaparecieron.

Cristián Van Yurick, Graciela Scarlett Mathieu y la doctora Patricia Barceló también han testificado sobre la tortura a Martín en Londres 38. Durante su reclusión, Martín fue sacado del recinto de la DINA en dos oportunidades.

Las maniobras de la DINA
“Martín Elgueta se exiló en Argentina”. Eso dijeron en febrero de 1975, en una “conferencia de prensa”, con libreto pauteado por la DINA, realizada por cadena nacional de radio y televisión desde el Edificio Diego Portales, cuatro dirigentes del MIR detenidos. Así la dictadura preparaba el terreno para el momento en que, en julio de 1975, los nombres de Martín y su compañera aparecieron en una lista de los 119 chilenos presuntivamente muertos en enfrentamientos en Argentina. La nómina reproducida en los medios chilenos, provenía de la revista “Lea”, una publicación creada para la ocasión por los servicios de inteligencia.

Persecución a la familia
Antes de la detención de Martín, agentes de la DINA, encabezados también por Osvaldo Romo, habían detenido, torturado y amenazado de muerte a su hermano Raimundo Belarmino Elgueta (mayo de 1974), que permaneció desaparecido por más de 10 días.* Por otra parte, también el domicilio de su familia había sido allanado por Romo, mientras que su padre, Belarmino Elgueta Becker, alto dirigente del partido socialista, se encontraba en el exilio en México.

También su madre, Yolanda Pinto ( ya fallecida), una de las fundadoras de la Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos, y su hermana, Gloria, fueron víctimas de graves amedrentamientos por Osvaldo Romo en distintas ocasiones.

El liceo
En 1990, para el aniversario del Liceo Experimental Manuel de Salas, los ex alumnos realizaron un homenaje a Martín Elgueta y María Inés Alvarado, de la promoción de 1970, así como a Luis Guajardo, Jaime Buzio, Edwin Van Yurick y Jaime Robothan. Todos ellos figuran entre los “119” luchadores antidictatoriales cuya desaparición, denunciada a nivel internacional, intentó ser manipulada por la dictadura con ayuda de los servicios de inteligencia del Cono Sur.

* Testimonio Raimundo Elgueta Pinto.

http://www.londres38.cl/1934/articles-82025_recurso_1.pdf

Casos detenidos Desaparecidos Colonia Dignidad

MIGUEL CUEVAS PINCHEIRA (La historia va mas allá que la palabra). Patricio Torres Acuña

MIGUEL CUEVAS PINCHEIRA (La historia va mas allá que la palabra)

Todos y cada uno de los hechos de violación a los DDHH, es en si una perversión política y social. De los miles de casos ocurridos en Chile no hay ninguno que no me afecte, pero si hay algunos que me han tocado más por la implicancia de afectos y sentires. Entre éstos puedo señalar:
El caso de Víctor Manuel Zuñiga Arellano, que más adelante daremos a conocer con detalles.
Con Titín, El Poroto o el Bebe,estamos unidos desde la niñez.

El otro caso es el que hace refencia esta publicación, que no sólo es hacer un recuerdo, también es un HOMENAJE a un compañero que este 26 de junio de 2013 cumpliría 81 añosde vida si no hubiese sido asesinado por sus ideales políticos.

Me refiero a MIGUEL CUEVAS PINCHEIRA de Santa Bárbara, a quien conocí y con quien tuve algunas diferentes vivencias en distintas etapas de nuestras vidas.
Sólo para mencionar algunas:
De niño le recuerdo como un músico aficionado, que tocaba armónica ysiempre circulaba silbando con las manos en los bolsillos y su sombrero verde(tipo tirolés), o café de ala ancha. Simpatizante del  Partido Socialista de Chile, del cual mi  padre fue dirigente comunal.
Luego de adulto le reconocí como MILITANTE DEL PS, condición que le significó que después de ocurrido el golpe de estado de septiembre del 73, un grupo de asesinos, entre carabineros y civiles le quitaran la vida junto a varios compañeros de las comunas de Santa Bárbara y Quilaco, en ese entonces sólo Santa Bárbara.

Sólo hay una foto de Miguel y no he encontrado fotos de los asesinos, a quienes en su mayoría también conocí y con quienes en mi niñez compartí colegio en su mayoría y que referirme a Ellos me parece inoficioso. Sólo diré que de los que conocí, en cada uno de ellos o en sus familias habían rasgos antisociales y carencia valórica extrema.
Para adentrarnos en la historia tomaremos un extracto del semanario La Nación Domingo del Domingo 7 de septiembre de2008:  UNIFORME

Un equipo de LND recorrió 2.500 kilómetros, en tres regiones delsur de Chile, para escudriñar en los secretos de las matanzas más feroces decampesinos ocurridas en la dictadura. Detrás de esos crímenes estuvieronterratenientes, comerciantes y vecinos que hicieron la guerra sucia aliados con militares y carabineros. A 35 años de estos crímenes, y a pesar de que en algunoscasos ha llegado la justicia, la mayoría sigue libre y aún recorren como amos yseñores los campos, pueblos y caseríos del país.

Fue la venganza que aterrorizó poblados enteros, amparada cada vezen la oscuridad de la noche. Los autores de los crímenes de campesinos y trabajadores de otros oficios fueron civiles amos del lugar, que tras el golpe militar y aliados con los militares y la policía uniformada, decidieron la vida y la muerte de las víctimas que eligieron. Algunos actuaron disfrazados con atuendosde guerra, preparados y decididos a exterminar a quienes habían defendido sus derechos contra la explotación instalada desde siempre en los campos. A veces,desde antes de la asonada golpista, ejercieron tareas paramilitares junto al movimiento de ultraderecha Patria y Libertad. Otros actuaron vinculados a distintos grupos de corte fascista organizados para oponerse por la violencia a las conquistas de los trabajadores en los años del sueño socialista. Pero todos respondieron con el odio de presenciar cómo sus eternos súbditos y servidoresde sus deseos reproductores de la fortuna, les ganaban terreno contrarrestando humillaciones y atropellos de su dignidad y la de sus familias. Especialmenteal interior de los fundos donde la ley era el patrón.

Historias dramáticas donde en algunas ocasiones los mismos padres o parientes culparon a los suyos por involucrarse en las luchas sindicales pormejoras laborales, justificando a sus patrones, a estos activistas civiles y alos militares, por haberles dado caza y hacerlos desaparecer.

En cada ciudad, en cada pueblo o caserío precordillerano donde la muerte llegó vestida de civil o disfrazada de verde olivo, el terror infundido por la mano de estos poderosos permanece hasta ahora. Sus habitantes se muestran hostiles a las preguntas sobre aquellos tiempos. Invocan el olvido por el paso del tiempo, o simplemente confiesan mirando alrededor que todavía temena que regrese el azote que llenó de sangre las calles y senderos rurales.

Algunos de estos civiles autores de las masacres todavía se pasean por los mismos recorridos que frecuentan los familiares de los caídos para comprar el pan del día. A veces los escupen al pasar, insultándolos por haberlos llevado a sentarse en las bancas de los acusados en un tribunal.

Las madres o hermanos que se atrevieron desde temprano a vencer el miedo de la amenaza constante persiguiendo judicialmente a estos hechores,sufrieron el doble castigo de perder a los suyos y recibir el desprecio de susvecinos. Y hasta de los propios compañeros de combate de sus deudos, que cruzaron al otro lado de la vía para esquivar aquellos ojos tristes ydesamparados que nunca dejaron hasta hoy de buscar a sus desaparecidos.

La Nación Domingo recabó la lista de los 51 civiles procesados o condenados por el secuestro y desaparición, o por los homicidios, de operariosdel campo y otros que ejercían múltiples oficios. Del total, 15 corresponden a alemanes de Colonia Dignidad, que no son abordados en este reportaje porque sus andares son conocidos. Sin embargo, en la gran mayoría de los otros 36, sus identidades y acontecimientos permanecen todavía desconocidos públicamente.

El equipo de tres periodistas de LND recorrió 2.500 kilómetros y cruzó tres regiones entre Osorno y Los Ángeles, incluyendo zonas precordilleranas,para rehacer la ruta de la venganza. Todo sucedió en medio del temporal másgrande de los últimos 30 años, que dejó 17 mil damnificados, sorteando con su vehículo carreteras y caminos interiores inundados

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LOS DUEÑOSDEL MUNDO

Bajando hacia el norte, en la VIII Región, está Santa Bárbara.Desde ahí, más de 30 kilómetros hacia la cordillera, un interminable camino sinuoso, lleno de barro y plagado de bosques forestales, termina en el imponente fundo El Huachi. Lo antecede sólo el caserío del mismo nombre,humilde a su alrededor, que parece una prolongación azarosa del campo propiedad de la familia Barrueto Barting. No es casualidad que todos los conozcan, ya que muchos de los lugareños trabajan sus tierras y se instalaron ahí buscando una forma de subsistir.

Para llegar hasta el fundo donde viven los hermanos Manuel yRicardo Barrueto sólo basta con pronunciar su apellido y los brazos se alzan siempre en la misma dirección, profundo hacia los bosques. Ya al interior de la propiedad, una de las empleadas de la casa con impresionante vista al río Huequecura nos cuenta que “el patrón” salió de mañana, debido a que tiene otro domicilio en Los Ángeles y que alterna su permanencia entre ambos lugares. “Está algo enfermo, partió a hacerse unos exámenes, lo más probable es que llegue mañana o pasado”, dice con amabilidad.

Tras la desalentadora respuesta, la vuelta hacia Santa Bárbara se hizo inevitable. Luego de avanzar por colinas escarpadas, apareció el camino que indicaba la salida del fundo. Pero el portón está bloqueado por una moto todo terreno que se encuentra atravesada, como si fuera un pino más de los miles que los Barrueto tienen en su predio dispuestos para la tala. A un costado del vehículo, un hombre alto espera en actitud amenazante. Tiene pelo cano, ojos secos y el rostro envuelto en un par de mejillas pálidas. Usa un jockey rojo y con la mirada baja se acerca inquisidor. En una mano lleva una cámara fotográfica digital; la otra se posa sobre un bulto ubicado en su cintura.Luego de escrutar el automóvil y a sus integrantes, su pequeña boca cuenta escuetamente que es Ricardo Barrueto Barting.

No lo reconoce, pero él es uno de los dos hermanos que actualmente se encuentran procesados por el secuestro de seis campesinos, recién ocurrido el golpe, todos ellos empleados en su fundo.

Sin más trámite nos expulsa de la propiedad; no hay más preguntas.”Acá no se entra sin mi permiso”, sentencia. Toma una fotografía de nuestro automóvil y de la patente, mientras nosotros lo inmortalizamos devuelta con nuestra cámara.

Veinticuatro horas más tarde nos enteraríamos que a la empresaSeellmann Rent a Car llamó un supuesto detective de la Policía de Investigaciones, donde fue arrendado el vehículo, para pedir los datos de los arrendatarios, argumentando que había sido utilizado “por activistas mapuches para causar disturbios”.

Doña Norma Panes conoce bien las tretas de Ricardo Barrueto. En 2006 luego de que el ministro de la Corte de Apelaciones de Concepción CarlosAldana asumiera varias causas de derechos humanos en la zona del Biobío tuvo un careo con él. Se dio en medio de la reconstitución de la escena por los 20 secuestros de obreros y campesinos que sufrió la localidad de Santa Bárbaraentre septiembre y octubre de 1973 y que tienen hasta ahora a muchas familiassin conocer el paradero de sus padres, maridos, hijos o hermanos. Ahí, frente a su rostro, Ricardo le señaló que la noche en que su marido, Miguel CuevasPincheira, “fue sacado de la casa en calzoncillos por hombres uniformados”,él no estaba ahí.

Pero ella asegura que los Barrueto fueron parte del grupo de civiles que, disfrazados de militares, se llevaron a su marido en medio de la noche del 20 de septiembre. Norma Panes dice que los vio claramente y también su hija. Al mostrarle la foto actualizada que obtuvimos de Ricardo Barrueto,Norma no duda: “Es él”. Su rostro, como el de Manuel, quedaron grabados en su memoria con tanta fuerza como aquellos años en que su marido fue un trabajador más del fundo El Huachi, labor que alternaba con su oficio dezapatero.

Los testimonios de las familias de seis campesinos más que trabajaban en El Huachi, secuestrados el mismo día y en horas cercanas,permitieron que en 2002 se procesara a los Barrueto y a los civiles SergioFuentes Valenzuela, Jorge Domínguez Larenas y los también hermanos Jorge y JoséValdivia Dames, quienes conformaron una verdadera mini-Caravana de la Muerte.

Norma lo grafica de la siguiente forma: “Ese día lo que hizo el grupo deciviles, todos ellos miembros de Patria y Libertad, junto a los carabinerosfue, literalmente, limpiarle el campo a los Barrueto”.

Luego, un recuerdo de los años posteriores a la desaparición de su marido viene a su mente: “Todos ellos eran amigos entre sí. En una ocasión, en plena dictadura me topé con un par en una esquina. Como sabían que yo todavía buscaba a mi marido, me escupieron a la cara”, dice.

La actitud de los Barrueto, al parecer, no es muy distinta. Tras mover la motocicleta para dejar libre la vía, minutos después, uno de los campesinos nos hizo dedo para acercarlo a la carretera que une Ralco con LosÁngeles. En el camino contó que Barrueto le había consultado si sabía de quiénera el vehículo blanco que había ingresado sin permiso al fundo. Y nos advirtiósobre Ricardo: “Cuando los vio entrar a ustedes dijo que de aquí no salían”.El joven, un sencillo trabajador forestal, con lucidez agregó que “es unhombre malo, prepotente, un carajo como patrón, que paga apenas para subsistir.Se aprovecha del sufrimiento y la necesidad del trabajador”.

Actualmente, los civiles responsables de la matanza permanecen procesados. Luego de ejecutarlos, la mayoría fueron lanzados al río Biobío desde el puente de Santa Bárbara.

De LND

http://www.lanacion.cl/noticias/site/artic/20080906/asocfile/20080906220416/la_ruta_de_la_sangre.pdf

MIGUEL CUEVAS PINCHEIRA

Rut     : No tiene
F.Nacim. : 24  06  32, 41 años a la fecha de su detención
Domicilio : Rosas 371, Santa Bárbara, Los Angeles
E.Civil : Casado, 5 hijos
Actividad : Zapatero y obrero agrícola
C.Repres. : Sin información
F.Detenc. : 20 de septiembre de 1973

Miguel Cuevas Pincheira, casado,5 hijos, obrero agrícola, se desempeñaba como zapatero en la localidad de SantaBárbara y, además, realizaba labores como obrero agrícola en el Fundo El Huache de la misma comuna; fue detenido aproximadamente a las 22:00 horas del 20 deseptiembre de 1973, en momentos en que se encontraba en su domicilio.
Sus aprehensores fueron los miembros de un grupo que se denominaba “Fuerza de Colaboración Voluntaria con Carabineros deChile” y fue creado el 19 de septiembre de 1973 por el Jefe de la TenenciaSanta Bárbara, Teniente Plante Euclides Aravena, “con el fin de buscar extremistas en el sector de El Huache” como señalara el mismo oficial en el proceso de la Justicia Militar. El fundo señalado había sido expropiado al padre de los hermanos Manuel y Ricardo Barrueto.

El grupo represivo estaba conformado por un comando compuesto por los carabineros Heraldo Pulgar Riquelmey José Godoy Godoy ambos de la dotación del Retén de Santa Bárbara y por losciviles Jorge Domínguez, su hijo Jorge Domínguez Larenas, los hermanos Manuel yRicardo Barrueto propietarios de Fundo El Huache , Simón Mena Manosalva(posteriormente funcionario del Servicio de Seguro Social de la localidad deSanta Bárbara), Sergio Amado Fuentes Valenzuela y Jorge Eduardo Valdivia Dames,los que vestían uniformes de campaña similares a los del Ejército y portando diversos tipos de armas, realizaron un operativo en el Fundo El Huache y en Santa Bárbara. Los miembros de esta fuerza, se movilizaban en una camionetacolor verde claro de Manuel Barrueto, otra de color amarillo de José Domínguez padre y una tercera de color verde con amarillo, propiedad de la Municipalidadde Santa Bárbara.
Esa noche del 20 de septiembre llegaron a su domicilio los carabineros y civiles del grupo, quienes ingresaron violentamentey lo sacaron de su cama y sin permitirle que se vistiera lo subieron a uno de los vehículos. Luego lo condujeron hasta la Tenencia de Carabineros de Santa Bárbara. Los aprehensores, que en ningún momento exhibieron orden de detención,fueron reconocidos por la esposa del afectado, doña Norma Panes, quien se encontraba en el hogar en esos momentos.
Al día siguiente, Norma Panes, llegó temprano al cuartel policial, donde los uniformados le informaron que Miguel Cuevas había sido trasladado hasta el Regimiento de Los Angeles a las 6:00 de la mañana de ese día. Ella se trasladó inmediatamente a dicha unidad, también se dirigió a la Cárcel Pública, Fiscalía Militar y otros lugares sin poder conocer el paradero de su esposo.
Posteriormente viajó hasta la ciudad de Concepción, donde realizó averiguaciones en los centros de detención para presos políticos, sin resultados positivos. Entonces, viajó hasta Santiago sin lograr obtener información respecto del paradero de su esposo.
Miguel Mella se encuentra actualmente en calidad de detenido desaparecido.
Además, durante el operativo realizado ese día fueron detenidos en distintos lugares del Fundo El Huache y Santa Bárbara, losobreros agrícolas Desiderio Aguilera Solís, Miguel Cuevas Pincheira, JoséMariano Godoy Acuña, José Domingo Godoy Acuña, José Nazario Godoy Acuña, JulioCésar Godoy Godoy y Manuel Salamanca Mella, los que también permanecendetenidos desaparecidos hasta la fecha.
También se detuvo en esa oportunidad a Jovino Aguilera Solís, Taco Verdugo Salamanca, y Emiliano Aguilera Godoy, quienesfueron puestos en libertad el 21 de septiembre por sus aprehensores,permaneciendo el resto de los detenidos en el recinto policial.
Según declaraciones de testigos, ante laComisión de Verdad y Reconciliación, esa noche los detenidos habrían sido muertos y lanzados a las aguas del río Bío Bío, desde el puente que cruza Quilaco.

GESTIONES JUDICIALES Y/O ADMINISTRATIVAS
En la causa 25 73 del 3er. Juzgado Militar deLos Angeles contra Ricardo y Manuel Darío Barrueto, Sergio Fuentes Valenzuela yJorge Eduardo Valdivia Dames por la desaparición de los detenidos del Fundo ElHuache, el mismo día y por el mismo grupo que detuvo a Miguel Cuevas Pincheira,se pudo establecer que efectivamente el grupo aprehensor pertenecía a Carabineros de Chile, y en él participaban, junto a uniformados, civiles de la zona. A pesar que el origen de la causa fue la investigación del desaparecimiento del grupo de campesinos, ésta se transformó en una investigación del comando aprehensor. Algunos de ellos durante el proceso fueron encargados reos por el delito de porte de armas de fuego sin permiso competente, pero finalmente el juez del 3er. Juzgado Militar lo sobreseyó definitivamente.
El tribunal no investigó la suerte de losdetenidos. Tanto los aprehendidos en el Fundo El Huache como Miguel CuevasPincheira permanecen hasta hoy en calidad de detenidos desaparecidos.
Tomadode MEMORIA VIVA

Patricio Torres Acuña Para finalizar les sugiero y solicito que lean la sentencia del caso:
www.ddhh.gov.cl/Fallosmesdejunio2011.html

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DDHH.GOV.CL
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  • Francisco Antonio Farías Mansilla Patricio, hola. Miguel Angel Cuevas, era/es hermano de mi abuela materna, Carmen Cuevas Pincheira. Ayer me llamó porque tuvo acceso a esta noticia a través de mi tía Paola…esa foto, la vi desde pequeño en casa, slds!
  • Patricio Torres Acuña Un fraterno abrazo a ti y tu familia. Miguel fue un luchador social y fue ese compromiso el que llevó a sus asesinos a perpetrar ese innoble y cobarde homicidio. Guardo muchos recuerdos personales de Él.
  • Francisco Antonio Farías Mansilla que bueno saber que lo conociste; yo lo que se, es lo que me ha contado mi abuela y parte de mi familia materna, además de lo que he leído de los informes de DDHH. Para navidad, le regalamos con mi pareja a mi abuela Carmen, el documental “La Nostalgia de la Luz”. Lo vimos juntos y me imagino, lo que debe ser para ella estos 40 años de injusticia y dolor. Saludos nuevamente! FUERZA, ÁNIMO y CORAJE en tu trabajo de memoria.
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Juan San Cristóbal | Jueves 29 de agosto 2013 0:10 hrs.

carlos fariña

A propósito de los cuarenta años que se cumplen del Golpe de Estado, las voces que exigen verdad y justicia mantienen su deseo por ver en juicio a los responsables. En ello, una de las áreas menos abordadas en violaciones a los derechos humanos refiere a la desaparición de menores. Desde las organizaciones que han indagado el tema, destacan que las autoridades, en democracia, no han respondido a la investigación que requieren estos hechos.

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Michelle Peña Herreros fue estudiante de la Universidad de Santiago, militante socialista detenida en 1975 por efectivos de la DINA, quienes la buscaron durante todo su embarazo, lo que obligó distintos esfuerzos para cumplir sus controles médicos sin ser secuestrada. Una vez trasladada a Villa Grimaldi, se pierde todo rastro de ella, y del eventual nacimiento de su hijo.

La incertidumbre sobre el hijo de Michelle Peña se suma a otros ocho casos de mujeres embarazadas que fueron detenidas en dictadura. Más aún, el Informe Rettig certifica 307 casos de menores de 20 años ejecutados, niños de seis meses hasta la adolescencia, de los cuales se desprenden 75 casos de infantes detenidos desaparecidos. Por su parte, el Informe Valech sumó un anexo con 102 casos titulado “Menores de edad detenidos junto a sus padres o nacidos en prisión”.

Rodrigo Anfruns

Algunos casos han salido a la luz pública, como el menor Rodrigo Anfruns, cuyo cuerpo apareció a pocos metros del lugar de su desaparición en junio de 1979, bajo circunstancias que aún no son esclarecidas. O el caso de Carlos Fariña Oyarce, menor de 13 años detenido en la población La Pincoya, y su cuerpo encontrado en 2000, quemado y con múltiples heridas a bala.

Para Mireya García, vicepresidenta de la Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos, esta situación revela la actitud de los militares hacia civiles sin militancia política: “La dictadura no tuvo límites. Para los represores, la condición de mujer, anciano o niño, no tuvo importancia al momento de cometer crímenes. Es una herida de la que poco se ha hablado todavía”.

La dirigente recalca que son apenas 60 los uniformados involucrados en juicios por violaciones a los derechos humanos, pese a ser miles los casos de detenidos, ejecutados y desaparecidos por el régimen militar.

En esta línea, destaca que aún es necesario sumar investigaciones, ya que “falta justicia, investigación y procesamiento, encontrar a los culpables, y hacerlo ahora. En cinco años más ya no quedarán violadores a los DDHH con vida. O se hace ahora, y la justicia se dedica a investigar, o terminaremos con 60 condenados de un universo de más de tres mil víctimas”.

Gonzalo Taborga, presidente de la Comisión Chilena de Derechos Humanos, destaca que la violencia contra menores es un tema pendiente, en contraste a la dictadura en Argentina, con organizaciones dedicadas a buscar la verdad sobre menores detenidos, o nacidos de militantes en cautiverio.

Rodrigo Palma

“Ha tenido un desarrollo muy diferente a Argentina. Acá las organizaciones no han tenido de parte de las autoridades, el respaldo que hubiesen querido, y que ameritaba que recibieran. Terminado el gobierno militar, esta situación no tuvo relevancia, porque no se conocían casos, pese a existir las listas, las situaciones de menores que hasta el día de hoy no se han investigado y que están pendientes”.

En 2005 se constituyó una Agrupación de ex Menores de Edad Víctimas de Prisión Política y Tortura, algunos años más tarde la AFDD abrió una línea telefónica para recibir antecedentes de menores, entre otras intenciones para sumar información.

Otro aspecto relacionado a la desaparición de menores, fue develado por el periodista Mauricio Weibel, de la agencia alemana DPA, quien, luego de tener acceso a más de 30 mil documentos reservados de la CNI, descubrió que existió un seguimiento en colegios, coordinado desde el ministerio de Educación, que espió a estudiantes, académicos y apoderados, durante los años de la dictadura.

“Chile: Las víctimas infantiles”
Ese es el nombre de un informe divulgado por Amnistía Internacional, a propósito de la detención de Augusto Pinochet en Londres. Un documento que reconoce 26 casos de niños muertos por militares durante la dictadura en Chile. La falta de documentación en menores sin cédula de identidad es un punto en contra a la hora de sumar indagatorias por su paradero. En este período se consideraba menor de 21 años para definir un menor de edad, incluyendo en este grupo a muchos jóvenes perseguidos por sus ideales políticos.

La historia de Carlos Fariña Oyarce explica la muerte de una de las víctimas más jóvenes de la dictadura, quien falleció a los 13 años, luego de ser abatido por dos tiros por la espalda, y luego su cuerpo quemado.

carlos farina.jpgCarlos fue derivado a un centro de menores, donde sufrió abusos sexuales, por lo que fue devuelto a su casa. Al ser visto por una vecina, ésta denunció su presencia a los militares, quienes lo arrestaron y no se supo de su paradero hasta el año 2000. Su madre murió en 1977, con la angustia de golpear puertas todos los días, sin recibir noticias del menor. Sus osamentas fueron encontradas en la avenida San Pablo. Vestía la misma ropa que al momento de su detención, permitiendo su rápida identificación. Según militares testigos, su ejecutor, el oficial Erasmo Enrique Sandoval Arancibia (ex funcionario del municipio de Providencia), no mostró compasión a los ruegos del niño, disparándole por la espalda y ordenando su incineración.

En Coquimbo, Jim Christie Bossy tenía 7 años cuando esperaba la navidad de 1973. La tarde del 24 de diciembre jugaba en la calle junto a Rodrigo Javier Palma Moraga, de 8 años. Ambos menores fueron ultimados por miembros del Ejército que custodiaban gasoductos en el sector de La Herradura. La madre de Jim, Maria Josefina Bossy Berruyer, incluso fue arrestada en el regimiento Arica, acusada del secuestro de su hijo y sometida a vejaciones por los militares. Cuatro años más tarde, los cuerpos de los menores aparecieron en el mismo lugar donde se les perdió huella, el mismo sector tantas veces rastreado y sin resultados. En 2002, el juez Juan Guzmán Tapia ordenó la exhumación de los cuerpos, certificando los impactos de bala que provocaron la muerte. Hoy, en la zona de su desaparición existe un memorial que los recuerda.

memorialOtros casos grafican la acusación por “uso indebido de la fuerza” en uniformados. El 18 de septiembre de 1973, oficiales del Ejército irrumpen en la Plaza Panamá, en Santiago, disparando a su alrededor. La menor Alicia Aguilar Carvajal, de sólo seis años, recibió un impacto de bala en el tórax con salida de proyectil, quien falleció en el acto víctima del actuar de militares que no han sido identificados.

Un caso similar es el de Samuel Castro, de 13 años, estudiante que falleció el 24 de septiembre de ese mismo año, a pocas cuadras del Estadio Víctor Jara (ex Estadio Chile), quien fue herido a bala por un militar que custodiaba este recinto, convertido en centro de detención y tortura.

La muerte de Ángel Moya rememora un gesto conocido de los militares. Interceptado a las 16 horas mientras caminaba, en Santiago, el estudiante fue ordenado a correr, arrancar, hasta que fue alcanzado por impactos de bala propiciados por los militares, que lo mataron por la espalda.

Así también pasó con Elizabeth Leonidas Díaz, de 14 años. La joven estaba embarazada, y detenida junto a otras siete personas la madrugada del 14 de octubre de 1973. En el río Mapocho, a la altura del puente Bulnes, fueron bajados de vehículo policial, obligados a correr por la ribera, donde fueron ultimados. Esa noche fueron acribillados catorce jóvenes, ocho de ellos menores de 20 años.

Como se lee, menores de edad que no mueren consecuencia de la militancia política de sus padres, o por estar junto a ellos al momento de su detención. El simple derroche de violencia, el rostro más oscuro de la muerte, la condición humana a su nivel más bajo, a la hora de apuntar con un arma de fuego al alma de un ser humano, de un menor de edad. Y disparar.

Desapariciones sin olvido en Paine: Octubre de 1973

Desde hace 41 años, octubre ha sido un mes para recordar dentro de la comunidad de Paine. En octubre de 1973 se realizó el mayor número de detenciones, desapariciones y ejecuciones de campesinos y trabajadores en distintos lugares de la comuna, y bajo diversas condiciones. Las ejecuciones se llevaron a cabo durante operativos organizados por efectivos militares, particularmente por el Regimiento Escuela de Infantería de San Bernardo, miembros de policía y civiles de la zona. En dichos operativos las personas fueron detenidas violentamente durante la noche, llevadas a otros lugares en camiones y posteriormente fusiladas. Los restos de las víctimas fueron encontrados en distintos lugares, como en el puente Maipo, en la quebrada de los Quillayes en Litueche (VI Región) o en el cerro Redondo en el sector de Chada, entre otros.

A diferencia de otros lugares golpeados por la represión durante la dictadura, octubre se ha constituido como el mes de conmemoración para la comunidad de Paine, por la magnitud de la violencia ejercida contra los habitantes de la comuna y la gran cantidad de desapariciones y ejecuciones cometidas durante el mes, que a la fecha suman cerca de 50 personas. Por esta razón, octubre es además un mes muy significativo para los familiares de las víctimas y su entorno más cercano, quienes realizan diversas conmemoraciones, públicas o íntimas, como es la velatón que se realiza todos los 16 de octubre en el sector del ex asentamiento “24 de Abril”, o la conmemoración que tiene lugar en el sector de los Quillayes anualmente.

Además de recordar a las víctimas de la represión, estas conmemoraciones constituyen también un refuerzo a la articulación de las familias y organizaciones de Derechos Humanos vinculadas con Paine, que aún esperan que se haga justicia y se conozca la verdad sobre el paradero de sus familiares, así como la condena de las personas involucradas en los asesinatos.

Operativo 3 de octubre

Las primeras detenciones dentro de este operativo ocurren el día 24 de septiembre de 1973, donde cuatro personas, dirigentes del asentamiento El Escorial, dentro de la Viña El Escorial en el sector de Huelquén, son secuestradas durante la noche. Posteriormente, el 3 de octubre 13 personas son detenidas, miembros del mismo asentamiento. Las personas son llevadas dentro de un camión rojo, facilitado por Francisco Luzzoro, un reconocido civil involucrado en los hechos, al sector del Cerro Redondo. Fueron fusilados el mismo día en la Cuesta de Chada.

A los pocos meses, personas del lugar encontraron algunas osamentas que reconocen como humanas. Basados en esta información, los familiares comienzan a buscar en el cerro los cuerpos de sus seres queridos desaparecidos. Alertados por esto, Carabineros se dirige al lugar acompañados del Servicio Médico Legal (SML) para exhumar de manera ilegal los cadáveres. Los cuerpos de las víctimas se mantuvieron retenidos en el SML hasta el año 1991, año en que recién fueron entregados a sus familiares.

Operativo 16 de octubre

Durante la madrugada del 16 de octubre fueron detenidos campesinos de los asentamientos Nuevo Sendero, 24 de Abril y El Tránsito, y dos personas de Paine centro. En total, en esta masiva operación, 24 personas fueron secuestradas y llevadas al sector de Litueche (VI Región); y  fueron fusiladas al amanecer en la quebrada de Los Quillayes.

Los restos de algunos de ellos fueron encontrados el año 2007 durante la investigación realizada en el lugar por el Ministros Héctor Solís Montiel, investigación que permitió conocer el paradero de las personas detenidas durante dicho operativo, el cual era desconocido hasta la fecha. Actualmente todos los años se realiza una conmemoración de alta convocatoria en la quebrada de Los Quillayes, que dentro de sus participantes incluye familiares, amigos y organizaciones relacionadas con los Derechos Humanos y la Memoria.

Sector de Aculeo

Por otro lado, las detenciones y ejecuciones realizadas a los campesinos de los asentamientos del Patagual y Huiticalán, en las cercanías de la laguna de Aculeo, ocurrieron durante octubre pero no fueron masivas. En algunos casos los restos fueron encontrados dentro de los mismos fundos donde trabajaban, en otros casos en los sectores de Pirque o puente Maipo. En total suman 10 víctimas en esta localidad. Aún existe poca información e investigación judicial respecto a los responsables de estos crímenes, aunque se presume que -al igual que en otros sectores de Paine- habrían participado civiles, carabineros y militares.

Las víctimas de Paine de la represión de octubre

Octubre es un mes de recuerdos cargados de emoción, un mes que nos reúne al alero de una historia común. El pasado y presente de nuestro país cobran vida durante el este mes para muchas familias que un día perdieron a sus seres queridos por trabajar por una sociedad mejor. Recordamos juntos a todos aquellos que durante octubre perdieron su vida en manos de la violencia política de Estado, pero que a su vez nos han trazado un camino de vida: la lucha por los derechos Humanos y la memoria.

1. José Ángel Cabezas Bueno
2. Carlos Manuel Ortiz Ortiz
3. Aliro del Carmen Valdivia Valdivia
4. Víctor Manuel Zamorano González
5. Francisco Javier Calderón Nilo
6. Hugo Alfredo Vidal Arenas
7. Bernabé del Carmen López López
8. José Emilio González Espinoza
9. Juan Rosendo González Pérez
10. Aurelio Enrique Hidalgo Mella
11. Domingo Octavio Galaz Salas
12. Hernán Pinto Caroca
13. Héctor Santiago Pinto Caroca
14. Jorge Orlando Valenzuela Valenzuela
15. Ramón Alfredo Capetillo Mora
16. José Gumercindo González Sepúlveda
17. Mario Enrique Muñoz Peñaloza
18. Juan Manuel Ortiz Acevedo
19. Luis Celerino Ortiz Acevedo
20. Francisco Javier Lizama Irarrázabal
21. Jorge Manuel Pavez Henríquez
22. José Manuel Díaz Inostroza
23. René del Rosario Maureira Gajardo
24. Andrés Pereira Salsberg
25. Duque Orellana

26. Muñoz Peñaloza
27. Muñoz Peñaloza
28. Carlos Enrique Gaete López
29. Laureano Quiroz Pezoa
30. Carlos Alberto Nieto Duarte
31. Roberto Esteban Serrano Galaz
32. Pedro Cabezas Villegas
33. Basilio Valenzuela Álvarez
34. Germán Fredes García
35. Rosalindo Herrera Muñoz
36. Luis Ramón Silva Carreño
37. Samuel Lazo Quinteros
38. Carlos Enrique Lazo Quinteros
39. Luis Rodolfo Lazo Maldonado
40. Samuel Lazo Maldonado
41. José Ignacio Castro Maldonado
42. Luis Gaete Balmaceda
43. José Domingo Adasme Núñez
44. Bautista Oyarzo Torres
45. Pascual Calderón Saldaña
46. Benjamín Camus Silva
47. Osvaldo González Mondaca
48. Rolando Donaire Rodríguez
49. Pedro Meneses Brito

Referencias
  • ‘Yo soy…’ Mujeres familiares de detenidos desaparecidos y ejecutados de Paine” (2014) Carolina Maillard y Gloria Ochoa. http://www.germina.cl/wp-content/uploads/2014/05/Yo-soy_version_web.pdf
  • “Enfrentar con la vida a la muerte. Historia y memorias de la violencia y el terrorismo de Estado en Paine” (2009). Universidad de Chile
  • “El callejón de las viudas” (2001) Ruby Weitzel. Editorial Planeta
  • “Tiempo de días claros: Los desaparecidos” (1990)
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