Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

Yo no fui un gran orador en el gobierno del Presidente Salvador Allende. Traté, eso sí, de marcar el espacio de mis amigos y compañeros de revuelta. Sí, nos tomamos el liceo, muchas veces nos tomamos el liceo, también dijimos que el socialismo era una forma de vida. Fidel Castro y sus extensos discursos nos llenaron la cabeza de frases y discursos que no dejaban dormir. Pinté con ayuda de mi hermano una muralla con el rostro del Ché en nuestra pieza, cuestión que a nuestros padres no le gustó mucho pero finalmente reconocieron nuestro derecho a pensar, en esa casa doña Silvia era demócrata cristiana y don Pablo masón y radical. Así crecimos pintando nuevamente el rostro del Ché, pero esta vez estaba acompañado de Fidel.

Habiendo pasado los años me pregunté, ¿por qué salíamos a marchar, por qué nos tomábamos el liceo? La única respuesta era saber que luchábamos por “un mundo mejor”. Como estudiantes no teníamos reivindicaciones propias, entonces nos tomábamos las reivindicaciones de los obreros, de los pobladores, de los campesinos, de los pueblos originarios. Salíamos de parranda a pocas cuadras de la casa y la mayoría estudiábamos a Carlos Marx y unos pocos a León Trotski o Mao.

Yo pertenezco a ese tropel de estudiantes que buscábamos apurar el proceso que encabezaba el Presidente Salvador Allende. Teníamos extensas reuniones de base. Éramos comunistas, éramos socialistas, éramos miristas, éramos también radicales. Cada uno defendía su bandera y su partido mientras la vida se definía como un futuro inacabable. Éramos felices. Sospecho que Allamand y sus huestes derechistas también eran felices. Él incluso se cambió de liceo para hacernos la collera, un niñito de liceo particular no se estilaba en la política estudiantil secundaria.

Eran tiempos de filas para comprar el pan, de debates en la micro, de risas en la fila, de expropiaciones, de Reforma Agraria. Detrás de aquella señora de chaqueta verde, esa que mira desconcertada, ahí, justo al lado del señor con gorro, ¡esa es mi tía Juana! Salió a comprar pan y no ha vuelto, si alguien reconoce a esa señora le solicito que le indique como salir de ese atolladero. Me llamó hace poco para preguntar si puedo ir a buscarla, pero yo estoy en Chile y no hay locomoción desde aquí, ahora está conversando con un policía para que le indique la salida… Me volvió a llamar para decirme que ya llega con el pan… Hay una cola muy larga, mijo, mejor espérame con pan amasado. Ella estaba exiliada, pero nosotros no supimos el drama que aquello significaba, la doña era antigua en este barrio pero un día se esfumó, se fue mientras nosotros tratábamos de terminar los estudios, mientras nos pasábamos papelitos con las tareas del periodo, mientras aun llorábamos y nos cambiábamos de nombre.
A los pocos meses o años se nos olvidó doña Juana, le preguntamos a la vecina Laura y al viejito del negocio, le preguntamos a los que eran de derecha en la población, le preguntamos a la hermana de un primo medio derechista, él nos habló nuevamente del exilio y nuevamente no entendimos. Mi hermano dijo que eran los que se iban al extranjero. Yo no le creí, me fui a la casa, revisé todos los cajones buscando alguna señal. Aquellos que continuamos en la tarea de hacer una revolución debimos protegernos las espaldas. Todos debimos cuidarnos, unos y otros nos sentamos en la misma mesa, en la misma calle donde acosaba el feroz persecutor. Por lo que sé, fueron muy pocos los que delataron alguna casa, alguna guarida, alguna información, pero me enamoré de una muchacha que tenía siempre la palabra correcta a la hora de bajar las manos.

Era martes, despertamos en una toma en Puente Alto. A lo lejos se escuchaban disparos. Todos estábamos rondando los veinte años. No había teléfono celular, por lo que optamos por cruzar el Río Maipo a pie, mojados hasta la cintura reímos de la salvada y nos tiramos al sol para secarnos. Nos abrazamos y decidimos enfilar cada uno a su casa.

Así comienza la guerra. Estudios interrumpidos, novias que bajaban la cara al vernos, las noticias llegaban de boca en boca. El General Prat nunca pensó en preparar una ofensiva contra nuestra resistencia, tampoco el Presidente Allende se suicidio. Era la clandestinidad, el caminar esperando una cara conocida, caminando con el temor de que desde un automóvil bajaran con metrallas. Fue larga la guerra. Aún recuerdo algunos de los nombres que usaba para sobrevivir. En una cajita de fósforos me llegó la noticia de que Esteban no aparecía, también que Roberto estaba prisionero en Cuatro Álamos, en Tres Álamos, en Ritoque, en Puchuncaví, en el Estadio Nacional, en los regimientos y cuarteles de Carabinero.

Estuvimos atentos a mensajes que se leían con un libro, descifrando línea por línea, palabra por palabras, letra por letra. A los pocos meses o años recordamos a doña Juana, estaba moribunda en Bélgica. No sabemos si la sepultamos en Chillán o en Madrid, ella siempre dijo que le gustaba viajar hasta Cartagena. Éramos fantasmas, éramos invisibles, éramos sujetos sospechosos, éramos de la Resistencia, éramos comunistas, éramos miristas y socialistas, éramos un puñado de cabezas duras. Nos reuníamos en las iglesias mientras las beatas rezaban y nos deseaban una parte del Espíritu Santo.

Donde estaba el muro con la imagen del Ché y Fidel hoy es una estación de Tren Metropolitano. A esta fecha no aparecen nuestros amigos que cayeron en manos del enemigo. Escribo esto porque mis hijos no me creen tanto riesgo. Escribo para sanarme de esa enfermedad que era el miedo, el terror y la esperanza. Me ilusiono con que alguna vez podamos encontrar a miles de amigos detenidos desaparecidos. Me ilusiono con poder traer los restos de doña Juana a Cartagena. Me ilusiono con una marcha multitudinaria de obreros en La Alameda.

Hace mucho tiempo que nadie me conoce como Alejandro. Me llamo Cristian. No soy rubio, estoy canoso, pero aún estoy atento del hombre ese que camina tras mis pasos. Esta vez no caigo en la encerrona. Lo que vino después de esta historia es para largo. Por lo pronto, debo reencontrarme con las palabras que nos robaron. Debo hacer el ejercicio de abrazar a mi vecino comunista, a mi pariente socialista y a un puñado de miristas que caminan observando de reojo al que viene tras sus pasos.

Aún nos queda mucho por hacer.

Tomado de: dilemas.cl

Por *Cristian Cottet

*

Cristian Cottet Villalobos

Cristian Cottet Villalobos (Santiago, 1955), Antropólogo de la Universidad Bolivariana. Posee estudios en Ingeniería Mecánica y Pedagogía Básica.

 Últimas actividades

2012 – 2013.  Investigación: “¡Baila Chinita, baila! Religiosidad y construcción social en

Andacollo

Resumen: Trabajo de campo en la ciudad de Andacollo (IV Región), referida a las ceremonias religiosas.

2012. Profesor de cátedras: “Derechos Humanos” “Metodología de la Investigación” (Universidad Bolivariana) y “Taller de observación” , “Taller de metodología de la investigación” (Universidad ARCIS).

2012. Investigación, revisión de textos y prólogo del libro “El hablar minero en Andacollo”.

2010. Investigación: “Identificación, localización y catastro de complejos religiosos y ceremoniales mapuche. Regiones del Bío-Bío, La Araucanía, Los Ríos y Los Lagos”, del Consejo de Monumentos Nacionales (CMN), Corporación Nacional de Desarrollo Indígena (CONADI) y el Centro de Estudios de la Realidad Contemporánea (CERC-UHC).

Resumen: Trabajo de campo en las regiones indicadas, direccionado a catastrar espacios y/o territorios donde se desarrollan actividades religiosas o de actualización cultural, por las comunidades mapuches de la zona. Informe Final con prólogo “Complejos ceremoniales en la cultura mapuche”.

2010-2011. Asesor en el Ámbito Social en el Proyecto FONDART Región Metropolitana “Murales para mi barrio”.

Resumen: Capacitación a los jóvenes integrantes del Taller “Murales para mi barrio”

1988 – 2012. Fundador, Director y Editor de Mosquito Editores.

 

Libros publicados

–Amor y rebeldía; Ediciones Minga; Santiago de Chile, 1981 (poesía)

–Urbanidades; Ediciones Resurgence (Laussane, Suiza) / Taller el Sol (Santiago de Chile); 1983 (poesía)

–Chiloé, noventa días; Publicado por los Talleres Culturales de Castro; 1983 (poesía)

–Épica inconclusa; Ediciones FUNDECHI; Ancud, Chile; 1985 (poesía)

–La comunicación; Centro de Investigación Social; Santiago de Chile; 1985 (manual de medios de reproducción y comunicación)

–Proclama para anunciar un manifiesto de la épica; autoeditado; Santiago de Chile; 1985; poesía; complemento de intervención poética en Centro Cultural Mapocho

–Manifiesto un terrible descontento con ayer; autoeditado; Santiago de Chile; 1986 (poesía)

–Has recuperada nada; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1990 (poesía)

–Libro de hechos inevitables; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1996 (poesía)

–Interpretaciones y testimonios; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2002 (poesía)

–Carlos Sánchez: La razón de estar gay; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2005 (testimonio).

–¿Se atreve usted don Jano?; Mosquito Editores / Colección Crímenes Criollos; octubre 2009 (novela). Se terminó con la Beca de Creación del Consejo Nacional del Libro y la Lectura (1999).

Correo electrónico: cristiancottet@gmail.com 

cristina guerra,

15 feb. 2013 9:35

Los hijxs del exilio. Trailers y música.

Los hijxs del exilio. Trailers y música.
Hijos del exilio
CICLO

Hijos del exilio

 

En el marco de la muestra Exilios, este ciclo reúne películas que indagan sobre la experiencia de niños y niñas que vivieron su infancia en el exilio: el desarraigo, el viraje abrupto de la vida cotidiana y la dificultad de comprender aquellos cambios. La convivencia entre alegrías y tristezas, el alivio de poder hablar de lo prohibido sin miedo, la adaptación a esa nueva vida incierta, echar raíces; y de pronto… volver, y un nuevo desarraigo.
Esto es parte del universo que estas películas exploran, en primera persona o en relato coral, a través de la mirada adulta y en algunos casos también desde la experiencia de la paternidad.
El ciclo acompañará la muestra durante marzo, abril y mayo con proyecciones el último sábado de cada mes.

Sábado 1 de abril / 19 HS

El (im)posible olvido

El (im)posible olvido

Con la presencia del director, Andrés Habegger

(Argentina 2016, 81’)

Un padre, activista político, casi un héroe, víctima de la violencia militar latinoamericana de los años setenta. Un hijo que vivió con esa ausencia la mayor parte de su vida. Una historia repleta de olvidos. Un intento de recuperar momentos, situaciones, gestos y objetos. Este film es un viaje interno, emocional y político hacia el lugar donde se alojan los momentos olvidados.

Dirección: Andrés Habegger / Guión: Andrés Habegger / Fotografía: Melina Terribili / Montaje: Alejandro Brodersohn / Música: Jorge Aliaga / Productora: coproducción Argentina-México-Brasil; Cepa Audiovisual, Naderías Cine. Calificación: apta para mayores de 13 años.

Sábado 29 de abril / 19 HS

La guardería

La guardería

Con la presencia de la directora, Virginia Croatto

(Argentina 2015, 71’)

Durante la llamada Contraofensiva de Montoneros se crea en La Habana “La Guardería”, una casa en donde los hijos estarían seguros y al cuidado de compañeros de la misma organización. Más de treinta niños pasaron por allí. Muchos aprendieron a hablar, dieron sus primeros pasos y se educaron en las escuelas cubanas, mientras esperaban que sus padres volvieran por ellos. Finalmente con la democracia, vuelven a ese país mítico del que tanto les hablaron, por el que sus padres lucharon y hasta perdieron la vida, pero se confrontan con una realidad que es muy diferente a sus sueños. Hoy, los adultos que fueron esos niños, nos cuentan sus recuerdos, fantasías y análisis de lo que fue su particular niñez.

Dirección: Virginia Croatto / Guión: Gustavo Alonso / Fotografía: Marcelo Iaccarino, Ignacio Masllorens / Montaje: Lucas D’Alo, Virginia Croatto / Música: Nicolás Sorín / Productora: CEPA, INCAA. Calificación: apta para todo público.

Sábado 27 de mayo / 18 HS

Retour: Volver

Retour: Volver

Dirección: Martin Bourgault

(Canadá 2016, 61’)

El cantante y músico Tomas Jensen vuelve a la Argentina después de cuarenta años en el exilio: sus padres huyeron de la dictadura militar cuando tenía seis años. De vuelta en su país natal, redescubre lugares de su infancia, se reúne con un primo perdido y establece contacto con músicos de la escena argentina actual. Con ellos grabará un álbum en un estudio de Buenos Aires y tocará unos cuantos espectáculos al público local. Un regreso hacia los orígenes y el sonido.

Dirección: Martin Bourgault / Guión: Martin Bourgault / Fotografía: Martin Bourgault / Montaje: Andrea Henriquez, Martin Bourgault / Música: Tomas Jensen / Con la presencia de: Tomás Jensen, Damian Nisenson, Fernando Kabusacki, Mene Savasta Alsina, Marina Fages / Productora: Let Artists be.

Sábado 24 de junio / 19 hs

El Premio

El Premio

Con la presencia de la directora, Paula Markovitch

(México 2011, 120’)

El premio aborda el exilio interno desde el punto de vista de una niña. En 1977, Cecilia tiene siete años y aprende que no debe revelar su verdadera identidad. Se acostumbra a fingir y a decir lo contrario de lo que piensa. Un día, escribe una composición por encargo de las maestras y recibe un premio de manos de los militares, los mismos que probablemente mataron a su papá. Esta premiada película está basada en los recuerdos de la directora que reside en México.

Guión y dirección: Paula Markovitch / Producción: Izrael Moreno, Pablo Boneu y Paula Markovitch / Fotografía: Wojciech Staron / Música: Sergio Gurrola / Dirección de Arte: Bárbara Enríquez y Oscar Tello / Sonido directo: Isabel Muñoz y Alexis Stravopulos / Diseño de sonido: Sergio Díaz y Arturo Zárate / Edición: Lorena Moriconi, Mariana Rodríguez y Paula Markovitch / Entrenamiento actoral infantil: Silvia Villegas.

Mi padre Ismael Chávez.

Mi padre Ismael Chávez.

El 11 de septiembre del año 2013, 40 años después del golpe militar, Juan Carlos Chávez interpuso la primera querella criminal contra Agustín Edwards como autor intelectual del delito de homicidio, en favor de los 119 muertos en la Operación Colombo, entre ellos su padre. Esta es la historia de su larga búsqueda y la sensación de liberación que tuvo después de sentar en el banquillo al magnate de la prensa chilena. “Me sentí más liberado y que en cierta forma hacía justicia por mi viejo y por todos aquellos que no se pudieron defender en su momento”, cuenta.

Poco antes de la medianoche, golpearon a la puerta de la casa. “¿A quién busca?”, preguntó Mónica Pilquil a un hombre alto y de voz amable que le pidió hablar con Juan Carlos. Pese a que no era el nombre original de su esposo, sino la chapa con la que lo identificaban en el MIR, accedió a buscarlo sin entrar en detalles.

Si bien era extraño que un desconocido se presentara a esa hora en la casa, pensó que podía tratarse de un compañero que desconocía la identidad original de Ismael. Una estrategia habitual en el trabajo clandestino de aquellos años que no le causó mayores sospechas. “Debe tratarse de algo importante”, pensó.

Esa misma tarde Ismael Chávez había presentado a su hijo recién nacido a sus alumnos de expresión corporal en el Duoc. Estaba tan orgulloso que pidió a Mónica que lo llevara y luego regresaron juntos a su hogar. Cuando descansaba con el niño en una habitación sintió el llamado de su esposa. Al llegar a la puerta escuchó un leve forcejeo.

Tres hombres habían ingresado a la fuerza al domicilio y se identificaron como agentes del Estado. Afuera los esperaba un vehículo con el motor encendido. Recién ahí entendieron que se trataba de una operación de la DINA para capturar a militantes de izquierda delatados por compañeros torturados, que en jerga de la época se conocía como “poroteo”.

Antes de marcharse, sin que se percataran los visitantes, Chávez le entregó a Mónica un puñado de boletos de micros donde se escribían los puntos de encuentro durante la resistencia para que se deshiciera de ellos. Los agentes le dijeron a la familia que se trataba de algo rutinario y que regresaría en un par de horas. Mónica se subió a una escalera y observó desde el techo como su marido era escoltado por tres personas. Llevaba un poncho negro y transmitía una extraña sensación de calma. Ismael Chávez Lobos tenía 22 años y un hijo de menos de un mes de vida. El 26 de julio del año 1974 fue el último día que su familia lo vio con vida.

FALSO ENFRENTAMIENTO

El 22 de julio de 1975, casi un año después de su desaparición, la familia de Ismael Chávez se enteró a través de la prensa que había muerto en un enfrentamiento entre extremistas ocurrido en Argentina, conocido como Operación Colombo. La lista de 119 fallecidos, publicada por la revista argentina LEA y el diario brasileño O’Día, fue replicada en Chile por El Mercurio, La Tercera y el vespertino La Segunda. Este último, en un alarde de impudicia, tituló en primera plana: “Exterminados como ratones”.

La noticia rápidamente fue desmentida por agencias internacionales y el montaje periodístico quedó en evidencia.  En el campamento de concentración de Melinka, en Puchuncaví, 95 presos iniciaron una huelga de hambre denunciando que algunos compañeros asesinados habían estado hacía pocos días en el lugar.A tanto llegó el revuelo internacional que Sergio Diez, entonces embajador de Chile ante la ONU, tuvo que acudir a la Asamblea General de Naciones Unidas a dar explicaciones. Allí, con el desparpajo de los cómplices, aseguró que los asesinados ni siquiera tenían existencia legal.

Mónica, con su hijo en brazos, recorrió todos los centros de detención donde estaban recluidos los presos políticos, especialmente Cuatro Álamos y el Estadio Nacional. En ninguno de esos lugares recibió alguna pista sobre el paradero de Ismael Chávez. Su marido, a quien conoció cuando tenía 18 años en una marcha en el centro de Santiago, pertenecía al frente de estudiantes universitarios que dependía del Movimiento de Izquierda Revolucionaria.

Chávez había estudiado teatro en la Universidad de Chile y el mismo año de su desaparición se matriculó en la escuela de Derecho de la misma casa de estudios. Soñaba con ser diplomático de carrera y estaba convencido de que la intervención militar no se prolongaría por mucho tiempo.

Mientras, se dedicaba a labores de propaganda, confeccionando en mimeógrafo El Rebelde, una revista clandestina elaborada por el MIR donde escribía artículos y Mónica le ayudaba con las ilustraciones. Ambos, además, trabajaban en distintas poblaciones del sector poniente de Santiago. Juan Carlos, como conocían a Ismael, se dedicaba a realizar teatro comunitario en cuanto centro cultural se levantó en aquellos años. Buscaba concientizar a los pobladores a través de su oficio. Siempre decía que hacer teatro, era hacer política.

Mónica quedó embarazada en su último año de secundaria. Pese a que la gente del MIR no era partidaria de que sus miembros se casaran, entendiendo la grave crisis política que atravesaba el país, la pareja decidió contraer matrimonio. Lo hicieron el 1 de febrero del año 1974. Cinco meses más tarde nació Juan Carlos, bautizado así en honor a la “chapa” política de su padre, desaparecido pocos días después de su nacimiento. En 1977, después de varios allanamientos a la casa de Mónica, esta decide exiliarse en Holanda junto a su pequeño hijo.

EXILIO

Juan Carlos Chávez tenía apenas tres años cuando llegó a Ámsterdam. En Holanda comenzaron a vivir con una tía. Mónica empezó a trabajar en un comité internacional de refugiados, ligado al partido radical, y luego en servicios de solidaridad a otros países latinoamericanos que estaban en guerra, como Nicaragua y El Salvador.

El constante activismo político de su madre, despertó tempranamente las inquietudes políticas de Juan Carlos. La casa siempre estaba rodeada de dirigentes de diversos países y escuchaba lo que pasaba en otras partes del mundo. “Yo era súper chico y hacía análisis políticos, sabía harto de historia, sobre la vida del Che Guevara y le conversaba a la gente que llegaba a la casa. Ellos quedaban impactados. Era algo inconsciente”, recuerda Juan Carlos.

Pese a que su entorno era eminentemente político, él nunca se sintió como un exiliado. Iba a una escuela normal, hablaba perfectamente el idioma y su madre acababa de recibir un subsidio de vivienda por parte del gobierno holandés. Como todo niño de su edad comenzó a preguntar por qué su padre no lo iba a buscar al colegio. “A los cinco años supe que estaba desaparecido. Mi madre nunca me inventó nada. Siempre trató de explicarlo y como estábamos metidos en el tema político se me hizo más fácil”.

Juan Carlos piensa que esa resiliencia, en el fondo fue una estrategia emocional para transformar el dolor en un tema político, ideológico, de lucha. Un proceso que con los años, admite, le provocó algunos trastornos psicológicos. “Uno puede disfrazar ciertas cosas como heroísmo, pero tarde o temprano las cosas comienzan a afectarte. Es un fenómeno inconsciente que uno utiliza como una barrera de protección”, analiza hoy.

Encontrar un espacio en el mundo, definir su identidad, fue un trabajo largo y también doloroso. Una búsqueda que comenzó cuando visitó por primera vez Chile cuando tenía 10 años. Su madre, que tenía una relación formal con un ciudadano holandés con los que tuvo dos hijos, terminó de estudiar trabajo social y pidió hacer su práctica en Chile en la Vicaría de la Solidaridad.

El reencuentro con Chile coincidió con las emblemáticas jornadas de protestas en contra de la dictadura. Era el año 1984 y Juan Carlos tenía 10 años. Recuerda haber estado en la Villa Francia con dos de sus tías, arrancando de los pacos por unos estrechos pasajes de la población, en una protesta luego de la muerte de los hermanos Vergara. “Comencé a correr en la misma dirección que lo hacía la gente, había una tremenda balacera, y de repente me meten a una casa. Lo más gracioso es que estaba tirado en el piso y unos metros más allá, en el antejardín, estaba una de mis tías. La solidaridad era increíble”, recuerda.

De vuelta en Holanda, cuando le preguntaban qué le había gustado de Chile, respondía que lo más llamativo habían sido las protestas. Cinco años más tarde regresaría definitivamente al país.

LA BÚSQUEDA

La familia había crecido durante el exilio. A Mónica y Juan Carlos, se sumaron Vincent, la pareja de su madre, y dos hermanos más. Todos arribaron al país en febrero del año 89. El regreso de Juan Carlos al país coincidió con el proceso de transición que recién comenzaba en Chile.

Ese mismo año ingresó a estudiar al Liceo Juan Bosco y comenzó a involucrarse en el movimiento estudiantil secundario. “Me tocaron las protestas por el pasaje del metro, empecé a vincularme con integrantes del centro de alumnos, algunos chicos del MIR, y con gente del Liceo de Aplicación, pero no milité en ningún partido”, recuerda.

Su llegada al país concidió con una búsqueda que tenía pendiente: saber por otras personas quién había sido su padre. Visitó a varios presos políticos en la cárcel pública. Uno de ellos le comentó que era un tipo extrovertido, de voz imponente, que siempre vestía de poncho y lo acompañaba una mujer baja de piel blanca (su madre). El rompecabezas comenzaba a armarse.

Juan Carlos reconoce que, pese a la ausencia de su progenitor, siempre tuvo una dialéctica particular con él. Cuando era pequeño lo veía como un héroe sin fallas. Lo sentía cercano pero a la vez muy distante. Cuando se portaba mal no faltaba quien le recordaba que en esas circunstancias su padre no se habría comportado así. “En un momento -reconoce- comencé a peinarme como mi papá, a vestirme como él. No sé cómo explicarlo, como que no tenía una identidad propia”.

Durante un encuentro en Villa Grimaldi, Juan Carlos escuchó el testimonio de un sobreviviente que había venido a declarar en una causa que llevaba el juez Juan Guzmán Tapia por la Operación Colombo. Ahí se percató que la fecha en que estuvo detenido el prisionero y su padre eran coincidentes. Se acercó, le mostró la foto de Ismael y le preguntó si lo conocía. También le comentó como andaba vestido su padre al momento de su desaparición.

Pocos días después el hombre lo llama por teléfono y le contó una historia ocurrida en Londres 38. Le aseguró que uno de los detenidos, en una salida a “porotear”, se arrancó con la venda puesta y fue atropellado por un vehículo. Los agentes lo devolvieron al centro de detención y lo dejaron tirado en el piso. Estaba perdiendo sangre y hacía mucho frío. De pronto escuchó una voz y observó entre la venda cuando un hombre se acercó al herido y le entregó una prenda a nombre de un tal Juan Carlos. La ropa era un poncho negro. El mismo que su padre usaba cuando fueron a buscarlo a su hogar. Por fin, después de años de búsqueda, la familia encontraba una pista a la cual aferrarse.

LA SANACIÓN

En el año 90 murió en un accidente automovilístico Vincent, la pareja de su madre, que trabajaba como fotógrafo para agencias extranjeras. La ausencia del verdadero padre le impidió asimilar que tenía otro a su lado, que había marcado su vida de manera importante. Su deceso desató una crisis en Juan Carlos. “Me dí cuenta que tuve alguien importante y que no lo valoricé. Él se portó muy bien conmigo y me entregó muchos valores de tolerancia que aún conservo”.

Huérfano por segunda vez, Juan Carlos cayó en una fuerte depresión. Estudió periodismo, teatro, cine y derecho. No pudo terminar ninguna carrera. “Empezaba con entusiasmo, pero después se me quitaban las ganas. Eso me empezó a afectar en las relaciones de pareja. Comenzó a darme todo lo mismo. Me lamentaba no poder llevar una vida normal como el resto”, recuerda.

Comenzó una terapia junto a su madre. Le descubrieron un trastorno obsesivo compulsivo. Se dio cuenta que había ciertos rituales que repetía: apretar las llaves del agua y cerrar reiteradamente la puerta de su casa. “Yo pensaba que eran mañas. La doctora que me empezó a tratar no sólo me recetaba medicamentos, sino que también me explicaba cómo funcionaba fisiológicamente. Poco a poco comencé a entender de qué se trataba, pero aún seguía confundido”.

En el año 2014 ya no aguantaba más y decidió abandonar el tratamiento. Lo cortó de raíz y comenzó a tomar yerbas medicinales. El repentino cambio le provocó mareos, dolores de cabeza y náuseas. “Sentía que estaba en un limbo -recuerda- no daba más, podía pasar cualquier cosa”.

En diciembre de ese año llegó a visitarlo un primo del sur que se había transformado en machi. En cuanto su familiar lo vio, comenzó a abrazarlo y hacerle cariño. “Vengo a ayudarte”, le dijo. Luego le comentó que desde hacía muchos años sentía que a él le pasaba algo y que si quería sanarse tenía que obedecerle.

Le recomendó un trabajo sicológico, físico y espiritual. “Me dijo que no me vistiera más de negro, que usara colores más vivos, que me preocupara de proporcionarme inyecciones diarias de humor y que abandonara el círculo político de los derechos humanos por un tiempo. Me dio a entender que mi madre y yo estábamos en una simbiosis que era un circulo vicioso”.

Antes de marcharse el machi le dijo “cuando tú te sanes, comenzarás a sanar a otras personas”. El mensaje le pareció un tanto críptico, pero con el tiempo lo comenzó a descifrar. Las recomendaciones comenzaron a tener efectos y lentamente se comenzó a sentir mejor. Incluso logró entender, sin angustia, lo que su doctora intentó desentrañar. “Cuando cerraba las llaves compulsivamente, intentaba controlar situaciones que jamás pude manejar cuando pequeño. Yo tenía 26 días de vida cuando murió mi padre. No tenía de qué culparme”, reflexiona.

Una parte medular del proceso de sanación ocurrió cuando un abogado lo invitó a participar en una acción judicial. Un acto que tuvo un fuerte componente simbólico. El 11 de septiembre del año 2013, 40 años después del golpe militar, Juan Carlos Chávez interpuso la primera querella criminal contra Agustín Edwards como autor intelectual del delito de homicidio, en favor de los 119 muertos en la Operación Colombo, entre ellos su padre. “Me sentí más liberado y que en cierta forma hacía justicia por mi viejo y por todos aquellos que no se pudieron defender en su momento”.

“Agustín Edwards representa el mal que dirige todo, pero que nadie ve. Me atrevo a decir que fue peor que Pinochet. Los milicos hicieron el trabajo sucio y los civiles que apoyaron la dictadura son los Pilatos que se lavaron las manos y que finalmente planificaron todo”.

Para el hijo de Ismael Chávez la querella cerró un ciclo en su vida. “Sentí que se cerró algo, pero que se abrió otra cosa mejor con una nueva perspectiva. Lo más importante es el tema espiritual, porque sin ese camino de sanación nada tiene sentido”.

La acción judicial en contra del magnate de la prensa finalmente no prosperó, aunque el quinto Agustín tuvo que declarar en tribunales. Juan Carlos Chávez comenzó a estudiar el año pasado medicina naturopática. Los designios de su primo se estaban cumpliendo.

Montaje de Prensa . Operación Revista Para Ti

Operación Para Ti

Su hijo desapareció cuando tenía 17 años. Y la parió madre, militante y fundadora de la organización Familiares. Fue secuestrada, torturada en la ESMA y obligada a posar en un falso reportaje que publicó la revista Para Ti como parte de la campaña de la dictadura, diseñada por una multinacional que hoy trabaja para Monsanto.

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El momento más denigrante del periodismo argentino tiene fecha: setiembre de 1979. Fue cuando la dictadura desplegó en los medios los servicios de la agencia multinacional Burson Marsteller. Pagó 1 millón de dólares para que le diseñaran una campaña que neutralizara la primera visita de una comisión internacional dispuesta a investigar las denuncias por violaciones de derechos humanos. Se sabe hoy que a Burson Marsteller le corresponde el copyright del inolvidable slogan “Los argentinos somos derechos humanos” que el entonces ministro del Interior, Albano Harguindeguy, mandó imprimir en 250.000 calcomanías autoadhesivas. Lo que no se sabe aún es si esta historia de Thelma Jara de Cabezas hay que leerla en el contexto de esa campaña y como una de sus mentiras más exitosas y perdurables.

Aparatos

Estoy sentada en la cocina de la modesta casa de Thelma y, con pudor, coloco el grabador arriba de la mesa. No es casual que en ese momento me muestre el celular que le entregó el programa de monitoreo de testigos de los juicios por delitos de lesa humanidad. “A las dos y media me tienen que llamar para control”, me advierte. Noto la paradoja: el teléfono y el grabador tienen el mismo tamaño. Y en esa mesa, los dos se convierten en un arma.

Rezo

La memoria de todo sobreviviente es un arma cargada de recuerdos. Thelma los dispara sin orden. No hay relato: hay fragmentos. Son esquirlas que por su intensidad se precipitan sobre la mesa. “Mi cabeza ya no es tan clara. Hay cosas que no recuerdo y otras que no puedo olvidar. Por esas, rezo”.

Rupturas

Thelma es una princesa guaraní. Nació en Corrientes, se casó en Ushuaia, parió a sus 2 hijos en Buenos Aires y regresó al fin del mundo hasta que dijo basta. Desde entonces, se radicó en Carapachay, donde crió a sus varones, sola. Trabajaba de asistente dental. Era activa, moderna, decidida. Los 70 la encontraron sin tiempo para la política, pero alentando a sus hijos a volar tras sus sueños. El mayor, Daniel, se fue a México a estudiar cine. El menor, Gustavo, comenzó a participar en la agrupación Montoneros. El 10 de mayo de 1976 lo secuestraron en un operativo callejero. Había militado sólo seis meses. Tenía 17 años.

Madres

La desaparición de Gustavo convirtió a Thelma en una de las fundadoras de Familiares, la primera organización de derechos humanos nacida en plena dictadura. “Familiares era apenas un escritorio dentro del departamento de la Liga Argentina de Derechos Humanos, ahí en Callao y Corrientes, justo arriba de la confitería Odeón”, evoca ahora Thelma. “En esa época no entendía por qué no querían que vaya a Plaza de Mayo. Me escapaba igual y me quedaba un ratito, para hablar con otras madres. Ellas tenían muchas ideas, siempre pensaban qué hacer. Con el tiempo me di cuenta de que mis compañeros no querían que fuera por cuestiones de seguridad. Pero eso lo entendí mucho después: el peligro”.

Papa

La princesa guaraní se convirtió, entonces, en un cuadro montonero. En plena dictadura y con un coraje que la llevó hasta la mexicana localidad de Puebla, donde en febrero de 1979 se celebró una reunión del Episcopado latinoamericano. Logró entregarle al Papa Juan Pablo II las denuncias por las desapariciones en Argentina. De ahí, viajó a España a entrevistarse con la conducción de Montoneros. En todo el trayecto estuvo escoltada: la siguieron.

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Secuestro

Thelma fue secuestrada el 30 de abril de 1979 en la puerta del Hospital Español, en plena Capital porteña. Había ido a cuidar a su ex marido. “Lo trajeron desde Ushuaia en avión sanitario. Cáncer terminal. Moribundo. Son las 7. Lo sé porque justo entra un médico y se enoja mucho porque yo estoy ahí y no es el horario de visita. Salgo y veo una fila de autos en la puerta, uno detrás del otro. Atrás mío siento que hay alguien, caminando apurado. Hay algo raro en las luces de los autos. ¿Qué hago? Decido ir hacia la esquina porque hay una parada de colectivo, y veo mucha gente en la cola, esperando. Ahí, el que está atrás mío me agarra de los pelos, me pone la mano en la boca y me empuja adentro de un auto. Me llevan a un lugar. No sé dónde estoy. Es la ESMA, donde empieza todo el trajín de torturas.”

Daniel, el hijo mayor de Thelma, es quien pone en contexto este recuerdo. “En esa época en Familiares se había organizado un grupo de mujeres muy fuertes, decididas. Estaba Cata Guagnini (dirigente trotskista, dos hijos desaparecidos: Diego y el periodista Luis Guagnini), Lita Boitano (madre de Miguel y Adriana, ambos desaparecidos), Graciela Lois (su marido, Ricardo, tenía 24 años cuando lo secuestraron), Lilia Orfanó (también con dos hijos desaparecidos: Daniel y Guillermo), todas madres que trabajaban muy duro y con mucho carácter. Alguien me contó, no recuerdo quién, que la idea era secuestrar a alguna de ellas y eligieron a mi madre. Luego supimos por qué: Julia Sarmiento, que era miembro de Familiares, fue secuestrada y comenzó en la ESMA a colaborar con los militares. Ella la acompañó a Puebla, probablemente sabía que era la única de ese grupo de madres que integraba la conducción de Montoneros”.

Caramelo

Dispara Thelma: “Durante las primeras tres semanas me torturan. Un día por semana. No me acuerdo si lloraba, no me acuerdo si gritaba, no me acuerdo si sentía dolor. Nada, nada, nada: ya no me acuerdo. Me acuerdo que me sacan toda la ropa. Los gritos: ´Vieja de mierda, hablá´. ¿Cuánto tiempo dura? Un ratito no es, te aseguro”.

¿Rezabas?

No. Ahí no.

Ahí no hay dios

No. Ahí no hay nadie ni nada. Están ellos, 5 ó 6. Está Marcelo: le veo la cara cuando me levanta la venda y me dice: “Mirá”. Y se pone la picana en la mano. “La tengo dormida de tanto darte máquina, y vos nada”. Él se queja y la que recibe tortura soy yo. Después, unos sobrevivientes me contaron que mientras estaba en la sala de tortura, ellos estaban en un cuarto cercano y ahí la luz titilaba, porque cuando dan mucha máquina la tensión baja. También me contaron que una de esas veces lo vieron salir a Marcelo todo transpirado, con la ropa empapada en sudor, quejándose por el trabajo que yo le daba. Marcelo me secuestró y me torturó. Después supe que fue también el que me siguió a Puebla y a España. Fue también el que me acompañó a Uruguay para dar una entrevista a un diario y el que estaba en otra mesa, en ese bar donde hice la entrevista de la revista Para Ti”.

Marcelo es el represor Ricardo Miguel Cavallo, condenado el 26 de octubre de 2011, en el primer juicio por los delitos cometidos en la ESMA, a prisión perpetua.

Otros de los torturadores de Thelma eran el médico naval Carlos Octavio Capdevilla y el enfermero Juan Barrionuevo, que al momento de ser procesado se había convertido en diputado provincial a cargo de la comisión de salud de la legislatura de Tierra del Fuego.

Dispara Thelma: “Después de torturarme me tiran arriba de una frazada, en el piso. Dicen: a esta, nada de agua ni comida por 72 horas. Tengo los ojos vendados. Escucho el ruido de un papel de caramelo. Me acuerdo que uno de los guardias, el más joven, come caramelos de azúcar quemada, esos que se llaman Media hora. No dice nada. Sólo el ruido del papel, muy cerca, como si lo hiciera sonar al lado de mi oreja”.

La agencia

Fue el inefable José Alfredo Martínez de Hoz el que recomendó a la Junta Militar contratar los servicios de la agencia internacional Burson Marsteller para contrarrestar las denuncias que en foros y prensa internacionales lograron difundir Madres y familiares de desaparecidos. Su mano derecha, Walter Klein, por entonces titular de Coordinación y Planificación Económica, fue quien viajó a Nueva York para reunirse con Victor Emmanuel, el responsable de la “cuenta” argentina. Emmanuel admite su participación en el diseño de la campaña de la dictadura argentina en una entrevista que le realizó la investigadora Marguerite Feitlowitz y que publica en su libro A Lexicon of Terror, editado en 1998, y en el que cita extensamente el caso de Thelma. En ese entrevista, Emmanuel justifica: “La violencia era necesaria para abrir la economía proteccionista, estatista” de Argentina. “Nadie, pero nadie, invierte en un país envuelto en una guerra civil”, dice, admitiendo también que “muchas personas inocentes probablemente fueron asesinadas”. Y agrega: “Dada la situación, se requería una inmensa fuerza”.

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Crímenes

De aquella época en Burson Marsteller solo queda hoy el octogenario fundador, Harold Burson, quien en una reciente entrevista explicó cuál es la especialidad de su empresa: “Una agencia de publicidad compra espacios en los medios para dar un mensaje directo. Nosotros nos dedicamos a generar espacios de influencia. Ya sea a través de personas o de medios. Nuestro objetivo es narrar la historia de nuestros clientes de modo de imponerse sobre sus críticos y que las cosas se miren desde nuestro punto de vista”.

La especialidad de Burson Marsteller son los crímenes. Algunos ejemplos:

  1. El gobierno de Nigeria los contrató en la segunda mitad de los años 1960 para refutar las acusaciones de genocidio en Biafra.
  2. Durante el gobierno del dictador Nicolae Ceaucescu, asistió exitosamente a Rumania en sus gestiones para obtener el estatus de nación más favorecida en el comercio internacional por parte de Estados Unidos. La campaña incluyó una visita a Rumania del conocido programa de TV NBC Today. El show se extendió durante una semana.
  3. Representaron a la empresa Union Carbide Corporation, fabricante de las pilas Eveready, para afrontar su responsabilidad por el desastre ocurrido en 1984 en Bhopal, ciudad de la India, que causó la muerte de 2.000 empleados y pobladores vecinos a la planta.
  4. En la década del 90 se especializó en capacitar a los ejecutivos y gerentes de empresas multinacionales de la industria petrolera, sobre el modo de comunicar a la opinión pública desastres producidos por derrames y explosiones.

Credo

Harold Burson admite que tienen un límite: no aceptan trabajar en campañas a favor del aborto. Su entrevistador le recuerda entonces su pasado con la dictadura argentina. Harold Burson responde: “Cierto, pero no trabajamos para la política interna nacional”. Ejemplo típico del credo de Burson Marsteller: no es mentira decir solo algo de verdad.

El objetivo del trabajo de Burson Masteller para la dictadura argentina era otro: diseñar una campaña que desacreditara el informe que la Comisión Internacional de Derechos Humanos (CIDH) de la OEA, iba a difundir en el mundo luego de su visita a Argentina.

Silencios

La CIDH estuvo del 7 al 10 de septiembre de 1979 en Buenos Aires, del 10 al 14 en Córdoba, el 14 y 15 en Tucumán, pasó por Rosario y regresó a la Capital Federal. Visitó los campos clandestinos de detención de La Rivera y La Perla, en Córdoba, y El Atlético y el Olimpo, en Buenos Aires, que ya habían sido desmantelados. También visitaron la ESMA y por ese motivo los secuestrados allí fueron trasladados. Dispara Thelma: “Nos llevan al Tigre. Hay un grupo grande que está secuestrado en un pozo, bajo tierra. Ahí está el marido de una sobrina mía. Lo sé porque yo cocino para todos. Otras chicas también cocinan. Pero a la segunda o tercera vez que me toca cocinar a mí, escucho una voz que grita desde el pozo: ´Esto lo hizo Thelma porque tiene el sabor suave de sus comidas´. Es Eduardo, el marido de mi sobrina”. Estaban en El Silencio, la isla del Tigre que monseñor Emilio Graselli le vendió a la patota de la ESMA, según la investigación que publicó Horacio Verbitsky. “En ese libro –me dice Daniel, el hijo de Thelma- Vertbisky escribe tres veces que mi mamá le dio una nota a la revista Para Ti. Y no la dio: la obligaron, que es bien distinto. Lo llamé varias veces para aclarárselo, pero nunca me atendió”.

Falsedades

Thelma fue una de las últimas en llegar a la isla. Cavallo y la patota de la ESMA la habían trasladado con documentos falsos a Uruguay para posar en una falsa entrevista que fue publicada el 22 de agosto de 1979 en el falso diario World News, perteneciente la secta Moon. En esa nota le adjudicaban una frase: “Estoy secuestrada por los Montoneros”.

La nota fue reproducida por la agencia oficial Télam y varios diarios locales la publicaron como cierta. De esta manera la dictadura se anticipaba a la denuncia sobre la desaparición de Thelma que presentaría, días después, la organización Familiares en la cita que tenía pautada con la CIDH. Carlos Muñoz, otro de los sobrevivientes de la ESMA trasladado a la isla, declaró en el juicio: “Orlando González, alias Hormiga, que era fotógrafo del Centro de la Marina o Club la Marina, le tomó a Thelma las fotos en Uruguay, que yo revelé, donde se la veía en lugares típicos de Montevideo como si ella estuviera en una especie de exilio”.

Operación

El mismo día que llegó la CIDH a Buenos Aires, la revista Para Ti publicó en su tapa el falso reportaje titulado “Habla la madre de un subversivo muerto”. Cinco páginas, varias fotos y un argumento: una Madre desacreditaba las denuncias de las Madres.

Cuando Thelma declaró extensamente en el juicio a los ex comandantes de la dictadura, el 24 de julio de 1985, detalló que antes de esa entrevista la llevaron a una peluquería, que ubicó en la avenida Cabildo. Luego, le compraron ropa en Once. La entrevista se celebró en la confitería Selquet, en el barrio de Belgrano. El periodista que firmó el reportaje es Eduardo Scola y Tito La Penna, el fotógrafo que retrató a Thelma. Ambos declararon como testigos en la causa que investiga el delito cometido con ese falso reportaje.

Dispara Thelma: “No me dan ninguna explicación. Me dicen que la revista Para Ti quiere saber algunas cosas. Me arreglan un poco. El periodista pone un grabador en la mesa y me hace 2 ó 3 preguntas que no tienen nada que ver con nada. Todo muy seco. El fotógrafo está parado. Se mueve. Parece nervioso. Todo es muy rápido. Después, veo que en la ESMA todos tienen la revista en la mano. Se la pasan. Mirá, dicen. Ellos. A mí no me la muestran. Pero algo pasa después de ese reportaje. Me llevan a una oficina, donde todos los días tengo que copiar algo. Son recortes de diarios, que tienen párrafos señalados. Yo tengo que copiar esos párrafos, a mano. No tiene sentido. Una locura. Todos los días, copiar párrafos. Creo que es nada más que para tenernos ahí, obedeciendo, como esclavos. Dura mucho tiempo, unos cuantos meses. En esa oficina, siempre con la puerta cerrada. Un día abre la puerta así, de golpe, un oficial joven, y me grita: ´Vos nos debes odiar por todo lo que te hicimos´. Le contesto: ´No tengo ese pensamiento. No odio. Lo que siento es un gran dolor, por ustedes y por nosotros´”.

¿Qué te hicieron con ese reportaje?

No lo supe mientras estaba secuestrada ni mucho después de salir, porque no había leído Para Ti.

Heridas

Thelma se dio cuenta de lo que le habían hecho meses después de que la liberaran, el 7 de diciembre de 1979. Su hijo Daniel, que había regresado a Argentina como parte de la llamada “contraofensiva” fue detenido. A Thelma le avisó el represor Cavallo, quien viajó especialmente a Corrientes para darle la noticia. En la puerta de la cárcel, mientras hacía la fila para ver a su hijo detenido, la increpó un familiar de otro preso político. Le gritó: “Traidora”.

Había leído -y creído- la nota de Para Ti.

Bailes

Thelma cierra ahora los ojos y dispara: “A veces hacen bailecitos. Ellos quieren bailar: los guardias. Ponen la radio y discos también. Tango, y todo lo moderno. Los guardias se ponen a bailar. Las chicas, tan jóvenes, bailan. Y vienen los jefes, los que dan las órdenes, y bailan. Como en un comedor familiar, de club o de salón. Bailan. Y nosotros miramos, sin decir nada. Nunca sabemos cómo va a terminar nada. Nunca. Entonces, nos miramos entre nosotros, callados, como viendo un sueño, un sueño feo. Viendo esas caras, tan malvadas, repugnantes, procurando que eso no nos haga mal, no nos llegue al fondo. Esas caras, bien de película de terror. Tremendo, muy tremendo. Entonces, el esfuerzo por cuidar hasta la expresión, porque parece que todo gesto que hagamos nosotros puede servir de excusa para hacer más daño. Es muy raro lo que nos pasa. No hablar, observarlos. Sin hacer nada para no darles lugar a que hagan peores cosas. Aguantar, para que no se mate a nadie, para que no se torture a nadie. Aguantar, aguantar, aguantar… Pensar que ahora mi cuñada está yendo a la ESMA a bailar. Es jubilada. La pasan a buscar a las 9 de la mañana y la llevan a la ESMA y le dan el desayuno, charlas, conferencias, almuerzo, todo. Y baila”.

¿Vos no volviste?

Nunca más.

Diablos

Daniel, el hijo de Thelma, me pregunta si creo que es posible que un torturador, una bestia como el represor Cavallo puede haber ideado una estrategia mediática semejante como la que condenó a su madre. Relaciona entonces las fechas, la coincidencia de la campaña diseñada por Burson Marsteller y ese reportaje en Para Ti, en el contexto de toda la colaboración que prestó Editorial Atlántida a la dictadura. Dispara entonces hacia el corazón de las operaciones de prensa, que hoy gozan de excelente prestigio: Burson Marsteller acaba de ser nombrada Agencia Latinoamericana del Año 2013 por la publicación especializada en marketing The Holmes Report.

En Argentina, su flamante cliente es la multinacional Monsanto.

Plegarias

Thelma tiene un altar en su cuarto con las imágenes de Cristo, Sai Baba, la pirámide de Plaza de Mayo y la foto de su hijo Gustavo.

Su hijo Gustavo, 17 años

Reza allí todas las tardes una larga cadena de oraciones que ella misma escribe para una lista infinita de nombres que ella misma escoge. Tiene un atado con papelitos donde anota plegarias y personas. Le pido que anote mi nombre. La fotógrafa, también. Thelma los escribe a mano, en su lista infinita. Y dispara: “Mi hijo Daniel me pregunta qué encuentro en esta espiritualidad. Le respondo: tranquilidad. Eso es lo que necesito. Eso es lo que todos necesitamos”. Entiendo: el eterno rezo de Thelma es contra la impunidad. Y por la verdad.

Thelma

El juicio a los editores

La primera denuncia penal contra Editorial Atlántida y los responsables de la revista Para Ti por la publicación de la falsa entrevista a Thelma Jara de Cabezas se presentó en 1984 y fue archivada luego de la sanción de las leyes de impunidad. Su abogado era un profesor adjunto de Derecho Penal: Alberto Fernández, hoy más conocido como ex Jefe de Gabinete durante la presidencia de Néstor Kirchner.

El abogado y periodista Pablo Llonto, es ahora quien patrocina a Thelma en una nueva denuncia criminal contra los integrantes del directorio de Atlántida, “que estaban en conocimiento de la preparación y elaboración del reportaje y de otras notas sobre lo que sucedía en la ESMA y otros centros clandestinos”. La denuncia también involucra a periodistas “que en conocimiento del hecho realizaron el reportaje y con posterioridad no lo denunciaron”. La causa se tramita en el juzgado federal a cargo de Sergio Torres.

Ya declararon como testigos el periodista que realizó la nota y Tito La Penna, el fotógrafo. Dijo: “Hubo algo que me llamó la atención, y que después se lo comenté al periodista. Ella decía que buscaba a su hijo que estaba desaparecido. Y en esa época nadie hablaba de desaparecidos, nadie”.

El juez Torres citó, entre otros, al editor responsable de la publicación: Agustín Bottinelli. Comenzó así una serie de apelaciones con las que el periodista intentó eludir su declaración indagatoria. Concluyeron hace unos meses, cuando la Cámara Federal de Casación resolvió que Bottinelli debe presentarse ante la justicia. No lo hizo hasta hoy. Está esperando que el fallo sea confirmado por la Corte Suprema. En tanto, trabaja como jefe de la sección Sociedad del diario La Prensa.

Jara de Cabezas, Thelma

Juicio a las Juntas, 24 de Julio de 1985

Dr. López: Se llama al estrado a Thelma JARA de CABEZAS.

Dr. Ledesma: – ¿Alguno de sus hijos, señora, fue privado de su libertad?

Cabezas: Mi hijo Gustavo Alejandro.

Dr. Ledesma: ¿En qué circunstancias?

Cabezas: Bueno, el 10 de mayo.

Dr. Ledesma: ¿De qué año?

Cabezas: De 1976, salió de casa a la mañana muy temprano, a acompañar a una amiga.

Dr. Ledesma: ¿El nombre de esa amiga?

Cabezas: Mire ahora no recuerdo, pero le decíamos Kity.

Dr. Ledesma: ¿Le decían?

Cabezas: Kity.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Salió de casa, y en la plaza de Martínez hubo un operativo, mediante el cual detenían a los colectivos y hacían bajar a los pasajeros…

Dr. Ledesma: ¿Qué colectivo era, sabe qué línea era?

Cabezas: No estoy segura, pero creo que era el 314.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se enteró de eso?

Cabezas: Porque me vinieron a avisar, gente que había visto el operativo y que, casualmente, había un conscripto que conocía a mi hijo; el operativo era de Carapachay, donde vivíamos.

Dr. Ledesma: ¿Puede dar el nombre del conscripto?

Cabezas: No, porque no lo ubicamos después.

Dr. Ledesma: ¿Y otros datos para identificarlo?

Cabezas: No tengo ninguno.

Dr. Ledesma: Prosiga señora.

Cabezas: Y al bajar todos del colectivo, esta chica hechó a correr, le tiraron y la mataron, y a Gustavo lo subieron a un camión.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo después se enteró usted de este hecho?

Cabezas: A los pocos días.

Dr. Ledesma: ¿Efectuó alguna denuncia?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: Al respecto.

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿De quién recibió respuestas escritas?

Cabezas: Bueno, de los hábeas corpus, los hice en el Juzgado.

Ledesma: No, fuera de las…

Cabezas: De los hábeas…

Dr. Ledesma: Fuera de los hábeas corpus.

Cabezas: Bueno…

Dr. Ledesma: Usted personalmente, ¿recibió alguna respuesta escrita?

Cabezas: Por ejemplo, yo había presentado una carta al 1° Cuerpo del Ejército, y ahí me contestan que el paso no les correspondía a ellos, y pasaban al área correspondiente, eso es lo único que me dicen.

Dr. Ledesma: ¿Qué actividad desarrollaba su hijo?

Cabezas: Bueno, era estudiante, estudiaba en el colegio Emilio Lamarca de Ballester, estaba en 3° año.

Dr. Ledesma: ¿Qué edad tenía?

Cabezas: 17 años.

Dr. Ledesma: ¿Era estudiante secundario?

Cabezas: Estudiante secundario.

Dr. Ledesma: ¿Trabajaba?

Cabezas: No, estudiaba.

Dr. Ledesma: En el colegio, ¿desempeñaba alguna actividad en algún grupo estudiantil?

Cabezas: No, su actividad la desarrollaba cuando había algún festival, o algo así, cosas, digamos, muy infantiles, cosas de chicos…

Dr. Ledesma: ¿Y tenía alguna inquietud política?

Cabezas: Bueno, él decía que era peronista.

Dr. Ledesma: ¿Estaba afiliado?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿En algún grupo?

Cabezas: No estaba afiliado.

Dr. Ledesma: ¿Viajó al exterior?

Cabezas: ¿Mi hijo?

Dr. Ledesma: No, no, usted, ¿en procura de averiguar el paradero de su hijo?

Cabezas: Bueno, a raíz de la desaparición de mi hijo, yo comienzo a hacer todas las gestiones, y nos vamos reuniendo con otros familiares, y llego a la Liga Argentina por los Derechos del Hombre, donde nos ceden un lugar físico y ahí formamos la Comisión de Familiares de Detenidos y Desaparecidos por razones políticas.

Dr. Ledesma: ¿Usted desempeña algún cargo (inint.) en esa?

Cabezas: Yo era secretaria de organización de esa comisión, en el año ’79 viajé a México, y voy a Puebla.

Dr. Ledesma: ¿Viaja por decisión propia?

Cabezas: Por decisión propia.

Dr. Ledesma: ¿Con dinero particular?

Cabezas: Con dinero particular, y estando en México me integro a un grupo de madres y voy a Madrid para buscar una conexión con el Consejo Mundial de Iglesias, luego nos vamos a Roma.

Dr. Ledesma: ¿A través de quién hace esa conexión con el Consejo Mundial de Iglesias?

Cabezas: Era un pastor, cuyo nombre no recuerdo, y me dan una carta, entonces nos vamos a Roma a pedir una audiencia al Papa, pero en ese momento el Papa viajaba a México; nos recibe y volvemos a Puebla.

Dr. Ledesma: ¿A través de quién había hecho la gestión? ¿Desde México ideó toda la gestión para dirigirse a España, para ver, entrevistar a miembros del Consejo Mundial de Iglesias?

Cabezas: Bueno, este pastor era el que nos iba a dar las direcciones para encontrar, para comunicarnos con los miembros del Consejo Mundial de Iglesias.

Dr. Ledesma: Usted personalmente, ¿había hecho la gestión para comunicarse con él o alguna otra persona desde México?

Cabezas: Madres que vivían en Europa sabían el nombre de este pastor, entonces nos unimos y nos fuimos.

Dr. Ledesma: ¿Viajó usted sola o acompañada?

Cabezas: No, con otro grupo de madres.

Dr. Ledesma: ¿Puede mencionar algunas?

Cabezas: No recuerdo los nombres; en ese entonces, por razones de seguridad, no sabíamos los nombres, nada más que eso, sobrenombres, cosas así, pero sin importancia.

Dr. Ledesma: ¿Vuelve a Puebla?

Cabezas: Vuelvo a Puebla, y bueno en Puebla estábamos todo el tiempo en la reunión de los obispos del CELAM, y estoy ahí hasta marzo, y en marzo vuelvo, me reintegro a la Comisión de Familiares, mientras mi esposo trabajaba en Ushuaia.

Dr. Ledesma: Con relación a su viaje a Europa, y estando allí en alguno de los lugares en los que visitó, ¿tuvo algún contacto con integrantes de la organización ilegal Montoneros?

Cabezas: No señor, no señor, para nada.

Dr. Ledesma: Volvamos a Buenos Aires, ¿llega a Buenos Aires?

Cabezas: Llego a Buenos Aires; mi esposo trabajaba en Ushuaia, era empleado en Vialidad. El 7 de abril lo traen en un avión sanitario, con diagnóstico de cáncer de pulmón, paralizadas las piernas, y lo internan…

Dr. Ledesma: ¿Usted convivía con su esposo?

Cabezas: Desde la desaparición de Gustavo, bueno, él se quedó trabajando en Usbuaia y yo haciendo las gestiones acá.

Dr. Ledesma: Pero, ¿estaba separada?

Cabezas: No, él venía todas las veces que podía.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: El 7 de abril lo traen, lo internamos en el Hospital Español, y ahí me dedico a cuidarlo, era muy grave su estado, y entraba a las 8 y media de la mañana al hospital y salía a las 8 y media de la noche, y el 30 de abril…

Dr. Ledesma: ¿En dónde pernoctaba usted en esa época?

Cabezas: Me quedaba en la casa de un matrimonio mayor por comodidad, porque yo vivía en la casa de mi madre en Muñiz, y me quedaba muy lejos.

Dr. Ledesma: ¿En la casa de qué matrimonio?

Cabezas: Los dos ya no viven, la señora Carmen BONORA y el señor Emilio BONORA.

Dr. Ledesma: ¿Domicilio?

Cabezas: En Rivadavia. No recuerdo, creo que frente al Parque Rivadavia, al 4000 o no sé.

Dr. Ledesma: ¿Usted para esa época fue privada de su libertad?

Cabezas: El 30 de abril a las 8 de la noche, cuando salía del hospital.

Dr. Ledesma: 30 de abril, ¿de qué año?

Cabezas: De 1979.

Dr. Ledesma: ¿Hasta qué fecha permaneció privada de su libertad?

Cabezas: Hasta diciembre del ’79.

Dr. Ledesma: Prosiga, ¿en qué circunstancias es privada de su libertad, por cuántas personas?, ¿en qué es trasladada?

Cabezas: Estaba esperando en la calle Moreno el colectivo, creo que es el 118 que pasa por ahí, o el 115, no recuerdo bien ahora, y vi acercarse un auto, un Ford, un auto blanco.

Dr. Ledesma: ¿Marca?

Cabezas: Por el tamaño seria un Ford; tenía la puerta trasera abierta y cuando yo me fijé en ese detalle, una mano me tapa la boca y me introduce en el coche.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas personas iban?

Cabezas: Cuatro, y hay un detalle, cuando yo salía del hospital, que después de las 8 de la noche, el Hospital Español cerraba la puerta principal que da a la calle Belgrano y teníamos que salir por la calle Rioja, cuando voy a cerrar la puerta para salir, entra un hombre joven, y lo reconozco porque era el que estaba en el auto en el que me secuestran.

Dr. Ledesma: ¿Invocaron alguna autoridad?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Orden escrita le exhibieron?

Cabezas: Nada, nada, me tiraron, me pusieron esposa y capucha.

Dr. Ledesma: ¿La golpearon?

Cabezas: No, en ese momento no.

Dr. Ledesmmma: ¿La interrogaron en él?

Cabezas: Tampoco, nada.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo viajaron?

Cabezas: Y yo calculo que sería un poco más de media hora.

Dr. Ledesma: ¿Vestían de civil estas personas?

Cabezas: De civil.

Dr. Ledesma: ¿Exhibieron credenciales?

Cabezas: No, ninguna.

Dr. Ledesma: ¿Adónde fue conducida?

Cabezas: Bueno, supe después que era la Escuela de Mecánica de la Armada.

Dr. Ledesma: ¿Cómo lo supo?

Cabezas: Bueno, en el momento me llevan a una sala, me sacan la capucha y veo una sala que estaba tapizada, que después supe que era la sala de torturas.

Dr. Ledesma: ¿Tenía alguna denominación especial esa sala?

Cabezas: Y después supe que le decían la Huevera.

Dr. Ledesma: ¿Por qué le decían así?

Cabezas: Y, porque las paredes estaban tapizadas con cartones que sirven para envasar huevos.

Dr. Ledesma: Pero con posterioridad, ¿usted pudo apreciar personalmente a través de su vista que se trataba de la Escuela de Mecánica?

Cabeza.: No, no, en ese momento no, después supe.

Dr. Ledesma: Digo con posterioridad, no en ese momento.

Cabezas: Sí, después sí, además me preguntaron los otros secuestrados si sabía dónde estaba; yo me imaginaba que estaba ahí, por los ruidos, en el momento ese había fútbol, trenes, gritos de la cancha de fútbol y mucho tránsito.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasó allí?

Cabezas: Bueno, ahí, en ese momento, me revisan mi cartera, me muestran una pastilla, no era una pastilla, era como una cápsula negra, me dijeron que era veneno, que era mío; yo no tenía nada de eso, porque además no tenía por qué tenerlo; yo dije que no, después me preguntan quién era mi responsable, como asegurando que yo era militante de alguna organización. Yo digo que no tengo responsable, que yo no soy militante; bueno…

Dr. Ledesma: ¿Mencionan alguna agrupación concretamente?

Cabezas: No, en ese momento, bueno, quieren saber a qué fui a México, a qué fui a Roma, porque ellos ya sabían que yo habia ido a esos lugares porque había una chica que trabajaba con nosotros en la Comisión de Familiares, y estaba trabajando con ellos.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llamaba?

Cabeza.: Julia Estela SARMIENTO.

Dr. Ledesma: ¿Le preguntan algo sobre ella?

Cabezas: Me preguntaron, sí, por qué yo había cambiado con Julia.

Dr. Ledesma: ¿Y efectivamente usted había cambiado con ella?

Cabezas: Sí, yo tenía algo, que no sabia qué era, no sabia porque…

Dr. Ledesma: ¿Sospechaba algo de ella?

Cabezas Algo sí.

Dr. Ledesma: ¿Usted qué le responde?

Cabezes: Les digo que yo no tenía nada contra Julia, pero seguían insistiendo…

Dr. Ledesma: ¿En donde la había visto usted a Julia con anterioridad?

Cabezas: En la Comisión de Familiares, antes que viniera mi marido.

Dr. Ledesma: ¿Dónde se reunían?

Cabezas: En la Comisión, en la Liga.

Dr. Ledesma: ¿En dónde estaba ubicada?

Cabezas: Estaba en la calle Corrientes 1785.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas veces habrá concurrido Julia a dicho lugar?

Cabezas: ¿En ese año?

Dr. Ledesma: Sí.

Cabezas Todos los días, hasta que me secuestran.

Dr. Ledesma: Mientras la interrogan, ¿está encapuchada?

Cabezas: Bueno, no. Pero después me vuelven a encapuchar colocándome las manos a la espalda.

Dr. Ledesma: ¿Fue golpeada mientras era interrogada?

Cabezas: Sí, me dieron una cachetada, pero después, como no les decía qué había pasado, qué había hecho en Roma, entonces me desvisten, me ponen arriba de una cama y me torturan con picana eléctrica.

Dr. Ledesma: ¿Allí la seguían interrogando?

Cabezas: Me seguían interrogando; yo les decía que no sabía nada, no tenía nada que decir; preguntaban quién era mi responsable. Había muchas personas a mi alrededor que me interrogaban, aunque no las puede ver porque permanecía encapuchada; luego me sacan la capucha y me muestran fotografías.

Dr. Ledesama: ¿De quiénes?

Cabezas: Todas eran de organizaciones, decían ellos; yo no los conocía, sólo a Julia.

Dr. Ledesma: ¿Y fotografías individuales?

Cabezas: Individuales, yo conocí a Julia, a PUIGROS porque, bueno por la fotografía de los diarios, por todo el renombre que tenía, a FIRMENICH, por la fotografía de los diarios, y después a los demás no.

Dr. Ledesma: ¿Le quedaron secuelas de los tormentos recibidos?

Cabezas: Bueno, yo creo que no, creo que ésa fue la primera vez, después volvieron a torturarme, después de esa noche; bueno, me preguntan si yo tengo un responsable, yo digo, como me seguían torturando, digo, bueno sí, porque…

Dr. Ledesma: ¿Ese mismo día?

Cabezas: ¿Esa misma noche?

Dr. Ledesma: Esa misma noche.

Cabezas: Esa misma noche.

Dr. Ledesma: ¿Todo el tiempo, usted permaneció en ese subsuelo que mencionó?

Cabezas: Si.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Yo pensaba; quería saber dónde estaba, y se me ocurrió decir que si, que tenía un responsable, para ver si paraban la tortura, y me preguntaron cómo era, dije, morocho, alto, de traje, pantalón gris y campera azul; entonces…

Dr. Ledesma: ¿Sin nombrarlo?

Cabezas: Sin nombrarlo. Entonces paran la tortura, y me dicen dónde me van a mandar, y me llevan a Capucha.

Dr. Ledesma: Cuando dijo usted que tenía un responsable, ¿no le preguntan cómo hacía contacto con él?

Cabezas: Bueno, yo le dije que a través de un teléfono, y di un número de teléfono cualquiera, que conservo en la memoria pero no sabía de quién era, con el fin de poder conservar la vida, y poder llegar a saber dónde estaba y bueno, si estaba mi hijo…

Dr. Ledesma: ¿Adónde fue alojada entonces?

Cabezas: Me llevaron a Capucha; allí había 16 secuestrados.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a ese detenido que le informó esto?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Quién era?

Cabezas: Osmar LECUMBERRI.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Estaba al lado mío, por eso, fue el primero que habló conmigo. Y varios vienen a…, a preguntarme; ellos averiguan el número de teléfono y se dan cuenta de que es mentira, y viene un…, después supe que era un oficial, y me pregunta el número de teléfono; yo vuelvo a recordarles el mismo teléfono, se lo digo y se dan cuenta de que es mentira, entonces vuelven a torturarme.

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar?

Cabezas: En el mismo lugar, y ese señor a quien le doy el número de teléfono y se da cuenta de que no es verdad, cuando me están torturando, me dice “Señora, yo mato”, y tenía un olor a vino que impresionaba, y esa noche son muchas horas de tortura, no recuerdo porque no sé tampoco la hora que me llevaron; me llevaron a la noche y me tuvieron ahí, pienso que toda la noche, no sé cuánto tiempo.

Dr. Ledesma: ¿En qué consistió la tortura?

Cabezas: Picana eléctrica.

Dr. Ledesma: ¿Algún otro dato le pedían en ese momento?

Cabezas: Bueno, como había mentido tenían que saber por qué había mentido, por qué me había burlado de ellos, ellos lo sintieron así.

Dr. Ledesma: ¿Mantuvo usted su versión del responsable o la cambió?

Cabezas: No, dije que no, que era mentira, no, no, eso era mentira, después de esa vez…

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a alguno de sus torturadores?

Cabezas: En ese momento no, después sí, después me vuelven a llevar a Capucha, y estoy 48 horas sin comer ni beber.

Dr. Ledesma: Después, ¿se refiere a otra sesión de tormentos, o pudo identificar a éstos?

Cabezas: La tortura no es nada más que eso, la tortura física.

Dr. Ledesma: ¿Son dos veces que la torturaron?

Cabezas: Dos veces, sí.

Dr. Ledesma: ¿Quiénes fueron sus torturadores y cómo los identificó con posterioridad?

Cabezas: Bueno, después de esa sesión de tortura pasan unos días, y el 5 de junio me llevan a Pecera, eso durante el mes de mayo, pasé a en Capucha, sé la fecha porque los guardias escuchaban radio, y ahí sabíamos los días que eran. El 5 de junio me llevan a Pecera, antes de eso me llevan a conversar con uno de ellos y durante el tiempo que estuve supe los sobrenombres que tenían, uno era Juan, es el que habla conmigo y me dice que ellos tienen un método de recuperación y que me van a llevar a trabajar a un lugar para que yo pueda reintegrarme a la sociedad.

Dr. Ledesma: Sin entrar en detalles posteriores, para no perder la cronología del relato, yo sólo le pedía que mencionara quiénes fueron las personas que la atormentaron, y cuáles eran sus nombres.

Cabezas: Bueno, uno es Marcelo, el que le decían Juan, alguien que le decían Daniel, según me dijeron los otros secuestrados también estaba Abdala; el que me decía “señora, yo mato”, se llama Ricardo ESPEJAIME, eso lo supe…

Dr. Ledesma: ¿Puede repetir el nombre?

Cabezas: Ricardo ESPEJAIME.

Dr. Ledesma: ¿En dónde vio a estos señores?

Cabezas: Venían a Pecera.

Dr. Ledesma: ¿Todos?

Cabezas: Todos.

Dr. Ledesma: Prosiga con su relato.

Cabezas: Bueno, en Pecera…

Dr. Ledesma: Con posterioridad a esa última sesión de tortura, ¿adónde la conducen?

Cabezas: Me llevan a Capucha.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo permanece en Capucha?

Cabezas: Todo el mes de mayo, hasta que me llevan a Pecera el 5 de junio.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar detenidos que se hallaban en Capucha?

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿Quiénes?

Cabezas: Estaban Osmar LECUMBERRI, estaba Topo, que es un muchacho que no lo volvimos a ver; en ese momento yo sabía nada más que los sobrenombres, Mogo, Cachito, Mario…

Dr. Ledesma: De los que después supo el nombre, dígalos con el nombre, también.

Cabezas: Bueno, perfecto, estaba Roberto RAMIREZ, que era arquitecto; Osvaldo ACOSTA, abogado; Alejandro FIRPO, y a la esposa le decían Betty; estaba Lucía DEON; habla un médico que le decían Víctor o Caballo Loco.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si colaboraban de alguna manera con las fuerzas que los tenían detenidos?

Cabezas: Yo no vi nada…

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Bueno, después, me llevaron a hablar con una periodista; me sacaron entre Marcelo, Juan y otro, no sé si oficial o suboficial, no sé quién era, no conocí el nombre, y… a hablar con una periodista…

Dr. Ledesma: ¿Dentro de la Escuela de Mecánica…?

Cabezas No, me sacaron a la calle, era de noche…

Dr. Ledesma: ¿Estaba en Capucha cuando esto ocurrió?

Cabezas: Estaba en Capucha.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasó?

Cabezas: Me llevaron a un lugar que no sé dónde es, no pude ver nada; eran lugares desconocidos para mí, era como una oficina, pero desocupada, no había personal. Entramos por unas puertas donde no había ninguna persona, y me llevaron a una oficina, donde apareció una muchacha joven que dijo ser periodista. Entonces ellos me instruyeron y me indicaron lo que yo tenía que decir, que yo había buscado el refugio, el amparo de las Fuerzas Armadas, porque la banda de Montoneros me buscaba para matarme.

Dr. Ledemuma: ¿Pero era una entrevista periodística ésta?

Cabezas: Era una entrevista periodística; eso era para mandar al exterior, para desinformar, según me dijeron; que yo le diera esos datos nada más, y que la periodista iba a hacer una nota.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: De todas las cosas que se estaban…

Dr. Ledesama: ¿Cumplió este requerimiento usted?

Cabezas: Sí, ellos estaban detrás de mi, así se lo dije a la periodista y…

Dr. Ledesma: ¿Tomaba nota o grababa?

Cabezas: Tomaba datos nada más para luego armar la nota, después me enteré, eso habrá sido 15 minutos más o menos…

Dr. Ledesama: ¿Esto en qué fecha fue?

Cabezas: Y, no sé exactamente si fue una semana o dos semanas después del secuestro; no tengo noción de la fecha.

Dr. Ledesma: ¿Pero poco después de ser secuestrada?

Cabezas: Estando en Capucha, sí.

Dr. Ledesma: ¿Se enteró si salió algún…?

Cabezas: No, era tanto lo que estaban haciendo por mi desaparición, yo tenía a mi hijo y a mi nuera en México, y ellos se movían pidiendo a todos los organismos y a todas las personalidades, tratando de conocer mi paradero; entonces era mucho lo que se hacía en el exterior.

Dr. Ledesma: ¿En relación con ello le pidieron algo?

Cabezas: ¿Por mi hijo?

Dr. Ledesma: Sí, en relación con las gestiones que estaba efectuando su hijo.

Cabezas: No, no me decían nada, yo me entero después; cuando llegué a Pecera no me dejan ver los diarios, y los que estaban en contacto con los diarios tenían prohibido que me hicieran comentarios.

Dr. Ledesma: ¿No efectuó usted ninguna llamada a México, a su hijo o a algún conocido?

Cabezas: Sí, después de esa entrevista, me llevan a una central telefónica.

Dr. Ledesma: ¿Quién la lleva?

Cabezas: Me llevan Daniel y otras personas que en este momento no sé quiénes eran, no las volví a ver, no pude saber quiénes eran, pero a Daniel sí lo vi.

Dr. Ledesma: ¿Pudo ubicar en dónde estaba la central telefónica?

Cabezas: No, también era por lugares donde no había ninguna persona, había algunos dentro de ese lugar que eran los que tenían contacto…

Dr. Ledesma: ¿Qué llamado hizo?

Cabezas: Llamé a México, a la casa de una amiga…

Dr. Ledesma: ¿Una amiga de quién?

Cabezas: De mi hijo.

Dr. Ledesma: ¿De nombre?

Cabezas: Le decíamos Tipi, un sobrenombre.

Dr. Ledesma: ¿Usted la conocía?

Cabezas: No, hablé por teléfono nada más con ella, era sobrina de una madre de acá, de la comisión, y por ese motivo…

Dr. Ledesma: ¿Qué le dijo?

Cabezas: Entonces me hicieron decirle, de que si llamaba Daniel, mi hijo, que le dijera que yo estaba muy cansada, y que no hiciera nada, y esa noche cuando me llevaron lo primero que me dijeron…

Dr. Ledesma: ¿Recuerda el número al que llamó?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿Usted lo recordaba ese número?

Cabezas: No, yo lo tenía anotado en la cartera en un papel, porque, como mi marido estaba tan grave, bueno, era el único número adonde podía llamar por si pasaba cualquier cosa, lo que tenía que pasar, y ellos lo encontraron y entonces me hicieron llevar…

Dr. Ledesma: Esto aproximadamente, ¿en qué fecha sería?

Cabezas: Y esto tiene que haber sido… porque yo estaba muy agotada, pienso que habrá sido en la semana o dos semanas.

Dr. Ledesma: ¿Todavía estaba en Capucha?

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿Muy cercana a la entrevista periodística?

Cabezas: ¿Cómo?

Dr. Ledesma: ¿Cercana en el tiempo a la entrevista periodística?

Cabeza: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: Por esa época, ¿se le exigió alguna otra conducta?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: Prosiga con su relato.

Cabezas: Bueno, eso fue todo estando en Capucha, y ahí no me hicieron…, no hice más nada, hasta que me llevan a Pecera, que es en junio.

Dr. Ledesma: ¿Quién dispone su traslado a Pecera, dónde está Pecera, con qué fin la trasladan?

Cabezas: Bueno, digamos el responsable de Pecera era Marcelo, el que me lleva es Juan, con el consentimiento de todos los demás, porque después, a medida que iban viniendo me iban diciendo, en Pecera me llevan, me dicen que tengo que hacer trabajos administrativos, o sea Pecera estaba, digamos, en el entretecho, no le podría decir el Norte, Sur, Este, Oeste, no, sé que es en el mismo piso, pero digamos en otra punta del entretecho.

Dr. Ledesma: ¿En el mismo piso que está qué?

Cabezas: Donde estaba Capucha, pero es en otro sector.

Dr. Ledesma: ¿Cómo era? Descríbala.

Cabezas: Bueno, al entrar era un pasillo muy largo, y a los costados había pequeñas oficinas, donde cada secuestrado tenía un escritorio donde se trabajaba, las paredes eran de acrílico.

Dr. Ledesma: ¿A quién pudo ver allí en Pecera?

Cabezas: Bueno, ahí estaba un secuestrado que yo lo conozco por Coco, no sé el apellido, Ramón, Luis, Guille, le decían Duque, Hernán, y creo que nadie más, en ese momento eh, en ese momento…

Dr. Ledesma: ¿Puede señalar de alguno de ellos qué labor desempeñaban?

Cabezas: Bueno, por ejemplo Guille hacía el análisis de los artículos del exterior, sobre los negociados, sobre todo la parte política del exterior; había… Duque estaba en la parte archivo, que era archivar todos los recortes donde se hacían esos resúmenes que iban en carpetas; Coco hacia análisis de los artículos que se mandaban en el país, o sea a nivel nacional.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo estuvo en Pecera?

Cabezas: En Pecera estuve hasta diciembre.

Dr. Ledesma: Hasta diciembre, ¿hasta que salió en libertad?

Cabezas: Hasta que salí, sí.

Dr. Ledesma: Usted mencionó más de una vez en el curso de esta declaración, proceso de recuperación, ¿quién le mencionó esa palabra?

Cabezas: Marcelo, Abdala, Juan.

Dr. Ledesma: ¿En qué consistía el proceso de recuperación?

Cabezas: En que trabajáramos; poder demostrar digamos buena voluntad a la política de ellos, que era, según lo que nos decían, la política de MASSERA, de recuperar…, que aceptemos, trabajando y con buena voluntad, lo que ellos querían hacer, y aceptar lo que habían hecho, o sea a través de las muertes que entendiéramos que si ellos habían matado era por el bien de la Patria.

Dr. Ledesma: ¿Esto se lo expresó quién?

Cabezas: Eso era el comentario de que…, de Juan y de Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Delante de alguien le expresaron esto?

Cabezas: No, las conversaciones siempre eran individuales.

Dr. Ledesma: ¿En algún momento envió cartas al exterior o dentro del país?

Cabezas: Sí, eso fue en la segunda sesión de tortura, después que me recupero un poco en la misma noche de la tortura, no…, pasa esa noche de tortura, me llevan, me vuelven a traer otro día y otra vez me van a torturar, pero me dicen de que si escribo…, si acepto mandar unas cartas no iba a haber más torturas, bueno yo ya no tenía más fuerzas para sostenerme. Entonces dije que sí, y esas cartas fueron dirigidas a VIDELA, ARAMBURU, a la Asamblea Permanente, a GISCARD D’ESTAING, al presidente de Italia, a la Comisión de Familiares, y no recuerdo más.

Dr. Ledesma: ¿Eran manuscritas por usted todas esas cartas?

Cabezas: Eran copiadas, ellos hicieron las cartas, yo las tuve que copiar, en esa carta…

Dr. Ledesma: ¿La copia manuscrita?

Cabezas: Manuscrita, copia manuscrita.

Dr. Ledesma: ¿Los sobres los llenó usted tanibién?

Cabezas: No, eso lo hacían… mi letra sí, pero ellos los mandaban.

Dr. Ledesma: Por eso, ¿pero los sobres contenían su letra?

Cabezas: También, también.

Dr. Ledesma: ¿Qué remitente contenían?

Cabezas: Eso lo ponían ellos, del Uruguay, porque cuando… El primer día de tortura me dicen que yo voy a ir al Uruguay, entonces me hacen hacer las cartas; primero me hacen hacer cartas a mi familia, a mi madre, diciendo que yo estoy en el Uruguay, y que la policía me buscaba por montonera.

Dr. Ledesma: ¿Qué dirección tenía ese remitente en el Uruguay, lo recuerda?

Cabezas: No, no porque yo no lo veía, porque había un oficial o alguien del servicio de inteligencia del Uruguay que trabajaba con ellos, y era el que llevaba las cartas y las despachaba…

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar de la Escuela de Mecánica efectuó estas cartas?

Cabezas: ¿Dónde las escribí?

Dr. Ledesma: Sí.

Cabezas: En la sala de tortura.

Dr. Ledesma: ¿Alguien más había?

Cabezas: No, yo sola; venían los oficiales nada más.

Dr. Ledesma: Puede proseguir con su relato en Pecera o con relación a su trabajo, ¿puede relatar algo?

Cabezas: Bueno, yo era encargada de pasar en una tarjeta los titulares, diario y día que salían los artículos del exterior sobre política; me los pasaba Guille, que estaba a cargo de esos recortes.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a los guardias, tanto de Capucha como de Pecera, por nombres y apellidos?

Cabezas: Los guardias y…, no, apellidos no; sabía los de… por ejemplo, había 3 cargos o funciones, Pablo, Pablito, y después los verdes les decían a los chicos que eran muy jovencitos y que no tenían cargos, digamos rango.

Dr. Ledesma: ¿Qué funciones cumplían cada uno de ellos?

Cabezas: Y ellos cumplían la custodia nuestra, repartir la comida, desayuno y merienda y Pablito, por ejemplo, era el encargado de llevarnos a las duchas cuando era la hora del baño, algunas veces.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar, estando en Pecera, a algún otro detenido además de los que mencionó?

Cabezas: Después estaba el sector 4, que estaba abajo, en el sótano. Bueno, ahí fueron a trabajar Alejandro FIRPO, y la señora, Betty, ahí estaba Danielo, otro…
Dr. Ledesma: Repita este nombre por favor.

Cabezas: Danielo, estaba Carlos MUÑOZ…

Dr. Ledesma: ¿Quién más, señora?

Cabezas: Lucía DEON; iban a trabajar también Roberto RAMíREZ, bajaban de Capucha, a 4…, Víctor, el médico, después, había otro, Andrés, que no recuerdo el apellido…

Dr. Ledesma: ¿Había algún otro Víctor?

Cabezas: Había Víctor…

Dr. Ledesma: ¿Sabe el apellido?

Cabezas: No, no sé, le decían GUIDINI, no sé si era un sobrenombre o si era el apellido.

Dr. Ledesma: ¿Le decían?

Cabezas: GUIDINI, ZURITA…

Dr. Ledesma.: ¿Sabe si había alguna familia detenida?

Cabezas: ¿Familia?… No, supe después, cuando detuvieron a Victor BASTERRA, a la esposa y a la hijita, cuando a los pocos días que yo estaba en Capucha trajeron a una señora Rosa, que era una señora de Ciudadela que la habílan traído según dijeron por confusión, y esa señora estuvo hasta que se recuperó de las quemaduras de la picana, porque la habían torturado muchísimo.

Dr. Ledesma: Mientras estuvo detenida, ¿tuvo alguna noticia de su marido?

Cabezas: Bueno, yo pedí si podían decirme qué había pasado con mi marido, eso fue en junio…

Dr. Ledesma: ¿A quién le pidió?

Cabezas: A Pablo, a Juan, que era el oficial, y pasaron 15 días más o menos, y me dijeron que había fallecido el 23 de mayo.

Dr. Ledesma: ¿Con posterioridad pudo comunicarse con algún familiar en forma telefónica?

Cabezas: Después… antes de eso, en junio, un domingo me sacan para hacerme fotografías por la Panamericana, me saca un… uno del servido de Inteligencia al que le decían Hormiga, y me llevan junto…, él y 3 más, y 2 personas más…

Dr. Ledesama: ¿A los otros no los identifica?

Cabezas: No, no los vi más.

Dr. Ledesma: ¿Quién le saca las fotografías?

Cabezas: El Hormiga. Me llevan por la Panamericana y me sacan varias fotos con la intención de empalmarlo, no sé cómo es el término correcto, con algún edificio del Uruguay, para hacer… para mandar al exterior y hacer creer que yo estoy en el Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Con qué fin?

Cabezas: Para desmentir que estoy secuestrada.

Dr. Ledesma: En la comunicación que tuvo con su familia, ¿pudo corroborar la veracidad de la muerte de su marido?

Cabezas: Sí, después…

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha?

Cabezas: Pienso que habrá sido en julio, creo que habrá sido en julio.

Dr. Ledesma: ¿A qué teléfono llamó?

Cabezas: Llamaba al de unos vecinos.

Dr. Ledesma: ¿Qué familia era?

Cabeza: La familia DOTI.

Dr. Ledesma: ¿Y con quién habló en esa ocasión?

Cabezas: Bueno, hablaba con los vecinos pidiendo que… ellos llamaban, ya sea por ejemplo de Inteligencia de la ESMA llamaban, uno de los oficiales que estaba ahí.

Dr. Ledesma: ¿Qué persona?

Cabezas: Creo que uno se llamaba Julio, Julio, Juan…

Dr. Ledesma: ¿Ellos dispusieron que usted llamara o usted pidió que le concedieran?

Cabezas: No, no, ellos dispusieron, llamaban y decían del Uruguay, llamado del Uruguay de persona a persona.

Dr. Ledesma: ¿Con qué periodicidad efectuó llamados a su familia?

Cabezas: Y, al principio fue cada 15 días, y después fueron todas las semanas.

Dr. Ledesma: A usted, al ingresar o con posterioridad en la Escuela de Mecánica, ¿se le asignó algún número o apodo?

Cabezas: No, yo fui Thelma y nada más.

Dr. Ledesma: ¿Le pidieron sus datos?

Cabezas: ¿Como qué?

Dr. Ledesma: Sus datos personales, ¿le hicieron firmar alguna declaración?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿Le sacaron alguna fotografía fuera de ésta que acaba de mencionar?

Cabezas: Sí, estando en Pecera, a los poquitos días me llevaron al laboratorio, donde me sacaron fotografías para el documento que me hicieron, documento falso a nombre de Magdalena Manuela BLANCO, para viajar al Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha viajó al Uruguay y por qué motivo?

Cabezas: Bueno, la primera vez, pienso que habrá sido julio porque hacía mucho frío, a sacarme fotografías.

Dr. Ledesma: ¿Sabe quién le sacó la fotografia?

Cabezas: Hormiga.

Dr. Ledesma ¿En qué lugar físico le sacó la fotografía?

Cabezas: Me sacó en la plaza, caminando… varias…

Dr. Ledesma: No, no, le estoy preguntando, la fotografía para el documento a que acaba de hacer…

Cabezas: En el laboratorio me sacó… estaba Carlos MUÑOZ, estaba Andrés y Víctor, al que le decían GUIDINI… Y me sacó, creo que fue Carlos MUNOZ el que me sacó la foto también.

Dr. Ledesma: Relate el viaje al Uruguay.

Cabezas: Viajo con Marcelo, el Hormiga y el… no estoy segura si, no, la persona que es del servicio de inteligencia del Uruguay nos espera en el aeropuerto.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio viaja?

Cabezas: Esa vez creo que viajamos por Aerolíneas.

Dr. Ledesma.: ¿Desde dónde sale?

Cabezas: Desde Aeroparque.

Dr. Ledesma: ¿Y adónde llega?

Cabezas: A Carrasco.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasa allí?

Cabezas: Bueno, ese día me llevan a sacar fotografías en la plaza, sentada en un banco leyendo, en el monumento a Artigas, cuando vamos hacia el aeropuerto en la playa Pocitos…

Dr. Ledesma: ¿Quién le saca las fotos?

Cabezas: Hormiga.

Dr. Ledesma: ¿Vuelven el mismo día?

Cabezas: Volvemos el mismo día.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio?

Cabezas: Creo que esa vez vuelven por Austral, a la vuelta, me parece.

Dr. Ledesma: ¿El pasaje a nombre de quién estaba expedido?

Cabezas: Pienso que debe ser al de Magdalena Manuela BLANCO, porque presentaba ese documento y porque me llamaban por ese nombre.

Dr. Ledesma: ¿Usted portaba ese documento?

Cabezas: No, lo tenía Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Marcelo tenía algún apellido o…?

Cabezas Marcelo… no sé cómo iba el documento de él, si había un apellido no sé.

Dr. Ledesma: ¿Efectuó algún otro viaje al Uruguay?

Cabezas: Sí. Esa vez de la fotografía, después, bueno, se acerca el viaje de la comisión de la OEA, entonces nos van a llevar a todos, nos avisan que nos hacen hablar a nuestra familia de que por todo el mes de septiembre no vamos a estar; a mí me hacen decir que por razones de seguridad.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha estamos aquí?

Cabezas: Y eso fue en agosto, que nos hacen decir… A mí me hacen decir que por razones de seguridad no voy a llamar más desde el Uruguay, y nos avisan que, vamos a ir a una isla, todos, y que los que estamos en Pecera y los que están en Cuatro vamos a tener tareas en la cocina, nos vamos a turnar para cocinar para todo el personal.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medios los llevan a la isla?

Cabezas: Salimos del canal de San Fernando en lancha.

Dr. Ledesma: ¿Y desde la Escuela de Mecánica hasta San Fernando?

Cabezas: En camión, cerrado, con lona. A mí me avisan que no voy a viajar con todo el grupo a la isla porque hay un periodista de “Para Ti” que desea verme…

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Entonces se van todos y yo me quedo sola en Pecera, y esa mañana viene Marcelo, todavía no estaba confirmada la entrevista con “Para Ti”, y me pregunta si yo tengo una sobrina, yo le digo que si, que tengo varias sobrinas, y me dice él: “Pero Norma Cristina COSE”. “Sí, es mi sobrina -le digo-. ¿Por qué? ¿Qué pasa?”. “La tenernos nosotros. Después te la voy a traer para que la veas, pero hay algo más importante que es el periodista de ‘Para Ti’, que desea verte, y vamos a arreglar para que salgas con Ruso -que era otro secuestrado-… haciéndose pasar por tu sobrino, y la entrevista va a ser confirmada al otro día.” Una cosa así me dice; esa mañana me traen a mi sobrina y al marido, que estaban secuestrados.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llama el marido?

Cabezas: Eduardo… Héctor Eduardo PICHINI. Bueno…

Dr. Ledesma: ¿Habla con ellos?

Cabezas: Hablo con ellos por separado…

Dr. Ledesma: ¿Recibe alguna amenaza?

Cabezas: No, no había una amenaza, digamos… evidente, tácita, era una cosa así como, bueno, “está tu sobrina, está el periodista”; algo así como un trueque ¿no? Era algo velado.

Dr. Ledesma: ¿Qué instrucciones se le dieron sobre la entrevista?

Cabezas: Bueno, que tengo que decir al periodista,como le dije a la otra periodista, pero ahora en diferente forma, que yo estuve con la banda de Montoneros, que fui engañada por los organismos de derechos humanos, que Amnesty Internacional también me engañó, o sea… todo era como para desprestigiar a los organismos de derechos humanos y desmoralizar a los familiares, tal cual sale con la revista después, y que…

Dr. Ledesma: ¿Quién le da estas instrucciones?

Cabezas: Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Delante de alguien?

Cabezas: No, sola, siempre sola.

Dr. Ledesma: ¿El Ruso no estaba tampoco en esa circunstancia?

Cabezas: Tampoco. Bueno, y creo que es al otro día, no recuerdo bien, no estoy segura…

Dr. Ledesma: ¿Puede precisar la fecha?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Aproximadamente? Con referencia al viaje a la isla…

Cabezas: Claro, creo que… no estoy segura si es el 24 de agosto que los 11 van a la isla, no estoy segura, pero más o menos por la fecha que sale la entrevista con “Para Ti”.

Dr. Ledesma: ¿Pero a usted en qué fecha la llevan a la isla?

Cabezas: A mí me llevan después de “Para Ti”.

Dr. Ledesma: Cuando usted dice el 24 de agosto llegan a la isla, ¿se refiere a cuál grupo?

Cabezas: Al otro grupo, a los demás.

Dr. Ledesma: Perfecto. ¿Con qué fin se hacía esa entrevista? y ¿se lo expresaron a usted o no?

Cabezas: No, para confirmar lo que ellos decían que yo estaba en el Uruguay para que se siga creyendo que yo no estaba secuestrada, que era una supuesta desaparición, y así fue…, me llevan a la peluquería, me compran ropa…

Dr. Ledesma: ¿Quién la lleva a la peluquería?

Cabezas: Me lleva un muchacho de Inteligencia que le decían Mario, y…

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio la lleva a la peluquería?

Cabezas En coche, de la ESMA salíamos en coche.

Dr. Ledesma: ¿Encapuchada o…?

Cabezas: No, no, con anteojos ahumados.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar en qué peluquería estuvo?

Cabezas: No, no, porque era cerca de Cabildo, pero una calle que cortaba Cabildo, así que no conozco el lugar.

Dr. Ledesma: ¿Cerca de Cabildo, en la Capital Federal?

Cabezas: Sí, Capital Federal era.

Dr. Ledesma: ¿Y la vestimenta en dónde la compraron?

Cabezas: La compran en Once.

Dr. Ledesma: ¿Acompañada por quién?

Cabezas: Esa vez voy acompañada por otro, no sé si oficial o suboficial, no conozco el grado, que le decíamos Willie…

Dr. Ledesma: ¿Se la hicieron probar a la vestimenta, o se la compraron directamente?

Cabezas: No, me hicieron probar.

Dr. Ledesma: Relate dónde fue la entrevista, si es que se realizó.

Cabezas: Sí. Me avisan que voy a salir con Ruso, solos los dos, a Ruso le dan un micrófono muy chiquitito que lo lleva en el bolsillo de la camisa, y me avisan de que van a ir dos coches con armas, y que tenemos que ir a la confitería de Figueroa Alcorta y Pampa.

Dr. Ledesma: ¿Usted en qué medio tenía que ir?

Cabezas En un coche, solos los dos.

Dr. Ledesma: ¿Qué vehículo era?

Cabezas: Creo que era un Renault, pero no recuerdo bien.

Dr. Ledesma: ¿Recuerda cómo se llamaba la confitería a la que concurrieron?

Cabezas No sé el nombre, sé que es Figueroa Alcorta y Pampa.

Dr. Ledesma: Bueno, relate.

Cabezas: Llegamos ahí, estaciona el coche, hay unas escaleritas para subir, entramos en la confitería y nos ponemos a la derecha de la entrada, nos sentamos y en eso se acercan dos señores, que eran el periodista y el fotógrafo; entonces me preguntan si yo soy Thelma JARA de CABEZAS, y que él es el periodista de “Para Ti”, que querían hacerme una nota, si podíamos ir al…

Dr. Ledesma: ¿Se acreditaron de alguna manera?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Exhibieron alguna credencial o algo así?

Cabezas: Yo creo que la credencial de periodista nada más. Y si podemos ir al otro ángulo de la confitería, entonces piden al mozo que corra las cortinas; no había nadie en la confitería y después entra…

Dr. Ledesma: ¿Que las abran o que las cierren las cortinas?

Cabezas: Que la cierren; después entran ABDALA, Julia, Juan, en otra mesa está Marcelo y no recuerdo con quién otro, que está a mi espalda…

Dr. Ledesma: ¿Marcelo y quién más?

Cabezas: No sé con quién estaba Marcelo, y el periodista pone…

Dr. Ledesma: ¿Qué actitud adoptan ellos?

Cabezas: Bueno, el periodista bastante… digamos, no sé si agresivo, en el sentido de querer desprestigiar a los organismos de derechos humanos, y todo el trabajo y la lucha de los familiares ¿no?, haciendo mucho hincapié de que yo voy a la liga, ¿por qué Amnesty Internacional, por qué recurro; por qué hacemos tanto movimiento, por qué tantos pedidos?

Dr. Ledesma: ¿Efectúan grabación de la entrevista o efectúan notas?

Cabezas: Hay grabador.

Dr. Ledesma: ¿Pudo determinar cómo se llamaba de apellido el Ruso? Con posterioridad me refiero.

Cabezas: Lo supe hace poco.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llama?

Cabezas: Lázaro BRASTEIN.

Dr. Ledesma: ¿Qué actitud adoptaron mientras se desarrollaba la entrevista periodística Julia, ABDALA, Juan y Marcelo?

Cabezas: Estaban en una mesa atrás nuestro, y Marcelo tenía el retorno del micrófono, así que escuchaba toda la conversación.

Dr. Ledesma: ¿Usted respondía conforme a las instrucciones que había recibido?

Cabezas: Sí, conforme a las instrucciones y en algún… por ejemplo hubo detalles, que los.., ellos no me dijeron que yo dijera…, cuando fui a la entrevista con la primera periodista me dijeron: “no menciones a tuhijo, que está en México”, y esta vez me dijeron: “Hacé igual que con la periodista”, entonces me pregunta el periodista si yo tenía otro hijo y yo le dije que no; luego me pregunta si yo creo en Dios, yo le contesto que para mi lo único verdadero y real es Dios y la justicia divina, y ellos me preguntan qué pienso de los culpables.

Dr. Ledesma: ¿Usted vio con posterioridad ese reportaje?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿No lo leyó nunca?

Cabezas: No, porque no podía, porque pensé que era…, sabía que era todo fraguado porque después se desvirtuaba todo lo que yo había dicho…

Dr. Ledesma: ¿No declaró judicialmente sobre ese reportaje?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿No le fue exhibido en esa ocasión?

Cabezas: En esa ocasión sí, lo leí; sí, sí, en ese momento lo escuché…

Dr. Ledesma: ¿Recuerda en qué lugar le fue exhibido?

Cabezas: Sí. ¿Puedo decirlo? En el juzgado del doctor OLIVIERI.

Dr. Ledesma: ¿Lo que ahí aparece concuerda con las expresiones vertidas por usted en la ocasión…?

Cabezas: No sale lo que me preguntan, si tengo otro hijo, sale que yo me voy al Uruguay después que muere mi marido, y eso no es cierto; no salen las respuestas mías sobre los culpables y sobre la justicia divina, son detalles que yo iba poniendo como para… pensando siempre que mi familia tuviera un…

Dr. Ledesma: ¿Y lo que sale positivamente se ajusta más o menos a lo expresado por usted?

Cabezas: No, nada.

Dr. Ledesma: ¿En qué aspecto?

Cabezas: Bueno, no salen esos detalles, y no salen…

Dr. Ledesma: Señor secretario, un segundito por favor; señor secretario exhiba a la compareciente. Señora, se le va a exhibir la fotocopia de la causa del Juzgado de Instrucción N° 3, que el secretario va a individualizar, y con el reportaje a la vista usted nos va a señalar en qué lugares se aparta de lo que expresó.

Cabezas: Perfecto.

Dr. López: Bueno, se trata de fotocopia certificada del expediente 39.426 del Juzgado de Instrucción N° 3, caratulado “VARELA CID, Eduardo”, su denuncia las fotocopias que se le van a exhibir son las correspondientes a las fojas 7 a 11 de la numeración original del expediente y, como número de fotocopia, 12 a 16.

Dr. Ledesma: Señor secretario, alcance a la testigo la respuesta recibida según su informe del día de la fecha que contiene el mismo elemento, y exhíbaselo directamente desde este…

Dr. López: Perfecto, a continuación se le va a exhibir idéntica… otra copia de la misma nota periodística que es la que se recibió ayer en secretaría.

Dr. Ledesma: Señora, la oigo, léalo, y al tiempo que lo va leyendo, no lo lea en voz alta, sino señálenos las diferencias que encuentra entre lo que usted afirmó y lo que aparece en el reportaje. A partir de su declaración, por favor, sin introducción ¿no? Señora…

Cabezas: Bueno, es todo mentira, es espantoso, yo no recibí amenazas, yo estuve.., ellos hacen publicar que Gustavo fue muerto en un enfrentamiento.

Dr. Ledesma: Más cerca del micrófono negro, por favor.

Cabezas: Ellos hacen publicar en los diarios que Gustavo fue muerto en un enfrentamiento…

Dr. Ledesma: Prosiga señora, por favor…

Cabezas: Yo no recibo amenazas, es mentira lo que… sobre la liga, en qué momento puedo decir eso, si ellos nos ayudaron siempre; además el funcionamiento y el trabajo de los familiares era por motivos tan dolorosos que de ninguna manera podía pensar eso… en ningún momento está, yo decido hacer, pensar que la solicitada era mentira, en ningún momento se acerca nadie a mí, en ningún momento mi hijo tiene ninguna actitud de ese estilo que dice acá, con los periodistas que sacan, me llevan ellos al Uruguay, el abogado McBRAIT menciona mi caso porque los familiares van a España en donde se realiza el congreso, de ninguna manera es…

Dr. Ledesma: ¿Qué familiares van a…?

Cabezas: De la Comisión de Familiares, no sé quiénes son las personas que viajaban…, es todo espantoso y mentira.

Dr. Ledesma: Señora, usted afirma que el contenido de esta entrevista es falso, la pregunta que le formula el Tribunal es si la respuesta que usted dio en esa entrevista en la confitería de Pampa y Figueroa Alcorta se ajusta a lo que dice ahí, o tampoco se ajusta.

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Las instrucciones que usted había recibido de Juan, Marcelo, etc., sobre las respuestas que debía dar, no son éstas?

Cabezas: No, está todo cambiado, todo cambiado, o sea, yo no digo que estoy secuestrada, no digo en ningún momento que estoy… sí, cómo podría explicarle, el periodista en lo que insiste es por qué yo recurro a los organismos de derechos humanos, Amnesty Internacional para pedir por el paradero de mi hijo, él hace hincapié y persiste en la pregunta, él dice que los organismos son usados por las organizaciones terroristas, eso es lo que dicen…

Dr. Ledesma: En concreto, señora, ¿sus respuestas grabadas por el periodista son las que aparecen en la revista o no?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: Prosigamos. Luego del reportaje, ¿qué es lo que pasa?

Cabezas: Luego del reportaje, bueno, volvemos a la Escuela y de ahí al otro día me llevan a la isla… esa noche…

Dr. Ledesma.: ¿Pudo identificar la isla?

Cabezas: No, no sé el lugar.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo permanecen en la isla?

Cabezas: Estamos hasta fines de setiembre, pero yo vuelvo a viajar al Uruguay, me llevan más o menos, creo que pasan 3 días más, ya estaba la comisión, dos veces más viajo al Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Con qué fin la llevan al Uruguay?

Cabezas: Para entrevistarme con dos periodistas de Nueva York para desinformar sobre mi desaparición, me llevan…

Dr. Ledesma: ¿Con quién viaja?

Cabezas: Con Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Con qué medios?

Cabezas: Avión… creo que Austral.

Dr. Ledesma: ¿Dónde se aloja en Uruguay?

Cabezas: En un hotel que está… no sé el nombre.

Dr. Ledesma: ¿No pudo identificarlo con posterioridad? ¿En qué calle está ubicado?

Cabezas: Bueno, los únicos detalles que tengo es que estaba cerca de la municipalidad y a la calle paralela de la avenida 18 de Julio -creo que es la avenida principal del Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Se realiza la entrevista?

Cabezas: Esa vez no. No se realiza porque no pueden viajar los periodistas, pero a mí me hacen conectar en una pizzería, estaba uno de los de servicios de Inteligencia del Uruguay, y viene otro que le hacen… dice llamarse Víctor CARRASCO. El era el encargado de recibir a los periodistas y hacerse pasar por mi amigo, que era el que me protegía en el Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Tiene lugar esa entrevista en esa ocasión?

Cabezas: En esa ocasión no, vuelvo a Buenos Aires y vuelvo a la isla; a los pocos días, creo que dos días más tarde, otra vez me llaman y viajamos al Uruguay nuevamente con Marcelo, ahí en el Uruguay nos recibe nuevamente el que se decía llamar Víctor CARRASCO y el otro señor que era del servicio de Inteligencia.

Dr. Ledesma: ¿Tuvo la entrevista?

Cabezas: Ese día llegamos de noche, al otro día a la mañana temprano llegan los dos periodistas…

Dr. Ledesma: ¿Dónde se aloja esa noche?

Cabezas: En el mismo hotel; me hacen poner anteojos ahumados, pañuelo en la cabeza, porque ya había salido “Para Ti”, y me llevan a un departamento que era de unos amigos de este señor uruguayo, y ahí están los dos periodistas o sea… pasan, yo tengo que estar en una esquina, en la avenida 18 de Julio, y a las 9 de la mañana pasa un coche con uno que se hacia llamar Víctor CARRASCO, los dos periodistas y un integrante del Centro Piloto de París, y en la entrevista…

Dr. Ledesma: En resumen, ¿cuáles son sus respuestas en las entrevistas?

Cabezas: Bueno, la entrevista es preguntarme en relación con mi desaparición, si es verdad que estoy desaparecida; bueno, yo digo que no, eso tenía que decir, que Víctor CARRASCO era mi amigo, que me había protegido en el Uruguay, que me daba ropas, alimentos, remedios, y que iba a estar ahí no sé por cuánto tiempo hasta que tuviera seguridad de volver a mi país.

Dr. Ledesma: ¿Se expide usted en esa entrevista en contra de las organizaciones de derechos humanos?

Cabezas: Ahí también ellos vuelven a indicarme de que ellos saben que los organismos de Derechos Humanos son usados por las organizaciones terroristas.

Dr. Ledesma: ¿Usted acepta eso; usted lo dice en esa entrevista?

Cabezas: No, ellos preguntan y yo digo que yo no sé, ellos me preguntan si es verdad eso, si yo sé eso, que yo no sé eso…

Dr. Ledesma: ¿Usted dice no saber?

Cabezas: Claro, era a través de un intérprete, o sea, ellos me preguntaban, el intérprete…

Dr. Ledesma: El intérprete quién…

Cabezas: El intérprete era del grupo del Centro Piloto de París.

Dr. Ledesma: ¿Cómo sabe que era del grupo del Centro Piloto de París el intérprete?

Cabezas: Porque me lo comenta después; termina la entrevista, me sacan fotografías, en la calle, al lado de un coche con chapa del Uruguay para publicar las fotos en Estados Unidos y en toda Europa, y se van ellos, y yo me quedo con el que decía ser Víctor CARRASCO.

Dr. Ledesma: ¿El intérprete era de idioma inglés?

Cabezas: Hablaba inglés.

Dr. Ledesma: ¿Usted sabe hablar inglés?

Cabezas: No, no.

Dr Ledesma: ¿Vuelve a la isla?

Cabezas: Vuelvo a la isla…

Dr. Ledesma: ¿Qué funciones cumple en la isla usted?

Cabezas: Cocino.

Dr. Ledesma: ¿Qué detenidos pudo ver en la isla?

Cabezas: En la isla había una casa en la que estabanlos “capuchas”. Habían trasladado a todos los que estaban en Capucha en ese momento…

Dr. Ledesma: ¿Cuántos eran, aproximadamente?

Cabezas: Eran más de 15… 17 eran.

Dr. Ledesma: ¿Pudo reconocer alguno de los que estaban en Capucha?

Cabezas: Después, cuando llegamos a Pecera; cuando volvimos a fines de setiembre.

Dr. Ledesma: ¿Cómo vuelven a la ESMA?

Cabezas: Volvemos nosotros primero en lancha y después nos espera un camión en el canal de San Fernando, un camión con toldo, y nos ponen a todos y nos distribuyen otra vez en la ESMA.

Dr. Ledesma: ¿Supo de la muerte o de la desaparición de alguna persona en la ESMA?

Cabezas: Sí; antes de ir a la isla, creo que fue en agosto, secuestraron a un matrimonio VILLAFLOR. Eran dos matrimonios: Josefina VILLAFLOR, José HAZAN, Elsa MARTíNEZ y Raimundo VILLAFLOR. En la madrugada en que los secuestran estábamos en Pecera un grupo de secuestrados y viene a decirme uno de Inteligencia, a quien le decían “Julio”, si podía cuidar a una nena, era la hijita de Josefina VILLAFLOR. La nena se queda conmigo; pienso yo que sería por la edad, pero se durmió pensando en su abuela. Yo duermo con la nena porque la nena lloraba mucho y a la otra mañana, a eso de las diez de la mañana, la llevan a la casa de la abuela. Uno de Inteligencia, a quien le decían “Fafa” y Lucía de OHN, se la entregan. Sabemos que la entregan en la casa de la abuela diciendo que eran compañeros de los padres. Además, esa noche traen elementos de la casa de los VILLAFLOR-HAZAN: máquinas de coser, licuadora, exprimidora y ropas.
Dr. Ledesma: Pero, ¿por qué usted afirma, concretamente que saben, que estas personas murieron o desaparecieron?

Cabezas: Yo no vi que los mataran, sabemos que no están…

Dr. Ledesma: ¿Hay algún personal de la ESMA que se lo refirió?

Cabezas: No, no. Lo que sé, si, es que muere Raimundo VILLAFLOR porque nosotros, en ese momento, teníamos el dormitorio entre Capucha e Inteligencia, y cuando los llevaban a torturar, tenían que pasar por ese lugar para Capucha y yo veía y podía mirar cuando los llevaban los guardias y que los arrastraban y los golpeaban y supimos que hubo mucho movimiento una noche. Corrían todos los guardias y era que había muerto; después supimos por los guardias, los chicos -los verdes que les decían-, que habla muerto realmente…

Dr. Ledesma: ¿Sabe en qué condiciones murió?

Cabezas: Después de una torrura dijeron que era un paro cardíaco por los golpes recibidos.

Dr. Ledesma: ¿Le consta la aplicación de tormentos a otros detenidos en la ESMA, aparte de los que acaba de mencionar?

Cabezas: Me consta a través de los dichos; o sea, me decían, me contaban cómo fueron torturados, pero no lo he visto.

Dr. Ledesma: ¿No oyó a alguien a quien torturaran o vio signos de esas torturas en alguien?

Cabezas: Eso fue cuando recién estuve en Capucha. Esa señora. Rosa, que estaba torturada hasta en la boca: eso sí lo vi.

Dr. Ledesma: ¿Visitó usted a su familia?

Cabezas: Sí; después que volvemos de la isla me lleva a La casa de mi madre, una noche, una tarde, a las 7.30 de la tarde, en un taxi que era de la ESMA, con un guardia al que le decían “Mario” y me deja dos horas en la casa de mi madre. A las nueve de la noche pasa a retirarme.

Dr. Ledesma: ¿Con posterioridad se repitió esto?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas veces?

Cabezas: Y… después me llevaban, por ejemplo, a las 8 de la noche y me iban a retirar a las 8 de la mañana del domingo; después fueron llevándome a las 8 de la noche del sábado y me iban a retirar a la noche del domingo.

Dr. Ledesma: ¿En qué condiciones recuperó su libertad?

Cabezas: Ellos me dijeron que yo estaba ahí por la acción psicológica que desempeñaba, que creían que estaba en condiciones de salir en libertad.

Dr. Ledesma: ¿Quién la dispuso?

Cabezas: ABDALA

Dr. Ledesma: ¿El personalmente se la comunicó?

Cabezas: El, personalmente, delante de todos.

Dr. Ledesma: ¿Y sabe cómo se decidía una libertad?

Cabezas: Mire, no sé exactamente cómo, concretamente. Sabemos -se decía-, se reunían y decidían. Eran decisiones por mayoría.

Dr. Ledesma: ¿Quienes?

Cabezas: Los oficiales, o sea, el equipo de ABDALA se reunían y, bueno, decidían quién iba a salir y quién no iba a salir. Eso era como una votación, pero no es nada concreto.

Dr. Ledesma: ¿Esto cómo lo supo?

Cabezas: Y… eso se decía por los guardias, pero…

Dr. Ledesma: ¿Con relación a la decisión de alguna muerte o traslado de alguna persona?

Cabezas: También; todo se decidía así.

Dr. Ledesma: ¿No sabe cómo estaba estructurado el grupo de tareas que usted mencionó, ABDALA y ese asunto de la votación, etcétera. Si había divisiones de tareas dentro del grupo?

Cabezas: No sé exactamente. Como para decirle algo concreto, no se.

Dr. Ledesma: Mientras permaneció en la ESMA, ¿estuvo a disposición de alguna autoridad civil o militar?

Cabezas: Cuando sale la revista Para Ti, va el…

Dr. Ledesma: Me refiero a algún proceso civil o militar.

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Y a disposición del PEN?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: Aparte de las salidas que mencionó en el curso de la declaración, ¿fue conducida en alguna oportunidad a algún otro lado?

Cabezas: No. A la isla, a la quinta; había una quinta en Del Viso.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo estuvo allí?

Cabezas: A la quinta me llevaron cuando me traían del Uruguay para dormir; ahí tenían una quinta de fin de semana.

Dr. Ledesma: Y aparte de la declaración judicial que mencionó, ¿efectuó alguna denuncia por estos hechos?

Cabezas: No

Dr. Ledesma: ¿Ante la CONADEP?

Cabezas: Sí, ante la CONADEP sí.

Dr. Ledesma: ¿Tenía usted militancia política?

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: ¿Qué actividades desarrollaba?

Cabezas: Estaba en la comisión de los familiares como secretaria de esa organización; era asistente dental y no estaba en ningún partido.

Dr. Ledesma: En qué trabajaba, me refiero…

Cabezas: Trabajaba en el Instituto de Odontología de Olivos como asistente dental.

Dr. Ledesma: ¿Sabe de algún matrimonio que haya estado detenido en la ESMA, aparte de los que ya mencionó?

Cabezas: Matrimonio… Yo veía a los guardias que venían con las alianzas de los secuestrados. Una vez vino un guardia y me dijo: “Miré…”

Dr. Ledesma: ¿Los nombres de algún matrimonio que no haya mencionado en el curso de su declaración?

Cabezas: No. No recuerdo en este momento.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si había algún detenido de sobrenombre “Pisco”?

Cabezas: Sí, a “Pisco” sí. “Pisco” estaba en Pecera, en Capucha cuando yo estuve en Pecera. A “Pisco” lo vi estando en el lavadero porque los de Capucha teníamos un lavadero común y a “Pisco” lo trajeron a lavar los platos, por ejemplo, y yo fui a lavar ropa.

Dr. Ledesma: ¿Sabe el nombre de “Pisco”?

Cabezas: Pablo LEPISCOPO.

Dr. Ledesma: ¿Sabe de alguna persona apodada “Kuky” que haya estado detenida mientras usted también lo estaba?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Sabe el nombre?

Cabezas: Susana de BARROS. No sé el otro apellido de ella.

Dr. Ledesma: ¿El marido estaba detenido?

Cabezas: También.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llamaba?

Cabezas: Osvaldo BARROS.

Dr. Ledesma: ¿Tenía algún apodo?

Cabezas: Yo lo conocí por Osvaldo, pero creo que los guardias le habían puesto ahí “Anteojito”.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si había alguna persona de edad que…?

Cabezas: Estaba la señora a la que le decían “Tía Irene”. Yo la vi en el lavadero también.

Dr. Ledesma: ¿De alguna profesora de inglés que hubiera estado detenida?

Cabezas: Sí. Mariana. Se llamaba Nora Irene WALSHON, estuvo en Pecera con nosotros también.

Dr. Ledesma: Aparte de las personas parientas suyas que estaban detenidas, ¿algún conocido o familiar suyo fue privado de su libertad, aproximadamente para la fecha en que Ud. fue privada?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿La Fiscalía alguna pregunta?

Dr. Moreno Ocampo: Sí señor presidente, si supo que hubiera algún detenido que se especializaba enarreglar aparatos electrónicos.

Cabezas: Sí, Mario VILLANI.

Dr. Moreno Ocampo: Si puede explicar cómo sabe que estaban “Kuky” y “Anteojito”.

Cabezas: Porque estaban en Pecera conmigo

Dr. Ledesma: ¿Recuerda qué trabajo desarrollaban?

Cabezas: Ellos hacían el análisis de los artículos que salían en los diarios, no se si eran políticos o si eran culturales, me parece que eran culturales.

Dr. Moreno Ocampo: Si sabe ¿cómo lograron los oficiales que allí trabajaban que se publicaran los reportajes que le hicieron en las diferentes revistas?

Cabezas: ¿Si sé cómo los oficiales hicieron para publicar el reportaje en Para Ti?

Dr. Ledesma: No, en la primera entrevista.

Dr. Moreno Ocampo: Si conoce alguno.

Cabezas: No sé porque eso lo manejaban desde el exterior, ellos con el…

Dr Ledesma: ¿Dijeron qué contacto tenían ellos?

Cabezas: El Centro Piloto de París hacía todas las cosas.

Dr. Ledesma: ¿También con la revista Para Ti?

Cabezas: Y no, de eso no.

Dr. Moreno Ocampo: Para complementar esta pregunta que se hace, si le podíamos repreguntar si supo que tuviera alguna conexión con algún medio de prensa, la gente que trabajaba en ese lugar, o que estaba en ese lugar.

Cabezas: ¿Sí había alguna conexión? No, no recuerdo.

Dr. Moreno Ocampo: Si la entrevista que le hicieron en Figueroa Alcorta el periodista que la entrevistó, le dio un nombre o se identificó de algún modo.

Cabezas: No.

Dr. Moreno Ocampo: Si lo puede describir.

Cabezas: La descrípcíonn no recuerdo bien exactamente. Hace muchos años.

Dr. Ledesma: ¿No puede dar ningún dato?

Cabezas: No; joven de unos treinta y algo de años…

Dr. Ledesma: ¿Del fotógrafo tampoco?

Cabezas: Del fotógrafo, también joven, alto, creo que tenía bigotes, no sé, no sé.

Dr. Moreno Ocampo: Si supo algo del secuestro de HIDALGO SOLA y Elena HOLMBERG, estando ella detenida en la ESMA.

Cabezas: No, nada.

Dr. Strasera: Si supo que hubiera algún detenido de apodo Nando.

Cabezas: Sí, Fernando BROSKI, lo vi en el lavadero también.

Dr. Strasera: Si puede decir por qué medio, en qué forma, fue liberada.

Cabezas: Me llevaron en un coche a mi casa.

Dr. Ledesma: ¿Quién la llevó?

Cabezas: Un guardia, no…

Dr. Ledesma: ¿No sabe el nombre?

Cabezas: No, en este momento no.

Dr. Strassera: ¿Dijo en qué vehículo?

Dr. Ledesma: No, no dijo. ¿En qué vehículo?

Cabezas: En un Ford Falcon blanco.

Dr. Strassera: Si supo algo estando detenida, de Rodolfo WALSH o vio unos efectos.

Cabezas: No, nada.

Dr. Strassera: Ninguna más.

Dr. Ledesma: ¿Las defensas? Dr. GOLDARACENA.

Dr. Goldaracena: Si cuando recuperó su libertad y la llevaron a su casa era la misma de Carapachaay que nombró al principio de la declaración.

Cabezas: No, la casa de mi madre, en Muñiz.

Dr. Goldaracena: Si desde ese día volvió a ver a alguna de las personas con las cuales compartió el cautiverio.

Cabezas: No, solamente a los BARROS; Susana BARROS y Osvaldo BARROS; solamente a ellos.

Dr. Ledesma: ¿En qué circunstancias?

Cabezas: Porque se hicieron muy amigos de mi sobrino, por el cumpleaños de las nenas, en esa fecha nos encontrábamos.

Dr. Goldaracena: Si cuando hizo su primera denuncia, si su primera denuncia fue la que hizo ante la CONADEP.

Cabezas: Ante la CONADEP.

Dr. Ledesma: Fue la primera, ¿en qué fecha?

Cabezas: Aproximadamente en julio del año pasado, o antes de julio.

Dr. Goldaracena: Si formuló alguna otra denuncia o declaración.

Dr. Ledesma: Esta respondida, doctor.

Dr. Goldaracena: Esa denuncia señor presidente y hablo de una causa por el tema de Para Ti. Si fuera de ésas ¿hay alguna más?

Dr. Ledesma: Declaró en elJuzgado de Instrucción N° 3.

Dr. Goldaracena: En la causa de VARELA CID, si fuera de esas dos…

Dr. Ledesma: Respondió negativamente a la existencia de otra denuncia.

Dr. Goldaracena: Perdón, señor presidente; en las dos últimas oportunidades que fue al Uruguay, ¿cuántos días permaneció allí?

Dr. Ledesma: Surge del contexto, sólo pernoctó una vez en ambos casos.

Dr. Goldaracena: Dijo la declarante que el 10 de mayo del ’76, su hijo Gustavo Aieiandro salió temprano a la mañana a acompañar a una amiga. Si esa amiga vivía en la casa de la declarante.

Cabezas: No señor, estaba de visita.

Dr. Ledesma: ¿Adónde la acompañaba?

Cabezas: A la casa de ella.

Ledesma: ¿Sabe dónde vivía?

Cabezas: Era San Isidro, no recuerdo la ubicación.

Dr. Goldaracena: Si había ido de visita esa misma mañana temprano.

Cabezas: No, había ido a la noche y como era muy tarde se quedó.

Dr. Goldaracena: Si con posterioridad, fuera de lo que ha dicho, se enteró de alguna causa o motivo por la cual haya sufrido su hijo el episodio que describió.

Cabezas: Lo único que supe de Gustavo fue, creo que lo dije, a través del conscripto, después no supe más nada, nunca, ni vinieron a casa ni nada, no sé nada.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo haber viajado a México, a Roma y a Madrid con otras madres. Si esas madres eran las mismas que integraban la comisión en la que dijo haber ocupado un cargo.

Dr. Ledesma: ¿Puede decir si integraban la comisión?

Cabezas: No.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo también que esas personas por razones de seguridad se manejaban con sobrenombres. Si recuerda cuál era el sobrenombre que utilizaba la declarante.

Cabezas: No recuerdo.

Dr. Goldaracena: Si se hospedaban en los mismos hoteles.

Cabezas: Sí.

Dr. Goldaracena: Si el grupo fue integrado de la misma forma durante todo el viaje por estos tres lugares o si se fue cambiando en su integración.

Dr. Ledesma: Si el grupo que fue a España y a Roma, estaba integrado de la misma manera por las mismas personas.

Cabezas: Sí, sí.

Dr. Goldaracena: Si en los diferentes registros en los distintos hoteles no tuvo oportunidad de conocer los verdaderos nombres de las restantes integrantes del grupo.

Cabezas: No, porque no tenía interés en saberlo.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo que cuando fue interrogada, por primera vez en ocasión de su detención se le preguntó por qué había cambiado su actitud con Julia Estela SARMIENTO; anteriormente ante la comisión dijo que obviamente Julia Estela era una infiltrada de los servicios. Si esta conclusión la sacó antes o después de ser detenida.

Dr. Ledesma: ¿Usted efectuó esa afirmación?

Cabezas: No sé si exactamente dije eso, lo que sí me pareció extraña fue la actitud de Julia.

Dr. Goldaracena: Si recuerda cómo hizo su viaje a México. Si fue un viaje directo de Buenos Aires a México, o si hubo escalas intermedias.

Cabezas: Sí, creo que sí.

Dr. Goldaracena: Si obtuvo con motivo de ese viaje su pasaporte o lo había obtenido con anterioridad.

Cabezas: Tenía pasaporte.

Dr. Goldaracena: Si fue necesario tramitar visa.

Cabezas: Bueno, cuando llegué a México.

Dr. Ledesma: Afirmativamente, respondió doctor.

Dr. Goldaracena: No me queda claro si la visa la obtuvo aquí o en México.

Cabezas: En México.

Dr. Goldaracena: La declarante, la segunda vez que fue interrogada, reconoció haber mentido en los datos que había dado en la oportunidad. Si recuerda qué explicación dio teniendo en cuenta que también se le preguntaba por qué había mentido.

Dr. Ledesma: En la primera oportunidad no fue doctor.

Dr. Goldaracena: En la primera oportunidad dice haber dado un número telefónico que en realidad no sabía, en la segunda oportunidad se le preguntó si había mentido y por qué reconoció haber mentido.

Dr. Ledesma: Efectivamente, pero fue en la tercera en la que se rectifica. ¿Cuál es la pregunta concreta al respecto doctor?

Dr. Goldaracena: Eran dos las preguntas que se le hacían, si había mentido y porqué la testigo dijo que reconocía haber mentido en ese momento, pero no sé si se le siguió preguntando por qué y en su caso qué respondió.

Dr. Ledesma: Esto ha sido respondido.

Dr. Goldaracena: Yo no lo he advertido señor presidente…

Dr. Ledesma: La testigo refirió que había pergeñado esa suerte de reconocer que tenía un responsable para sustraerse al castigo, y con posterioridad cuando fue descubierto que el número telefónico no correspondía, admitió que había sido una idea personal para evitar el castigo.

Dr. Goldaracena: Si en esos interrogatorios se le preguntó si en sus viajes a México, a Madrid, fundamentalmente en Madrid y en Roma, se había entrevistado con miembros de la organización Montoneros.

Dr. Ledesma: Ya le preguntó el Tribunal al respecto, y negó.

Dr. Goldaracena: El Tribunal le preguntó si ella se había entrevistado, no si se le había preguntado sobre esa supuesta entrevista.

Cabezas: ¿Si me habían preguntado?

Dr. Goldaracena: Sí, si en el interrogatorio a que fue sometida se le preguntó sobre posibles entrevistas con miembros…

Cabezas: Sí me preguntaron, me preguntaban eso.

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar?

Cabezas: En la ESMA.

Dr. Ledesma: No, no ¿en qué lugar habían tenidolugar las entrevistas sobre la que la interrogaban?

Cabezas: Si yo había tenido entrevistas…

Dr. Ledesma.: Con miembros de la cúpula de la organización ilegal Montoneros y en dónde la había tenido, si le mencionaba el lugar.

Cabezas: Claro, ellos decían de que era en Roma.

Dr. Goldaracena: Si este episodio recuerda haberlo comentado con Carlos MUNOZ.

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: ¿No recuerda o no lo comentó?

Cabezas: No lo comenté.

Dr. Goldaracena: Si conoce a FIRMENICH.

Dr. Ledesma: Con la aclaración que si Ud. encuentra alguna respuesta que pueda ser autoincriminante, puede negarse a contestar, puede responder.

Cabezas: Me niego a contestar.

Dr. Ledesma: No le oí, la pregunta es si tuvo entrevistas y conoce a FIRMENICH, personalmente, no a través de su actuación pública.

Cabezas: No señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a María Antonia BERGER.

Cabezas: A María Antonia sí, porque estaba en Puebla.

Dr. Goldaracena: Si puede decir qué hacía Antonia BERGER en Puebla o puede explicar en qué circunstancia la conoció.

Cabezas: En Puebla había un salón muy grande donde había un mostrador donde nos acercábamos a pedir una audiencia con los obispos, María Antonia estaba entre el público, no sé exactamente lo que ella hacía ni lo que ella hablaba porque era uno más entre todo el público; sé que me señalaron que era María Antonia.

Dr. Ledesma: ¿Diálogos con ella tuvo?

Cabezas: …

Dr. Ledesma: ¿Algo con ella tuvo o alguna conversación con alguna sustancia?

Cabezas: Bueno, había conversaciones, como era todo general dentro del público que estaba ahí, eramos muchos, y si se hablaba en un momento, bueno, por equis circunstancia, uno se acercaba y conversaba pero nada, nada personal, nada individual.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si puede dar alguna precisión, sobre por qué, si era simplemente una persona más del público, se acuerda de haberla visto a Maria Antonia AVALLAY.

Dr. Ledesma: Puede contestar.

Cabezas: Sí, porque me acuerdo de que la vi, y bueno porque la señalaron y porque estábamos muchas horas ahí.

Dr. Ledesma: Recuerda, ¿quién la señaló, quién le dijo que era ella?

Cabezas: Bueno, recuerdo que cuando hablábamos con periodistas, los periodistas la conocían, creo que fue, habrá sido algún periodista, no, no sé precisar la persona.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si en esa oportunidad, se le dijo algo sobre las actividades de María Antonia AVALLAY.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, no señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a una persona de apellido VACA o VACA NARVAJA.

Cabezas: No señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a una persona de apellido OBREGON u OBREGON CANO.

Dr. Ledesma.: Puede responder.

Cabezas: Por los diarios.

Dr. Goldaracena: La testigo dijo que, en ocasión de su entrevista con un periodista y un fotógrafo en Figueroa Alcorta y Pampa, estando ellos sentados, ella con el Ruso, aparecen el periodista y el fotógrafo, si le quedó claro cuál fue la forma por la cual el periodista y el fotógrafo los identificaron a ellos.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Quedaba algo así, como explícito; si me habían dicho que eran periodistas de Para Ti, bueno, era una situación, no podía pedir documentos.

Dr. Goldaracena: Si en algún momento se enteró de cuál fue el motivo, o la imputación por cuya virtud estuvo privada de su libertad.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: ¿Si se por qué estuve?

Dr. Ledesma: Efectivamente

Cabezas: Me dijo ABDALA que era por la situación psicológica que desempeñaba.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si se enteró de cuál fue el motivo o la imputación por la cual habían estado en parecida situación o en la misma situación, su sobrina y el marido de ella

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Suponemos que ha sido por mi situación, por lo que ellos se movían buscándome y haciendo averiguaciones, pero yo personalmente no sé.

Dr. Goldaracena: Si su sobrina o el marido tenían alguna militancia política activa, o en alguna organización.

Cabezas: No, no tenían.

Dr. Goldaracena: Si puede precisar, cuál es el grado de parentesco, entre la declarante y su sobrina.

Dr Ledesma: No le alcancé a oir doctor.

Dr. Goldaracena: ¿Cuál es la relación de parentesco?

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Es la hija de mi hermana.

Dr. Goldaracena: Nada más señor presidente, gracias.

Dr. Ledesma: ¿Alguna otra defensa? Doctor BUERO…

Dr. Buero: Señor presidente, el doctor GOLDARACENA acaba de aludir al pasaporte que había necesitado la declarante; mi pregunta es, si tiene ese pasaporte, el pasaporte que ha usado.

Dr. Ledesma: ¿Puede fundamentar la pertinencia de la pregunta doctor?

Dr. Buero: Sí, señor presidente.

Dr. Ledesma: (inint.)

Dr. Buero: (inint.) como anoche, con la fundamentación, ¿puede fundamentarlo en presidencia?

Dr. Lodesma: Acérquese. Señor fiscal, puede acercarse por favor… ¿Posee el pasaporte, senora?

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si puede decir, en esas oportunidades, en qué fecha salió y en qué fecha volvió a entrar en el país, si lo recuerda.

Dr. Ledesma.: ¿Se refiere a…

Dr. Buero: A ese viaje que hizo a México.

Dr. Ledesma: Si lo recuerda, señora, responda.

Cabezas: Mire, sé que era en enero y volví en marzo.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: ¿Del año?

Cabezas: Pero no recuerdo la fecha.

Dr. Buero: Perdón, ¿de qué año? Me interesa que lo diga la testigo.

Dr. Ledesma: El año, señora.

Cabezas: 1979

Dr. Buero: Si cuando viajó a España e Italia usó el mismo pasaporte que había empleado para ir a México.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Dr. Buero: Si estuvo en Brasil.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha, doctor?

Dr. Buero: En oportunidad de ese viaje.

Dr. Ledesma: Con motivo de este viaje, ¿estuvo en Brasil?

Cabezas: No.

Dr. Buero: Movimiento Peronista Montonero, con una serie de personas, quiero aclarar que no le pregunto si ella estuvo, o si alguien le preguntó sobre eso mismo, ¿si sabía que en Roma, en la época de su viaje, efectivamente, había una reunión del Movimiento Peronista Montonero?

Dr. Ledesma: Puede responder, señora.

Cabezas: No, señor.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si a la fecha de los hechos referidos en su declaración, la declarante tenía bienes de fortuna.

Dr. Ledesma: No ha lugar a la pregunta; inconducente, doctor.

Dr. Buero: Señor presidente, pido reposición basada en que la testigo, si mal no recuerdo, dijo que ella había pagado estos viajes.

Dr. Ledesma: Efectivamente, lo dijo, doctor.

Dr. Buero: Por eso, sí.

De. Ledesma: Insisto en el no ha lugar.

Dr. Buero: Muy bien, señor presidente. Si a la fecha de su liberación quedaban muchos prisioneros en la ESMA. Aproximadamente qué número.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Sí, quedaban más, creo que más de 20 personas.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si con posterioridad a su liberación se entrevistó con algún otro prisionero.

Dr. Ledesma: Ya lo contestó, doctor.

Dr. Buero: ¿Dijo con quién?

Dr. Ledesma: Sólo, sólo el matrimonio BARROS.

Dr. Buero: Gracias. Si el marido de su sobrina, que dijo que era Héctor Eduardo PICCINI, tenía algún sobrenombre y si puede, si lo recuerda.

Dr. Ledesma: ¿Tenía algún sobrenombre PICCINI?

Cabezas: Ahí, dentro de la ESMA, le decían “Tata”.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si sabe si Norma Irene WOLSHON tenía militancia en alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No sé, señor.

Dr. Buero: Si sabe por qué la detuvieron, entonces.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No sé, señor.

Dr. Buero: Si sabe si BASTERRA integraba alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Buero: Si sabe por qué lo detuvieron

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Buero: Si Carlos MUÑOZ integraba alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Ledesma: ¿Sabe por qué lo detuvieron?

Cabezas: No sé, no sé.

Dr. Buero: Por último, señor presidente, solicito que, con la prevención del caso, se le pregunte si la declarante, que dijo no tener filiación política o actuación política, integraba, en cambio la rama femenina del Movimiento Peronista Montonero.

Dr. Ledesma: Con la prevención de que puede negarse a contestar si considera la pregunta autoincriminante, puede contestar, señora.

Cabezas: No contesto.

Dr. Buero: Nada más, señor presidente, gracias.

Dr. Ledesma: ¿Alguna otra defensa? El Tribunal dispone de un cuarto intermedio de 15 minutos. Señora, su testimonio ha terminado.

La voces de las Hijas de los Genocidas. Liliana Furio.

La voces de las Hijas de los Genocidas. Liliana Furio.

Liliana Furio es hija de un represor de la última dictadura cívico-militar y eclesiástica. En este tiempo, fue tejiendo con otras hijas un espacio para el encuentro y los abrazos.

La palabra de una historia desobediente

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Lilliana Furio es hija de un represor de la última dictadura cívico-militar y eclesiástica en Argentina. En este tiempo, se organizaron con otras hijas en un espacio común para el encuentro y los abrazos necesarios.

Testimonio valioso y valiente. Y una vez más, son ellas -las mujeres- quienes se animan y lo arriesgan todo por la Memoria, la Verdad y la Justicia.

Para conocer un poco más de estas historias y sumar aportes, se puede visitar el sitio https://www.facebook.com/historiasdesobedientes/

El Puente conversó con Liliana y aquí está su palabra.
https://www.podomatic.com/podcasts/elpuente/episodes/2017-05-29T04_41_56-07_00

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Quién era Álvaro Barrios Duque?

Quién era Álvaro Barrios Duque?

 

Ahora, llegando a casa, en la placita de enfrente, nos esperaba la memoria… No se exactamente quién fue Álvaro Barrios Duque, pero sé que es un compañero… Los jóvenes que se reúnen siempre allí cuentan desde hoy con una nueva presencia; mis hijos y sus amiguitos con nuevas lecciones a través de mis palabras que acompañaron la lectura del mural y el sacarle fotos; reacciones sobrecogedoras, incómodas, curiosas, de todo más no indiferencia. Fue impactante para todos los que llegábamos encontrarnos con él, y a través de él, con todos. No sé tampoco quién hizo el mural, al parecer un hombre y un joven, me alegro muchísimo, gracias, de corazón. Compañero Álvaro Miguel Barrios Duque PRESENTE, ahora y Siempre!!!

 

 

ALVARO MIGUEL BARRIOS DUQUE

 

CEDULA IDENTIDAD:           5.541.054-2 de Santiago
ESTADO CIVIL:                      Casado
FECHA DE NACIMIENTO:    9 de Abril de 1948
EDAD:                                      26 años a la fecha de detención
DOMICILIO:                              Altamiraño 2333 Conchali Santiago
PROFESIÓN:                           Estudíante de Pedagogía en Inglés de la Universidad de Chile

Su cónyuge, Gabriela Zuñiga Figueroa, con quien había contraído matrimonio el 3 de Julio de 1974, expresa, en la querella criminal presentada ante el 10 Juzgado del Crimen de Mayor Cuantía de Santiago:
“El día 15 de Agosto de 1874, alrededor del mediodía, llegaron hasta nuestro domicilio de esa epoca, Altamiraño 2333, Conchalí, dos personas a las cuales mi cónyuge conocia, Luz Arce Sandoval, de unos 24 años, domiciliada en Venecia 1639 y Patricio Alvarez, estudiante de Medicina, domiciliado en Vivaceta 1639, quienes lo saludaron afectuosamente y lo invitaron a salir a la calle para conversar un rato.  Caminaron por espacio de unos 200 metros hasta un lugar donde esperaba una camioneta Chevrolet de color celeste con toldo y sin patente, en el interior de la cual había varios civiles que nadie alcanzo a distinguir bien”.

“Mi cónyuge fue introducido al interior de la camioneta, que arranco de inmediato.  Testigos de la llegada de Luz Arce y Patricio Alvarez fueron el padrasto de mi cónyuge, Hector Grunert y su hermano German Grunert Duque, los cuales asimismo vieron desde la entrada de la casa como Alvaro era introducido al vehiculo señalado”.

“…Tanto Luz Arce como Patricio Alvarez eran personas que vivían desde tiempo atras en nuestro sector, conocidos por tanto en el barrio y tanto mi cónyuge como yo los saludabamos y a veces conversabamos”.

“Yo regrese un poco despues al hogar y me entere por los parientes de mi marido de lo sucedido.  No me inquiete mayormente al comienzo, ya que pensé que mi cónyuge había salido con estos conocidos.  Sin embargo, alrededor de las 21 horas de esa misma noche y en circunstancias que yo tampoco me encontraba en casa, volvió Alvaro Barrios acompañado esta vez por varios civiles desconocidos, recogió algo de ropa suya y manifestó estar detenido por efectivos de inteligencia.  Su hermano y su padrasto fueron nuevamente testigos  de este hecho”.

“Al día siguiente me enteré que otros vecinos habían sido detenidos un poco despues de mi cónyuge y por el mismo grupo: Sergio Riveros Villavicencio y Julio Canas.  Me dirigí entonces a la casa de Patricio Alvarez para informarme acerca de los hechos que tanto me alarmaban acerca de mi cónyuge…Me dijo que no me preocupara, que se trataba de un simple tramite de rutina y que mi esposo volvería pronto, pero se negó a explicar en que consistía esa rutina, por qué se había detenido a mi cónyuge, dónde se encontraba él y a qué se debía su participación”.

“Despues de esto y a medida que transcurría el tiempo sin tener noticias de mi cónyuge, volví varias veces a conversar con Alvarez, pero sin ningun resultado.  Aseguraba que mi cónyuge estaba por regresar, pero nunca sucedió asi”.
“Por otra parte, en Noviembre de 1974 fue liberado Julio Canas, con el cual conversé y me confirmó haber sido detenido junto con mi cónyuge y don Sergio Riveros.  Luego fueron llevados a un recinto de detención que él no pudo identificar, puesto que se mantenía con la vista vendada, pero en el cual estaba tambien Alvaro Barrios.  Canas escuchó su voz al comienzó y luego consiguió incluso hablar con él en una oportunidad… Actualmente (Julio Canas) se encuentra fuera del país”.

” En cuanto a Luz Arce fue,  al parecer, hace poco tiempo trasladada a Talca, donde continua prestando su colaboración a la Dirección de Inteligencia Nacional, DINA, organismo al cual al parecer pertenece.  Sus familiares, sin embargo, son gentes conocidas en el sector donde vivíamos en el año 1974 y continuan viviendo allí”.

“…Aún no he conseguido ubicar el paradero de mi marido, a pesar de las múltiples diligencias que he realizado”.

El padrasto del afectado, Hector German Grunert Mathieu, declaró en el Tribunal lo siguiente:
“El día 15 de Agosto de 1974, siendo la una de la tarde aproximadamente, llegaron a mi domicilio ubicado en esa epoca en Altamiraño 2333, de Conchalí, dos jovenes amigos de mi hijastro Alvaro Barrios Duque.  Posteriormente supe que esa pareja de jóvenes se llaman Patricio Alvarez Poblete y Luz Arce Sandoval, según me lo contó mi hijo menor Héctor Germán.  Como mi hijastro se encontraba en casa, lo llame y salió de nuestro hogar en compañía de tales jovenes, de a pie, yo no me preocupé mayormente del asunto, puesto que salieron conversando amigablemente.  Posteriormente alrededor de las 8 de la noche regresó Alvaro, en busca de una parka, me pidió cigarros y me dijo que estaba detenido por el SIM, Servicio de Inteligencia Militar.  Con mi hijastro nadie entró a la casa.  Al salir Alvaro Barrios me asomé a la calle y divisé que subía por la parte posterior de una camioneta encarpada que debido a la oscuridad no me fijé en su patente.  Ignoro si dicha camioneta hubiera pertenecido al Ejército o no.  Desde esa oasión no he vuelto a ver a mi hijastro Alvaro”.

Por su parte, Hector German Grunert Duque, hermano del detenido, manifestó:
“…El día 15 del mes de Agosto de 1974…siendo aproximadamente las 12 y media del día, estando en mi casa ubicada en ese tiempo en Altamiraño 2333, divisé llegar a Pato Alvarez en compañía de una muchacha joven a la cual no conocía, quienes preguntaron por mi hermanastro Alvaro.  Yo como conocía de vista, a Pato, llame a Alvaro y le dije que lo buscaba el estudíante de Medicina.  Luego salió Alvaro hasta la puerta de calle y yo me despreocupe del asunto.  No volví a ver a Alvaro como hasta las 8 de la noche del mismo día, ocasión en que llegó apresuradamente de a pie, bastante nervioso, y nos dio a conocer a mi y a mi padre, que se encontraba detenido en una base militar, que luego lo soltarían y que no nos preocuparamos.  Se puso una parka, se llevó unos panes para comer y cigarrillos.  Tanto yo como mi padre salimos a la puerta para verlo irse.  Por esta razón nos dimos cuenta que subía a la parte trasera de una camioneta con toldo, marca Chevrolet, color oscuro, común y corriente, no del Ejército.  Desd esa ocasión no he vuelto a ver a mi hermanastro”.

De la mayor importancia es el testimonio de Patricio Alvarez Poblete, que transcribimos:
“El día 14 de Agosto de 1974 me encontraba en mi casa viendo televisión.  Cerca de las 24 horas repentinamente alguien golpeó la puerta y pidió hablar conmigo, al salir pude ver que era Luz Arce a quien conocía por haber pertenecido ambos a un centro cultural que había en Vivaceta. Una vez que estuve al lado de ella en el jardin de la casa, me pidió que salieramos a la calle para que yo le señalara el domicilio de una niña amiga, salí a la calle, afuera me presentó un hombre que andaba con ella, mientras conversábamos este hombre cerró la puerta de la reja del jardín lo que me llamó la atención y me di vuelta para mirar y vi que me encañonaba con un revólver.  Inmediatamente me esposó, me llevó hasta la esquina de mi casa y me subieron a una camioneta grande de color amarillo, una vez arriba me colocaron scotch en los ojos y una venda.  De esta forma me llevaron a un lugar desconocido para mí, el trayecto calculo yo que debe haber demorado unos 15 minutos, deteniéndose la camioneta una sola vez cerca de un dmicilio.  Posteriormente me llevaron a un lugar que creo que puede haber sido una casa, y una vez allí me hicieron caminar por un corredor y me dejaron en una pieza donde había más personas, pero siempre esposado y sin sacarme la venda de los ojos, allí permanecí durante toda la noche hasta el día siguiente en que me llevaron a una pieza y me interrogaron acerca de la actividades que tenía yo con Alvaro en el Centro Cultural, también me preguntaron por otros compañeros de la universidad.  En este interrogatorio también estaba presente Luz Arce, me decía que yo hablara todo lo que sabía acerca de los demás compañeros, una vez que ya terminaron con mi interrogatorio me subieron a la misma camioneta con Luz Arce y nos trasladaron hasta cerca del domicilio de Alvaro, allí me sacaron la venda de los ojos y me ordenaron junto con Luz Arce que fueramos hasta la casa de Alvaro y lo llamáramos en la misma forma que Luz lo había hecho conmigo y estas personas se quedaron esperando a una media cuadra.  Alvaro se encontaba en su casa y nos siguió, ya que le había dicho vamos hasta la esquina para que conversemos, durante el pedacito de camino yo le pregunté como había estado, pero no pudimos hablar ninguna otra cosa.  Una vez en la esquina hicieron subir a Alvaro a la camioneta, lo vendaron y lo esposaron.  En la camioneta fueron a dar una vuelta por los alrededores y enseguida me fueron a dejar a mi casa y me entregaron a mis padres.  No me llevaron con Alvaro hasta el lugar donde estuve detenido, como dice el parte de Investigaciones (con anterioridad Patricio Alvarez había sido entrevistado por ese Servicio, en cumplimiento de una orden de investigar emanada del Tribunal), después de la detención de Alvaro yo quedé libre, solamente siguió en la camioneta con Alvaro, Luz Arce.  Desde esa fecha ya no volvi a ver nunca más a Luz Arce y a Alvaro Barrios, ni nunca más he sabido de ellos.  Ignoro a que organismo pertenecían los hombres que nos detuvieron, ya que jamás nos mostraron credenciales y además vestían de civil”.

Luz Arce no pudo ser ubicada por Investigaciones pero si se dio con su domicilio y fue entrevistado su padre, Enrique Orellana, quien dijo: “Efectivamente mi hija Luz Arce Sandoval perteneció al Centro Cultural Vivaceta donde practicaba atletismo desde el año 1974, fue detenida en varias oportunidades por personas que dijeron pertenecer al Servicio de Inteligencia, pero los cuales nunca se identificaron debidamente.  Posteriormente y para evitar seguir siendo interrogada, se fue de la casa y hemos ignorado desde 1976, a principios de año, su paradero y solamente hemos recibido noticias de ella por intermedio de llamadas telefónicas, informándosenos que se encuentra en Argentina, pero ignoro su domicilio exacto”.  Sin embargo informa Investigaciones, la salida de Luz Arce “no se encuentra registrada en Policia Internaciónal” (Oficio de 5-1-77, de la 10a Comisaria Judicial).  Al ser entrevistado Patricio Alvarez, manifestó, entre otras cosas, refiriéndose a su detención que Luz Arce” al parecer mostraba otros domicilios de otras personas ya que la camioneta – en que lo llevaban – se detuvo en varios lugares y otras personas fueron subidas a ella…”

En cuanto a los otros detenidos vecinos, mencionados en la querella, Sergio Riveros Villavicencio y Julio Canas, Investigacines señala: “En el Gabinete de Identificación Central se registra Sergio Alberto Riveros Villavicencio, civil No 4.339.612-9, sin penal, soltero, domiciliado en Pasaje Peatones 1821.  Trasladado hasta ese domicilio, el informante, en compañía del detective Sr. Roberto Calderon Fuentes, entrevisto a doña María Reyes Hidalgo, Chilena…nacida en Santiago el 20 de Octubre de 1950, soltera… civil 6.055.723, Santiago, de ese domicilio, quien manifestó: “Soy cuñada de Sergio Riveros V., quien el día 15 de Agosto fue detenido por personas que dijeron ser del Servicio de Inteligencia sin que hasta esta fecha se haya tenido alguna noticia acerca de su paradero.  Conozco de nombre a Alvaro Barrios y sé que fue detenido en la misma fecha que mi cuñado, es decir al mismo tiempo y a Julio Canas sólo lo he escuchado nombrar pero no tengo ningún antecedente acerca de él”.  “Las diligencias efectuada a fin de lograr el actual domicilio o paradero de Sergio Alberto Riveros Villavicencio y de Julio Canas – añade el informe – no han dado a la fecha resultados positivos” (Oficio de Investigaciones de fecha 11-2-77, 10a Comisaría Judicial).

En suma, pese a las evidencias, Álvaro Barrios Duque sigue siendo un detenido ‘desaparecido’ y no se ha hecho efectiva la responsabilidad de los culpables.

El 31 de Agosto de 1977 el juez dictó acto de sobreseimiento temporal en la causa, confirmando la Corte de Apelaciones su resolución el 21 de Octubre de 1977.

19 de Octobre 2004 El Mostrador

Procesan a cúpula de la ex DINA por secuestro de mirista

La titular del Noveno Juzgado del Crimen de Santiago, Raquel Lermanda, procesó como autores de secuestro calificado a cuatro ex miembros de la cúpula de la disuelta Dirección Inteligencia Nacional (DINA).

La magistrada estimó que existen presunciones fundadas de que miembros de la DINA tienen responsabilidad en la desaparición del mirista Álvaro Barrios Duque, detenido el 15 de agosto de 1974 en su casa, ubicada en la comuna de Conchalí.

La resolución afecta al general (R) Manuel Contreras, ex jefe del organismo represivo, al brigadier (R) Miguel Krasnoff, al coronel (R) Marcelo Moren Brito y al civil Osvaldo Romo.

 

 

29 de Octubre 2004 El Mercurio

Corte otorga libertad a brigadier (r) Krassnoff

La Tercera Sala de la Corte de Apelaciones resolvió otorgar la libertad provisional al brigadier (r) Miguel Krassnoff procesado como autor del secuestro calificado de Álvaro barrios Duque.

 

Por el secuestro de Barrios, ocurrido en 1974, están procesados también los ex miembros de la DINA, Manuel Contreras, Osvaldo Romo y Marcelo Moren Brito.

 

8 de Junio 2006 TVN.cl

Procesan a militar (r) por crimen de mirista

En el Batallón de Policía Militar de Peñalolén quedó detenido hoy el retirado suboficial mayor del Ejército, Nelson Paz Bustamante, procesado por el ministro en visita Juan Fuentes Belmar, como autor del secuestro calificado del militante del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR), Alvaro Miguel Barrios Duque.

 

Barrios Duque, de 26 años de edad al momento de su arresto ilegal, era estudiante de Pedagogía en Inglés de la Universidad de Chile. La Comisión de Verdad y Reconciliación estableció que la víctima estuvo aprehendida en el recinto clandestino que la disuelta Dirección de Inteligencia Nacional (DINA) mantenía en el número 38 de la calle Londres, en pleno centro de la capital.

 

 

 

 

Asimismo, el magistrado determinó que todos los condenados, salvo Zapata Reyes, deberán cancelar una indemnización solidaria de 35.000.000 de pesos (unos 64.220 dólares) a Gabriela Zúñiga Figueroa, cónyuge de la víctima.

 

Posteriormente, el joven opositor de la dictadura militar (1973-1990) fue visto en el centro de tortura y reclusión “Londres 38”, desde donde se perdió su rastro.

 

22 de Enero 2010
La Nación

EL “NEGRO” PAZ
Otro de los hitos importantes de esta sentencia es que por primera vez el mayor (R) del Ejército Nelson “Negro” Paz Bustamante -chofer en este grupo operativo y que tiene varios procesamientos en curso- va a cumplir una condena tras las rejas, pues hasta el momento se encontraba en libertad. La Suprema elevó su castigo de 800 días a cinco años y un día de presidio efectivo. A Manuel Contreras se le mantuvo la pena de cinco años y un día.
Tras conocer el fallo, la abogada Magdalena Garcés del Programa de Derechos Humanos del Ministerio del Interior se manifestó satisfecha, pues dijo que pese a que las penas no son proporcionales a la gravedad del delito se logró que fueran efectivas y que los responsables del secuestro de Barrios cumplan su castigo en la cárcel.
“Estamos contentos porque es un fallo en el cual se nos escuchó y se rechazaron las dos atenuantes alegadas por la defensas de los militares que era la media prescripción y otra del Código de Justicia Militar que habla de la ‘obediencia indebida’” señaló Garcés.

Fallo Corte Suprema – Barrios Duque – 2008

La Nación, 26 de enero de 2015

Suprema ordenó libertad inmediata de ex agente de la DINA

La Corte Suprema ratificó el fallo dictado por la Corte de Apelaciones de Santiago que acogió un recurso de amparo presentado por Nelson Paz Bustamante, condenado en una causa por violaciones a los derechos humanos, en contra del Ministerio de Justicia por negarse a otorgar el beneficio concedido por la comisión de reducción de condenas.

En fallo unánime, la Segunda Sala del máximo tribunal -integrada por los ministros Milton Juica, Hugo Dolmestch, Carlos Künsemüller, Haroldo Brito y Lamberto Cisternas- ratificó la sentencia que acogió la acción cautelar presentada por defensa del agente de la DINA condenado por el secuestro calificado de Álvaro Barrios Duque, y ordenó su inmediata libertad.

La sentencia reitera el criterio del máximo tribunal que ha acogido diversos recursos de amparo presentados por condenados por delitos comunes en situaciones similares, resoluciones que establecieron que el Ministerio de Justicia no tiene facultades para revisar los criterios de las comisiones de rebajas de condenas de los tribunales de alzada.

Estimada Karlita (con K) Rubilar: Hoy reflexionaba acerca de lo que hiciste al denunciar con bombos y platillos, coche de guagua mediante, la existencia de detenidos desaparecidos falsos. Guardaste celosamente los nombres, esperando el momento propicio, tu intención era no herir a nadie. Hoy reconoces errores en la forma, pero no en el fondo, desconociendo […]

Estimada Karlita (con K) Rubilar: Hoy reflexionaba acerca de lo que hiciste al denunciar con bombos y platillos, coche de guagua mediante, la existencia de detenidos desaparecidos falsos. Guardaste celosamente los nombres, esperando el momento propicio, tu intención era no herir a nadie. Hoy reconoces errores en la forma, pero no en el fondo, desconociendo la relación intrínseca entre ambas, no por nada elegiste hacerlo como lo hiciste.

De nada ha servido que Sebastián Piñera te exculpe con eso que para el Golpe de Estado no habías nacido, te advierto que hay gente muy mala que asegura que quien te soplaba al oído lo que deberías hacer es nada menos que el Mamo Contreras a través de interpósita persona, tu asesor jurídico Javier Gómez que tiene un prontuario como abogado (otros más tendenciosos aún dice que no lo es….ojo al piojo) que ni te explico, si hasta anduvo asesorando a la defensa de Paul Schaffer, el nazi pedófilo de Colonia Dignidad, “dime con quien andas y te diré quien eres”, pero en fin, tú decides de quienes te rodeas.

Pero volvamos a lo que me convoca, metiste la pata o te hicieron meterla, solo que hay metidas de pata y metidas de pata y esta es imperdonable, más aun en tu condición de Presidenta de la Comisión de Derechos Humanos de la Honorable Cámara de Diputados, que te exige ser consecuente con esa investidura. Informarte, cotejar, empaparte de la realidad cruel que vivimos miles de familias en nuestro país en dictadura y que en democracia seguimos viviendo gracias a la falta de voluntad política de la Concertación y al constante boicot del sector al que tu representas en avanzar en la legislación para un NUNCA MAS, populismo mediante, tu partido, Renovación Nacional y la UDI, siguen siendo los sostenedores ideológicos de la dictadura, si no ¿cómo se explica que hayan votado en contra de la Convención Interamericana sobre Desaparición Forzada?

Ya se que llego re tarde con la información, pero Luis Emilio Recabarren González fue detenido y hecho desaparecer el 29 de abril de 1976, junto a su esposa Nalvia Rosa Mena Alvarado (embarazada) y a su hermano Manuel Guillermo, su padre, Don Manuel Segundo Recabarren Rojas es hecho desaparecer al día siguiente, el 30 de abril, todos eran militantes del Partido Comunista. Luis Emilio y Nalvia Rosa fueron detenidos junto a su hijo de dos años, del mismo nombre que su padre, quien fue abandonado a pocas cuadras de su casa por los agentes de la DINA, él sobrevivió. Fíjate que además el Ministro Alejandro Solís lleva en la actualidad el proceso por la desaparición de esta familia y esta a punto de dictar autos de procesamiento, logrando determinar responsabilidades de los hechores. Era cuestión de ponerle tinca para darse cuenta de lo infundado del “datito” que te estaban entregando, esa era tu pega o debió ser.

Por último te cuento que la otra noche, te ví en los tres canales de televisión casi a la misma hora, a saber, canal 13, Chilevisión y Televisión Nacional, todos ellos ubicados en un mismo sector geográfico. Igual te imagino corriendo con el coche para cumplir con esos compromisos mediáticos para “dar la cara” como insististe, que no vas a renunciar, decías, que pedías perdón por la forma pero no por el fondo, decías, o sea insististe en sostener lo insostenible, además agregaste que habías recibido un e-mail de un familiar de los Recabarren González en que te agredía y tu tuviste la grandeza de contestarlo y lo que tu hiciste ¿cómo se llama?

Santo Tomás de Aquino, Padre de la Santa Madre Iglesia reconoce distintos tipos de tontos y tonterías y buscándole el ajuste, lo tuyo correspondería a un “Intellectus rudissimi idiotae”, que grafica a “un idiota que toma por falso aquello que no puede comprender” (Summa Contra los Gentiles, Ed BAC).

Atentamente,
GABRIELA ZUÑIGA FIGUEROA
(Esposa de Alvaro Barrios Duque, detenido desaparecido el 15 de agosto de 1974)

Nota:
Si te dicen que lo han visto bailando cumbia allá por Colombia, no hagas tal con denunciarlo como un falso desaparecido, se trata de un alcance de nombre y apellido con un gran y reconocido artista plástico de ese país y que andaría por ahí en edad con MI ALVARO de no haber sido hecho desaparecer por tu ya sabes- espero- quienes.

Ahora bien, como al parecer Argentina sería un lugar adecuado para hacer aparecer a nuestros familiares, si te dicen que fijo que MI ALVARO, fue visto y oído hablando con ese acento tan característico, tampoco hagas tal con denunciarlo, se trataría de otro alcance, esta vez de apellido, pues sería Lucas BARRIOS, jugador de Colo Colo. Todo esto te lo cuento con el ánimo de evitarte otro bochorno.

Santiago 9 de enero de 2009

 

 

Mi padre fue el obstetra de la maternidad clandestina de Campo de Mayo . La mierda que me tocó vivir.

Mi padre fue el obstetra de la maternidad clandestina de Campo de Mayo . La mierda que me tocó vivir.

 

24/05/2017 ERIKA LEDERER

“Mi padre fue el obstetra de la maternidad clandestina de Campo de Mayo y no lo perdono”

Desde un grupo de Facebook convoca a los hijos de represores a juntarse: “La consigna es reunirnos para aportar datos, contar historias que a otros les sirvan. Reunirnos para sanar porque no hay noción de los daños que aún se siguen produciendo”.

Por Guillermo Lipis

Erika Lederer, la hija del segundo jefe de la maternidad clandestina de Campo de Mayo, nunca se reconcilió con su padre y luego de la marcha del 2×1 contra la acordada de la Corte Suprema de Justicia, se propuso “reunir a los hijos de los genocidas que jamás avalamos sus delitos, a los que gritamos en sus caras la palabra asesino y Memoria, Verdad y Justicia”.

El nombre de Ricardo Lederer surgió en los casos de apropiación de bebés en la maternidad clandestina de Campo de Mayo, juzgados bajo la caratula “Riveros, Santiago Omar y otros por privación ilegal de la libertad, tormentos, homicidio, etc.”, en la que se determinó que “en ese centro clandestino también fueron detenidas-desaparecidas decenas de mujeres embarazadas”.

En el contexto de esta causa, la enfermera Lorena Josefa Tasca informó que le tocó “intervenir en tres casos de mujeres no registradas: uno en epidemiología, otro en la cárcel de Campo de Mayo, y otro fue un parto” y señaló al doctor (capitán) Ricardo Lederer como “el segundo jefe militar de Obstetricia”. Pero Erika recordó que “también estuvo involucrado en los vuelos de la muerte” cuando tiraban detenidos-desaparecidos al Río de la Plata, y se sumó a los ‘carapintadas’.

A pesar de estos hechos, el capitán Lederer vivió en libertad hasta que el pasado le cobró la factura: Se suicidó de un tiro en la boca a pocas horas de haberse difundido la restitución de identidad del nieto recuperado 106, Pablo Javier Gaona Miranda -en agosto de 2012- cuando se supo que con su firma avaló la identidad falsa con la que fue entregado a sus apropiadores, con un mes de vida, luego de un operativo en el que secuestraron a sus padres biológicos, María Rosa Miranda y Ricardo Gaona Paiva.

-T (Télam): ¿Odia a su padre?
-EL (Erika Lederer):
No lo perdono, no sé si lo odio. También me preguntaron si lo quería, pero no me hago esa pregunta… No tuve odio, tuve tristeza porque quise que cambiara…

Dos días después de la marcha contra la decisión de la Corte, en la convocatoria contra el 2×1, Erika escribió en su Facebook: “Pienso en voz alta: Los hijos de genocidas que no avalamos jamás sus delitos, esos que gritamos en sus caras la palabra asesino y Memoria, Verdad y Justicia, por pocos que seamos, podríamos juntarnos, para aportar datos que hagan a la construcción de la memoria colectiva”.

“Aún con la panza revuelta por los recuerdos y los ojos con ganas de seguir llorando, se me cruzó esa idea por la cabeza y el corazón. Juntarnos para hilvanar la historia, para producir dato, dejar testimonio y ayudar a que se sepa. Me ofrecí a gestarlo y a darle forma casi como una necesidad”.

-T: ¿Qué eco está teniendo su propuesta?
-EL:
La expectativa es que se vaya sumando gente para generar relatos de estas historias que dejaron huella. Y para eso hay una página de Facebook en la que vamos encontrándonos. Se llama Historias Desobedientes y con Faltas de Ortografía ).
Nos va a servir para reconstruir nuestros relatos, rellenar algunas lagunas y lograr historias habitables. Nos vamos juntando de a poco. Es muy loco no haber tenido conexión antes. Lo primero que dije es que no voy a perder un minuto en discusiones que ya no doy porque la queja no sirve de nada. La consigna es reunirnos para aportar datos, contar historias que a otros les sirvan. Reunirnos para sanar porque no hay noción de los daños que aún se siguen produciendo.
También destaco que no nos ponemos en pie de igualdad con los hijos de desaparecidos. En todo caso estamos al servicio, pero no nos sentimos con voz.

“Por pocos que seamos, podemos juntarnos para aportar datos que hagan a la construcción de la memoria colectiva”, afirmó Erika a Télam -en esta entrevista exclusiva- y ratificó su propuesta que comenzó a tomar forma luego de la marcha del 10 de mayo y la publicación de la entrevista que la revista Anfibia le hiciera a la hija del genocida Miguel Etchecolatz.

-T: ¿Reconoce algún punto de inflexión en el que perdió la esperanza de entenderte con él?
-EL:
¿Cuándo perdí la esperanza de que se arrepienta…? Puedo indicar tres momentos diferentes. El primero fue cuando me di cuenta que los militares eran impiadosos a la hora de generar violencia sobre los cuerpos: En una oportunidad mi viejo le puso una pistola en la cabeza a mi mamá delante mío cuando yo tenía 15 años. Ahí entendí que era capaz de hacer cualquier cosa. El segundo fue a mis 24 años, cuando realizó una requisa de mi habitación. Yo no estaba en casa y entró a revisar mi pieza y tiró todo. Revolvió hasta encontrar unos periódicos que había dejado escondidos en la biblioteca. A los pocos días decidí irme de mi casa. Y otro, por ejemplo, fue cuando vino a ver a mis hijos antes de suicidarse. Poco antes le había mandado un mensaje de texto y le escribí ‘Memoria, Verdad y Justicia’. Cuando llegó le pregunté si pensaba arrepentirse y me dijo que no. Creo que cuando visitó a los chicos ya le rondaba la idea del suicidio porque luego me llamó para decirme que me quería, no hablábamos muy seguido.

Le había mandado un mensaje de texto y le escribí ‘Memoria, Verdad y Justicia’. Cuando llegó le pregunté si pensaba arrepentirse y me dijo que no

-T: ¿Qué recuerdos tiene del vínculo con tu padre?
-EL:
Uff… que estaba loco, de hecho le decían ‘El loco’. Mi viejo era bipolar y muy violento, sobre todo conmigo porque siempre lo interpelé, era la oveja negra de la familia. Su violencia dependía del día a día y yo lo detectaba mirándolo a los ojos. Podía ser extremadamente feroz y de golpe muy cariñoso. Vivíamos en un campo minado todo el tiempo.

-T: ¿Cuándo se dio cuenta a qué se dedicaba en verdad?
-EL:
Alrededor de tercer grado, 8 años, recuerdo que apareció una nota en Página/12 en la que mi papá defendió a Camps, de quien era íntimo amigo e iba a visitar a la cárcel hasta que se murió. En ese momento empezaron a decirme que no hablara de esas cosas en el colegio y no entendía por qué. Esto me sembró una duda de las buenas y me dio mucha vergüenza. Recuerdo que al mismo tiempo dejé de creer en Papá Noel. Pero mi viejo, que tenía un sadismo especial, ya había trabajado como forense de la Policía Bonaerense. Recuerdo que comíamos con fotos de muertos sobre la mesa.

-T: ¿Reconoce algún aspecto suyo en su propia forma de actuar o su personalidad?
-EL:
Me considero temeraria, no tengo miedo (como él), y eso me ayudó a enfrentarlo. Fui educada con valores de mierda, pero uno de ellos me fue muy útil: la gallardía. Lo peor que se puede hacer para defender una idea es no tener coraje.

-T: ¿Pensó en cambiarse el apellido como la hija de Etchecolatz?
-EL:
No. Mi apellido no es tan conocido, pero además decidí hacerme cargo de la mierda que me tocó. En una época me daba vergüenza decirlo, nos constituimos a partir de la subjetividad; y desde ahí podemos construir otra cosa. Por eso es que me consideran una traidora, un hecho que hasta hoy tiene efectos en mi vida. Familias como la mía tuvieron que vivir disociadas entre los afectos y la razón porque había que seguir conviviendo y mirarse a los ojos. Pero cuando se rompió el pacto de silencio se destrozaron los vínculos y las sanciones del clan fueron encarnizadas. En mi caso, por ejemplo, mi hermano no me da pelota, y con mi madre me llevo muy mal porque creo que tuvo una ignorancia dolosa; sabía lo que pasaba pero se hizo la boluda.

Mi padre genocida. Soy la hija de Etchecolatz.

Mi padre genocida. Soy la hija de Etchecolatz.
El duro testimonio de la hija de Miguel Etchecolatz: "Al monstruo lo conocimos desde chicos"

Mariana D. se cambió el apellido hace un año. Es la hija del represor Miguel Etchecolatz. El 10 de mayo marchó a Plaza de Mayo. Como las 500 mil personas que se movilizaron en Buenos Aires contra el 2×1, como millones de argentinos, quiere que su padre cumpla la condena en la cárcel. “Es un ser infame, no un loco. Un narcisista malvado sin escrúpulos”, dice ella, que padeció la violencia de Etchecolatz en su propia casa.

 

La hija de Miguel Etchecolatz camina por Avenida de Mayo y Perú buscando a sus dos amigas. No agita el pañuelo blanco ni salta con los cánticos. Podría ser cualquier mujer de las miles que asisten a la marcha contra el 2×1. Salvo sus amigas, ninguna de las 500 mil personas que se amontonan en la Plaza de Mayo y alrededores y gritan “como a los nazis les va a pasar, adonde vayan los iremos a buscar” saben que esa mujer anónima es hija de uno de los hombres más conocidos de la represión. Se llama Mariana D. Hace un año se cambió el apellido. 

 

Mariana lloró cuando se conoció el fallo de la Corte que otorgó el 2×1 al represor Luis Muiña. Horas después del fallo de la Corte, Etchecolatz, condenado seis veces por delitos de lesa humanidad, pidió el beneficio del 2×1. Como los que marcharon el 10 de mayo, como millones de argentinos, quiere que los genocidas condenados mueran en la cárcel. Que su padre, el excomisario Miguel Osvaldo Etchecolatz, muera en la cárcel. Mariana D. fue por primera vez a una marcha por los derechos humanos. Nunca se había animado a ir a Plaza de Mayo los 24 de marzo. Por miedo a ser rechazada. Por miedo a no poder soportar el dolor en vivo y en directo. Pero ahora está allí por primera vez para decir que ella, también, desea verlos morir en la cárcel. 

hijade_caja_01 Etchecolatz era una presencia fantasmagórica en su casa de Avellaneda. Mariana y sus hermanos varones J .M. y F. M. solo lo veían los fines de semana. De lunes a viernes, el padre conducía el aparato represivo de la ciudad de La Plata y alrededores. Daba órdenes para secuestrar personas, torturarlas, asesinarlas. Los sábados y domingos Etchecolatz casi no hablaba. Se la pasaba echado en una cama mirando televisión. Cada tanto emitía un silbido: había que llevarle rápido un vaso de agua mineral fresca con gas. Si algo no le gustaba, Etchecolatz les pegaba unos bifes con la palma abierta a sus hijos.

 

Mariana supo de grande que su madre intentó varias veces escaparse con ella y sus dos hermanos. Lo planeó varias veces. Etchecolatz se dio cuenta y la amenazó: “Si te vas te pego un tiro a vos y a los chicos”.

 

A las siete de la tarde del 10 de mayo, a unas cuadras de la Plaza de Mayo, Mariana D.,  rubia, de estatura media, se mueve con la misma soltura con la que da clases en una universidad privada. Viste zapatillas y campera negra. Y cada vez que pide permiso para avanzar entre la multitud, sonríe. Alguien grita “un médico, por favor, un médico”. Los cuerpos se aprietan unos con otros. Es imposible llegar a la Plaza. Mariana se marea por la oleada de gente, se toma de los brazos de sus amigas, hasta que logra sacarse las zapatillas y treparse a la baranda de una parada de subte. Desde ahí, mira: las banderas de CTERA por la defensa de la educación pública, las del Partido Obrero, la de La Cámpora, los carteles con las caras de los desaparecidos.

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***

“Debiendo verme confrontada en mi historia casi constantemente y no por propia elección al linde y al deslinde que  diferentes personas, con ideas contrarias o no a su accionar horroroso y siniestro pudieran hacer sobre mi persona, como si fuese yo un apéndice de mi padre, y no un sujeto único, autónomo e irrepetible, descentrándome de mi verdadera posición, que es palmariamente contraria a la de ese progenitor y sus acciones (…) Permanentemente cuestionada y habiendo sufrido innumerables dificultades a causa de acarrear el apellido que solicito sea suprimido, resulta su historia repugnante a la suscripta, sinónimo de horror, vergüenza y dolor. No hay ni ha habido nada que nos una, y he decidido con esta solicitud ponerle punto final al gran peso que para mí significa arrastrar un apellido teñido de sangre y horror, ajeno a la constitución de mi persona. Pero además de lo expuesto, mi ideología y mis conductas fueron y son absoluta y decididamente opuestas a las suyas, no existiendo el más mínimo grado de coincidencia con el susodicho. Porque nada emparenta mi ser a este genocida”.

 

Argumentos personales en la solicitud del cambio de apellido de Mariana Etchecolatz a Mariana D, mujer nacida el 12 de agosto de 1970 en Avellaneda. Texto presentado en noviembre de 2014 en un juzgado de Familia de Capital Federal.

***

—¿Cuándo escuchaste por primera vez lo que había hecho tu padre?

—De joven. Fue muy difícil, porque vivíamos en una burbuja, sometidos y desinformados. Aparentábamos lo que no éramos. Las personas que nos rodeaban decían “qué capo es tu viejo”. No había quienes nos dijeran “mirá este hijo de puta lo que hizo”. Una vez que escuché un testimonio en un juicio ya no me hizo falta nada más. Hasta hoy me da aberración.

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Mariana es psicoanalista y en el consultorio a veces escucha a pacientes con problemas de sueño. Es ella, esta vez, la que no puede dormir después de la marcha. En su departamento, donde vive con su pareja Nicolás y tres perros que encontró en la calle, hace zapping y pone una película del Rey Lear. Dice que por el cambio de apellido siente una “reparación”, pero que sigue preocupada por “este gobierno de derecha que avanza contra los derechos del pueblo”.

 

El día que el correo le envió el nuevo documento y abrió el sobre, se desesperó. Seguía teniendo el apellido Etchecolatz. “Fue un error administrativo, así que lo tuve que hacer de vuelta. Mirá lo que me costó borrarme ese estigma”.

 

—¿Qué sentís con tu nueva identidad?

—Siento calma, perdí el miedo y adquirí la madurez necesaria. Lo de la marcha fue conmovedor. Hay que tener la memoria despierta. Me siento acompañada porque somos millones.

 

—¿Y cómo lo viven tus otros hermanos y tu mamá?

Todos nos liberamos de Etchecolatz después de que cayó preso por primera vez, allá por 1984. Vivíamos en Brasil porque era jefe de seguridad de los Bunge y Born, y regresó pensando que su imputación era un trámite, como si la Justicia no le llegara a los talones. Al principio lo visitábamos, pero después mi madre, María Cristina, pudo decirle en la cara que íbamos a dejar de verlo. Ella siempre nos protegió de ese monstruo, si no hubiera sido por su amor, no podríamos haber hecho una vida. Y mis hermanos J.M. y F.M. se fueron a vivir lejos de Buenos Aires, cada uno hizo su familia, ahora somos muy unidos. Mi mamá se casó con un hombre que ama, y está en el exterior. Nadie llegó a lo que yo llegué, pero me apoyan.

 

—¿Para vos tu padre era un monstruo? ¿Lo viviste así?

Su sola presencia infundía terror. Al monstruo lo conocimos desde chicos, no es que fue un papá dulce y luego se convirtió. Vivimos muchos años conociendo el horror. Y ya en la adolescencia duplicado, el de adentro y el de afuera. Por eso es que nosotros también fuimos víctimas. Ser la hija de este genocida me puso muchas trabas.

hijade_caja_04—¿Cómo cuáles?

Portar un apellido así es como que te obliga a sostener lo que hizo, y eso no se lo permito más. Aparte, nunca existió un vínculo real con él. Me produjo inconmensurables angustias, huellas de traumas infantiles, a eso se le suma lo que todos nos fuimos enterando sobre su rol criminal en el terrorismo de Estado. Fue la encarnación del mal en todos los ámbitos.

 

—¿Nunca fue afectuoso con ustedes?

No. Etchecolatz hizo todo lo que un padre no hace. Era un ser invisible, que usaba la violencia y no se le podía decir nada. Aparentaba tener una familia, pero nos tenía asco y era encantador con los de afuera. Vivíamos arrastrados por él, mudanzas todo el tiempo, sin lazos, sin amigos, sin pertenencias. Una realidad cercenada. Nos cagó la vida. Pero nos pudimos reconstruir.

***

Hay algo que Mariana no se explicará jamás: cómo un hombre criado en el campo, en la pampa húmeda bonaerense, de familia honesta y humilde, llegó a convertirse, con una instrucción básica y rudimentaria, en uno de los ejecutores más fríos y eficientes de la maquinaria del terror. A los 13 años entró a la Escuela Vucetich y, tiempo después, se ganó la confianza de Ramón Camps, jefe de Policía de la provincia de Buenos Aires.

 

La charla transcurre en el living de su casa. A pocos metros, en una biblioteca hay libros de Zygmunt Bauman, Julio Cortázar, Noam Chomsky, Juan José Hernández Arregui y Edgar Allan Poe.

 

A Mariana le interesa destacar la figura de su madre, a la que considera una víctima de violencia de género. Etchecolatz le llevaba veinte años. Se conocieron cuando ella fue a hacer una denuncia a la comisaría de Avellaneda. “Se enamoró de una imagen. Luego él la empezó a golpear, ascendió rápidamente en la policía y mi mamá hizo lo que pudo. Se resistió pero era como luchar sola contra toda una fuerza policial. Y cuando cortamos relación con él, empezamos de cero, mi mamá nunca había trabajado y vivimos con lo justo, pero con un alivio descomunal”, dice. Y llora.

hijade_der_05***

La primera infancia fue feliz. Mariana D. vivió en la casa de los abuelos maternos, en Avellaneda. Les decían “El Perón y la Perona”, por su simpatía con el movimiento peronista. La abuela hacía asados en el patio. Su madre era hija única y disfrutaban de la visita de amigos músicos, se ponían a cantar tangos, a escuchar ópera. Unos tíos abuelos los alzaban y les compraban facturas.

 

Eran laburantes, del interior de Buenos Aires. Por su cargo de jefe, Etchecolatz ya vivía poco con nosotros. Mis abuelos no lo querían. Lo llamaban el “mal bicho”.

 

Mariana nunca reconocerá a Miguel Etchecolatz con la palabra padre o papá. Lo llamará siempre por el apellido.

 

A los ocho años se fueron a vivir a La Plata. Y empezó el infierno. Jamás pudo completar más de un año en un mismo colegio. A ella y a sus hermanos los cambiaban “por seguridad”. No pudo hacer amigos. Se relacionaban con los hijos de otros represores conocidos, como el ex médico Jorge Antonio Bergés y el mismo Camps, que fue padrino de F.M., el hijo más chico de Etchecolatz.

 

El bautismo de F.M. lo hicieron en la residencia oficial del máximo jefe de la fuerza, una mansión en La Plata. La familia Etchecolatz viajó en cinco autos “por seguridad”. Había custodia de refuerzo. Se desató tormenta fuerte. Miguel Etchecolatz estaba atento a un handy. Le llamaban “Dorotea Inés”, apodo que combinaba las letras de su cargo como director de la Dirección de Investigaciones.

 

Dorotea Inés, Dorotea Inés, hubo un accidente gritó entonces un custodio policial. Otro custodio se había disparado un arma automática, tras pasar un badén. Etchecolatz bajó de su auto, constató la muerte de su subordinado y continuó como si nada hubiera ocurrido. El bautismo siguió con total normalidad.

hijade_caja_06Nunca lo vi sufrir. Ni siquiera cuando una vez le pusieron una bomba en la jefatura de policía y le habían roto el oído. En el hospital seguía dando órdenes como un autómata. Los hijos de Bergés o de Camps al menos recibieron algo de amor, nosotros, nada dice Mariana.

 

—¿Nada lo conmovía?

Lo religioso. Se persignaba dándoles besos a las estampitas. Él se consideraba por debajo de Dios pero por encima de los mortales. Con mi hermano J.M. decíamos que cuando rezaba se estaba comiendo los santos.

***

La segunda infancia fue la de vivir con custodios que hacían de niñeras cama adentro en un edificio blindado de tres pisos de calle 62 y 11, en La Plata. No podían dormir en paz. Ciertas madrugadas estallaban disparos y su madre les tapaba los oídos con mantas y colchones. De día los llevaban de paseo por la Escuela Vucetich y por el Tiro Federal. Etchecolatz pernoctaba en el destacamento policial.

 

Lo veíamos en fiestas oficiales, en desfiles. Con nosotros infundió el mismo miedo y respeto que con sus subordinados.

 

Los sábados y domingos, cuando Etchecolatz se aparecía por el edificio de 62 y 11, Mariana y J.M. se escondían en un placard. Apenas escuchaban la voz metálica, los niños temblaban esperando un arranque de furia contra ellos o su madre. Nunca miró sus cuadernos de colegio, nunca jugó con ellos, nunca una caricia.

 

Cuando dejaba el edificio, Mariana y sus hermanos se ponían a rezar. Para que nunca jamás volviera. “Que por favor se muera”, pensaba ella, entonces.

***

Una vez, recuerda Mariana, la llevó a ver una película. Fue una de las pocas salidas juntos. Mariana era la hija contestataria. “Mirá lo que me hacés hacerte”, le decía su padre cuando la castigaba. Movía la mandíbula y las manos, preparaba la escena con frases como “Mmm…vida” o “Marianita, Marianita”, como advirtiendo una futura paliza. Luego de golpear con la palma abierta, pedía perdón. Era flaco, alto, de espalda pequeña y tenía tanta fuerza que un día partió un jarrón al medio con las manos, sin arrojarlo al piso. Mariana tenía 15 años cuando Etchecolatz la invitó al cine. No hablaron nunca: ni antes, ni durante ni después de la película. Era “La Historia Oficial”. Mariana cerró los ojos cuando el personaje de Héctor Alterio le apretó a Norma Aleandro los dedos contra una puerta. La escena la reconoció como familiar. Y no la olvidará jamás. “No tengo dudas que fue un goce silencioso. El del perverso, que es el que más duele”, dice ahora, con la precisión de una pericia psicológica.

 

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Dice que empezó a salir a la calle con “Néstor y Cristina”. Que sintió los escraches de H.I.J.O.S. como si hubieran sido propios. Que nunca olvidará el velorio de Néstor Kirchner y el cierre de mandato de Cristina Fernández de Kirchner. “Fue hermoso sentir lo politizado que estábamos, ir de marcha en marcha, este pueblo no va a sucumbir ante los poderosos”.

 

Cuando cumplió veinte años se alejó de su familia. Viajó a España, volvió, vivió sola. Trabajó de secretaria. Se puso a estudiar en la Facultad de Psicología, aunque no en la Universidad Nacional de Buenos Aires como hubiera querido. Su hermano F.M. abandonó la universidad. “Su examen está desaparecido”, le dijo un profesor.

 

Lo terrible es que con mis hermanos nos refugiamos en el anonimato por la sombra de ese hijo de puta. Ellos no lo soportaron y se fueron de la ciudad, yo decidí quedarme. Vivir así es duro, humillante. A mí me bochaban los exámenes por el apellido y volvía a casa con un ataque de angustia.

 

A Mariana había gente que le retiraba el saludo por el sólo hecho de portar ese apellido. Cuando en una librería entregaba la tarjeta de crédito para pagar, del otro lado del mostrador escuchaba: “Qué apellido, eh”. Ella se quedaba muda. No sabía, no podía responder palabra o hacer algún gesto.

 

La última vez que escuchó la voz de su padre fue en la cárcel de Magdalena, en 1985. Dijo: “Qué vergüenza estos zurdos, lo que me hicieron”. Y nada más.

 

—¿Cómo te sentías cuando escuchabas su apellido en los medios?

Me invadía el terror. Me angustié desesperadamente con lo de Julio López. Me temo que aún sigue sosteniendo poder desde la cárcel, no es un ningún viejito enfermo, lo simula todo. Todavía hay gente que piensa que fue alguien íntegro porque “nunca robó nada”. Como si eso lo exculpara de los crímenes aberrantes que cometió.

 

—¿Y quién es verdaderamente Etchecolatz?

Es un ser infame, no un loco, alguien que le importan más sus convicciones que los otros, alguien que se piensa sin fisuras, un narcisista malvado sin escrúpulos. Antes me hacía daño escuchar su nombre, pero ahora estoy entera, liberada.

 

—¿Qué deseas de acá en adelante?

Que no salga nunca más. Nunca me había animado a contar mi historia. Y lo único que quiero expresar ante la sociedad es el repudio a un padre genocida, repudio que estuvo siempre en mí. Mejor dicho: el repudio de una hija a un padre genocida.

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Mariana D. se cambió el apellido y fue el miércoles pasado a la marcha contra el “dos por uno”; desea que su padre “no salga nunca más” de la cárcel

SÁBADO 13 DE MAYO DE 2017
Habló la hija de Miguel Etchecolatz
Habló la hija de Miguel Etchecolatz. Foto: Archivo

Conoce al represor Miguel Etchecolatz por su extrema violencia, pero no sólo aquella que fue parte del capítulo más oscuro de la historia argentina reciente y la que lo dejó condenado por seis causas de lesa humanidad . También por la violencia doméstica que ella tuvo que vivir junto a su madre y sus dos hermanos, en su casa, con un padre que los ignoraba y, cuando no, los maltrataba, golpeaba y amenazaba.

Mariana ya no es Etchecolatz. Decidió cambiarse el apellido para borrar parte de esa cicatriz que le dejó su padre, a quien considera un “monstruo” y desea “que no salga nunca más” de la cárcel. Por eso, Mariana fue a la marcha del pasado miércoles para manifestarse en contra de la aplicación del “dos por uno” a condenados por delitos de lesa humanidad, como su padre, a quien ya le fue denegado un pedido esta semana.

“Al monstruo lo conocimos desde chicos, no es que fue un papá dulce y luego se convirtió. Vivimos muchos años conociendo el horror. Y ya en la adolescencia duplicado, el de adentro y el de afuera. Por eso es que nosotros también fuimos víctimas”, dijo Mariana D. en una entrevista con la revista digital Anfibia.

“Nunca existió un vínculo real con él. Me produjo inconmensurables angustias, huellas de traumas infantiles, a eso se le suma lo que todos nos fuimos enterando sobre su rol criminal en el terrorismo de Estado. Fue la encarnación del mal en todos los ámbitos”, agregó.

La mujer de 46 años, psicoanalista y profesora universitaria, denuncia a su padre, quien fue director de Investigaciones de la policía bonaerense durante la última dictadura militar, también por violencia doméstica. Contó que a su padre sólo lo veían los fines de semana, que les pegaba a su madre, a sus hermanos y a ella cuando las cosas no se hacían como él quería.

“Si te vas, te pego un tiro a vos y a los chicos”, le decía Etchecolatz a su mujer, cuando ella quería escapar con sus tres hijos.

“Etchecolatz hizo todo lo que un padre no hace. Era un ser invisible, que usaba la violencia y no se le podía decir nada. Aparentaba tener una familia, pero nos tenía asco y era encantador con los de afuera. Vivíamos arrastrados por él, mudanzas todo el tiempo, sin lazos, sin amigos, sin pertenencias. Una realidad cercenada. Nos cagó la vida. Pero nos pudimos re,construir” señaló Mariana, quien se refiere a su padre por el apellido.

“Todos nos liberamos de Etchecolatz después de que cayó preso por primera vez, allá por 1984. Vivíamos en Brasil porque era jefe de seguridad de los Bunge y Born, y regresó pensando que era un trámite, como si la Justicia no le llegara a los talones. Al principio lo visitábamos, pero después mi madre, María Cristina, pudo decirle en la cara que íbamos a dejar de verlo. Ella siempre nos protegió de ese monstruo, si no hubiera sido por su amor, no podríamos haber hecho una vida. Y mis hermanos J.M. y F.M. se fueron a vivir lejos de Buenos Aires, cada uno hizo su familia, ahora somos muy unidos. Mi mamá se casó con un hombre que ama, y está en el exterior. Nadie llegó a lo que yo llegué, pero me apoyan”, contó Mariana.

A la hora de calificar a su padre, lo considera “un ser infame, no un loco, alguien a quien le importan más sus convicciones que los otros, alguien que se piensa sin fisuras, un narcisista malvado sin escrúpulos”.

“¿Qué deseas de acá en adelante?”, le preguntó el periodista Juan Manuel Mannarino al cierre de la entrevista. “Que no salga nunca más. Nunca me había animado a contar mi historia. Y lo único que quiero expresar ante la sociedad es el repudio a un padre genocida, repudio que estuvo siempre en mí. Mejor dicho: el repudio de una hija a un padre genocida”, contestó Mariana.

Pedido rechazado

Ayer, la Unidad Fiscal de Derechos Humanos de La Plata se opuso a las excarcelaciones del comisario retirado Miguel Etchecolatz, el ex capellán policial Christian Von Wernich y otros siete represores condenados por delitos de lesa humanidad, cuyas defensas pidieron aplicar el cuestionado fallo del 2×1 de la Corte Suprema.

Los fiscales Marcelo Molina y Hernán Schapiro dictaminaron que el beneficio del 2×1 es “incompatible con las obligaciones internacionales del Estado en materia de persecución y sanción de graves violaciones de los derechos humanos y de crímenes de lesa humanidad”, entre otros argumentos.

 

http://www.eldestapeweb.com/la-comision-interamericana-derechos-humanos-cuestiono-duramente-la-corte-n28865

Sol, nieve y nostalgia.

Origen: Sol, nieve y nostalgia.

Sol, nieve y nostalgia
Rossana Cárcamo Serey
De madrugada me atacó la nostalgia y no pude sacarla de mi lecho. Me susurraba al oído canciones añejas y trasnochadas; me decía que las cosas han cambiado, que los amigos crecieron y se hicieron padres de familia y profesionales y que mis tías y tíos van acumulando arrugas y achaques, sin poder hacerles el quite.
Me contaba un poco avergonzada que no le gusta molestarme, pero se siente bien cuando la dejo abierta una rendija para acurrucarse en mi pecho.
Ella está convencida que su calor derrite la escarcha del jardín y que su respiración ahuyenta al viento gélido de Europa.
Me pedía que no la dejara morir, porque si lo hacía, nada tendría sentido.

Necesito el olor a tierra mojada, a vereda húmeda en tarde de primavera.
Me es urgente recorrer las calles que sólo he pisado en sueños estos últimos años.
Mi vista escudriña en cada recodo de la memoria algún detalle nuevo, alguna sorpresa para empezar el día.
Intento suplir las imágenes perdidas con fotos virtuales, pero el espejismo desaparece cuando toco la pantalla del ordenador
Por momentos, el sol que asoma y juega entre las nubes, me hace volver a la adolescencia y una sonrisa se dibuja entonces, frente al cristal de la ventana.

Entre la querencia y yo hemos firmado un pacto de no agresión, yo no le cierro el paso y ella me suministra esa cuota de valor, para no olvidar.

Diecisiete años duró la dictadura y dieciocho años lleva la Concertación sin hacer esfuerzo alguno, para que los chilenos obligados al destierro puedan volver.
Es cierto, yo no he sido nunca una exiliada, jamás me he considerado así, porque nadie me expulsó del país, pero no puedo condenar a mi hijo a vivir lejos de su padre.
El amor me trajo a tierras lejanas y aunque apagué la flama por voluntad propia, no puedo castigar al fruto de tal unión con un retorno anticipado.
A veces me sale la amargura de la derrota, la pena por esa alegría que creí llegaría para todos y que sólo ha tocado a unos cuantos que cambiaron vestiduras.

Cae el polvo de nieve y mis ideas tienden a congelarse.
El crepúsculo avanza y sé que debo comer, estudiar y estar con los míos, pero me aferro al teclado en un acto de rebeldía.
No hay caso, sigo siendo una niña en un cuerpo de cuarenta años.

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