Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

El Gato Gamboa. Voz de una generación.

El Gato Gamboa. Voz de una generación.
 Alberto, el gato Gamboa, mi amigo, el siempre alegre, el tímido y pudoroso, el impuntual, el deslenguado en público y recatado en la intimidad por fin ha sido reconocido por sus pares. Hoy es premio Nacional de Periodismo 2017.
La voz del Gato en distintas entrevistas que se encuentran en internet nos trae una historia de vida que por algún tiempo se entroncó, en tiempos difíciles, se enlazó a la mía.

https://youtu.be/Rpo8ispAmmo

 

 

 

https://youtu.be/-YB5QhFfyW0

GATO GAMBOA : UN GOL DE MEDIA CANCHA

Las callecitas bucólicas de la comuna de Providencia, en las década del veinte y el treinta del siglo pasado, eran tranquilas y polvorientas. A lo más con adoquines en las laterales de la avenida principal, que llegaba hasta el canal San Carlos, en Tobalaba. De ahí para arriba, lo que hoy es Apoquindo, los terrenos eran parcelas y puro campo.En aquel pretérito y tranquilo barrio, de buen aire y muchos árboles, jugaba con sus amigos un chico de baja estatura, vivaz, de ojos verdes y felinos, de mirada picarona, ‘pelusón’ y bueno para la pelota.Su mamá lo peinaba con un pequeño moño sobre la frente y el pelo bien corto. Así nació el mítico apodo de “Gato”, que le puso un compañero de curso del primero de humanidades (hoy séptimo año) en el Liceo Lastarria, cuando tenía doce años, dejando en segundo plano su nombre, Alberto, y sus apellidos, Gamboa Soto.Hoy, a los 88 años, el popular “Gato” Gamboa ya no juega fútbol. Lo ve por televisión, pero sigue caminando por su nueva comuna, Ñuñoa, donde vive, y por las calles del centro de Santiago, cuando se junta con sus amigos a tomar un café o a almorzar.El jueves 6 de mayo pasado lanzó su libro “Un viaje por el infierno”, escrito a comienzos de los ochenta y que apareció en 1984 en cuatro tomos junto a la desaparecida Revista Hoy, en la que volvió al periodismo luego de haber sido preso político y tras realizar diferentes labores ajenas a su talento y vocación para poder sobrevivir. 
A la Revista Hoy retornó para hacer periodismo deportivo, recordando viejos tiempos, pues sus primeros artículos en este oficio fueron justamente deportivos, cuando estudiaba Historia y Geografía en la Universidad de Chile, carrera que era impartida en el viejo Pedagógico.“Como estudiante era un buen alumno. Lo demostré en el liceo y en la universidad. Además escribía bien, por eso me entregaron la responsabilidad de hacer el diario mural. Con unos compañeros escribíamos de un cuanto hay, hasta que un día un profesor me ofreció colaborar en un diario durante los fines de semana para cubrir deportes. Dije al tiro que sí, junto a tres compañeros. Al final quedé yo y no paré más hasta ahora”, rememora el “Gato”, quien tiene dos hijos, Víctor Alberto, ex marino y ahora karateca, y José Antonio, productor de eventos, quien recién le dio un nieto, Agustín, de un mes y medio, y el cual le dejó el libro con una dedicatoria que sólo su hijo menor conoce.El “Gato” fue durante doce años el director del diario Clarín, un tabloide de corte popular y que llevó siempre la bandera de Salvador Allende en su mástil, hasta el Golpe Militar del 11 de septiembre de 1973.
De cabellera frondosa y blanca, al igual que sus bigotes y barba cuidada, Gamboa se sienta cómodamente en el living de su casa DFL2 de calle Bremen, en Ñuñoa. Mira hacia arriba y va recordando sus primeros pasos como reportero.“Me mandaban a hacer partidos de equipos chicos. Salía a reportear en micro, y sólo si partía con un fotógrafo nos íbamos en auto, pero eso era muy raro. A los editores les llamaron la atención mis notas, que más que técnicas eran humanas. Es decir, tocaba el corazón de los jugadores cuando ganaban o perdían. Eso me hizo pasar a la sección policial, donde hablaba con los familiares y amigos de las víctimas, lo que al público le gustaba”, explica con la misma claridad con la cual aún escribe.Lo que más le agradaba cubrir a Gamboa en el deporte era el boxeo, en una época de los cuarenta a los sesenta, cuando Chile tuvo grandes púgiles, como Arturo Godoy, quien peló dos veces por el título mundial de los pesados, y ‘Fernandito’, Antonio Fernández.“Me gustaba mucho el boxeo, porque en ese tiempo había del bueno. Me hice muy amigo de ‘Fernandito’. Salíamos con amigos a cenar y lo pasábamos muy rebién. Él era muy conocido, y muy respetado en Chile y en toda Sudamérica. En el boxeo había muy buen material para el periodismo, y por eso yo le sacaba el jugo a cada historia”, expresa ganoso el “Gato”.El único deporte que practicó el periodista fue el fútbol. En el Lastarria y en la universidad jugaba de half right O mediocampista derecho.“Era bueno para la pelota, y llegué a jugar en la cuarta especial (juveniles) de la Universidad de Chile cuando estudiaba en esa casa de estudios. En mi posición más de una vez intenté meter un gol de media cancha, aunque en la vida hice muchos…”, y revienta en risas, recordando más de alguna diablura que protagonizó en sus comienzos de reportero y cuando estuvo detenido en Chacabuco, donde también fue el encargado del diario mural, ocasión en la que escribía las novedades y noticias del campo de prisioneros de su puño y letra, para hacer menos triste la estadía en medio del desierto en la Segunda Región.
En su libro habla de los partidos de fútbol que jugaban los prisioneros para entretenerse.“Había dos pelotas y dos canchas, por lo que estaba prohibido jugar por alto y con bote, porque si la pelota sobrepasaba la reja de tres metros, caía al campo minado que rodeaba la prisión”, recuerda, agregando que los resultados de la competencia los escribía luego de forma entretenida y jocosa, con titulares como los que le hicieron famoso en Clarín y en el Fortín Mapocho.“Antes de llegar a Chacabuco estuve en el Estadio Nacional, el mismo lugar en el que había reporteando muchas veces. En septiembre de 1973 llegué y me crucé con algunos de mis entrevistados, como Carlos Caszely. Lo único que atinábamos a decirnos era suerte”, comenta con algo de tristeza, ya que en el Nacional sufrió torturas corporales, algo de lo que no habla.
En la portada de su libro aparece tal cual es hoy, con la misma mirada con que lo retratan sus amigos de antaño y de prisión. Con esa mirada profunda se sentaba a tomar el sol junto a sus compañeros en las tribunas del Estadio Nacional cuando salían de los fríos y oscuros camarines.La mirada se proyectaba al centro de la cancha, como recordando sus años de futbolista, o las estampas de sus ídolos de Colo Colo o cuando intentó hacer más de alguna vez un gol de media cancha.
(Texto escrito por Juan E. Lastra)

Amistad y ser del Gato Gamboa

Javier Gimeno*

 

Francisco Mouat: ”Las siete vidas del Gato Gamboa: conversaciones con Alberto Gamboa, último director del diario Clarín”. Santiago de Chile, Lolita editores, 2012.

 

 

Recibo con alborozo un ejemplar de este libro dedicado de puño y letra por mi gran amigo el GatoGamboa. No puede ser otra la dicha  cuando alguien de la talla intelectual, pero sobre todo humana, de Gato Gamboa le regala a uno una dedicatoria donde le habla de una amistad  “más tierna, más fuerte, más eterna”, amistad que “me hace ser un hombre feliz… para ser de otro mundo”.

Con estas palabras es difícil ser objetivo y por eso afirmo con toda rotundidad que esta reseña tiene todo menos objetividad.

Porque no se puede ser imparcial y dejar de lado la profunda amistad, el cariño y la admiración sincera que profeso a quien fuera director del diario Clarín, el periódico más emblemático de la Unidad Popular chilena y, sin duda ninguna, el mejor periodista que ha tenido Chile desde que el periodismo traspasó sus fronteras a finales del XIX. Esta afirmación, siendo subjetiva, tiene el mérito de ser compartida por muchos de los colegas de Alberto Gamboa, empezando por quien le entrevista en este libro, el columnista y escritor Francisco Mouat.

Es fácil preguntarse: “qué hace una reseña de un libro sobre un periodista desconocido en España en un blog como éste”, cuya respuesta es aun más sencilla, si cabe: por un lado, si en España tuviéramos más periodistas como el Gato Gamboa entonces tendríamos un periodismo basado en la objetividad de los hechos y en la crítica de las ignominias, sin concesión ninguna a intereses económicos, empresariales  y/o publicitarios, como así fue el periodismo practicado por el Gato Gamboa en Chile y por otros profesionales de su talla. Por otro lado, la respuesta está también en el libro en cuestión: una entrevista que desde el inicio deviene en diálogo familiar, ameno, fluido y coloquial, de dos buenos amigos y colegas de profesión, pertenecientes a dos generaciones diferentes pero unidos por el afán de hacer de su profesión un acto de compromiso social. Primero, contra la dictadura, después, por la democracia y finalmente, por que ésta sea lo mejor de cuanto fuere posible. Y siempre bajo la premisa del trabajo bien hecho cuyo fin es siempre la veracidad, la objetividad y, desde luego, el servicio público a quienes se deben como profesionales de la información: los lectores.

Alberto Gamboa nació en 1921. No sólo fue el último director del diario Clarín hasta su cierre por el gobierno militar del dictador Pinochet. Comenzó su carrera periodística muy joven, a los 17 años, como columnista deportivo en el diario La Opinión. Fue uno de los fundadores del Colegio de Periodistas de Chile y trabajó en diversos medios hasta que en 1960 se hizo cargo de la dirección del diario Clarín, de la mano de su propietario, Darío Sainte Marie Soruco, más conocido como Volpone. Este periódico, fundado en 1954, tuvo unos comienzos difíciles y fue cerrado por problemas económicos dos años después de su apertura. Volpone compró la cabecera a un precio simbólico para reflotarlo como diario crítico con los gobiernos democráticos, crítica que le valió la expulsión de su sede, censuras, multas y prohibiciones de todo tipo.

El periódico iba sobreviviendo a trancas y barrancas, sorteando como podía las barreras gubernamentales hasta que su dueño decidió en 1960 proponer como director a quien había sido redactor de la revista Ercilla y de La Gaceta y director del diario Última Hora, el periodista AlbertoGamboa, bien conocido por el apodo que una profesora le puso en el liceo Lastarria de Santiago:Gato, el Gato Gamboa.

A los pocos meses de asumir el Gato la dirección de Clarín, la tirada del periódico se vio incrementada en varios miles de ejemplares. ¿El secreto?, o mejor, ¿los secretos?: persistir con más ímpetu en la línea crítica sin concesiones iniciada años atrás por su dueño, lo que le valió a su flamante director la nada despreciable cifra de más de veinte condenas a prisión por injurias, desacato a la autoridad y otras lindezas similares. O bien, ofrecer titulares “impactantes” cuya redacción salían del ingenio indiscutible de su nuevo director, como este plagado de chilenismos que llenó de regocijo a sus lectores: “El roto [hombre vulgar] sacó su chispa: oye momia[mujer de derechas] pituca [de clase alta]cocíname esta diuca [ave de Chile, Argentina, Bolivia, etc. Argot chileno:pene]”; o el que publicó a propósito de la visita a Chile de la reina Isabel II de Inglaterra: “La chabelita [diminutivo de Isabel] es liviana de sangre: tiene buenos choclos [pantorrillas]; o este otro, propio de la crónica roja, género también cultivado por el diario: “En el cine King violaron a una lola [muchacha] y le echaron la culpa al malo de la película”.

Sin duda, una de las secciones de más éxito del diario fue el consultorio sentimental, firmado de puño y letra por el propio director, cuyo seudónimo, “Profesor Jean de Fremisse”, causó sensación entre los lectores de ambos géneros, entre otras habilidades dignas de una antología del periodismo escrito. Contribuyó sin duda al buen nombre del diario entre sus lectores el titular que el nuevo director acompañó siempre a la cabecera: “Firme junto al pueblo”.

Clarín alcanzó su máximo apogeo en los años del Gobierno de la Unidad Popular presidido por el médico socialista Salvador Allende. Su dueño y su director, ambos amigos íntimos de Allende, no dudaron en consagrar las páginas del periódico a la causa allendista de la “vía chilena y pacífica al socialismo”. Con diferencia, Clarín se convirtió en el periódico con mayor número de lectores de todos los que en esa época se publicaban en Chile, y por consiguiente, de mayor tirada.

Era imposible que un periódico como Clarín sobreviviera a la cruenta dictadura fascista que asoló Chile tras el golpe militar perpetrado por el general Augusto Pinochet, a la sazón, colaborador y hombre de confianza de Salvador Allende. Su director pagó cara no sólo su amistad con el Presidente electo; sobre todo, su profesión consagrada a través de Clarín a la defensa de la Unidad Popular.

Como cuenta Gato Gamboa a su amigo Francisco Mouat en este libro, confió en su profesión de periodista como escudo protector de la felonía que se estaba perpetrando en Chile tras el golpe y decidió no exiliarse ni esconderse, hasta que fueron a por él y sin miramientos lo encerraron, como a otros miles de chilenos, en el campo de deportes más extenso de Chile, el Estadio Nacional, ubicado en el barrio Grecia de la capital. Allí, como les ocurrió a tantos y a tantos confinados, fue sometido a todo tipo de vejaciones, palizas y torturas.

Cuenta Gamboa en la entrevista con Mouat cómo acabó una de las sesiones de tortura en la conocida en el argot de los presos políticos como parrilla o superficie de alambre (generalmente, un somier viejo y oxidado) con cables que se pinzaban en el cuerpo desnudo del detenido para someterle a fortísimas y muchas veces mortales descargas eléctricas: “Terminaron cuando uno de los torturadores le dijo al otro que tenía que irse al cine, porque su señora lo estaba esperando para ver El Padrino en el centro de Santiago.” 

Del Estadio Nacional fue trasladado con otros presos al campo de concentración de Chacabuco, situado a más de 2.000 kms al norte de Santiago, en plenas salitreras del desierto de Atacama. Aunque el trato allí seguía siendo vejatorio, los presos no eran sometidos a torturas sistemáticas como en el Estadio Nacional y otros centros de detención habilitados por todo el país de norte a sur, cuentaGato Gamboa a Mouat: “En Chacabuco te golpeaban o te castigaban, pero no había torturas organizadas como en el estadio. Una vez me dejaron al medio de una cancha de fútbol  a pleno sol muchas horas, quemándome. Dependíamos del ingenio de los custodios. Era frecuente que si te castigaban te dejaran sin alimento ni agua todo el día”.

Una de las formas de que se sirvió el Gato para sobrevivir en Chacabuco fue ejercer aquello que mejor sabía: su profesión de periodista. Para ello logró convencer a otros presos, algunos de ellos también periodistas como él, para hacer un periódico mural con las noticias más destacadas. Obviamente, el periódico pasaba la censura pertinente de los mandos militares al frente del campo pero su ingenio y el de sus colegas le sirvió para sortear las prohibiciones constantes mediante el uso de un lenguaje colmado de metáforas y frases con doble sentido. No en vano, Gato Gamboa conocía bien el oficio de sortear la censura tras múltiples de detenciones en tiempos de los gobiernos democráticos.

El periódico mural tuvo enorme aceptación entre los presos. Entre las secciones más exitosas destacaba el ya famoso consultorio sentimental del “Profesor Jean de Fremisse”, que los internos leían con verdadera delectación, y en no pocas ocasiones, auténtica necesidad. Pronto se corrió la voz en todo el campo que el tal Jean de Fremisse escribía unas cartas de amor dignas del mejor amante ilustrado, de modo tal que no tardaron en formarse largas colas para encargarle misivas dirigidas a las esposas, a las novias o a las amantes.

No faltaba quien quería escribir una carta a su mujer suplicándole que no le pusiera los cachos o cuernos con ningún pata negra [así llamados los tipos que cortejaban a las mujeres de los presos]; o el que aprovechaba su condición de presidiario y la distancia infinita para anunciar a su madre su homosexualidad oculta.

Un año y diez días estuvo preso Gato Gamboa en el infierno de Chacabuco, desde el 19 de septiembre de 1973 al 29 del mismo mes de 1974, tal como también cuenta en su anterior libro, Un viaje por el infierno (Forja, 2010). Una vez en libertad, no quiso abandonar el país. “Nunca pensé en irme de Chile. Muchos colegas se empezaron a ir y después me llamaban para ofrecerme  pega [trabajo], pero a mí nunca me picó ese bicho. Yo estaba involucrado en la idea de luchar contra la dictadura desde acá, además de sobrevivir, por supuesto. Y me sentí mejor conmigo mismo quedándome. No quería perder el vínculo con los que peleaban acá dentro, me gustaba el merengue, me gustaba la lucha, aunque fuera silenciosa y en un sentido completamente ineficaz. Una cosa medio quijotesca que no tiene demasiada explicación”.

Como es fácil de entender, la dictadura prohibió a todos los medios contratar al Gato Gamboa en sus redacciones, pero nuestro amigo no dudó en buscar trabajo de lo que fuera. De este modo, estuvo un tiempo trabajando en la construcción de los túneles del metro de Santiago hasta el día en que uno de los ingenieros al mando de las obras supo de su historial en el Estadio Nacional y en el penal de Chacabuco. Amablemente fue invitado a dejar la empresa. Luego se dedicó a vender libros y otras tareas para sobrevivir.

Entretanto, iba haciendo pequeñas y clandestinas incursiones en prensa utilizando seudónimos, colaborando cuando podía en medios como la revista Hoy o el diario La Época. Su larga y renombrada trayectoria le valió para ser contratado como asesor de un nuevo periódico, La Cuarta, del que llegó a ser uno de sus fundadores. En 1987, dos años antes del fin de la dictadura, cuando en Chile empezaban de nuevo a aflorar tímidamente ciertas libertades, Gato pasó a dirigir el también diario crítico con el gobierno militar, El Fortín Mapocho.

En octubre de 1989, ante la presión internacional contra su política represiva y de vulneración sistemática de los derechos humanos, y acaso porque estaba convencido de su triunfo absoluto e incuestionable, Pinochet convocó un plebiscito sobre su gobierno para afianzar su mandato y darle continuidad. A pesar de la fortísima y contundente campaña del gobierno militar con todos los medios de información en sus manos, la oposición logró alzarse con la victoria del “NO”. Para emitir su voto, los electorales tenían que marcar con una cruz la casilla correspondiente. El entonces director delFortín Mapocho, fiel a su ingenio como creador de titulares únicos, celebró el triunfo opositor con el siguiente: “Le ganamos con un lápiz”.

Pero el titular que dio la vuelta al mundo y sin duda ha pasado a la historia del periodismo escrito dentro y fuera de Chile, fue el que puso de cabecera en la portada del Fortín, seis días después del triunfo: “Corrió solo y llegó segundo”.

A sus 92 años y en compañía de su segunda esposa, Maria Estela, el Gato Gamboa lleva una vida plácida dedicada a la lectura, el cuidado de su perra Salomé, las buenas comidas, los paseos por las calles tranquilas de su barrio santiaguino de Ñuñoa y, de vez en cuando, algún viaje a visitar a los buenos amigos que tiene desperdigados por el mundo o a recibirnos en su casita ajardinada con un buen pisco o una exquisita empanada chilena preparada por María Estela para acompañar la conversaigual de sabrosa. No existe en esta vida mayor felicidad que ser amigo del Gato Gamboa. “Amistad a lo largo”, en palabras de Gil de Biedma; amistad “para ser de otro mundo”, en palabras de GatoGamboa.

 

*Javier Gimeno es un bibliotecario madrileño de la UCM, que ha vivido en Chile muchos años.

Hernán coloma andrews ( recibido en mi correo-e)

Un poco tarde, pero justo como pocos, a sus 96 años el Gato Gamboa obtiene por fin el reconocimiento tantos años postergado : el premio nacional de periodismo.

Tal vez a las nuevas generaciones no les diga nada. Desde el Diario Clarín y desde el Fortín Mapocho, hizo a más de una generación reírse a carcajadas del poder . Las más conocidas son las últimas, porque tienen mayor actualidad : “Corrió solo y salió segundo” ; “Le ganamos con un lápiz”, recordados titulares del Fortín cuando Pinochet perdió el plebiscito.

La gracia del Gato era su genial y crítica picardía criolla conque le pellizcó el poto por decenios a los poderosos y conque hizo reír a generaciones con sus titulares: por allí, mencionaron alguno: “Marinero mató a otro porque le tocó la popa” y también que a Jorge Alessandri le llamaba “La Señora” por su supuesta homosexualidad. Más que homofóbico (en ese tiempo la homosexualidad era “pecado”), fue un manera de reducir el prestigio que éste tenía entre la Derecha, que había transformado en algo mítico su sobriedad formal que ocultaba los excesos conque trató a sus trabajadores en la Papelera. 

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

Yo no fui un gran orador en el gobierno del Presidente Salvador Allende. Traté, eso sí, de marcar el espacio de mis amigos y compañeros de revuelta. Sí, nos tomamos el liceo, muchas veces nos tomamos el liceo, también dijimos que el socialismo era una forma de vida. Fidel Castro y sus extensos discursos nos llenaron la cabeza de frases y discursos que no dejaban dormir. Pinté con ayuda de mi hermano una muralla con el rostro del Ché en nuestra pieza, cuestión que a nuestros padres no le gustó mucho pero finalmente reconocieron nuestro derecho a pensar, en esa casa doña Silvia era demócrata cristiana y don Pablo masón y radical. Así crecimos pintando nuevamente el rostro del Ché, pero esta vez estaba acompañado de Fidel.

Habiendo pasado los años me pregunté, ¿por qué salíamos a marchar, por qué nos tomábamos el liceo? La única respuesta era saber que luchábamos por “un mundo mejor”. Como estudiantes no teníamos reivindicaciones propias, entonces nos tomábamos las reivindicaciones de los obreros, de los pobladores, de los campesinos, de los pueblos originarios. Salíamos de parranda a pocas cuadras de la casa y la mayoría estudiábamos a Carlos Marx y unos pocos a León Trotski o Mao.

Yo pertenezco a ese tropel de estudiantes que buscábamos apurar el proceso que encabezaba el Presidente Salvador Allende. Teníamos extensas reuniones de base. Éramos comunistas, éramos socialistas, éramos miristas, éramos también radicales. Cada uno defendía su bandera y su partido mientras la vida se definía como un futuro inacabable. Éramos felices. Sospecho que Allamand y sus huestes derechistas también eran felices. Él incluso se cambió de liceo para hacernos la collera, un niñito de liceo particular no se estilaba en la política estudiantil secundaria.

Eran tiempos de filas para comprar el pan, de debates en la micro, de risas en la fila, de expropiaciones, de Reforma Agraria. Detrás de aquella señora de chaqueta verde, esa que mira desconcertada, ahí, justo al lado del señor con gorro, ¡esa es mi tía Juana! Salió a comprar pan y no ha vuelto, si alguien reconoce a esa señora le solicito que le indique como salir de ese atolladero. Me llamó hace poco para preguntar si puedo ir a buscarla, pero yo estoy en Chile y no hay locomoción desde aquí, ahora está conversando con un policía para que le indique la salida… Me volvió a llamar para decirme que ya llega con el pan… Hay una cola muy larga, mijo, mejor espérame con pan amasado. Ella estaba exiliada, pero nosotros no supimos el drama que aquello significaba, la doña era antigua en este barrio pero un día se esfumó, se fue mientras nosotros tratábamos de terminar los estudios, mientras nos pasábamos papelitos con las tareas del periodo, mientras aun llorábamos y nos cambiábamos de nombre.
A los pocos meses o años se nos olvidó doña Juana, le preguntamos a la vecina Laura y al viejito del negocio, le preguntamos a los que eran de derecha en la población, le preguntamos a la hermana de un primo medio derechista, él nos habló nuevamente del exilio y nuevamente no entendimos. Mi hermano dijo que eran los que se iban al extranjero. Yo no le creí, me fui a la casa, revisé todos los cajones buscando alguna señal. Aquellos que continuamos en la tarea de hacer una revolución debimos protegernos las espaldas. Todos debimos cuidarnos, unos y otros nos sentamos en la misma mesa, en la misma calle donde acosaba el feroz persecutor. Por lo que sé, fueron muy pocos los que delataron alguna casa, alguna guarida, alguna información, pero me enamoré de una muchacha que tenía siempre la palabra correcta a la hora de bajar las manos.

Era martes, despertamos en una toma en Puente Alto. A lo lejos se escuchaban disparos. Todos estábamos rondando los veinte años. No había teléfono celular, por lo que optamos por cruzar el Río Maipo a pie, mojados hasta la cintura reímos de la salvada y nos tiramos al sol para secarnos. Nos abrazamos y decidimos enfilar cada uno a su casa.

Así comienza la guerra. Estudios interrumpidos, novias que bajaban la cara al vernos, las noticias llegaban de boca en boca. El General Prat nunca pensó en preparar una ofensiva contra nuestra resistencia, tampoco el Presidente Allende se suicidio. Era la clandestinidad, el caminar esperando una cara conocida, caminando con el temor de que desde un automóvil bajaran con metrallas. Fue larga la guerra. Aún recuerdo algunos de los nombres que usaba para sobrevivir. En una cajita de fósforos me llegó la noticia de que Esteban no aparecía, también que Roberto estaba prisionero en Cuatro Álamos, en Tres Álamos, en Ritoque, en Puchuncaví, en el Estadio Nacional, en los regimientos y cuarteles de Carabinero.

Estuvimos atentos a mensajes que se leían con un libro, descifrando línea por línea, palabra por palabras, letra por letra. A los pocos meses o años recordamos a doña Juana, estaba moribunda en Bélgica. No sabemos si la sepultamos en Chillán o en Madrid, ella siempre dijo que le gustaba viajar hasta Cartagena. Éramos fantasmas, éramos invisibles, éramos sujetos sospechosos, éramos de la Resistencia, éramos comunistas, éramos miristas y socialistas, éramos un puñado de cabezas duras. Nos reuníamos en las iglesias mientras las beatas rezaban y nos deseaban una parte del Espíritu Santo.

Donde estaba el muro con la imagen del Ché y Fidel hoy es una estación de Tren Metropolitano. A esta fecha no aparecen nuestros amigos que cayeron en manos del enemigo. Escribo esto porque mis hijos no me creen tanto riesgo. Escribo para sanarme de esa enfermedad que era el miedo, el terror y la esperanza. Me ilusiono con que alguna vez podamos encontrar a miles de amigos detenidos desaparecidos. Me ilusiono con poder traer los restos de doña Juana a Cartagena. Me ilusiono con una marcha multitudinaria de obreros en La Alameda.

Hace mucho tiempo que nadie me conoce como Alejandro. Me llamo Cristian. No soy rubio, estoy canoso, pero aún estoy atento del hombre ese que camina tras mis pasos. Esta vez no caigo en la encerrona. Lo que vino después de esta historia es para largo. Por lo pronto, debo reencontrarme con las palabras que nos robaron. Debo hacer el ejercicio de abrazar a mi vecino comunista, a mi pariente socialista y a un puñado de miristas que caminan observando de reojo al que viene tras sus pasos.

Aún nos queda mucho por hacer.

Tomado de: dilemas.cl

Por *Cristian Cottet

*

Cristian Cottet Villalobos

Cristian Cottet Villalobos (Santiago, 1955), Antropólogo de la Universidad Bolivariana. Posee estudios en Ingeniería Mecánica y Pedagogía Básica.

 Últimas actividades

2012 – 2013.  Investigación: “¡Baila Chinita, baila! Religiosidad y construcción social en

Andacollo

Resumen: Trabajo de campo en la ciudad de Andacollo (IV Región), referida a las ceremonias religiosas.

2012. Profesor de cátedras: “Derechos Humanos” “Metodología de la Investigación” (Universidad Bolivariana) y “Taller de observación” , “Taller de metodología de la investigación” (Universidad ARCIS).

2012. Investigación, revisión de textos y prólogo del libro “El hablar minero en Andacollo”.

2010. Investigación: “Identificación, localización y catastro de complejos religiosos y ceremoniales mapuche. Regiones del Bío-Bío, La Araucanía, Los Ríos y Los Lagos”, del Consejo de Monumentos Nacionales (CMN), Corporación Nacional de Desarrollo Indígena (CONADI) y el Centro de Estudios de la Realidad Contemporánea (CERC-UHC).

Resumen: Trabajo de campo en las regiones indicadas, direccionado a catastrar espacios y/o territorios donde se desarrollan actividades religiosas o de actualización cultural, por las comunidades mapuches de la zona. Informe Final con prólogo “Complejos ceremoniales en la cultura mapuche”.

2010-2011. Asesor en el Ámbito Social en el Proyecto FONDART Región Metropolitana “Murales para mi barrio”.

Resumen: Capacitación a los jóvenes integrantes del Taller “Murales para mi barrio”

1988 – 2012. Fundador, Director y Editor de Mosquito Editores.

 

Libros publicados

–Amor y rebeldía; Ediciones Minga; Santiago de Chile, 1981 (poesía)

–Urbanidades; Ediciones Resurgence (Laussane, Suiza) / Taller el Sol (Santiago de Chile); 1983 (poesía)

–Chiloé, noventa días; Publicado por los Talleres Culturales de Castro; 1983 (poesía)

–Épica inconclusa; Ediciones FUNDECHI; Ancud, Chile; 1985 (poesía)

–La comunicación; Centro de Investigación Social; Santiago de Chile; 1985 (manual de medios de reproducción y comunicación)

–Proclama para anunciar un manifiesto de la épica; autoeditado; Santiago de Chile; 1985; poesía; complemento de intervención poética en Centro Cultural Mapocho

–Manifiesto un terrible descontento con ayer; autoeditado; Santiago de Chile; 1986 (poesía)

–Has recuperada nada; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1990 (poesía)

–Libro de hechos inevitables; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1996 (poesía)

–Interpretaciones y testimonios; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2002 (poesía)

–Carlos Sánchez: La razón de estar gay; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2005 (testimonio).

–¿Se atreve usted don Jano?; Mosquito Editores / Colección Crímenes Criollos; octubre 2009 (novela). Se terminó con la Beca de Creación del Consejo Nacional del Libro y la Lectura (1999).

Correo electrónico: cristiancottet@gmail.com 

cristina guerra,

15 feb. 2013 9:35

MEMORIA NO EDITADA de jóvenes de los 80 s…“Raúl pintaba esperanzas y lo mataron”.

MEMORIA NO EDITADA de jóvenes de los 80 s…“Raúl pintaba esperanzas y lo mataron”.

1000 Historias

Estos relatos son testimonios de niños, jóvenes, hombres y mujeres que desde distintos espacios, lugares y momentos han sido protagonistas de los 80 años de la fundación del Partido Socialista de Chile. (los textos no han sido editados)

domingo, 7 de julio de 2013

Raúl pintaba esperanzas y lo mataron

Raúl Valdés Stolze nació en Santiago el 30 de abril de 1951, en el seno de una familia de clase media acomodada. Hijo de Carlos y Silvia, cursó  sus estudios básicos y medios  en el Colegio de la Salle y en el San José de Calazans.

Tras egresar de la enseñanza secundaria, ingresó a la carrera de Construcción Civil en la Universidad Técnica del Estado, UTE,  desarrollando actividad académica entre los años 1969 y 1973.

En esa escuela, conoció a varios militantes de la Juventud Socialista, entre los que se estaban Ariel Mancilla, José Quintana y Luis.

Pronto es electo como dirigente del Centro de Alumnos de Construcción Civil, al tiempo que pasa a formar parte del equipo de coordinación de la Juventud Socialista en la UTE.

Con sus nuevos compañeros de ideas y militancia, Raúl participa de un activo contingente juvenil que no sólo realiza trabajo político en la universidad, sino que amplía su influencia política y social hacia un vasto y sector de las actuales comunas de Quinta Normal y Santiago, especialmente entre los estudiantes secundarios de los liceos de Aplicación y Amunátegui  –donde conoce a jóvenes militantes como Juan Fierro, Jorge Aravena y Juan Carvajal- y entre los alumnos-trabajadores del Liceo Nocturno Integral Nº1, dirigido por el recordado profesor Alberto Galleguillos.

Raúl participó en el equipo que fundó la Seccional Tercera Comuna de la JS, la misma que acuñó la consigna “Firme junto a la clase obrera”. Para él y sus compañeros, no se trató únicamente de un eslogan, pues desde ese nuevo seccional se vincularon estrechamente a los núcleos del PS y a los  sindicatos de trabajadores del Hospital San Juan de Dios, de la Fundición Yungay y de la Fundición Libertad (edificio donde hoy funciona la Universidad ARCIS), y de las empresas Indus Lever y Barbara Lee.

El 12 de septiembre de 1973, Raúl fue detenido en la Casa Central de la UTE junto a otros dirigentes y autoridades universitarias, siendo encarcelado en el Estadio Chile y posteriormente llevado al Estadio   Nacional. Desde éste último recinto es trasladado, en noviembre de 1973, al Campo de Prisioneros de Chacabuco, lugar en el que permanece hasta septiembre de 1974.

Ese año es trasladado a Santiago, donde es recluido en la Cárcel Pública, pasando después a la Penitenciaría y a los campos de la DINA de 3 y 4 Álamos, para luego ser llevado a la Quinta Región, al Campo de Prisioneros de Ritoque, desde donde finalmente es puesto en libertad en febrero de 1975, “por falta de méritos”.

De la cárcel a la lucha

Su decisión de incorporarse a la lucha nunca flaqueó. Antes incluso de salir en libertad, a fines de 1974 y estando detenido en la Penitenciaria, Raúl fue visitado por dos compañeras con las cuales retoma su vínculo político para integrarse a las tareas de la reconstrucción partidaria.  Así, al momento de su liberación en 1975, se integra al Regional Santiago Centro, asumiendo la responsabilidad de editar el boletín “El Pueblo”,  órgano oficial  del regional durante esos difíciles años, cuando la impresión de toda la prensa clandestina se realizaba en condiciones muy precarias, con mimeógrafos manuales y plantillas “picadas” en esténcil y también en serigrafía, procedimiento con el que se daba color a las portadas.

Pese a que había sido exonerado de la universidad, logró titularse en octubre de 1977, gracias a una iniciativa personal del ex director de la carrera de Construcción Civil, que consiguió que las autoridades militares interventoras de la ex UTE permitieran la titulación de los estudiantes que fueron expulsados por  motivaciones políticas.

Profesional exitoso, ya desde el año 75 se incorpora a trabajar en importantes obras y construcciones, al tiempo que conoce a otra joven militante socialista, Cecilia González, “La Negra”, con quien se casa, en mayo de 1976, tras dos meses de pololeo. De esa familia nacerán sus dos hijas: Carolina y Claudia.

Durante el año 75, bajo el permanente acecho de la DINA, el trabajo de comunicaciones siguió con mayor énfasis en la educación política y en la reorganización del movimiento sindical. Es por eso que el PS adecua su estructura a las exigencias políticas del momento y los regionales se organizan por “frentes”, pasando el Regional Santiago Centro a ser el “Regional Sindical Carlos Cortés”. Raúl forma parte de esa dirección y su responsabilidad específica es, precisamente, la rearticulación  del trabajo sindical.

En el frente de masas y en la propaganda clandestina

Este trabajo en el ámbito sindical, con Raúl como uno de sus principales protagonistas, poco a poco va dando sus frutos. En 1976  se comienza a estructurar la Subsecretaria de Frentes de Masas, que reitera como su prioridad en ese período la reconstrucción del movimiento sindical, a través de la articulación de un organismo central que represente a los trabajadores.

Raúl forma parte de este equipo de trabajo, que crea un Boletín de Frente de Masas-Sindical, que alcanza un importante nivel de distribución e influencia. Junto a este se planteó la necesidad de contribuir a la reimpresión de los boletines de las organizaciones sindicales, llegándose a apoyar la elaboración de alrededor de 14 de estos boletines: de la Coordinadora Nacional Sindical, de la Federación de Panificadores, de la Confederación Ranquil, de la Federación de Trabajadores del Vidrio, de la Federación Gráfica, de los Ferroviarios y de la Federación del Cuero y del Calzado, entre otros.

A partir de ese año, Raúl participa también en la diagramación e impresión de los primeros ejemplares de “Unidad y Lucha”, el periódico del PS en la clandestinidad.

Hacia 1980, producto de su disciplina y compromiso, y de sus evidentes habilidades para el trabajo gráfico, Raúl es designado como encargado nacional de la Secretaría de Prensa y Propaganda del aun proscrito PS.

Entre 1981 y 1983, además, desempeña el rol de enlace con la estructura partidaria que funciona en Iquique, ciudad en la que se encuentra momentáneamente por razones de trabajo, y contribuye al reforzamiento de la dirección del PS en Arica, luego de la desvinculación de esta con el Comité Central, tras la caída de la red norte del PS. En Arica, aporta a la capacitación político-ideológica de los socialistas de esa ciudad, al tiempo que entrega su conocimiento en temas de propaganda, contribuyendo también al renacimiento y a la pérdida del miedo de las organizaciones sindicales de la zona.

Durante la segunda mitad de los años 80, Raúl asume múltiples tareas partidarias: en 1984 le corresponde instalar la instancia preparatoria del V Pleno Nacional y del XXIV Congreso del PS (sector Almeyda) y es designado Encargado Nacional de Propaganda, cargo que ocupará hasta 1988 y desde el cual propicia la publicación de periódicos como “La Firme”, “Acción Socialista” y “Pueblo Unido”.

Un año antes, en 1987, Raúl se integra a un equipo especial del PS, desarrollando actividades comunicacionales y emisiones de la clandestina Radio Unidad.

 

Ese mismo año, y en el marco de la efervescencia social ocasionada por la visita del Papa Juan Pablo II a Chile, Raúl aporta a la lucha del pueblo chileno con el que probablemente fue uno de sus diseños más recordados: la imitación de los billetes de 500, 1000 y 5000 mil pesos, con un mensaje anti dictatorial al reverso, que fueron uno de los mayores impactos comunicacionales en la época, ya que casi nadie resistía guardarse uno o varios en el bolsillo, amplificando la transmisión de las consignas anti Pinochet escritas en esos billetes falsos.

Resultado de imagen para la imitación de los billetes de 500, 1000 y 5000 mil pesos, con un mensaje anti dictatorial al reverso,

Reactivando el muralismo socialista

En 1988 en la Conferencia Seccional del PS es elegido miembro de la Dirección Seccional 19 de Abril, asumiendo como Secretario Político de ella.  Desarrolla cartillas y cursos de propaganda, como una forma de ayudar a la masificación de los métodos de reproducción manual de boletines, panfletos y afiches anti dictatoriales.  Es instructor, monitor y creativo de las recién creadas Brigadas Salvador Allende (BRISA) y de las reactivadas Brigadas Elmo Catalán (BEC). La mayoría de los murales que estas brigadas pintaron en ese período (en el Parque La Bandera, en la Panamericana, en General Velázquez, en la Población Herminda de la Victoria y en la Villa Portales, por ejemplo) corresponden a diseños realizados y dirigidos por Raúl.

En 1989, en un Pleno del Regional Santiago Centro, es elegido miembro de dicha dirección, cargo que ejercía al momento de su asesinato  el sábado 8 de julio de 1989.

Esa mañana, cuando un tibio sol iluminaba las calles del centro de Santiago, Raúl fue herido mortalmente por un guardia de seguridad sin que mediara provocación alguna.

El hecho se produjo cuando Raúl y otros tres militantes del PS –entre los cuales se encontraba su esposa- realizaba unos rayados murales, insertos en la campaña por la recuperación de los derechos civiles y políticos del entonces Secretario General del PS, Clodomiro Almeyda, quien en razón de los aún vigentes artículo 8º y 24º de la Constitución de 1980, permanecía inhabilitado de su derecho a presentarse como candidato a algún cargo de elección popular por un período de diez años.

Precisamente por ello es que la consigna que pintaba junto a sus compañeros era “No más exclusión: Almeyda senador!”, la misma que escribieron en una de las murallas de los estudios de televisión KV, en calle Catedral Nº 1850. Desde el interior de las instalaciones apareció, intempestivamente, el guardia José René Poblete Vega, funcionario de la empresa Centinel S.A. -conformada en su totalidad por ex miembros del Ejército- quien a escasos metros de distancia y por la espalda disparó en contra de Raúl, quien ante el estupor de su esposa y compañeros, fue trasladado minutos después hasta un centro asistencial, al que llegó ya fallecido.

 

Carabineros que se apersonaron en el lugar detuvieron al hechor, constatando que el arma que utilizó no era de su propiedad ni tampoco contaba con un permiso vigente para portarla.

Sin embargo, uno de los policía sermoneó a Cecilia González, diciendo que “eso les pasa por andar rayando” y amenazándola con tomarla detenida. Después de un áspero intercambio de palabras, “La Negra” logró que el policía la autorizara a llamar por teléfono.

Cecilia González, “la negra”, declaró que el guardia cometió “un crimen a sangre fría y por la espalda, ya que de nuestra parte no hubo ni siquiera una agresión verbal que justificara su reacción”, versión que fue refrendada por numerosos vecinos del sector, que señalaron que el guardia era conocido como “El Rambo”, por su afición a las artes marciales, su prepotencia y su trato violento e intimidatorio incluso con las personas que asistían como público a los programas televisivos que se grababan en esos estudios.

Tras permanecer incomunicado por espacio de diez días, Poblete confesó su crimen y se declaró culpable, aportando antecedentes respecto de la empresa de seguridad a la que prestaba servicios. Así se conoció que “Centinel S.A.” tenía entre sus directivos y jefes operacionales a ex miembros del Ejército, lo que motivó al PS a solicitar una investigación judicial sobre esos vínculos.

Luego de recuperado el cuerpo de Raúl, sus restos fueron velados en el local del Comando Socialista por el NO (COSONO), que en los hechos funcionaba como el local central del PS Almeyda. Tras ser homenajeado por decenas de militantes que hicieron guardias de honor rotativas en torno a su féretro, sus funerales fueron acompañados por cientos de militantes del Partido, de la Juventud Socialista y de diversas organizaciones de derechos humanos, que corearon la consigna “Raúl pintaba esperanzas y lo mataron”.

Memorial del Detenido Desaparecido y Ejecutado Político 

A la fecha de su muerte, Raúl tenía 38 años.

El padre y esposo 

Cecilia “La negra”
Carolina y Claudia 

El artista preso

El Ceramista 

 

El Muralista

Y coreamos “Raúl pintaba esperanzas y lo mataron”.

Archivo de Prensa

 

Publicado por Cecilia Suárez en 17:08

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Etiquetas: Ariel Mancilla, BEC, Campo Prisioneros de Ritoque, Cecilia González “la negra”, Chacabuco, Clodomiro Almeyda, COSONO, José René Poblete Vega, Juventud Socialista de Chile, Raúl Valdés Stolze

1 comentario:

  1. CecyMore7 de julio de 2013, 23:13
  2. RAUL VALDES, PRESENTE AHORA Y SIEMPRE,… en la memoria colectiva socialista, en la memoria viva de su familia, en el ejemplo revolucionario de quién lo entrega todo por sus ideales.
    Negra

Hoy mataron a Lenin, mi padre.

Hoy mataron a Lenin, mi padre.

Lorena Díaz Ramírez perdió a su padre cuando tenía dos años. Se crió mirando la única fotografía que conservó su madre junto con un reloj, unas colleras y algunos objetos que quedaron tras su desaparición el 9 de mayo de 1976 en manos de la DINA. Recién a los 38 años encontró un documental ruso en el que salía entrevistado. En un minuto y 54 segundos pudo por primera vez oír su voz.

Es mediados de los años 90. En la casa de Lorena Díaz, donde vivía con su madre en Macul, hay poca luz. El living es un lugar sobrio, triste, con un detalle que lo hace distinto al resto de las casas de sus compañeros de universidad. En una mesa hay un retrato viejo, en blanco y negro, donde aparece un joven de 29 años de piel morena y rostro delgado. El papel tiene una arruga que atraviesa la fotografía.

En ese tiempo, Lorena pocas veces respondía cuando le preguntaban por esa foto. Y si lo hacía, su respuesta era tan demoledora que en la mayoría de las veces el diálogo se cortaba:

Mi papá es un detenido desaparecido- respondía, tajante.

No más preguntas.

Lorena tenía dos años cuando se llevaron a su padre de la casa de su abuelo materno en Quinta Normal. Ese día, Lenin Adán Díaz Silva, economista y miembro de la Comisión Técnica del Partido Comunista, pasó a formar parte de la lista de detenidos desaparecidos del PC en el operativo conocido como Calle Conferencia, donde otros siete compañeros sufrieron el mismo destino.

Aunque sabía que apenas ocurrió el Golpe de Estado de 1973 el régimen militar perseguía a sus opositores, aun así, Lenin optó por quedarse en Chile, sin sospechar que ese 9 de mayo de 1976 no vería nunca más a su esposa Apolonia y a su pequeña hija, que meses después lo esperaría tardes enteras en el living de su casa de la población Llico de San Miguel para que le diera la mamadera.

Esa mañana, Lenin salió confiado a la reunión que tenía pactada con Elisa Escobar Cepeda. Lo que no sabía Lenin era que la mujer, que había sido detenida la semana anterior, era custodiada por agentes de la DINA, y se había convertido en delatora.

Lenin Díaz fue llevado al centro de detención y torturas Villa Grimaldi, desde donde se perdió su rastro para siempre. Elisa corrió la misma suerte y hoy ambos son parte de los más de mil detenidos desaparecidos que dejó la dictadura.
Lorena creció contando la historia de su padre por partes o simplemente callando cuando no se sentía segura. Desde niña supo lo que era la clandestinidad, lo que se podía decir y lo que no.

-A medida que pasaron los años fui entendiendo otras cosas. Aprendí a intuir cuándo podía contar mi historia y cuándo no.

Su madre, Apolonia Ramírez, le había advertido desde chiquitita que lo que le había ocurrido a su padre no era una información que podía compartir con cualquiera. Aunque siempre supo que su papá estaba desaparecido, cuando era niña pensaba que cualquier día podía aparecer.

No se sienten los pasos del papá, ¿a qué hora va a llegar?- repetía todos los días sentada en el living de las distintas casas que fueron ocupando hasta llegar a la población Llico, en esas oscuras tardes de los 70.

Mi mamá siempre me dijo que el papá era un detenido desaparecido, me decía que pensaba distinto, que quería un Chile mejor para todos los niños y que esto a los militares no les había parecido y por eso no sabíamos dónde estaba. Me decía que había gente que trabajaba día a día buscándolo a él como a tantos otros -recuerda.

MI VECINO TORTURADOR

En esos años, Lorena y su madre se cobijaron en la Vicaria de la Solidaridad, que era como el patio de su casa. Allí creció, aprendió que la familia era más extensa que la sanguínea, jugaba con otros hijos de detenidos desaparecidos y era cuidada por Lorena Pizarro, quien celebraba sus graciosas imitaciones a la cantante mexicana Daniela Romo, mientras su madre participaba de extensas reuniones con dos jóvenes abogados de derechos humanos, Nelson Caucoto y Pamela Pereira, para revisar los escasos avances que había sobre su padre y de los más de mil detenidos desaparecidos en la dictadura de Pinochet.

Tuvo varias crisis. Las recuerda perfectamente. La primera fue a los seis años, cuando no quería tomar su leche. Tiempo después lo conversó con una psicóloga y entendió que el recuerdo inconsciente de su padre dándole la mamadera antes de dormir, la había marcado a fuego.

-Es algo que nunca pude resolver. Es el link directo que me hace recordar a mi padre. Hasta hoy veo la leche y me dan arcadas.

Ese es uno de los recuerdos que la marcó. El otro vino después, cuando comenzó a llorar insistentemente preguntando cuándo podría ver nuevamente a su papá y Apolonia cortó el llanto en seco:

-Tu papá está desaparecido y no sabemos dónde está. Puede que esté muerto -le soltó.

Mi mamá fue muy ruda con todo eso, hubo un tiempo que se lo critiqué mucho, pero después la entendí. Lo hizo para salvarme, para ayudarme a entender que mi papá nunca más regresaría y que debía vencer el dolor. Ella no era una mamá típica, como las de mis compañeros de liceo, sino que era casi un emblema de la perfección en esta lucha junto con esta familia que era la gente de la Vicaría, de la Agrupación de Detenidos Desaparecidos y de los DDHH.

Aunque la frase de su madre la golpeó, la rabia, la impotencia y el llanto con los años se transformaron en orgullo. Hasta hoy Lorena se pregunta cómo le habría explicado ella a sus hijos lo que su mamá con mucho dolor le transmitía.
No me imagino explicándoles a mis hijos que ‘hoy día vamos a ir a tirar panfletos, pero no puedes comentarlo con nadie’. Pero era nuestra realidad. A todos los hijos de detenidos desaparecidos nos tocó acompañar a los papás a reuniones… Nosotros tratábamos de jugar a la normalidad en medio de esa masacre que habíamos vivido.

A la par de sus tardes en el patio de la Vicaria, conoció a su primera gran amiga del barrio. Eran vecinas en la población Llico. A veces Lorena se quedaba en su casa mientras Apolonia salía a protestar a la calle. El padre de su amiga Loreto Mena la tomaba en brazos y la cuidaba. Años después se enteraría que aquel padre acogedor y cariñoso había sido agente de uno de los aparatos de exterminio creados por Pinochet y no vería nunca más a su amiga Loreto.

-Era el torturador perfecto. Cuando en los años 90 comenzaron a abrirse los casos de derechos humanos en los tribunales y la prensa empezó informar, me enteré que había sido parte de la CNI. Tiempo después intenté buscar a Loreto por Facebook, pero nunca di con ella -dice Lorena.

VILLA BAVIERA

La Pola, como conocen a su madre en la Agrupación de Detenidos Desaparecidos, atesoraba sus recuerdos de Lenin, y Lorena, intentaba recordar. Lo más bonitos eran en la ex Unión Soviética, cuando el PC los becó para estudiar economía en la universidad Patricio Lumbumba, en Moscú. Años después, Lenin sería nombrado por el fallecido presidente Salvador Allende en 1972 como director de la minera La Exótica.

Mis padres eran dos cabros proletas, de familia obrera, inteligentes. Se fueron muy jóvenes y viajaron en esos años cuando nadie viajaba, en los años 60. Mi papá se vino primero a trabajar al gobierno de Allende y mi mamá llegó después, justo el año del golpe. Por eso su historia con él es muy corta, como la mía. Una historia de espera, de amor a distancia que había que reconstruir.

Lorena se había criado con historias fabulosas de su padre. Pero no conocía sus gestos, su olor, sus manos. Creció mirando esa foto en blanco y negro que estaba en el living de su casa. Desde pequeña había imaginado la manera de tenerlo en su habitación y un día sin que su madre se diera cuenta abrió una maleta que estaba guardada en uno de los clóset de la casa. Descubrió que Apolonia había hecho varias mudas de ropa con la esperanza de llevárselas a su esposo si algún día lograba saber dónde estaba detenido. La maleta quedó guardada durante meses hasta que Lorena la abrió.

-Tomé la ropa de mi papá y puse sobre la cama una camisa, un pantalón, un par de calcetines y sus zapatos. Eso fue un hito en mi vida. No había fotos, no había información, pero estaba esa figura que me permitió armarlo, imaginar cómo sería. Estuve años deseando soñar con él cuando me dormía, pero no lograba, no soñaba… Poco a poco en mi vida fueron pasando cosas que me permitieron saber que mi padre había sido real, que había caminado, que había generado lazos, que había amado -explica Lorena.

De pronto, Lorena comenzó a usar la ropa de su papá. Era adolescente y, en vez de vestirse como las niñas de su edad, ocupaba una camisa de él y la anudaba en las puntas porque no era de su talla. Usó durante años sus beatles y un abrigo escocés. Lo hizo hasta que un día su mamá invitó a los familiares más cercanos a una comida y en unas bolsitas guardó cosas de Lenin y a cada uno le regaló algo.

A los 13 años, Lorena habló con su abuela paterna. En uno de los tantos veraneos en Vallenar, la tierra natal de Lenin. Conversaron por varias horas. Llegaba así la segunda crisis que vivió Lorena: quería que le dijeran cómo era su papá, qué le gustaba comer, si era divertido o no, cómo era cuando se enojaba, cómo le iba en el colegio, cómo eran sus amigos del barrio, cómo había sido de niño, de joven, cómo había sido como hijo. Lorena estaba cansada del duelo permanente y de vivir con un dolor que, según sus palabras, no se apagaba nunca.

Le pedí que me hablara de él. Se lo pedí también a la gente de la Vicaría, a todas las personas que lo habían conocido.

Su abuela le mostró el lugar donde dormía su papá. Y le contó que era buen hijo, apegado a ella, que le gustaba leer poesía, comer tallarines, ver peleas de boxeo y escuchar a Jairo. Con su madre esas conversaciones eran difíciles, porque Apolonia estaba preocupada de encontrarlo. Lorena tampoco quería aflorar en ella el dolor que también sentía por su ausencia.

A medida que fue creciendo, Lorena comenzó hacer suya la lucha de su madre por encontrar a Lenin. A las 13 años viajó junto a una delegacion de niños a Europa para ser parte del “Tribunal Infantil para juzgar a Pinochet”, donde junto a 9 niños representantes de las violaciones a los DD.HH y Carmen Gloria Quintana, entregaba su testimonio hasta 5 veces por día.

A los 24 años fue parte de una querella conjunta contra Pinochet, el mismo año que este caía detenido en Londres. No era un simbolismo. Lorena había decidido formalizar su búsqueda e iniciar el largo camino que su madre había trazado desde 1976 al alero de la Vicaria.

En el 2012, se querelló en contra de 20 ex uniformados encabezados por el ex director de la DINA, el general (R) Manuel Contreras y el ex brigadier Pedro Espinoza, responsables de torturas, desapariciones y asesinatos perpetrados en centros clandestinos de represión como Londres 38, José Domingo Cañas, Villa Grimaldi, Tres y Cuatro Álamos y Simón Bolívar, entre otros.

Mi mamá es más dura, rígida, las cosas para ella son o no son. Yo siento que mi mamá tiene en su rostro una inflexión de tristeza profunda. Una mirada de ausencia. Ella no comulga con los sicólogos, encuentra que sólo son buenos para mí, pero no para ella. A veces la veo sonreír, pero igual se nota su tristeza. Cuando estamos en alguna comida con la familia, pienso en las ganas que ella tendría de estar con su esposo al lado y disfrutar ese momento. Veo a mi viejo entre nosotras. Ella ha sido sola en la vida, con grandes amistades, pero sola. Tuvo la oportunidad de rehacer su vida, de parar la búsqueda. Pero ella eligió esta ruta y yo caminé de su mano.

Cuando a partir del año 2000 comenzaron los allanamientos en Villa Baviera y se confirmó que también había sido un centro de reclusión y tortura de prisioneros políticos, Lorena y su madre viajaron a la Séptima Región con la secreta esperanza de hallar ahí a Lenin Díaz.

Madre e hija se paraban en frente a los portones del enclave alemán para protestar con carteles que fabricaban en la casa: “Por la vida y por la paz que nos digan dónde están”, gritaban mientras pasaban raudos los autos de la Policía de Investigaciones en los operativos de la época. Lorena aún creía que lo encontraría, imaginaba que podría estar desnutrido y demente. Sus amigos le preguntaban qué iba hacer si estaba en esas condiciones. Ella sólo pensaba en abrazarlo.

-La imagen latente de no poder cerrar un ciclo era terrible con cada cosa o avance que escuchábamos en la prensa o en la Agrupación. Ahora con todo lo que sabemos tenemos claro que es imposible que haya resistido a la tortura, pero como en esos tiempos no había información, teníamos una esperanza. Porque uno a los muertos los llora y los entierra y yo no he podido hacer eso con mi papá. ¿A quién entierro yo? A un padre que no recuerdo, un olor que no recuerdo, texturas que no recuerdo -dice.

¿Cuándo perdiste la esperanza de encontrar a tu papá con vida?
-La perdí recién a los 25 años, un poco antes de casarme. Puedo parecer ingenua, pero cuando estaba en la universidad pensaba que me lo podía encontrar en la calle, que podía ser un mendigo, que lo habían torturado tanto que podía estar ahí botado, medio loco. Eso me duró hasta que me casé y me convencí que Lenin no estaría presente ese día.

EL REENCUENTRO

El 2012 fue trascendental en la vida de Lorena. Sintió las ganas profundas de realizar un homenaje a su padre. En ese tiempo trabajaba en el Museo de la Memoria y organizó junto a sus primas todos los preparativos. Había pensado que sería algo íntimo, pero la cadena de correos electrónicos y las preguntas que sus amigos les hacían por Facebook, provocaron lo contrario. Durante 20 días le llegaron cientos de correos con fotografías de su padre haciendo deportes, en la universidad, y de un momento a otro reconstruyó dos décadas de Lenin a través de imágenes.

-Al comienzo, el acto homenajearía sólo al Lenin Díaz militante, que era su condición inalienable, pero se armó un acto también para el Lenin papá, hijo, amigo, el estudiante; el Lenin cotidiano que yo había perseguido por años. De pronto, era también el abuelo de mis tres hijos… Eso marcó otro ciclo en mi vida -recuerda.

En medio de la organización del acto se encontró con Verónica Troncoso, quien estaba trabajando en un proyecto llamado Arqueología de la Ausencia, que reconstruía la vida de los detenidos desaparecidos por medio de textos, fotos y objetos, entre otros elementos. Fue en ese entonces que se encontró con una sorpresa.

Lorena le había hablado a Verónica que sabía de la existencia de un documental donde aparecía su padre, pero que nunca lo había podido encontrar.

-Se trataba de un documental que mi mamá lo había buscado durante toda su vida. Había preguntado en la embajada de Rusia y en la universidad donde habían estudiado en los años 60, pero había sido imposible hallarlo -explica Lorena.
Finalmente, Verónica Troncoso lo encontró: se trataba de “Continente en llamas”, que había realizado el documentalista Roman Karmen en 1972 y que registraba los principales cambios políticos y sociales que vivía Latinoamérica en ese tiempo y entrevistaba a los jóvenes que los lideraban.

-Lo había esperado toda la vida. Recuerdo que Verónica me lo envió y me encerré en mi pieza sola. No quería que nadie me acompañara.

Lorena se sentó en el suelo de su dormitorio e instaló el computador en la cama. Cuando puso play, fue mirando con nerviosismo cómo se sucedían las imágenes.

Recuerdo que lo detenía a cada momento pensando que era mi padre, buscando su cara. Salían imágenes de mucha gente y todos para mí eran mi padre. El corazón me latía muy rápido -recuerda.

Habían pasado 13 minutos cuando escuchó su voz y vio a Lenin en primer plano.

-Lo identifiqué de inmediato, porque era verme a mí con el pelo corto -dice emocionada.

Durante un minuto y 54 segundos pudo oír su voz. Lo miró gesticular. Observó detenidamente sus rasgos y el color de sus ojos. Lorena veía por primera vez al hombre de la fotografía en blanco y negro que estaba en el living de su casa, con vida.

Sentí que todo lo que había vivido a mis 38 años era consecuencia de este ser que estaba ahí y que se movía, que podía oir su voz, gesticular con sus manos, que estuvo vivo en algún minuto, que fue parte del mundo. Me sentí afortunada, privilegiada… quería abrazarlo y decirle que habíamos sobrevivivido, y que yo estaba viva, que tenía hijos, familia, trabajo, un esposo, que era feliz.

Luego de ver el documental y del acto en el Museo de la Memoria, Lorena pensó también cómo integraría a sus hijos en este camino.

-Ellos saben que su abuelo está muerto, porque cuesta explicarle a ellos que es un detenido desaparecido. Con mis hijos he tratado de que el relato hacia ellos sea desde la historia, desde el corazón. No quiero transmitirles odio, a pesar de que me cuesta decir que no lo siento. En mi fuero interno me resulta imposible no odiar a Pinochet o al ex agente de la Dina, Marcelo Moren Brito. Pero lo que he hecho es convertirlo en energía positiva. Y lo he logrado. He hecho una vida y voy con el dolor de la mano, pero sin dejar de reír.

Lorena dice que a veces se cuestiona el celebrar el cumpleaños de su padre, sobre todo cuando una de sus hijas le pregunta cómo lo celebran si él no está. Entonces se siente convencida, ellos son nietos de un desaparecido, como tal, parte de estos ritos.

Pese a eso, dice que no le gustaría delegar en ellos la búsqueda de su padre, pero ahora con el tiempo parece inevitable.

Si yo no puedo encontrarlo, ellos van a tener que seguir. Pero hoy, a 40 años del golpe, quiero más que nunca que llegue el día en que pueda mirar a mis 3 hijos y decirles con un abrazo que hemos encontrado por fin verdad y justicia.

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Lenin Díaz Silva

Lenin Díaz, de profesión economista, nace en Vallenar el 2 de mayo de 1945 y, con su compañera Apolonia Ramírez, tiene una hija: Ana Lorena. Al igual que su padre, hermanos y otros integrantes de su familia, Lenin integra el Partido Comunista.

Cursa su primer año escolar en la Escuela Nº 3. Por motivos de trabajo, la familia se muda al Norte, a la Oficina Salitrera María Elena, y luego al puerto de Tocopilla. Desde chico tiene aptitudes multifacéticas; le gusta escribir poesía, los deportes, el fútbol y el boxeo.

En 1963, ingresa a estudiar Economía a la Universidad de los Pueblos Unidos Patricio Lumumba, en la Unión Soviética; universidad que recibía a alumnos de escasos recursos y buen rendimiento de distintos países. Allí Lenin incrementa su activismo político, participando de las actividades de la universidad. El primer año aprende rápidamente ruso y obtiene una nivelación en la carrera, y al poco tiempo se está formando como actor, escribiendo poesía y practicando deportes con excelencia.

Conoce a su mujer, Apolonia, mientras forma parte del comité de pre selección de los alumnos. Se comienza a enamorar de ella al leer una pequeña biografía que cada postulante tenía que escribir para cursar su aplicación. Lo conmueve la historia tan dura de la familia de Apolonia.

En 1970 vuelve a Santiago y comienza a trabajar en la Mina Exótica, dependiente de Codelco y parte fundamental de la nacionalización del cobre. Tras el golpe de Estado, pasa a la clandestinidad, operando con la chapa de “Leonel” .

El 9 de mayo de 1976, la DINA detiene a Lenin. Su secuestro forma parte del caso grupo de mayo, denominación que recibe un operativo de la dirección de inteligencia del régimen militar para desmantelar al PC que culminó con diversos detenidos en ese mes (entre ellos, Mario Zamorano, Jorge Muñoz, Jaime Donato, Uldarico Donaire, Elisa Escobar y Marcelo Concha Bascuñán). A pesar de los esfuerzos de su compañera Apolonia, no se ha podido determinar la fecha de su muerte ni localizar certeramente su cuerpo. Se sabe que estuvo en Villa Grimaldi y que aún estaba vivo entre el 24 y 26 de agosto de  1976, cuando Isaac Godoy recuerda haberlo visto en ese lugar.

 

Fuentes:
Memoria Viva
Testimonio de Apolonia Ramírez, mujer de Lenin Díaz
Testimonio de Lorena Díaz Ramírez, hija de Lenin Díaz
Testimonio de Lidia Silva (QEP), madre de Lenin Díaz

Reportaje The Clinic: “Mi papá Lenin”. En: http://www.theclinic.cl/2013/09/10/mi-papa-lenin/

Cartas…

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El Comando de Vengadores de Mártires: secuestros, tortura y muerte

DestacadoEl Comando de Vengadores de Mártires: secuestros, tortura y muerte

Espero que esta vez sí se pueda hacer justicia con Eduardo Jara, con su hijo que creció sin padre, con sus familiares, con Cecilia Alzamora que sobrevivió duramente al secuestro, con aquellos que recién ingresábamos a Periodismo de la PUC y vimos la tragedia de cerca en una universidad que no pudo ni quiso ayudar…

Este mensaje leído en las redes sociales me condujo a investigar el caso poco conocido de las acciones de este grupo de militares que se tomaron la justicia- venganza en sus manos y han permanecido impunes hasta el año 2015.

Nuestra memoria alerta está en-redada, y somos muchos más que dos…

El COVEMA y la monja misteriosa

Alejandra Matus.

 

El tercer capítulo de Los archivos del cardenal se inspiró en los secuestros con que debutó, en 1980, el Comando de Vengadores de Mártires, formado por el entonces director de Investigaciones, Ernesto Baeza, para vengar la muerte del teniente coronel Roger Vergara, asesinado por el MIR ese año. Todos los secuestrados fueron liberados, pero uno de ellos, el estudiante Eduardo Jara, murió producto de las torturas. Hoy Cecilia Alzamora –quien fue apresada y liberada junto a Jara– habla sobre lo ocurrido y entrega antecedentes inéditos sobre el papel que habría tenido una monja como delatora de las víctimas.

El 23 de julio de 1980, Eduardo Jara, estudiante de periodismo de la Universidad Católica, llamó a su amiga y ex polola Cecilia Alzamora. Ella ya había egresado, pero seguían en contacto. Ambos habían realizado la práctica profesional en Radio Chilena ese verano. Jara estaba muy acongojado porque no tenía dinero suficiente para pagar la matrícula para el segundo semestre. Por eso le pidió a Alzamora que lo acompañara a la universidad. Se le vencía el plazo ese mismo día y necesitaba conseguir que alguien le prestara el dinero. Ella aceptó a regañadientes, como en tantas otras ocasiones en que él enfrentó apuros similares.

Entonces habían pasado ocho días desde que un comando del MIR asesinara al director de la Escuela de Inteligencia del Ejército, teniente coronel Roger Vergara Campos, cuando salía de su casa en Manuel Montt, cerca de Bilbao. Se trataba de una de las primeras acciones ejecutadas por la Fuerza Central del MIR, que en 1978 había dado curso a la «Operación Retorno» y a inicios de los años ochenta contaba ya con un contingente militar para realizar acciones selectivas y de cierta envergadura.

Roger Vergara pertenecía a la inteligencia institucional del Ejército. Su asesinato representó un golpe duro para los servicios de seguridad de la dictadura, y motivó la baja inmediata de Odlanier Mena, el flamante director de la CNI (el organismo que había reemplazado a la Dirección de Inteligencia Nacional, DINA) y enemigo declarado de Manuel Contreras. En su lugar asumió Humberto Gordon. Santiago se volvió un hervidero de agentes y policías que tenían como único objetivo capturar a los asesinos de Vergara. En ese contexto, el director de Investigaciones, general Ernesto Baeza, seleccionó a cincuenta de sus hombres para buscar a los culpables. Así nació el Comando de Vengadores de Mártires, COVEMA. Y partió la cacería.

Mientras viajaban desde el Paradero 25 de Gran Avenida rumbo al Campus Oriente, en micro, Alzamora y Jara repararon en la fuerte presencia de policías en la calle.

–No es un buen día para salir –dijo él.

–Menos para andar contigo –bromeó ella.

Amistad en el Campus Oriente
Cecilia Alzamora estudió periodismo en la Universidad Católica a mediados de los setenta. Tenía una hija, era soltera y, a pesar de ser de izquierda, había decidido mantenerse al margen de cualquier actividad política. Eran años en que la detención, la marginación, la pérdida del trabajo y aun la muerte le podían tocar a cualquiera que expresara oposición a la dictadura, y Cecilia quería proteger a su hija. Por eso mantenía la boca cerrada y en la universidad no hacía otra cosa que estudiar.

Nunca le preguntó a Eduardo Jara si él militaba. Ella sospechaba que sí, por su amistad con los hermanos Romero, quienes eran un poco más abiertos respecto de sus convicciones políticas. Mario Romero era un estudiante brillante que terminó la carrera de periodismo en tiempo récord, y el hermano de este, Gonzalo, estudiaba medicina y atendía gratuitamente a opositores sin recursos. «Esos eran los códigos. Había cosas que no se decían, ni se preguntaban», recuerda.

Había otra mujer que parecía una amiga cercana de Eduardo. Cecilia pensó que ellos tenían una sintonía más política, porque «había muchas conversaciones privadas y secretos entre ellos; o eso parecía». Lo curioso es que se trataba de una monja, quien había pedido el traslado a Periodismo desde la carrera de Teología. Algo similar había hecho el propio Jara, quien logró el traslado desde Pedagogía.

Cecilia compartió con ella algunos ramos optativos, como un taller de cine, junto a Jara, Cecilia Serrano, Samuel Silva, María Elena Correa, Pamela Jiles y Tati Penna. «La monja», como le decían todos (y cuyo nombre mantenemos en reserva, en resguardo de la investigación judicial), era una mujer simpática que se ruborizaba intensamente cada vez que se decía un chiste de doble sentido o un profesor le hacía una pregunta. A Jara le regalaba leche holandesa y ropa usada europea, que conseguía en la Congregación del Buen Pastor, a la que pertenecía (aunque según otra versión se trataba de una monja paulina).

«Ellos estudiaban juntos. Se prestaban libros. Todavía tengo un texto de ella sobre el Concilio Vaticano II. Eduardo me pidió que se lo devolviera cuando la viera», dice Alzamora. Pero la ocasión nunca se dio.

Cecilia recuerda que, pocos días después del asesinato de Roger Vergara, Jara le confidenció que la monja había tenido una conducta extraña con él. «Me dijo que se habían juntado en el convento, porque ella le iba a dar algo, y que la monja se levantó el hábito hasta el nacimiento de las piernas, como acomodándose las medias, mirándolo en forma inquietante. Yo lo eché a la broma. Pero él estaba muy preocupado. No entendía por qué la monja había actuado así».

«¡Bájate, conchetumadre!»
Ese 23 de julio, en el Campus Oriente, el profesor Óscar González Clark salvó del apuro a Jara y le extendió un cheque por mil pesos. «Ándate corriendo», le dijo, porque el plazo para matricularse vencía y Jara tendría que ir hasta la Casa Central de la universidad, frente al cerro Santa Lucía.

«Justo antes de salir nos encontramos con la monja. Eduardo se acercó a decirle algo y yo la saludé cuando terminaron de hablar. Salimos corriendo a tomar un colectivo», relata. Cecilia y Jara se sentaron adelante, junto al chofer, porque los tres asientos traseros estaban ocupados. El vehículo se detuvo en un semáforo en calle Los Leones, antes de llegar a Lota. Desde una camioneta C-10 se bajaron varios sujetos armados: «¡Bájate conchetumadre!», gritaron.

«A mí me metieron una pistola en las costillas, pero yo gritaba: “¡No, no! ¡No me bajo!”. Yo no entendía qué estaba pasando. Pensaba que nos querían bajar a todos y no tenía intenciones de obedecer, hasta que Eduardo me dice: “Cecilia, bájate. Nos quieren a nosotros”».

Los desconocidos los metieron en la parte trasera de la camioneta, les vendaron los ojos y los cubrieron con sus chaquetas. Les dieron numerosas vueltas, hasta llevarlos a un lugar que tiempo después Cecilia reconocería como la Brigada de Homicidios, ubicada en esa época en el subterráneo del Cuartel Central de Investigaciones, en la avenida General Mackenna.

En operativos separados y en días sucesivos, el hasta entonces desconocido COVEMA secuestró al menos a catorce personas. Entre las víctimas estaban Juan Capra, Nancy Ascueta y Haissam Chaghoury, quienes vivían en una pensión cercana al lugar donde fue asesinado el teniente coronel; los siquiatras Alejandro Navarrete y Eduardo Pérez Arza; una mujer a la que solo se conoció como «la abuela» y el estudiante de medicina Gonzalo Romero, el amigo de Eduardo Jara. Con los días se sumarían los secuestros de Mario Romero, hermano del anterior, y Guillermo Hormazábal, directores de dos emisoras pertenecientes a la Iglesia Católica y cuya prominencia probablemente haría cambiar los planes del COVEMA.

La silla giratoria
Alzamora y Jara, los primeros detenidos, fueron separados inmediatamente al llegar a su lugar de reclusión. Fueron desnudados y revisados. A ella le dieron un golpe en la cabeza que le dejó el cuello inmovilizado y a Jara se lo llevaron a otra dependencia. Ella ya no podía escucharlo.

Con los ojos vendados y sentada en una silla giratoria, Alzamora respondió preguntas sobre su supuesta vinculación con el MIR, el asesinato de Vergara y sus actividades políticas. Tras oír sus negativas, los agentes comenzaron a preguntarle por Jara y sus conexiones. Suponían que Alzamora era su polola y que, por lo tanto, sabría. Ella descartó que Jara pudiera estar involucrado en el asesinato de Vergara, porque aunque ya no estaban juntos recordaba que ese día él había estado ubicable y no había mostrdo especial preocupación por ese hecho. Los interrogadores de Jara iban y venían con listados de nombres que él había entregado en la tortura, para chequearlos con ella. Casi todos eran compañeros de universidad, de los cuales Cecilia desconocía que tuvieran vínculos con organizaciones políticas.

«En un momento, me tomaron y me llevaron a la celda donde tenían a Eduardo. Estaba sentado, desnudo y amarrado, en una silla bajo un foco de luz. Me levantaron la venda para que pudiera verlo y para que él me viera a mí. “Ya, poh, dile, cuéntale…”, y acto seguido Eduardo dijo que vivía hacía varios años con la madre de su hijo, Ana María. “Pero no estoy casado”, aclaró seguidamente. Me di cuenta de que esos tipos pensaban que nosotros éramos pareja y que de ese modo me iban a poner en su contra para delatarlo, pero yo sabía lo de Ana María. Eduardo les siguió el juego y me pidió perdón por las mentiras que supuestamente me había dicho. Después me llevaron de regreso y me decían: “¿Viste que te hicieron güeona?”. “Sí –decía yo, siguiendo el juego–. Tienen razón. Qué le vamos a hacer”».

Cecilia comenzó a sentir la presencia de otros prisioneros. Cuando podía, les preguntaba los nombres. Trataba de memorizarlos. Una anciana –«la abuela» o «señora Berta»– fue llevada hasta el cuartel para interrogarla por ser vecina de María Isabel Ortega, una militante del MIR. Como la mujer dijo no saber nada, trajeron a un niño, su nieto, para que la conminara a hablar.

Cecilia se daba cuenta de que comenzaba la noche porque se aquietaban los ruidos a su alrededor. A Eduardo Jara lo dejaron en una habitación cercana a la suya. Ella lo oía quejarse, pedir agua. Un día, Jara no regresó. Los agentes le hicieron creer que él había muerto.

«Me sentaron en la silla giratoria y me empujaban de lado a lado: “Ahora sí que vai a hablar. El Jara ya cagó. Quedai voh”. Yo les dije: “¿Saben qué más? Hagan lo que quieran conmigo, van a perder el tiempo”. Y era cierto, porque Eduardo jamás me confidenció nada de sus actividades, si las tenía, y yo solo lo conocía en el contexto de la universidad. Salvo la sospecha sobre la real naturaleza de su relación con la monja, que aún me guardaba».

Una alarma radial la salvó momentáneamente. Habían asaltado varias sedes bancarias y los agentes salieron en bandada a la calle. Los prisioneros quedaron prácticamente solos. Pero volvieron. Y uno de los agentes, que parecía más educado que los demás, pasó por su lado y le dijo: «Eres lista. No hai entregado ná».

«Yo imaginé que a Eduardo le habían sacado todo lo que podían hasta matarlo, y que ahora me tocaba a mí. “Tengo que entregarles algo que les sirva”, pensé, y me acordé de la monja. Me habían preguntado por todos los amigos de Eduardo, menos por ella. Sentía culpa, pero habían pasado varios días y suponía que ella habría tomado sus precauciones. Les di su nombre pensando que no podrían hacerle nada porque la Iglesia la iba a proteger. Para mi sorpresa, en vez de averiguar más dejaron de interrogarme. No me preguntaron nada nunca más».

Una semana después del secuestro de Jara y Alzamora, el 30 de julio, fueron arrestados Guillermo Hormazábal, director de opinión pública del Arzobispado y jefe de prensa de Radio Chilena, y Mario Romero, director de la Radio Presidente Ibáñez, de Punta Arenas, quien estaba en Santiago preocupado por la desaparición de su hermano Gonzalo. Hormazábal y Romero fueron capturados cuando caminaban rumbo al restaurante Carillón, donde almorzaba el personal de Radio Chilena. El directorio de la emisora comenzó de inmediato una campaña intensa por su liberación y, cosa inusual para la época, la noticia de sus secuestros apareció en la prensa.

En medio de la conmoción, los prisioneros fueron trasladados a la Octava Comisaría Judicial de Investigaciones, según pudo aclarar posteriormente la Vicaria. Jara ya no fue torturado, pero se quejaba constantemente de frío y de hambre. Decía que le dolían las muñecas. Imploraba que no lo dejaran morir.

Hormazábal fue liberado el mismo día de su detención: lo dejaron abandonado en un sitio eriazo, con los ojos vendados. Sus captores le dieron plata para la micro y le pusieron un papel en el bolsillo en el que se identificaban como Comando de Vengadores de Mártires. En la madrugada del 31 de julio fue liberado Gonzalo Romero y, un poco más tarde, su hermano Mario.

Ese día la Corte de Apelaciones designó al juez Alberto Echavarría para investigar los secuestros, en respuesta a un escrito del ministro del Interior, Sergio Fernández. En la misma jornada, dos de los liberados dieron una conferencia de prensa, pero Cecilia Alzamora, Eduardo Jara, Nancy Ascueta y otros seguían desaparecidos.

«Cállate, huevón»
La noche del 31 de julio, según pudo establecerse en los testimonios recogidos por la Vicaría, los guardias que custodiaban a los cautivos abrieron una botella de pisco de la que bebían mientras jugaban naipes. Jara, sentado en una banca, se quejaba. Pedía agua.

«Nos tenían a todos vendados y cerca. Se notaba que movían cuerpos, y yo ya podía escucharlo. Estaba en shock. Desvariaba. “¡Cállate, huevón!”, le decían los guardias. Él volvió a quejarse y de repente oí un golpe fuerte y seco. Eduardo quedó en silencio. Ahí sentí miedo. Pensé que estaba muerto o inconsciente, porque no lo escuché más por muchas horas. Hasta que despertó y comenzó a quejarse de nuevo. Estaba muy mal».

Tarde, el viernes 1 de agosto, los prisioneros remanentes fueron subidos en varios vehículos y abandonados en distintos sitios eriazos en la madrugada del sábado 2. A Alzamora y Jara los mantuvieron en un furgón por largas horas. Uno de los guardias se portó amable y le masajeó los pies al joven, porque los tenía helados y sin zapatos. Luego, en la noche, fueron metidos a un auto que al fin partió.

«Eduardo seguía quejándose de dolor y frío. Se le caía la cabeza para el lado. Le decían: “Del MIR y recostándose como huevón. Enderézate”, pero él simplemente no podía. Nos bajaron en Valenzuela Puelma [en La Reina alta] y nos hicieron acostarnos en el suelo, boca abajo. Me dijeron: “Cuenta de cien hacia atrás. Fuerte. Para que te escuchemos”. Ahí me despedí de la vida. Estaba segura de que nos iban a disparar».

Cecilia no dejó de contar hasta que llegó al número uno. Entonces se dio cuenta de que estaban solos y se quitó la venda.

«Hablé con él un poco. Le pregunté si había entregado a la monja. Me dijo que sí. “Yo también”, le dije. Lo ayudé a pararse. Casi no podía caminar. Yo le pasé mis zapatos y así pudo avanzar otro poco, pero no podía. Se iba para el lado. Lo dejé debajo de un poste y empecé a pedir ayuda. Me encontré con unos tipos que cuando supieron lo que nos había pasado salieron huyendo, despavoridos. Toqué el timbre en una casa y mentí. Dije que nos habían asaltado y así logré que llamaran a la ambulancia».

Cecilia y Eduardo fueron trasladados a la Posta 4 de Ñuñoa. En camillas separadas por una cortina, Cecilia oía cómo los médicos anotaban las lesiones de Eduardo y pedían exámenes. Una enfermera le hizo un gesto indicándole que los médicos eran militares y se negó a tomar las pastillas que le ofrecieron. Fue trasladada a una comisaría y Jara quedó en el recinto médico. Mientras esperaba que su familia fuera a buscarla, un carabinero se le acercó y le dijo: «Aquí hay unos periodistas que quieren conversar con usted. ¿Desea atenderlos?».

«Yo acepté pensando que serían colegas. Cuando me hizo pasar a la sala donde estaban, no podía creerlo. Los reconocí de inmediato. Eran los tipos que nos habían secuestrado. Uno que hablaba más que el otro me preguntó si yo creía que podría identificar a mis captores. Les dije: “Da la casualidad de que se parecen mucho a ustedes”, me di la media vuelta y salí».

Minutos después, un carabinero se acercó a contarle que Jara había muerto.

La monja
A la mañana siguiente, a primera hora, Cecilia se presentó en la Vicaría. Lo primero que pidió fue que alguien se preocupara de la situación de la monja. Ella había dado su nombre en los interrogatorios y quería asegurarse de que alguien le advirtiera que podía correr peligro.

«Los abogados me dijeron que no me preocupara, porque estaba bien, pero noté algo raro. Exigí hablar con el vicario Juan de Castro y él también insistió en que ella estaba bien. “No le ha pasado nada”, me dijo, pero no sonó convincente».

Unos días más tarde, el juez Echavarría ordenó la detención del jefe de la Brigada de Homicidios, José Opazo, y el subjefe, Domingo Pinto, junto a seis subalternos. La justicia aceptó la hipótesis de que el COVEMA se había organizado a espaldas del mando institucional, pero el escándalo obligó a la renuncia casi inmediata del director de Investigaciones, general (r) Ernesto Baeza.

Unas semanas más tarde, por una iniciativa de la revista Hoy, todos quienes habían sido secuestrados se reunieron. Entonces Cecilia se enteró de que Guillermo Hormazábal y Mario Romero habían visto a la monja minutos antes de ser detenidos. Contaron que ella les insistió en acompañarlos a almorzar, pero Guillermo se negó explicándole que Mario quería hablar un asunto delicado con él.

Cecilia volvió a la Vicaría. Exigía saber qué había pasado con la monja. Entonces se enteró de que su congregación la había sacado del país. Años más tarde descubrió un hecho aun más escalofriante. La monja volvió a Chile desprendida de sus hábitos y ya de civil se casó con José Opazo, el ex jefe de la Brigada de Homicidios, el hombre que dirigió el operativo del COVEMA, y que estuvo procesado y detenido por unas semanas. Más tarde Opazo moriría de cáncer, pero la monja, titulada de periodista, se encontró en un par de ocasiones con Cecilia en actividades profesionales.

«Ella me miraba desafiante. Como diciendo aquí estoy. A mí se me helaba la sangre. Durante los siguientes diez años, seguí recibiendo llamadas anónimas de amenaza. Principalmente de una mujer. A pesar de que me cambiaba constantemente de casa, siempre me ubicaban y amenazaban a mi hija o a mi padre. Una vez llamaron a unos vecinos para decirles: “¿Usted sabe que su vecina es una terrorista?”».

Sin temor
Álvaro Varela, uno de los abogados de la Vicaría que estuvo a cargo del caso, recuerda que el ministro Echavarría prácticamente no investigó. Era el mismo juez que en el caso de los diez dirigentes desaparecidos del PC en 1976 dio por ciertos los papeles que certificaban su salida al extranjero y cerró la causa. En cuanto a estos catorce secuestros del caso COVEMA, determinó que José Opazo y el detective Eduardo Rodríguez habían actuado motu proprio en la detención ilegal de Juan Capra y Nancy Ascueta, y en 1988 los condenó a una pena de 541 días que cumplieron en libertad. En cuanto a la muerte de Eduardo Jara, el juez no encontró pruebas de que los funcionarios hubiesen participado en su secuestro, ni que tuvieran responsabilidad en su muerte. El caso por su homicidio fue sobreseído sin culpables.

En 1985, la Vicaría obtuvo el testimonio de un funcionario que había participado en el operativo como chofer, el que permitió establecer que fue el COVEMA el que secuestró y torturó a Eduardo Jara, y que la creación del Comando fue una orden del general Baeza, quien escogió personalmente a cincuenta de sus mejores hombres para la operación. Para ello contó con la colaboración, usual en aquel tiempo, de otros organismos de seguridad, como la CNI y aun de personal de Carabineros. Pero la justicia ignoró los antecedentes.

Sobre el crimen de Jara, el abogado Varela señala: «Investigaciones creyó tener un hilo e intentó aclarar el crimen de Roger Vergara por esa vía. Pero sus pistas eran totalmente erradas. Jara era un militante marginal del MIR, sin participación en acciones militares, como creía Investigaciones. Lo que nunca tuvo una explicación muy clara fue la violencia de la acción y haber matado a Eduardo Jara, salvo que se les pasó la mano en la tortura».

Cecilia Alzamora, por su parte, cree que al menos las detenciones de Eduardo Jara, Guillermo Hormazábal, Mario y Gonzalo Romero y la suya se debieron a un «soplo» de la monja. «Recuerdo que lo discutimos entre nosotros en aquel tiempo, pero optamos por no insistir. Destapar este dato hubiera servido para desprestigiar a la Iglesia y el trabajo de la Vicaría».

Sin embargo, treinta y un años después del asesinato de Eduardo Jara, Cecilia Alzamora ya no siente ese temor y en abril pasado declaró lo que sabe ante el juez Mario Carroza.


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Resolución Juez Mario Carroza de mayo 2015

José Eduardo Jara fue secuestrado y torturado por integrantes de Covema.

Cecilia Alzamora también fue raptada junto al joven.

covema.cl

Jara falleció producto de los golpes que recibió.

Jara falleció producto de los golpes que recibió.

El juez Mario Carroza procesará a 10 militares en retiro y ex integrantes de la Policía de Investigaciones por el homicidio calificado de José Eduardo Jara y el secuestro de Cecilia Alzamora, ambos estudiantes de periodismo en la Universidad Católica, ocurrido en julio de 1980.

Alzamora y Jara fueron secuestrados el 23 de julio de 1980 tras ser interceptado el taxi en que se encontraban en la esquina de las calles Eliodoro Yáñez y Los Leones, menos de 10 días después de la muerte del director de la Escuela de Inteligencia del Ejército Roger Vergara.

Resultado de imagen para Cecilia Alzamora

Los jóvenes fueron retenidos por miembros del Comando de Vengadores de Mártires (Covema), quienes los torturaron durante un día, causando la muerte de Jara.

Eduardo Jara, hijo del fallecido, explicó que “esto es una acción que se decide como familia, en este caso mi madre y yo, más que nada para cerrar un ciclo en nuestras vidas. Yo soy padre y no me gustaría decirle a mi hijo que su abuelo fue asesinado en dictadura y que los asesinos quedaron impunes”.

“Es parte del cierre que nosotros necesitamos como familia, dejar en claro que nosotros no queremos nada más que eso, no buscamos nada más que las personas, que sean identificadas y tengan una sanción como debe ser”, añadió.

El abogado Luciano Fouillioux comentó que “el ministro Carroza procesa a este mismo grupo como autores de homicidio calificado de Eduardo Jara y un día de tortura o de aplicación de tormento de Cecilia Alzamora, previo secuestro de ambos, y han sido procesados y están siendo citados para ser notificados la próxima semana”.

subirCaso emblemático

La presidenta del Colegio de Periodistas, Javiera Olivares, sostuvo que “para nosotros son casos absolutamente emblemáticos y dentro de los cuales Eduardo Jara es -junto con Cecilia-, como estudiante de periodismo, un caso muy recordado”.

“Por lo tanto, el hecho de vislumbrar posibilidades y caminos de justicia no solo nos parece lo justo, lo que tenía que haber sucedido hace mucho tiempo, sino que nos empuja a seguir pidiendo justicia para todo el resto de los otros casos”, agregó.

Por su parte, Alzamora manifestó que “ha sido un proceso gradual y lo importante son los resultados. Yo creo que estamos en una etapa importante en este minuto también, estas personas están siendo formalizadas y vamos a ver qué pasa”.

“Evidentemente que yo espero que esto llegue a término con condena porque esto fue muy grave y todos esperamos que haya castigo para los culpables y que no prime la impunidad, que ha sido la tónica en la mayoría de los casos de derechos humanos en Chile”, recalcó.

Eduardo Jara, hijo del fallecido, explicó que “esto es una acción que se decide como familia, en este caso mi madre y yo, más que nada para cerrar un ciclo en nuestras vidas. Yo soy padre y no me gustaría decirle a mi hijo que su abuelo fue asesinado en dictadura y que los asesinos quedaron impunes”.

“Es parte del cierre que nosotros necesitamos como familia, dejar en claro que nosotros no queremos nada más que eso, no buscamos nada más que las personas, que sean identificadas y tengan una sanción como debe ser”, añadió.

El abogado Luciano Fouillioux comentó que “el ministro Carroza procesa a este mismo grupo como autores de homicidio calificado de Eduardo Jara y un día de tortura o de aplicación de tormento de Cecilia Alzamora, previo secuestro de ambos, y han sido procesados y están siendo citados para ser notificados la próxima semana”.

La presidenta del Colegio de Periodistas, Javiera Olivares, sostuvo que “para nosotros son casos absolutamente emblemáticos y dentro de los cuales Eduardo Jara es -junto con Cecilia-, como estudiante de periodismo, un caso muy recordado”.

“Por lo tanto, el hecho de vislumbrar posibilidades y caminos de justicia no solo nos parece lo justo, lo que tenía que haber sucedido hace mucho tiempo, sino que nos empuja a seguir pidiendo justicia para todo el resto de los otros casos”, agregó.

Por su parte, Alzamora manifestó que “ha sido un proceso gradual y lo importante son los resultados. Yo creo que estamos en una etapa importante en este minuto también, estas personas están siendo formalizadas y vamos a ver qué pasa”.

“Evidentemente que yo espero que esto llegue a término con condena porque esto fue muy grave y todos esperamos que haya castigo para los culpables y que no prime la impunidad, que ha sido la tónica en la mayoría de los casos de derechos humanos en Chile”, recalcó.

La Esquizofrenia de mi Generación

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 de Fesal Chaín

 

La Esquizofrenia de mi Generación

 

Vera Schiller, psicóloga judía, tan importante en Ecuador como lo fue Lola Hoffmann en Chile, define la esquizofrenia, entre una de sus tantas explicaciones, como un esquisma, donde la totalidad del ser está dividida, el todo no está conectado con el fluir. Por otra parte afirma que, lo que supera el esquisma es lo tercero, el hijo, el retoño precisamente lo inefable que nace de la fe.

Cuando tenía doce años, comencé a leer Hojas de Hierba de Walt Whitman: “Yo me celebro y yo me canto, y todo cuanto es mío también es tuyo, porque no hay un átomo de mi cuerpo que no te pertenezca”.

Lo paradójico de esta lectura que hacía en el ante jardín de mi casa, que no tenía rejas sino una pequeña y larga muralla de ladrillos de unos 50 cms. de alto, es que la realizaba frente la casa de Miguel Krassnoff Marchenko, sí, el mismo, el torturador, el que mató a Miguel Enríquez, aquel que se ensañó con fría racionalidad en Villa Grimaldi con nuestros hermanos y hermanas.

También me acuerdo cuando yo tenía apenas unos 9 años que salí a correr en bicicleta y me caí fuerte, me hice una típica peladura en las rodillas y de repente sentí unas manos extrañas y grandes alzándome del suelo, era el vecino, era Krassnoff, quien trataba de ayudarme. Yo sentí temor, de verdad, un escalofrío, una distancia, que nacía de lo más íntimo de mi ser. Tomé mi bicicleta y salí rápido de sus manos. Mi madre que estaba en el pasaje me recibió con una sonrisa forzada.

No es fácil para mí hablar de esto. No soy culpable de nada, evidentemente. A veces cuando era adolescente culpé a mis padres de haber vivido en ese lugar, a los mismos a los que les hago un homenaje en “La izquierda que queremos hacer”, por sus valores y enseñanzas. Por una cuestión inexplicable, al menos en el campo de lo racional, terminamos después de nuestra huida del sur, viviendo en una Villa Militar, en donde, Krassnoff fue nuestro primer vecino tristemente ilustre.

“Indolente y ocioso convido a mi alma, me dejo estar y miro un tallo de hierba de verano”. Así escribía mi padre, en Hojas de Hierba, mi padre en la poesía amada. Yo miraba el pasto cuando leía. A veces miraba hacia el frente, la casa de Krassnoff era oscura, tenía humedad en sus paredes exteriores.

Al lado de él vivía una pareja, más vieja, con un hijo universitario, de pelo largo. Eran para el resto de los vecinos, me refiero a los niños con los que yo jugaba a la pelota, extraños. Claro, su casa no estaba arreglada ni hermoseada con piedras laja. Era una especie de selva, de enredaderas y flores enmarañadas. Ellos si bien no habían sido víctimas directas de la tortura, eran disidentes, exonerados. Se habían quedado allí por orgullo, no iban a dejar su casa, aunque al padre lo hubieran echado del Ejército y los vecinos lo apartaran como si fuera un leproso. El hijo salía temprano por las mañanas como escondidas, y no se juntaba con nadie, jamás lo hizo.

La casa donde yo vivía, era arrendada a un oficial que se había ido al exilio, un auto exilio claro está, un día por intermedio de una amiga de mis padres, ellos supieron que este hombre arrendaba su casa muy barata, y que se iba a Venezuela junto a su mujer e hijas. Así llegamos allí.

En ese barrio, que lo había construido Salvador Allende para la oficialidad joven, pasé parte de mi infancia y mi adolescencia. En el pueblito de Los Dominicos, que era en ese entonces el espacio de artesanos pobres y de personajes marginales, conocí a Pedro Mardones, hoy Pedro Lemebel. Con él conversábamos tardes enteras, sobre literatura, poesía y en la plaza, leí sus primeros textos impresos. También hablábamos de lo que sucedía en Chile, sobre nuestros pesares y amores. Nos hicimos amigos y más de alguna vez, o al menos una vez, fue a almorzar a mi casa, en la Villa Militar, imagínense un joven un tanto jipi, entrando al pasaje marcial con un hombre como él, que por ese entonces era menos llamativo en su vestir y gestos, pero seguía siendo Lemebel, sólo que con 30 años menos.

En esa Villa militar, conocí a muchos hijos de torturadores o de jefes operativos de la DINA, de la CNI y SIM. A los Schmied, a los Derpich, a los Morales, a las hijas de Krassnoff. También conocí, al otro lado de la plaza, a los militares que pertenecían a la Escuela Politécnica, hombres más preparados y que por ningún motivo se juntaban con los Ceneí. Los llamaban locos, enfermos, nunca asesinos, pero si los adjetivaban muy mal. Me acuerdo mucho del hijo de Manuel Concha quien fuera Ministro de Economía de la dictadura, era un joven extremadamente inteligente y sagaz y que tenía un primo Sociólogo con el que discutíamos ambos, ya más sueltos de cuerpo, en las postrimerías de la dictadura.

Abajo de la plaza vivían las familias de la FACH. En 1978 cuando Leigh fue defenestrado, todos los niños que yo conocí se fueron. Ellos y ellas eran lo más parecido a la normalidad, a la cultura democrática del barrio, si así se puede decir. Las mayores, unos 5 años o quizás diez más que yo, se acordaban de Angela Jeria, de su hija Michelle y del General Bachelet y los nombraban en silencio. Raramente, Michelle Bachelet era una especie de fantasma que, sin ánimo de idealizarla, ciertamente inundaba las conversaciones secretas, por las calles y veredas.

Les parecerá extraño que yo sienta cierto orgullo de haber vivido en aquel lugar. No crean que no lo pasé muy mal, me fue tremendamente difícil y se que a mis padres también. El mandato en la casa era nunca decir lo que pensábamos, así aprendí desde los 8 años, el rigor de la clandestinidad. Nunca en los 8 años que estuve allí dije nada, nada que delatara mi manera de pensar o la de mi familia.Probablemente una vez algo dije y de cierta manera pasó como el viento.

Pero a la vez conocí la tremenda variedad humana, conocí a los militares de mi país, a sus familias, a los torturadores y a los que no lo eran y que sólo eran militares profesionales,y también conocí a los disidentes de la familia militar en sus distintos grados, día a día, en sus emociones y alegrías, en sus miserias y cotidianidades. Conocí a la izquierda más valiente en ese barrio, la misma que después atentara heroicamente contra Pinochet, conocí a los escoltas antes que murieran, porque eran los mismos que “cuidaban” al General Valenzuela, Subsecretario general de Presidencia bajo la dictadura y que era el vecino a la mano derecha de Krassnoff, el mismo que lloraba como Magdalena cuando triunfó el NO.

Y a mi casa entraron y salieron algunas personas que justamente gracias a que vivíamos allí, salvaron sus vidas, se escondieron en la boca del lobo y gracias al dios de los perseguidos y humillados, hoy son mujeres y hombres que siguen luchando y defendiendo las injusticias y creando obras de bien. Ellas ni siquiera saben quiénes éramos los de esa extraña casa de luz, flotando en medio del infierno y la muerte de los suyos, de los nuestros.

Quizás por todo esto y lo digo con sinceridad y sin ningún ápice de soberbia, es que al igual que mi padre poético, Whitman, al que leí junto a Pablo Neruda, en los 8 años de la Villa militar, es que a veces me considero que “…soy el poeta del cuerpo y soy el poeta del alma, (que) los goces del cielo están conmigo y los tormentos del infierno están conmigo (que) los primeros los injerto y los multiplico en mi ser (y que ) los últimos los traduzco a un nuevo idioma”.

Bastante antes del triunfo del NO, nos fuimos de aquel barrio, del que tengo malos y buenos recuerdos, como los tengo de mi país. Nunca dejamos ninguno de la familia, de ser de izquierda (y no es una defensa) sino todo lo contrario, creo que potenciamos dicha postura, dicha fe y modo de vida al conocer la pobreza y la tristeza de aquellos que fustigaron a la patria, durante décadas.

También aprendí en ese periplo por el cielo y el infierno, que la vida esta llena de paradojas y grados entre el blanco y el negro y que los que nos dominaron a sangre y fuego y con crueldad, no eran más que seres humanos, algunos imperdonables por los siglos de los siglos, otros solo tristes esbirros, otros como cualquier chileno, indiferentes al dolor y cómplices en su profesionalismo, apegados al “trabajo”. Y entre ellos, algunos, los minoritarios como yo y mi familia, disidentes y opositores a la barbarie, presos de conciencia, como ese vecino triste, con sus dos padres encerrados en la casa de las enredaderas y las flores, militares de honor en la tristeza del exilio interior.

El esquisma que yo viví en los años más importantes de la formación de un ser humano, donde la totalidad del mi ser estuvo dividida, donde el todo humanista, no estuvo conectado con el fluir de la vida, lo superé con el nacimiento del retoño de mi poesía, que me permitió unificar el cielo y el infierno como parte de la vida misma como un todo y gracias a mi fe en que ganaríamos, en que la oscuridad y la maldad retrocederían y sucumbirían, en que los hombres y mujeres de buena voluntad, los mayoritarios, amantes de la justicia, de la igualdad y del amor, triunfaríamos sobre el horror. En gran medida así fue.

 

Los Niños del 11. …los milicos jodieron nuestra infancia.

Los Niños del 11. …los milicos jodieron nuestra infancia.

Los niños del 11: la voz de los 80, ya cansados de la transición inacabada

por 8 septiembre 2016

Los niños del 11: la voz de los 80, ya cansados de la transición inacabada
Pinochet jamás imaginó que serían los niños y niñas que miramos –estupefactos y sin comprender nada– cómo los militares hacían añicos la vieja república, los que, más tarde y junto a Los Prisioneros, seríamos “la fuerza, la voz de los 80” que lo tumbaría. Los mismos a quienes nos agotó el relato de una transición siempre inacabada, que no cumplió su propósito y que derivó en corruptela. Esta es una narración de lo que para muchos de esos chicos fue ese día, del que se cumplen 43 años este domingo.

Lucho Pérez recuerda que como a las 4:00 a.m. se llevaron detenidas a su hermana Patty y a su madre. Sus vecinos lo escondieron en un tarro de basura muy enfermo, desde donde, al día siguiente, lo rescató una vecina para esconderlo en su casa y posteriormente trasladarlo a la residencia de una tía en Villa Alemana. En su hogar, además de su madre y hermana, fueron detenidos su padre y su hermano Libio, con quienes solo pudo reencontrarse a inicios de los 80.

“El chico Ernesto”, como lo conocimos más tarde en la JS de Talca, o Martín, como solían llamarlo en Santiago, nunca perdonó a los militares el secuestro de su perro “Ringo”, motivo por el cual hasta hoy desde Punta Arenas insiste en que, también, es un detenido desaparecido. Fue lo sucedido a su mascota, más que lo que atravesó su familia, el verdadero motivo por el cual ingresó a comienzos de los 80 a la política para enfrentar  a la dictadura. El ahora magallánico, sinceramente cree que no hubo proyecto ni programa político para arriesgar la vida sino, lisa y llanamente, el desquite con una dictadura que le robó su infancia.

Alejandra Pallamar vivía en Coya y recuerda que “nos fuimos del colegio temprano, a mediodía. El 11 y todo septiembre comienza a ser una nebulosa. Me acuerdo que empezaron los rumores, que algunos vecinos destaparon botellas de champaña, brindaron y en mi casa no lo hicieron, que mis padres estaban muy angustiados y que mi cumpleaños fue muy triste: solo con galletas de agua. Septiembre fue un mes donde no sabíamos nada de mi hermano, llegaban rumores, historias de que gente aparecía en el río del Mapocho y la visita insólita de un primo que era boina negra que quería saber dónde estaba Pablo. Y mi papá claramente se deprimió, él intuía que iba a ser algo doloroso para ellos… lo otro fuerte que me pasó es la sensación de incertidumbre que había en Coya, familias que tenían altos cargos desparecieron, nunca más se vieron, los Rojas, Trufello, Ireland, etc.”.

La psicóloga  reitera que era una época  de  mucha angustia y que se “volvió pa’ dentro”: “De alguna manera me puse estudiosa, más introspectiva, como una manera de defender posiciones, como un arma de defensa. Yo me sentí parte de una familia vulnerada en derechos, y eso me volvió más estudiosa”, al punto que en 1983, la hermana del extremista –según el diario local– era puntaje nacional en la PAA.

Rosa Acevedo tenía, en 1973, 11 años y vivía en la Isla del Guindo en Santa Cruz. Esa mañana estaba con su padre debajo de una mata de nísperos leyendo una revista de historietas de Tarzán o de La Trinchera: “Teníamos una radio y empiezan a transmitir que La Moneda ha sido atacada. Era cerca de mediodía, y mi papá dice que ‘hay que tener cuidado, esta noche no vamos a dormir tranquilos’. Estuvimos ahí hasta cuando empezaron a bombardear La  Moneda, y mi papá se puso intranquilo y sin saber qué hacer, hasta que dice ‘me voy a quedar aquí porque no va a pasar nada’, aunque luego señala que ‘si vienen pacos o milicos, ustedes lo que tienen que decir es no sé’, nada más y eso me quedó grabado. Y de ahí se saltan mis recuerdos hasta que, cuando anochece, estábamos durmiendo y como 8 o 10 milicos nos empujan la puerta y nos hicieron levantarnos y a mi papá lo sacaron solo en calzoncillos y nos apuntaban. Después levantaron los colchones y los picanearon con fusiles hasta destruirlos”.

A Rosa el 11 le marcó su vida: “Recuerdo que esa noche también se llevaron a su primo Matías y que cuando los suben al camión mi mamá le alcanza a pasar ropa a mi papá. Serían ya como las cuatro de la mañana. Y ahí llegan con el Matías y lo sientan a su lado. Era un camión militar con barandas y ahí mi viejo desapareció. En la casa los milicos empezaron a revisar y encontraron unas revistas Punto Final firmadas con mi nombre, y un milico pregunta ‘¿dónde está la Rosa Acevedo?’, y mi mamá le dice ‘está frente a Ud., es esta niñita’. Luego no volvimos a dormir y ella salió en busca del papá al otro día muy temprano. Fue primero a la comisaria en Santa Cruz, donde no estaba, y luego lo encontró en San Fernando, detenido en el regimiento”.

Vicente Peña Palominos, que tenía 16 años y cursaba el 3° Medio en la Escuela Consolidada de Experimentación de San Vicente de Tagua Tagua y ya por entonces se consideraba un allendista, rememora así ese día: “Estaba en clases y, como de costumbre, estas se suspenderían prontamente pues era 11 de septiembre, día del maestro, y nos aguardaba un acto conmemorativo en el cual debía participar con una de mis poesías, que precisamente había  escrito para la ocasión. Era un día gris con mucha ausencia a clases de parte de mis compañeras y compañeros. Al momento de dar inicio al homenaje al profesor, se anuncia por parlantes que debíamos retirarnos a nuestras casas. Todo fue desconcierto y se rumoreaba que algo extremo podía pasar. Fue un día muy triste, gris, pletórico de miedos y angustias. Al regreso a casa, vi en las calles a personas celebrando y amenazando a quienes transitábamos por las aceras. El movimiento de carabineros transformados en soldados, con sus cascos y armas, se escurría por todos lados. Mi madre nos esperaba en las puertas de mi hogar con su rostro compungido y presa de mucha tristeza y miedo. Algunos vecinos, comerciantes  de origen árabe –turcos, les decíamos– aplaudían y  cantaban alegres. Tal acto  contrastaba con la pena de nuestros rostros cabizbajos. Ese día, pasamos pegados a la  única radio a pilas”. Para Vicente, durante años, recordar ese día fue un verdadero trauma.

Claudio Contreras Labra, quien era el presidente del Centro de Alumnos del Industrial de San Fernando, no resiste la presión del Golpe y solitario frente a las estrellas se suicida el 11 por la noche en el fundo Huichunguala. Gloria Durán, por entonces alumna del Liceo de Niñas de San Fernando y novia de Claudio, 43 años después aún no supera aquel hecho dramático.

Esteban Valenzuela, con 9 años y cursando el 4° básico del Instituto O’Higgins en Rancagua, relata que ese día “iba llegando al colegio, la mañana gris del 11 de septiembre a las 8:20 a.m., cuando estudiantes más grandes regresaron gritando que los militares estaban derrocando a Allende… En la casa, mamá, Manolín, Kuky, la abuela y la tía Cora escuchaban la radio, las últimas palabras de Allende en Radio Magallanes, y vieron en la televisión las imágenes del combate… la abuela nos dio almuerzo en total mudez. Mi padre llegó con rostro serio –no hubo euforia, ni banderas chilenas, lo recuerdo bien, él supo que el Golpe era un fracaso, una tragedia… fue un martes nublado, frío, triste–. La hoguera creció cuando papá, con los ojos humedecidos, regresó del cuarto del fondo de la casa con un alto de libros de marxismo y sindicalismo del abuelo Manuel. Mi papá no se quedaba dormido esa noche, yo lo abracé sin escuchar sus ronquidos”. El 11, también, marcó a fuego su vida futura.

Néstor Ramírez, santacruzano, dirigente estudiantil en el Liceo, miembro del Frente de Estudiantes Revolucionarios (FER), relata así aquel día fatídico: “Estábamos en el liceo cantando la Canción Nacional cuando aparecieron los milicos en el recreo y nos sacaron a todos de clases y nos reunieron en el gimnasio y ahí nos dijeron que ‘las cosas habían cambiado en este país, que los estudiantes debían dedicarse a estudiar, que gobernaba una Junta de Gobierno y la Canción Nacional había que cantarla con ganas’. Y luego señaló que ‘aquí hay unos alumnos problemáticos que los vamos a subir al escenario. Entonces subieron a Fidias Cucumides, a Donoso, después a otro Cucumides (Tatico) y enseguida yo. El milico nos humilló. Luego nos llevó a la sala del director y explicó que en un bolso de una niña de San Fernando había aparecido un panfleto contra la junta y que debíamos saber, mientras nos amenazaba con el corvo y nos pedía averiguar. En la tarde volvimos para decirle que no habíamos podido indagar nada. Nos empezamos a separar y no volvimos a juntarnos. Empecé a buscar amigos de derecha. Mi papá preso, ¿para qué iba a dar más problemas de los que había ya en mi casa?”.

Titín, que tenía 14 años y se encontraba en aquella época internado en la Escuela Granja de Santa Cruz, evoca así el 11: “En la escuela, teníamos tele, estábamos tomando desayuno y mirando las noticias cuando nos enteramos que había un pronunciamiento militar y rumbo a la sala un profesor nos dijo que ya había milicos controlando y que no podíamos salir de la escuela. Estaba asustado, pues yo sabía lo que estaban atacando los milicos y que al viejo se lo iban a llevar preso, uno estaba en antecedentes de qué se trataba y era un hecho de que íbamos a ser perseguidos. Cuando pasaron unos dos días nos mandaron para la casa y mi papá ya estaba preso, igual que mis tíos y mi primo. Estuvo esa vez como tres meses, y la segunda que estuvo detenido, yo sí estaba en la casa. Fue en invierno, estábamos en una cocina con leña tomando desayuno y con casco y metralleta lo sacaron esposado, le dijeron que llevara unas frazadas, porque no iba a volver luego, lo subieron a un camión con tolva, los pusieron boca abajo y los trajeron a la comisaria de Santa Cruz y después a San Fernando”. Esa fecha marcó su vida.

José Luis Almonacid tenía para el 11 apenas tres años. Su padre, el profesor Luis Almonacid, no se encontraba en casa el 14 de septiembre de 1973, cuando una patrulla militar encañonó a su madre, quien estaba embarazada de ocho meses. Sin embargo, no tuvo la misma suerte el día subsiguiente: el día 16 a las once de la mañana, el maestro volvió a casa a verla, pues no estaba alojando allí por razones de seguridad. A eso de las once y media de la mañana llegó una patrulla a buscarlo. Lo sacaron a empujones, no le dejaron ponerse el vestón y se lo llevó Carabineros. Lo empujaban y él iba nervioso, con las manos en alto. Almonacid usaba lentes y al llegar a la esquina el dirigente gremial trastabilló e intentaba sujetar sus lentes que se le caían cuando sintió la ráfaga de la metralleta. Cayó herido de muerte. A la madre de José Luis se le desprendió su placenta y perdió al hijo que estaba en su vientre. Su familia fue destruida.

 

En mi caso, recuerdo que cursaba el 1° básico en la Escuela N° 3 de San Bernardo y que mi mamá despertó ese día con una crisis debido a la compleja relación que tenía por ese tiempo con mi padre o por el recuerdo de su hermana –la tía Gladys– fallecida en enero de 1973, en el balneario de Quinteros. Ese fue un día nublado y triste, ella veía fantasmas de mujeres y de mí tía en el patio, mientras yo miraba asustado. No recuerdo si fue por eso o por el estallido del Golpe que no fuimos a clases. Luego, se sintieron volar rasantes los Hawker Hunter que iban a bombardear La Moneda. Nos trasladaron a la casa de la abuela que estaba ahí mismo pero adelante, a la habitación en que estaba la tele y donde habitualmente veíamos los dibujos animados o Música Libre. Allí colgaba un retrato hermoso de la tía fallecida, mientras mi mamá decía que conversaba con ella al tiempo que la radio anunciaba la muerte del Presidente.

Desaparecieron los marihuaneros –hippies– de la plaza Guarello, se acabaron las colas donde la mayoría de nosotros recibió su primer sobrenombre y los negocios estaban llenos de mercadería, mientras los jeeps con militares se tomaron la calle J.J. Pérez en la que vivíamos. Hubo una operación rastrillo en el barrio y a los niños nos encerraron en la misma pieza donde estuvimos el 11, mientras el militar que comandaba la acción decía a los grandes, en la cocina, “no queremos matar a nadie, así que, si tienen armas, entréguenlas”. No tengo ningún recuerdo de si tuve o no fiesta de cumpleaños ese año, pero del 11 me acuerdo casi completamente.

Rosa Riquelme vivía en Curicó y sus remembranzas son las de una niña que, para la fatídica fecha, cuenta con apenas seis años y cuyo abuelo era de izquierda y que el 70 votó por Allende. A partir de ese martes vivió el terror de la dictadura y de no hablar palabra alguna en casa. Vivía en un barrio que estaba en la mira de los militares y todavía resuenan en su mente los balazos de aquel día.

Ricardo Díaz, próximo a cumplir siete años, vivía en Pichingal, sector rural de Molina. Recuerda que estaba en 2° básico e iba a clases por la tarde. Eran las 11.00 a.m. y estaba viendo Plaza Sésamo en Canal 13 cuando de repente cortan el programa y empiezan a transmitir el Golpe. Según él, “se veían tanques militares y yo no entendía nada y mamá tampoco decía nada”. Cree que no tuvo clases y que luego comenzaron a pasar camiones repletos con milicos en busca de un vecino que vivía a metros de su casa. Su papá llegó presuroso del trabajo a mediodía y ahí les contó lo que pasaba: “Pinochet en la tele, discursos y bandos, día gris y nublado”, recuerda.

José Miguel Arriagada residía por entonces en una comuna metropolitana y tenía seis años. Ese día su padre debió trabajar y de regreso debía tomar micro frente a La Moneda. Recuerda que los milicos lo detuvieron y le revisaron sus cosas. En su casa, por entonces, vivía un primo que estaba haciendo el servicio militar, que se lo llevaron a La Moneda y le ordenaron disparar a quien se moviera y eso le daba un tremendo susto, pues sabía que su tío debía estar por esos lados. Más tarde les confesó que estuvo muerto de susto, pues lo único que no quería era dispararle a su padre. El Chino vivió la angustia de su madre por la tensa espera de su padre.

Hugo Sarmiento vivía en Pudahuel y tenía seis años: “Mi viejo llegó del trabajo y desde el patio vimos pasar los aviones. Mi abuelo tuvo que caminar desde el centro hasta la casa y luego, por la noche, nos reunimos todos en su casa para estar más seguros. En la casa de mi abuela materna lloraron a Allende, aunque yo no entendía mucho lo que estaba pasando”, confiesa.

Max Coloma, contaba también con seis años y era hijo de un miembro de la comisión política del PS, quien deambulaba por Santiago ese día intentando hacer algo. Max, le confesará más tarde a Hernán, ya clandestino, que quiere contarle algo: “Supongo que tú ya sabes que murió Allende y sé que ese es el motivo por el cual tú no estás. Quiero decirte que yo vi cuando murió Allende, pues me subí al techo y pude mirar cómo los aviones bombardeaban La Moneda”.

En general, los niños del 11 lo pasamos bastante mal porque la tragedia de ‘nuestros grandes’ no se acabó ese día: siguió luego con la amargura de algunos de ellos presos; con el allanamiento periódico de nuestros barrios –como la René Schneider de Rancagua–, y con las puertas crujiendo producto de las patadas de los milicos; del requisamiento de nuestros libros de 1° o 2° básicos, porque decía “población Unidad Popular”, y el llamado de atención a nuestros padres; con el hambre de fines de los 70 o la militarización de la sociedad en los 80.

Por eso tal vez tenga razón Lucho Pérez: nuestro odio a la dictadura no fue ideológico ni programático, fue visceral, revanchista, porque los milicos jodieron nuestra infancia.

Es por eso que ya en los 80, siendo adolescentes, sea en la Universidad Católica, como les sucedió a Teo y Alejandra; en Concepción, como les ocurrió a Rosita y Alejandro Navarro; o en Talca, como nos pasó a varios,  colaboramos intensamente en la reconstrucción de nuestros centros de alumnos y federaciones, mantuvimos el ánimo en alto, ingresamos a militar la mayoría al socialismo y nos inscribimos masivamente para derrotar a Pinochet el 88, pues, a diferencia de ahora, entendimos que el fin de la dictadura era una  tarea donde cabían todos –viejos y nuevos– y no una atribución exclusiva de una generación, como puede deducirse de esa cantilena de frases alambicadas de algunos nuevos liderazgos que ya nos empiezan a agotar con su relato. Entendimos  que la juventud es una condición que se pasa con el tiempo.

Pinochet jamás imaginó que serían los niños y niñas que miramos –estupefactos y sin comprender nada– cómo los militares hacían añicos la vieja república, los que, más tarde y junto a Los Prisioneros, seríamos “la fuerza, la voz de los 80” que lo tumbaría. Los mismos a quienes nos agotó el relato de una transición siempre inacabada, que no cumplió su propósito y que derivó en corruptela.

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