Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

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