Terrorismo de Estado y libros para niños

Terrorismo de Estado y libros para niños

La infancia no es un paraíso como algunos creen: el miedo, el conflicto, la muerte, la política, también son cosas que atraviesan las infancias. Sí, me parece que hay que hablar. Sobre todo cuando hablamos de violencias que tienen continuidad en el presente. Trabajo en un ex centro clandestino de detención donde todos los días vienen niños y jóvenes. Ellos no piden protección, lo que manifiestan es que quieren saber qué pasó. Me parece que es bueno escucharlos. El humor es una vía, la poesía y la fantasía también lo son.

Linternas y bosques

¿Es necesario hablar a niños, niñas y jóvenes de otros niños, niñas y jóvenes torturados, desaparecidos y asesinados? ¿Escribir novelas, cuentos, poesías, libros informativos, ensayos que recreen la violencia, que la expliquen, que la transformen con una metáfora, que la nombren?

¿No era que debíamos proteger a los menores del mal en el mundo? ¿Darles historias felices, amables, justas?

¿Y si la realidad que escuchan, ven y sienten es otra? 

“Me siento destrozada… ahorita fue mi hijo, mañana puede ser otro niño inocente y no sabemos hasta cuándo va a terminar tanta violencia”. Roberta Evangelista Hernández era la madre de David Josué García Evangelista, “El Zurdito”, un jugador de futbol de 15 años de edad asesinado por miembros de la policía municipal de Iguala la noche del 26 de septiembre de 2014.

Esa noche, la policía mató también a Víctor Manuel Lugo, el chofer del autobús donde viajaban Los…

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Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

Chile, 11 de septiembre de 1973

EL BLOG DE MANUEL CERDÀ

Última imagen del presidente chileno Salvador Allende, en el exterior del Palacio de La Moneda, acompañado del Grupo de Amigos del Presidente (GAP), su servicio de guardia personal, durante el golpe de Estado el 11 de septiembre de 1973 (Corbis: Horacio Olivares©) Última imagen del presidente chileno Salvador Allende, en el exterior del Palacio de La Moneda, acompañado del Grupo de Amigos del Presidente (GAP), su servicio de guardia personal, durante el golpe de Estado el 11 de septiembre de 1973 (The New York Times, 26 de enero de 1974. Fotografía de Leopoldo Víctor Vargas©)

El 11 de setiembre de 1973 tuvo lugar un golpe de estado en Chile encabezado por el abyecto Augusto Pinochet que terminó con la vida del presidente Salvador Allende y con el proyecto de la llamada “vía pacífica hacia el socialismo”.

En 1970 la democracia cristiana perdió las elecciones a favor de la Unidad Popular, dirigida por el socialista Salvador Allende. Este aceleró el programa de nacionalizaciones y la reforma agraria, aumentó el poder adquisitivo de las clases populares y programó cambios estructurales y la reforma de la constitución de 1925. La crisis mundial de 1973 y la oposición…

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La Población La Victoria: Memoria heroica e identidad barrial

La Población La Victoria: Memoria heroica e identidad barrial

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Tomado de http://rufianrevista.org
Por * Alexis Cortés Morales

La violencia ejercida por la Dictadura generaba organización en La Victoria, la respuesta de las autoridades era reprimir aún más, lo que, a su vez, según lo que los pobladores cuentan, era contestado con más organización. El convencimiento era que solo la unidad, la organización y la solidaridad permitirían preservar la integridad física de los pobladores y recuperar la democracia. 

¿Puede un barrio popular que, a lo largo de su historia, ha sido innumerables veces estigmatizado como un gueto, constituirse en una referencia identitaria para otros colectivos urbanos?, ¿puede un barrio popular que no solo ha sufrido violencia simbólica, sino que además ha sido objeto de una violencia física abrumadora por parte de los organismos represores del Estado, hacer de esa experiencia traumática una fuente que, resignificada, se incorpora al imaginario local como pieza clave de una memoria heroica que alimenta la identidad del barrio?

Pues ese es el caso de La Población La Victoria, barrio popular santiaguino nacido de una Toma de Terrenos organizada en 1957. La trayectoria de La Victoria es considerada ejemplar para el movimiento de pobladores, la ocupación organizada de la chacra la Feria ha sido identificada como el marco de inicio del propio movimiento y, además, la resistencia que presentó a la Dictadura durante los años 80, hicieron de ella uno de los íconos del movimiento popular chileno que se opuso a la perpetuación del régimen de excepción encabezado por el General Pinochet.

Ambas experiencias, la Toma y la Dictadura, llevaron a una particular relación entre los habitantes y el territorio que conforma la población. Ambas fueron mediadas por la violencia como amenaza potencial o como un acto real ejercido contra los pobladores. Entiéndase por experiencia traumática un momento crítico de quiebre de la rutina social por un evento que amenaza la integridad física de una comunidad, así como su repertorio de sentidos para comprender el mundo. La relación entre estas experiencias, la memoria asociada a ellas y el territorio fueron conformando una identidad de barrio claramente demarcada, o sea, la definición de un nosotros territorialmente situado que reivindica un determinado universo valórico y simbólico como propio.

¿Cómo se conformó esta identidad a lo largo de la trayectoria biográfica de este barrio popular? Es lo que explicaremos en los siguientes apartados.

La Toma de La Victoria

“Había que sacar la decisión de ir a la toma. ¡A la mierda con la legalidad y los trámites burocráticos!”, relata la pobladora Guillermina Farías en la más citada referencia a la Toma de La Victoria: “Lucha, vida, muerte y esperanza: historia de la Población La Victoria” (SUR Ediciones). Pero no fue fácil conquistar ese pedazo de tierra; para levantar la que hoy es una de las poblaciones emblemáticas de Chile, los pobladores debieron enfrentar la represión policial y varios días de bloqueo en los que no se permitía el ingreso de materiales de construcción, de abrigo, comida, remedios ni agua. Producto de esto y de las paupérrimas condiciones en las que estaban, muchos ancianos y bebés fallecieron. Así lo recuerda Rosa Lagos, en el libro “Memorias de La Victoria”: “esa vez que murieron muchas guagüitas, al entierro fue toda la Toma. Nos fuimos a pie desde aquí mismo al cementerio. No sé cómo no hay fotografías de todas esas cosas, para que la gente ahora comprenda el sufrimiento, para que le tomen el valor al lugar que están pisando, porque esta tierra fue ganada con esfuerzo, sudor y lágrimas.”

Las gestiones del Cardenal Caro frente al Presidente Carlos Ibáñez del Campo, más el apoyo dado por los parlamentarios del Frente de Acción Popular, que reunía a comunistas y socialistas, permitieron que los pobladores no fueran expulsados. No por ello dejaron de concluir que la conquista de la vivienda se debía a la unidad, lucha y organización de los propios pobladores. Ellos fueron los que resistieron las difíciles condiciones de vida. “Por eso esto se llamó La Victoria porque no nos pudieron sacar de aquí”, explicaba una pobladora en el libro “Pasado, Victoria del Presente”.

Tras la llegada, los pobladores dedicaron todas sus energías al levantamiento de “una Población que reuniera todas las cualidades”; los victorianos fueron los propios urbanistas de su “pequeña república”, trazaron las calles, las dimensiones de sus viviendas, proyectaron la construcción de una escuela –la que posteriormente fue levantada con el aporte de todos los habitantes–, de un policlínico e incluso de un retén policial. Organizaron la electrificación de la población –con la ayuda del ingeniero Enrique Kirberg–, frentes para estimular la participación, grupos de vigilancia interna y un periódico, entre otras cosas. Tal como lo señalaba el poblador Luis Guerrero en “Memorias de La Victoria”: “Aquí todo se ha conseguido por la organización misma, en base al sacrificio y la lucha. Esa fue la lucha de los pobladores, de nadie más”.Lo anterior pues el levantamiento de la población fue realizado fuera del alero del Estado, quien tardó años en reconocer el derecho de los pobladores a sus viviendas. De ahí la consigna que los victorianos entonaban con orgullo en su segundo aniversario: “Nada por caridad, todo mediante nuestro propio esfuerzo”. La experiencia de “autogobierno” de los pobladores en la Toma y en la consolidación de la población es fundamental para comprender el relato identitario de La Victoria. Las condiciones y necesidades propias de una acción que implicaba una ruptura frontal con la legalidad suponían exigencias de organización de una magnitud y calidad tal, que llevó a un desarrollo de lo que podríamos denominar “poder popular” sin paralelos hasta ese momento en Chile. Solo mediante la fuerza que daba la organización y la cohesión, se hacía posible la permanencia de la Toma, lo que llevó a la aplicación y creación, de parte de los pobladores, de dinámicas y prácticas extremamente originales.

Uno de los principales portadores de este capital organizativo era una gran cantidad de cuadros obreros que se formaron en las luchas sindicales del norte minero, la mayoría de ellos ligados al Partido Comunista. Ellos contribuyeron significativamente a la organización de la Toma y a su posterior consolidación siendo parte activa de la construcción del relato identitario del barrio.

De esta manera, las exigencias organizativas de la Toma y de urbanización del territorio, vividas como una experiencia colectiva sustentada en las ideas de solidaridad y lucha, llevaron a que la fundación de La Población se significara como una epopeya popular de conquista del territorio y, al mismo tiempo, como una afirmación de las capacidades de los “sin casa” para encontrar sus propias soluciones y su lugar en la ciudad, rompiendo con el estigma de “callamperos” y marginales desvalidos, incapaces de desarrollar acciones políticas, tal como eran considerados por la Teoría de la Marginalidad.

La Dictadura y La Victoria

Con la llegada de la Dictadura, la figura del poblador concentró buena parte de los miedos de aquellos que apoyaron el golpe, siendo, en la práctica, declarados enemigos internos por parte del régimen dictatorial. El mismo desplegó una serie de dispositivos represivos específicos para las poblaciones; muchas de ellas se convirtieron en espacios colectivos de tortura o en campos de concentración, tal como lo demostró la investigación del Colectivo de Memoria Histórica José Domingo Cañas, titulado “Tortura en Poblaciones del Gran Santiago (1973-1990)”.

La Victoria, por su origen, por el nivel de organización que mostró en los años 70, por la cantidad considerable de militantes de izquierda entre sus habitantes y por la identificación que tuvo con el gobierno de Allende, se convirtió en un albo privilegiado de las políticas represivas de la Dictadura militar. De este modo, no eran solo los dirigentes o pobladores más comprometidos los que se volvieron objetos de esta represión. La amenaza de violencia afectaba a la colectividad como un todo, lo que se sintetizaba en la intimidante posibilidad de bombardeo de la población por parte de la Fuerza Aérea el mismo día 11 de septiembre de 1973, según el testimonio de algunos vecinos.

La Dictadura dejó como saldo en esta Población: dos detenidos desaparecidos, Clara Cantero y Víctor Hugo Morales Mazuela; dos ejecutados políticos, Luis Abarca Sánchez y Pedro Marín Martínez; y siete caídos durante las protestas nacionales, Andrés Fuentes, Miguel Zavala Gallegos, Samuel Ponce Silva, Hernán Barrales Rivera, el sacerdote francés André Jarlan Pourcel, Boris Haroldo Vera Tapia y Cecilia Piña Arratia.

Tras el golpe militar se produjo un reflujo organizacional, por un lado, por la perplejidad provocada por el paso de una situación político social en que los pobladores de La Victoria eran protagonistas privilegiados de un proyecto de futuro, hacia un contexto en que ahora se convertían en objeto de persecución y represión. Por otro lado, la organización social necesitó quedar en suspensión, pues muchos dirigentes y militantes tuvieron que ocultarse y pasar a la clandestinidad para evitar engrosar las listas de ejecutados políticos.

Fue en ese momento que los hijos de quienes organizaron la Toma recogieron las banderas de sus padres y dijeron: “Nuestros padres nos dieron el derecho a la vivienda, démosle nosotros el derecho a la libertad”, tal como rezaba un mural en aquella época. Paulatinamente en La Victoria, se producirá una substitución generacional de los dirigentes, y los jóvenes ocuparán el espacio dejado por los líderes perseguidos. La primera tarea que ellos enfrentaron, según su propia definición, fue “vencer el miedo”, para intentar recomponer el tejido organizacional.

Estos esfuerzos llevaron a que en los años 80 se desarrollasen, en La Victoria, inéditas formas orgánicas que coincidieron, a nivel nacional, con el comienzo de una oposición sistemática al régimen. En este contexto, la población La Victoria tendrá un papel protagónico en la resistencia y oposición a la Dictadura.

Uno de los momentos que exigió más organización por parte de los victorianos fue coordinar las protestas nacionales contra la Dictadura. Esto los llevó a constituir el Comando de Pobladores, una nueva organización en la cual todos los partidos de izquierda estaban representados, y que tuvo la misión de substituir la antigua Junta de Vecinos inicialmente prohibida y posteriormente intervenida por la Dictadura.

La violencia ejercida por la Dictadura generaba organización en La Victoria, la respuesta de las autoridades era reprimir aún más, lo que, a su vez, según lo que los pobladores cuentan, era contestado con más organización. El convencimiento era que solo la unidad, la organización y la solidaridad permitirían preservar la integridad física de los pobladores y recuperar la democracia.

“La Victoria era diferente”. Esta frase se escucha reiteradamente en los testimonios de sus habitantes cuando rememoran la organización de la misma durante la Dictadura. Como la población era atacada como un todo, la respuesta –organizada o espontánea– también se hacía como un todo. Siempre, para quien protestaba, era posible encontrar una puerta abierta para protegerse de la persecución policial, “no como en otros lados”. El nivel de apropiación del espacio por parte de los victorianos se mostraba en la disposición a evitar que las fuerzas represivas entrasen al barrio: “que les costara entrar a la Población, porque era nuestra, nosotros la habíamos tomado”,rememoraba Blanca Ibarra, ex dirigente del Comando de Pobladores en una entrevista.

La experiencia traumática de la Dictadura, en especial las pérdidas humanas que significó, vino a alimentar una memoria heroica en la cual La Victoria quedó en el imaginario urbano como un ejemplo de capacidad de resistencia, valentía y organización. El ícono de esa resistencia fue el sacerdote francés André Jarlan, asesinado en 1984 por una “bala loca” originalmente destinada a algún poblador. Con su muerte, se desataron algunas de las más masivas muestras de repudio al régimen de Pinochet tanto en Chile como en extranjero. Al mismo tiempo, con la noticia de su muerte también se difundió el drama de los pobladores, así como la historia de La Victoria.

Durante la Dictadura se activaron una serie de mecanismos de circulación del relato identitario que incluso hoy persisten en La Victoria y que cumplieron la función de dar continuidad al relato entre las nuevas generaciones, siendo un soporte de la memoria colectiva de la población. Estos serían: la reactualización del mito de origen, la toponimia y el muralismo.

La reactualización del mito de origen, mediante la celebración del aniversario y de la reconstitución de la Toma, permite dar frescor a la experiencia distante de la Toma, facilitando la conexión entre pasado y presente. Esta actividad reiterativa del pasado no se interrumpió durante la Dictadura, por el contrario, se exacerbó, siendo considerada como una muestra del ahínco por afirmar la historia propia contra los intentos dictatoriales que buscaban eliminar la identidad del sujeto poblador.

En la toponimia, o sea, en la particular manera de nombrar el espacio (calles), existe un intento de ligar la biografía de la población a la historia del movimiento social chileno y mundial. Calles como Carlos Marx, Unidad Popular o las que recuerdan matanzas de obreros o campesinos son ejemplo de ello. Durante la Dictadura existió un esfuerzo por parte del régimen por cambiar los nombres de las calles y sustituirlos por el de militares. Pero los pobladores se negaron, pues para ellos cambiar los nombres era borrar su identidad, más aún si la “alternativa” era honrar a los mismos militares que constantemente invadían la población. Así, ellos continuaron nombrando las calles de la manera antigua, a pesar del decreto impuesto, y colocaron carteles de cartón con los nombres de siempre sobre la señalética oficial.

También durante la Dictadura se desarrolló el muralismo como una forma de dar un soporte físico a mensajes políticos breves destinados a mantener viva la llama de la resistencia después del golpe de Estado. Posteriormente, el muralismo se complejizó iconográficamente, movilizando el imaginario del periodo de Allende, conjugando expresión artística con denuncia política, como una forma de desahogo, de ruptura con el silencio al cual estaban siendo condenados por la Dictadura. El mural fue unos los pocos medios para denunciar las muertes de los pobladores, así como la situación económica sumamente precaria en la que se encontraban. La Dictadura hizo múltiples intentos para acabar con esta expresión, borrando sistemáticamente los muros de La Victoria, pero los pobladores iban y los pintaban nuevamente. En otras palabras, no negociaban su soberanía sobre el espacio público de la población, reafirmando un universo valórico asociado al “ser victoriano”: rebeldía, coraje y organización.

La experiencia dada por la Dictadura implicó un trabajo de significación política de los pobladores para llevar al mundo de lo decible las diversas violaciones de las cuales fueron víctimas. Al mismo tiempo, se movilizó la propia experiencia de la Toma como fuente de sentidos para comprender la nueva situación, transformando lo que podría ser una memoria traumática en una memoria heroica. Temporalmente y también generacionalmente, la experiencia de la Dictadura dio continuidad a la memoria de los fundadores, pues la experiencia de la Toma proveyó un universo de significaciones que permitió dar sentido a la resistencia y comprender la nueva situación como la extensión de una epopeya iniciada en 1957 cuando los terrenos fueron ocupados.

En La Victoria, se creó un relato más allá de su condición de víctimas, no definiéndose por la pérdida de algo o por la ausencia, y sí por la afirmación de un relato heroico que reivindica un determinado universo de valores como propio, tal como se reiteró a lo largo de este texto: La Victoria sería lucha, solidaridad y organización. Es la decisión de los fundadores de la misma por conquistar un lugar donde vivir lo que ayuda a explicar la capacidad de movilización de los pobladores durante la Dictadura, porque “fueron nuestros padres los que nos enseñaron”. Esto es lo que, para los pobladores, permite al relato identitario victoriano proyectarse en el futuro y no quedarse apenas en el pasado.

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Si bien los niveles de organización que hoy muestra La Victoria distan mucho de los que conoció en otros momentos de su historia, este barrio popular continúa siendo un enclave de cultura popular que, con su experiencia, sirve de inspiración para otros esfuerzos colectivos urbanos del mundo popular. Su particular forma de concebir el espacio en el que viven, su experiencia organizativa potencialmente movilizable en cualquier momento, la memoria que ha cultivado a partir de su trayectoria, hacen de La Victoria uno de los lugares de la ciudad donde más se puede apreciar una identidad urbana claramente definida. La Victoria probablemente continuará rompiendo los moldes de estigmatización en los que, cada cierto tiempo, se la pretende encasillar, y en ese ejercicio su mejor aliado siempre será su propia historia. Porque, tal como resumió uno de sus pobladores, Félix Morales: “El orgullo de ser victoriano viene indudablemente de la formación que tuvimos, con los viejos que se tomaron esta cuestión, fue organización desde antes y después de la toma, porque se mantuvo en el tiempo, yo creo que ese es como un legado, como una herencia que quedó de la capacidad de organización”.

* Alexis Cortés Morales es Doctorante en Sociología por el Instituto de Estudos Sociais e Políticos (IESP-UERJ, Brasil) y Editor General de Red Seca Revista de actualidad, política, social y cultural, (www.redseca.cl). Es autor de la tesis de maestría, **“Nada por Caridad”, Toma de Terrenos y Dictadura: La Identidad Territorial de La Población La Victoria (2009) y co-autor del libro *Memorias de La Victoria: Relatos de Vida en torno a los inicios de la población (2006), publicado por editorial Quimantú. Actualmente se encuentra desarrollando su tesis doctoral en la cual compara las trayectorias políticas del Movimiento de Pobladores de Santiago y el Movimiento de Favelados de Rio de Janeiro.

**Cortés, Alexis. (2014). El movimiento de pobladores chilenos y la población La Victoria: ejemplaridad, movimientos sociales y el derecho a la ciudad. EURE (Santiago)40(119), 239-260https://dx.doi.org/10.4067/S0250-71612014000100011

***Memorias de La Victoria: una aproximación a la historia de la Población

****http://www.redseca.cl/nada-por-caridad-el-nacimiento-de-la-poblacion-la-victoria/

Los hijxs del exilio. Trailers y música.

Los hijxs del exilio. Trailers y música.
Hijos del exilio
CICLO

Hijos del exilio

 

En el marco de la muestra Exilios, este ciclo reúne películas que indagan sobre la experiencia de niños y niñas que vivieron su infancia en el exilio: el desarraigo, el viraje abrupto de la vida cotidiana y la dificultad de comprender aquellos cambios. La convivencia entre alegrías y tristezas, el alivio de poder hablar de lo prohibido sin miedo, la adaptación a esa nueva vida incierta, echar raíces; y de pronto… volver, y un nuevo desarraigo.
Esto es parte del universo que estas películas exploran, en primera persona o en relato coral, a través de la mirada adulta y en algunos casos también desde la experiencia de la paternidad.
El ciclo acompañará la muestra durante marzo, abril y mayo con proyecciones el último sábado de cada mes.

Sábado 1 de abril / 19 HS

El (im)posible olvido

El (im)posible olvido

Con la presencia del director, Andrés Habegger

(Argentina 2016, 81’)

Un padre, activista político, casi un héroe, víctima de la violencia militar latinoamericana de los años setenta. Un hijo que vivió con esa ausencia la mayor parte de su vida. Una historia repleta de olvidos. Un intento de recuperar momentos, situaciones, gestos y objetos. Este film es un viaje interno, emocional y político hacia el lugar donde se alojan los momentos olvidados.

Dirección: Andrés Habegger / Guión: Andrés Habegger / Fotografía: Melina Terribili / Montaje: Alejandro Brodersohn / Música: Jorge Aliaga / Productora: coproducción Argentina-México-Brasil; Cepa Audiovisual, Naderías Cine. Calificación: apta para mayores de 13 años.

Sábado 29 de abril / 19 HS

La guardería

La guardería

Con la presencia de la directora, Virginia Croatto

(Argentina 2015, 71’)

Durante la llamada Contraofensiva de Montoneros se crea en La Habana “La Guardería”, una casa en donde los hijos estarían seguros y al cuidado de compañeros de la misma organización. Más de treinta niños pasaron por allí. Muchos aprendieron a hablar, dieron sus primeros pasos y se educaron en las escuelas cubanas, mientras esperaban que sus padres volvieran por ellos. Finalmente con la democracia, vuelven a ese país mítico del que tanto les hablaron, por el que sus padres lucharon y hasta perdieron la vida, pero se confrontan con una realidad que es muy diferente a sus sueños. Hoy, los adultos que fueron esos niños, nos cuentan sus recuerdos, fantasías y análisis de lo que fue su particular niñez.

Dirección: Virginia Croatto / Guión: Gustavo Alonso / Fotografía: Marcelo Iaccarino, Ignacio Masllorens / Montaje: Lucas D’Alo, Virginia Croatto / Música: Nicolás Sorín / Productora: CEPA, INCAA. Calificación: apta para todo público.

Sábado 27 de mayo / 18 HS

Retour: Volver

Retour: Volver

Dirección: Martin Bourgault

(Canadá 2016, 61’)

El cantante y músico Tomas Jensen vuelve a la Argentina después de cuarenta años en el exilio: sus padres huyeron de la dictadura militar cuando tenía seis años. De vuelta en su país natal, redescubre lugares de su infancia, se reúne con un primo perdido y establece contacto con músicos de la escena argentina actual. Con ellos grabará un álbum en un estudio de Buenos Aires y tocará unos cuantos espectáculos al público local. Un regreso hacia los orígenes y el sonido.

Dirección: Martin Bourgault / Guión: Martin Bourgault / Fotografía: Martin Bourgault / Montaje: Andrea Henriquez, Martin Bourgault / Música: Tomas Jensen / Con la presencia de: Tomás Jensen, Damian Nisenson, Fernando Kabusacki, Mene Savasta Alsina, Marina Fages / Productora: Let Artists be.

Sábado 24 de junio / 19 hs

El Premio

El Premio

Con la presencia de la directora, Paula Markovitch

(México 2011, 120’)

El premio aborda el exilio interno desde el punto de vista de una niña. En 1977, Cecilia tiene siete años y aprende que no debe revelar su verdadera identidad. Se acostumbra a fingir y a decir lo contrario de lo que piensa. Un día, escribe una composición por encargo de las maestras y recibe un premio de manos de los militares, los mismos que probablemente mataron a su papá. Esta premiada película está basada en los recuerdos de la directora que reside en México.

Guión y dirección: Paula Markovitch / Producción: Izrael Moreno, Pablo Boneu y Paula Markovitch / Fotografía: Wojciech Staron / Música: Sergio Gurrola / Dirección de Arte: Bárbara Enríquez y Oscar Tello / Sonido directo: Isabel Muñoz y Alexis Stravopulos / Diseño de sonido: Sergio Díaz y Arturo Zárate / Edición: Lorena Moriconi, Mariana Rodríguez y Paula Markovitch / Entrenamiento actoral infantil: Silvia Villegas.

El SUECO Y LOS MIRISTAS DE NELTUME

El SUECO Y LOS MIRISTAS DE NELTUME

LA GUERRILLA DE PANGUIPULLI. Publicado en Estrella Roja nº 71. Marzo de 1976

El Sudaméricano

En pdf Aquí El Sueco y los Miristas de Neltume

Panguipulli

El SUECO Y LOS MIRISTAS DE NELTUME[1]

El compañero SVAENTE GRAENDE, Teniente Julio en la Compañía de Monte RAMÓN ROSA JIMÉNEZ del ERP y militante del MIR chileno fue muerto el 14 de octubre de 1975 en una emboscada tendida por el Ejército contrarrevolucionario en la zona de Yacuchina, en la provincia de Tucumán. Llamado por los chilenos “El Sueco”, Julio era un cuadro político y militar veterano, caracterizado por un espíritu extraordinariamente reflexivo en la discusión y planificación y por una enorme audacia y coraje en la acción. Alto, rubio y de ojos claros tenía a lo más 25 años de edad. Había nacido en Suecia desde donde se traslado a Chile en 1972 o 1973 a trabajar como técnico es el “Complejo Panguipulli” una gran empresa maderera ubicada en la Cordillera de la provincia de Valdivia, muy…

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Minuta de la CECT al Parlamento Chileno que deberá votar el proyecto de ley que instala el Mecanismo Nacional de Prevención de la Tortura. Este planteamiento fue entregado por la CECT a la Comisión de Derechos Humanos de la Cámara de Diputados en la sesión del 05 de Julio de 2017.

La Comisión Ética contra la Tortura, viene trabajando este tema desde hace 16 años. Nuestro espíritu ha sido contribuir a la existencia de un Chile sin tortura; desgraciadamente muchas son las personas que han sido torturadas luego de recuperada la democracia y algunos de estos actos han tenido como consecuencia la muerte de quienes la han vivido.
En nuestra opinión el proyecto de ley que crea el Mecanismo Nacional de Prevención de la Tortura (MNPT), tiene falencias que deben ser superadas.

A la Memoria de Jhonny Cariqueo Yañez, 23 años, asesinado bajo torturas el 31 de marzo del año 2008, por Carabineros de Chile pertenecientes a la 26ª Comisaría de Pudahuel. Jhonny Cariqueo Yáñez había participado en una marcha en la plaza de la comuna, en homenaje a los hermanos Vergara, asesinados en dictadura. Los perpetradores gozan de impunidad.

La Comisión Ética contra la Tortura, viene trabajando este tema desde hace 16 años. Nuestro espíritu ha sido contribuir a la existencia de un Chile sin tortura; desgraciadamente muchas son las personas que han sido torturadas luego de recuperada la democracia y algunos de estos actos han tenido como consecuencia la muerte de quienes la han vivido.

En nuestra opinión el proyecto de ley que crea el Mecanismo Nacional de Prevención de la Tortura (MNPT), tiene falencias que deben ser superadas.

1.- El Mecanismo debe constituirse bajo los principios de Paris…

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Chile. Chillán 1973: Niblinto y la dignidad resistente que SI fué

Chile. Chillán 1973: Niblinto y la dignidad resistente que SI fué

Chile. Chillán 1973: Niblinto y la dignidad resistente que SI fué

El combate de Niblinto y la guerrilla que no fue

En la noche del 14 de septiembre de 1973, un grupo de quince jóvenes militantes del Movimiento de Izquierda Revolucionaria MIR, al mando de Rubén Varas Aleuy (“Nelson Ugarte”, 21 años, jefe del Grupo Político Militar, la estructura regional Ñuble de la organización dirigida a nivel nacional por Miguel Enríquez) decidió partir desde Chillán hacia la precordillera. Su objetivo era defender con las armas el derrocado gobierno del Presidente Salvador Allende.

Contaban con un fusil M1, dos pistolas máuser, dos rifles 22,  dos revólveres 38 y una caja de granadas caseras. No tenían alimentos ni equipamiento de montaña. De los dieciséis convocados al inicio, sólo uno  desistió luego de presentarse inicialmente.   El objetivo era iniciar los preparativos de una resistencia armada al golpe militar desde los faldeos de Minas del Prado, y evitar la consolidación del nuevo régimen. El MIR local confiaba en sus bases de trabajo campesino en la zona.

Todo partió con la acción de “expropiación” de una micro del recorrido urbano Irene Frei-Quinta Normal, una Ford color verde agua, realizada por cuatro de los resistentes, Jorge Vera González, Luis Veloso y Fernando Carrasco (taxista). El lugar en que se recogería al resto de la columna sería el puente Cato.  El encuentro se produjo con cinco horas de retraso. Fernando tomó la variante Nahueltoro para llegar a un cruce ubicado cerca del retén de carabineros de Tres Esquinas. Los uniformados los vieron pasar pero no abrieron fuego. El jefe al mando del grupo, Rubén,evaluó que al pasar ellos por el siguiente retén, Niblinto,  ocurriría lo mismo y preocupado por el retraso en la misión, ordenó continuar por esa ruta, aunque Uldarico Carrasco lo urgía a tomar el camino que iba por el sector Calabozo para evitar el enfrentamiento. Las ráfagas de carabineros que emboscaron la micro al cruzar el puente del río Cato, cobraron de inmediato dos víctimas: Fernando fue herido y quedó en la pisadera. Más tarde fue torturado y asesinado por el capitán José Jara Donoso. El M1 de Luis Romero no funcionó, las granadas tampoco y mientras Jorge Vera, parapetado tras la micro, cubría  la retirada de sus compañeros hacia el río Cato, y José Romero vaciaba  su revólver disparando sin cesar,  Bernardo Solís, el estudiante,  corrió en línea recta siendo alcanzado por una bala en la espalda y rematado en el lugar. El grupo se logra replegar pero sufre dos nuevas bajas días después. En su intento de conectar compañeros en Minas del Prado, ubicada a unos 18 km de Niblinto, Rubén y José  son apresados, torturados y asesinados en Minas del Prado. Pese a la intensa persecución que incluyó helicópteros y fuerzas combinadas del ejército, carabineros e investigaciones, el resto de la columna logra eludir la cacería en el mismo lugar, con ayuda de unos pocos campesinos. Sin embargo Miguel Aparicio,  Rodrigo Cifuentes, Alfredo de Toro, Luis Romero u Jorge Vera y caen detenidos posteriormente en Chillán y permanecen varios años en prisión para salir luego a un exilio forzoso. Rodrigo Cifuentes se convirtió entonces en combatiente internacionalista. Luchó en Nicaragua por el triunfo de la revolución y  posteriormente se unió a la guerrilla en El Salvador, donde murió en combate.

Jorge Vera, profesor y combatiente

Sobreviviente del episodio del abortado inicio de guerrilla, Jorge Vera (de nombre político “Vladimir”)  tenía 22 años en 1973. Junto a varios de sus compañeros integra hoy la agrupación “Verdad y Justicia” que preside Luis Romero, cuyo hermano de José también integraba  la columna “Micro Niblinto”. Por años en las calles de Chillán continuó deambulando la micro que exhibía las balas de la emboscada. Luis escribió “El día que soltaron las bestias”, sus memorias, publicadas a fines de 2015 por Editorial Escaparate.  Jorge vive en el campo, en el sector cordillerano de Ñuble, y es primera vez que relata cómo él vivió estos hechos que marcaron su vida.

En 1973, Jorge, alumno de la Escuela Normal, estaba terminando su año de práctica de pedagogía en educación física. Fue encarcelado y torturado en Chillán y Concepción, en la Cárcel de Talcahuano y en el Fuerte Borgoño. Lo entrevisté en Santiago, acompañado de su esposa, Patricia Miranda, antes que Luis Romero lanzara su libro y después que el diario La Discusión de Chillán contara por primera vez la historia de la “Micro Niblinto” . Jorge va reconstruyendo los detalles:

“Lo bueno fue que José Romero y yo pudimos identificar de dónde nos disparaban y pudimos disparar, porque si no, nos matan a todos. José está desaparecido. El tenía una P38 de 9 mm y yo una máuser. Eso permitió que no nos mataran a todos. El baja a la pisadera cuando se avisa que hay un retén. Cuando los pacos nos disparan, él responde. La micro se para porque le habían dado ya a Fernando, en el estómago. Yo me pongo delante también, detrás de José, él los mantiene neutralizados, y protejo la retirada de la gente; Rubén Varas y Pedro Oyarzún bajaron por la pisadera de adelante,   y Bernardo corre hacia atrás de la micro, pero lo hace en línea recta, no zigzaguea ni nada y le dan en la espalda… En el retén habían dos pacos y civiles que se ofrecieron a hacer guardia como voluntarios, eran como 10 personas. Después de la balacera llega un oficial de Chillán, José Jara Donoso, que toma a cargo el procedimiento de búsqueda y peina el sector en busca nuestra”.

¿Y cómo se explican los hechos de Minas del Prado?

“Cuando el grupo se disgrega después del enfrentamiento, once de ellos llegan a Minas del Prado y se determina ir a tomar contacto allí con el Negro Matus, un compañero que era nuestro punto de apoyo local. No lo encuentran porque a Matus y a Montecinos, dirigente campesino del sector, regidor comunista, los habían alertado y ambos deciden salir de la zona.  Pensamos que en Niblinto, con la tortura, los pacos pueden  haber obtenido  información de adonde nos dirigíamos. Porque a medio día los pacos fueron a Minas del Prado y reunieron a todo el pueblo y le dijeron que iban a llegar extremistas al sector y si ellos les prestaban ayuda, iban a bombardear el pueblo. Cualquier cosa que vieran extraña ellos tenían que denunciar de inmediato. Porque ese pueblo es muy especial, tiene una sola entrada. Está rodeado de cerros, uno entra por un camino y sale por el mismo camino”.

Continúa el relato Jorge: “Al no encontrar a Matus,los compañerosle dejan una nota por debajo de la puerta, informando dónde van a estar. Un campesino los ve y le informa al potentado del pueblo, de apellido Cofré, dueño de parcelas en el sector y de un galpón en la entrada de Minas del Prado. Este tipo organiza a unos 30 campesinos que salen al encuentro de nuestros compañeros y los reducen a golpes con palos, cuchillones y horquetas. Los nuestros no iban armados porque iban a un pueblo amigo y decidieron dejar sus armas al resto del grupo para su protección.”

¿Cómo explicas ese acto de barbarie?

“Por el terror ante la amenaza que les hicieron los milicos y carabineros. No se sabe mucho de Cofré. Murió hace poco. A José y  Rubén los llevan al galpón, los amarran, les siguen golpeando con herramientas de trabajo y uno de los campesinos va a informar a carabineros. Los cabros se pusieron a pelear con ellos…a José le pegan con cuchillones, que son palos para cortar la zarza que tienen punta, le dejan colgando el brazo. Y en la noche del día 15  de septiembre, llega un grupo de  Chillán con carabineros y milicos a buscar los detenidos, los golpean, los torturan y a la salida del pueblo los matan arriba de una camioneta. Después los trasladan a Niblinto en el mismo vehículo. Esto se supo por una persona que vivía frente al sector donde fueron los balazos y también por confesión de un milico.”

 

¿Qué tipo de trabajo tenía el MIR en Minas del Prado?

“Teníamos mucha confianza en el sector, conformado por pequeños propietarios campesinos que trabajaban para Conaf en tareas de forestación. Muchos de ellos venían a Chillán a escuelas políticas. Conaf llevaba dos o tres años con un plan de reforestación con pinos en el cual trabajaba todo el pueblito y el jefe de obras de una de las plantaciones, era un compañero nuestro, el Negro Matus. Eran predios fiscales, antes había sido una mina de oro, que la explotaron demasiado y causaron mucha erosión, lavaban los cerros para recoger el oro, caía toda la capa vegetal de la tierra a los canales. El sector es grande, separado por hijuelas, iban avanzando por partes. En la tercera hijuela está Minas del Prado y la cuarta era Montaña, pero había que reforestar también a los pies del Nevado de Chillán. En las escuelas de verano el MIR iba a estos lados con estudiantes a hacer trabajo político, había bases del Movimiento Campesino Revolucionario MCR que participaban. En ese sector, por su conformación,  no hubo reforma agraria. El Negro Matus estaba integrado en este grupo, por eso íbamos a llegar allá y él nos iba a orientar porque estaba viviendo en el sector, era el baqueano. Se le mandó a avisar el mismo día 13 con una compañera, que el grupo iba para allá.”

¿Por qué la demora de 4 horas?

“El MIR decidió que el grupo tenía que irse el 13 de septiembre a las 11 de la noche al punto de encuentro en el campamento Por la Razón o la Fuerza. Y el grupo llegó, llegaron todos. Uno reculó pero en el momento, fue a la cita y después se quedó y dejó el arma botada, era de un grupo operativo muy reciente. Pero todo el resto se mantuvo. Fernando Carrasco, Rubén y Uldarico (Perico) eran casados y con hijos. Alfredo de Toro era casado con la  hermana de Perico. El nivel de convicción era enorme. Fernando era militante PS pero participaba con nosotros. Perico cuando lo vio llegar, le dijo: ´ No vayas, estoy yo, está mi cuñado, tiene que quedarse alguien´  Pero Fernando insistió: ´No, yo voy´, y no hubo forma de que entendiera.”

Jorge revela que Fernando, que era  chofer, sabía dónde estaban la micro y su dueña.

“Y fuimos y sacamos la micro. La señora opuso un poco de resistencia pero nada más, le cortamos el teléfono, le dijimos que después iba a encontrar su micro en Chillán. Llegamos con la micro al punto de contacto y el grupo no estaba. Seguimos la ruta establecida. El jefe del grupo, Rubén Varas Aleuy dice: ´Vámonos caminando porque la micro va a pasar por ahí y así nos vamos a topar.´ Se fueron por el lado del camino. Entre el punto de contacto y el Puente Cato había una distancia de unos 12 km. Si fallaba, el segundo punto era el Puente Cato. Cuando se fueron ellos caminando, se le ocurrió a Miguel Aparicio que su suegra vivía en el camino y pasaron a buscar pan, pero estaban recién haciendo. Y se pusieron a esperar el pan. Nosotros pasamos por ahí, llegamos por el camino casi al Puente Ñuble, volvimos para atrás buscándolos, con las luces apagadas, y no los encontramos. Determinamos seguir hasta el Puente Cato y ahí nos estacionamos. Llegamos a las 11y esperamos 5 horas y llegaron a las cinco de la mañana…con pan. Si todos hubieran subido a la hora,  habríamos llegado a Calabozo a la hora convenida donde estaba Paco, quien tenía la información, y el trabajo político. Después del enfrentamiento en Niblinto nos fuimos a la montaña, al sector de Calabozo, descansamos un poco, pues tuvimos que atravesar un campo arado, y la gran mayoría no había dormido en todas las noches del 12, 12 y 13, comíamos mal y no dormíamos pues estábamos esperando las órdenes de qué hacer frente al golpe. El grupo ya iba cansado. Llegamos a la parte alta de Calabozo y Rubén, el jefe, me pide ir  a la Escuela, porque  cree que debe estar María Elena, y Paco, nuestro compañero que estaba ya viviendo en la zona, va a llegar ahí.”

¿Te refieres a María Elena González Inostroza, la directora de la Escuela Nº 18 de Calabozo, que después fue detenida desaparecida en la Operación Colombo y figuró en la lista de los 119 junto a su hermano Hernán Galo?

“Sí, ella hacía clases en esa escuela en el campo, la detuvieron en 1974. Hernán era dirigente del Comité Local. Yo bajo a Calabozo. Me contacto con el campesino donde iba a llegar Paco y me dice que cuando empezaron a pasar patrullas, Paco se fue por tal lugar. Salgo a buscarlo pero no lo hallo. Y el campesino me dice hay que fondearse. Detrás de la casa de él pasaba el río Cato, ahí me mantengo, subo al cerro y observo el patrullaje y rastreo de los pacos. Los compañeros estaban al frente mío…estaba el valle de Calabozo y la Montaña. Ellos también observan las patrullas militares que todo el día peinan la zona. Llega la noche y perdimos contacto. El grupo de Rubén, viendo que estaba siendo cercado, camina hacia Minas del Prado, pero no encuentran la bajada y vuelven hacia Calabozo, ahí en un vado atraviesan y  logran llegar de amanecida a Minas del Prado. Entonces Rubén y León bajan a tomar contacto.”

¿Cómo logras romper el cerco?

“Yo pierdo el contacto con el grupo y me quedo toda la noche cerca de la casa del campesino de Calabozo, en un chiquero de chancho y al mediodía el campesino me dice que va a ir a ver qué pasa en Niblinto. Y luego me propone que me vaya a  Chillán por caminos internos, que él me puede endilgar a Coihueco, a pie, hasta el tranque. Hice dedo y un camión carbonero me trajo a Chillán. Tenía un arma y seguía con ella. Era una pistola Máuser prima, una grande, una de las dos que funcionó y disparó. Quedaron como 7 tiros no más.  Las granadas caseras tampoco funcionaron. La construcción era buena pero el encendido era artesanal, una mecha con un fósforo pero no encendió.  Tenía una cintita que había que sacar para que prendiera la mecha. El problema es que no había depósito y las granadas se guardaban en un gallinero, o una carbonera o algún galponcito, y Chillán es bastante húmedo.”

¿Qué pasó con los cuerpos de los compañeros?

“En los casos de Fernando Carrasco y Bernardo Solís, sus cuerpos fueron entregados a sus familias. Los dos de Minas del Prado siguen desaparecidos. A los días siguientes del crimen los cuerpos flotaban en el río. Un estudiante que vivía cerca del puente comentó en el Colegio Seminario de Chillán que había cuerpos flotando. Y dos compañeros de él, estudiantes de cuarto medio, de 17 años, fueron al río y los enterraron. Uno es Guillermo Stevens que fue gerente de Copelec, Cooperativa de Ñuble.  Los pacos los detuvieron, pero luego los dejaron en libertad aunque sí tenían claro el lugar del entierro. Pero cuando en la operación de “Retiro de Televisores”, Pinochet ordenó desenterrar cuerpos en todo Chile, ellos fueron nuevamente desaparecidos. En 2004 el juez fue a buscar los cuerpos, y no encontró  nada. No avisó a familiares de la diligencia por lo que  solo buscaron en un lugar específico sin más trámites.”

¿Qué características tenía el grupo de la Micro Niblinto?

“De nuestros compañeros destaco su coraje, la capacidad de luchar y tener en la mente que había que resistir la masacre. Hay que tener en cuenta que al 14 de septiembre ya había en Chillán un muerto tras el golpe, Iván Contreras Flores, también de 20 años, doble militante MIR/PS, estudiante, pero eso no hizo retroceder a nuestro grupo. El jefe político era Rubén Varas Aleuy, dirigente regional del MIR, que hacía trabajo político en poblaciones y sindical. Había dos tomas en Chillán, los campamentos “Por la Razón y la Fuerza” y el “Ché Guevara”. Rubén tenía 21 años, y era de Parral. para nosotros él era “Nelson Ugarte”, sólo después conocimos su nombre real. En el informe Rettig figura como de Coihueco. Por su ascendencia árabe, en broma algunos amigos le decían “Cara de Camello”.  Tres compañeros pertenecían a nuestra estructura de tareas militares, que el año 1969 había organizado un grupo operativo en que estábamos Luis Romero (El Oso),  Alfredo de Toro,  el Negro Matus (que no cayó detenido), y yo. Nosotros  habíamos recibido instrucción en Cuba por tres meses y también habíamos hecho el servicio militar. Otros militantes  hacían trabajo con campesinos y  pobladores. José Romero, hermano de Luis, era el encargado militar de la estructura local, el Grupo Político Militar de Chillán; era estudiante de servicio social en la Universidad de Chillán, hijo de campesinos. Ellos conocían la zona de Cato porque vivieron ahí. El más joven de nosotros, Miguel Aparicio,  tenía 17años, estuvo preso, ahora está en Holanda. Quien nos entregó las armas previamente fue el flaco Oscar Angulo, que  era nuestro jefe de la tarea de informaciones. Está vivo. Su hermano Rolando, que fue nuestro secretario regional en la clandestinidad, fue ejecutado por la DINA el 27 de abril de 1974.”

¿Han regresado a Minas del Prado ustedes los sobrevivientes?

“Después que hicimos el monolito en el lugar donde asesinaron a los dos compañeros, ese sector se transformó en un sector de descanso, donde la gente pone sus animitas de los otros muertos del mismo pueblo. Y es el propio lugar donde fueron ellos baleados. El mundo real…los malos con los buenos. Yo no olvido a don Sergio, el campesino que nos trajo harina y pan. Hemos ido todos los años a Minas del Prado. La gente no sale de las casas. Y vamos todos los años en caravana, el primer domingo después del 10 de diciembre, Día de los Derechos Humanos. Ponemos música, vamos con la Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos.  Muchas veces hemos entrado con marchas a Minas del Prado, y no sale nadie de las casas. Una vez éramos como cien, iban los chicos de la Universidad del BioBio, nos fuimos a la escuela donde trabajaba un profesor comunista y ahí nos reunimos y comimos en memoria de los caídos.”

¿Siguió trabajando políticamente el MIR después de Niblinto?

“Sí, el partido intentó reconstruirse una y otra vez y la represión siguió golpeándonos. Ricardo Troncoso Muñoz (Arturo), jefe militar de la provincia de Ñuble, tras los fracasos en Chillán se trasladó a la capital y al quedar sin contacto con la dirección del MIR, se asila. Pero luego al hacer contacto sale de la embajada, y cae detenido con María Elena González  y su hermano; ellos están desaparecidos. La detención de otro dirigente, Ricardo Catalán por la SIFA, tuvo terribles consecuencias porque él manejaba toda la información local.  En abril de 1974, la DINA aniquiló a la dirección regional del MIR de Chillán,  secuestrando enel Regimiento de Infantería de Montaña N° 9 de Chillán a Rolando Angulo, asistente social (Universidad de Concepción) junto  a  Ogan Lagos, estudiante de agronomía de la U de Concepción, y a Bartolomé Salazar,  profesor de castellano en el Liceo de Niñas chillanejo. Tras la tortura y muerte, sus cuerpos fueron abandonados en distintos sitios. El fiscal militar de ese tiempo, Mario Romero, fue procesado en 2015 en el juicio por esos crímenes.”

¿Cómo estaba organizada la DINA en la zona?

“Cuando se formó la DINA, los Patria y Libertad de la zona, que eran los civiles de San Carlos, bastante poderosos, entran a colaborar con el servicio secreto y le entregan, casas y vehículos para que funcionen y ellos mismos se ponen a disposición. Entregaron tres campos. El Carrizal, ubicado a unos 20 km de Chillán y utilizado como casa para el jefe de la Dina, Fernando Gómez Segovia, que llegó a tener grado de Coronel y hoy cumple desde 2014 sentencia en Punta Peuco, de 5 años y un día por el secuestro y desaparición de Pedro Molina, compañero de la Juventud Comunista de Lota que estuvo secuestrado  en Colonia Dignidad.  Gómez ocupó esa casa todo el año 74 y  es responsable por los desaparecidos de Parral, donde fue el jefe de la DINA. El otro fundo se llama Pomuyeto. Uno de los agricultores era Lincoyán Lagos Tortella, miembro activo de Patria y Libertad. Ellos pusieron sus camionetas y autos para traslados de presos de Carrizal a Chillán, y también los viajes desde el regimiento de Chillán a esas casas de detención y tortura. El tercer fundo  era Socorro, colindante con el río Perquilauquén, de Luis Dinamarca, agricultor y Patria y Libertad, y al frente estaba Colonia Dignidad. Se usó desde el 1 de enero del 74 hasta diciembre de ese año, un año completo. Después la Dina tuvo sus propias casas, pero esto fue para el inicio de la represión selectiva.”

¿Existía un plan del MIR local para responder al golpe militar?

“Hacíamos propaganda frente al Regimiento en Chillán, en junio y julio del 73 planteando a los soldados que desobedecieran las órdenes de los golpistas. Pensábamos que en caso de golpe,  íbamos a contar con alguna fuerza desprendida del Ejército, apuntábamos a generar eso en el país y aquí. En Chillán también se formó un cordón industrial en la zona de Ultra Estación, del sector poniente donde había pequeñas industrias, estaba también la Empresa de Comercio Agrícola ECA que era importante pues se acumulaban los productos agrícolas, estaba la feria de Animales y había dos tomas de terrenos, el MIR tenía bastante influencia en el sector de pobladores. El plan se había hecho en junio del 73. El plan A era resistir en la ciudad, donde estaba el apoyo social, gran parte de la gente del MIR desde el 11 se trasladó a ese sector que al principio no fue muy allanado. El 13 de septiembre, incluso el comité regional funcionaba ahí en una casa de seguridad en el sector Ultra estación, pero decide que no se debe hacer  la resistencia armada ahí y que hay que trasladar este grupo hacia la cordillera para instalarnos en Minas del Prado y preparar la lucha primero en el campo y luego llevarla a la ciudad. Las armas que llevamos eran pocas y algunas quedaron en Chillán. No las habíamos probado nunca porque teníamos poca munición.”

 

Patricia Miranda es la esposa de Jorge Vera, y la interrogo para completar este fragmento de historia de la resistencia al golpe en Chillán.

¿Patricia, qué rol cumplieron las mujeres en el MIR en Chillán después del golpe militar?

“Todas mis hermanas eran simpatizantes y los primeros días, inmediatamente después del 11de septiembre había que trasladar todo a Ultra Estación y todas estas mujeres con faldas cortas, llevaban los bolsos con armas…Había que pasar por el control de milicos que había en el paso bajo nivel que está al lado sur de la Estación.  Eramos como seis o siete mujeres, e hicimos varias pasadas porque también llevábamos información que era para Rubén, el jefe del MIR. Mi hermana menor, super linda, con la falda más corta, encabezaba el grupo, y el milico le decía: ´Le ayudo mijita´ y ella pasaba. Limpiamos todas las casas del MIR de documentos comprometedores, ayudamos también a la gente del Partido Comunista. Mi hermana estaba recién parida, y todo lo poníamos debajo del coche de la guagua, con la bebé encima!!! Y abajo iban las armas. No teníamos miedo. Es que no había alternativa porque si no, nos iban a matar los maridos. Y después, cuando nuestros familiares cayeron presos, nosotros llevábamos y traíamos toda la información.”

¿Tan decididas eran las mujeres del MIR?

“Una vez con mi cuñada nos amanecimos, había que ir a avisar que detuvieran una acción armada. Esto fue después de Niblinto, el mismo año 73, fuimos con mi cuñada y pasamos por el Retén…y dijimos que íbamos a un velorio. Los miristas estaban acuartelados en la casa de un paco jubilado, pero no nos conocían y no se atrevían a abrir. Pero el guatón Arturo (Ricardo Troncoso) reconoció a la hermana de Jorge y ahí salió a abrir la puerta. Les informamos entonces que la acción no iba. Y se puso a llorar porque estaban listos para salir. Eran los miristas más importantes, estaba toda la dirigencia ahí, pero la contraorden la dio el encargado  de reorganizar todo. Luego de dar el mensaje nos teníamos que ir. Y como era tan tarde y había toque de queda, nos escondimos en los hoyos de los alcantarillados y nos amanecimos ahí….hasta el otro día.”

Los procesos judiciales

Retomando la entrevista a Jorge Vera, le consulto por los resultados de los juicios en el caso de la micro Niblinto. Señala al respecto:

“En el proceso judicial por los asesinatos y torturas de José Romero y Rubén Varas la Corte de Apelaciones sobreseyó al jefe de retén de Chillán Viejo, capitán Luis Valdés Castillo,  que había sido condenado en primera instancia  porque él los sacó de Minas del Prado. Se perdió el caso en la Corte Suprema porque inexplicablemente el abogado Hiram Villagra no se presentó a apelar. Actualmente se intenta juntar las tres causas, a partir de la reapertura del caso de Fernando Carrasco y se busca reabrir la demanda por Bernardo Solís. Es claro el encubrimiento que hacen las fuerzas armadas sobre los criminales. El juez pide la nómina de los carabineros que ejercían en Chillán Viejo pero estos hacen aparecer otros, lo que es una contradicción con la declaración de un suboficial arrepentido, que dio los verdaderos nombres.  Se comprueba el pacto de silencio de las instituciones hacia los victimarios. Y la corte tiene que guiarse por eso…También se perdió el expediente del juzgado. Nosotros como Verdad y Justicia siempre quisimos saber la verdad, la del otro lado, por eso iniciamos los procesos y le pedíamos al abogado que de cada declaración de un verdugo nos entregara las fotocopias. Y así tuvimos el expediente completo. Incluye los testimonios de los campesinos  que declararon que estaban obligados.”

En Chillán la impunidad es la regla. Tras el golpe militar, en Chillán  hubo 110 detenidos desaparecidos y 1.100 presos pasaron por  el Regimiento Nº 9 de Chillán, la Segunda Comisaría de Carabineros y el Cuartel de Investigaciones. En todo Chile, las 21 comunas de Ñuble son, después de Paine, la segunda zona rural con un número tan elevado de detenidos desaparecidos en relación con su cantidad de habitantes. Y no hay condenas para los criminales, salvo por Gómez Segovia  Según cifras del Programa de Atención y Reparación integral de Salud PRAIS, en nuestra provincia de Ñuble, que actualmente tiene una población de 441.604 habitantes, se calcula que el 10% del universo total de  habitantes forma parte de los detenidos desaparecidos, presos políticos, ejecutados, exonerados y exiliados. Además de Gómez Segovia, sólo cumple condena efectiva en Punta Peuco, también a cinco años y un día, el general en retiro Patricio Jeldres Rodríguez, por la desaparición de dos dirigentes campesinos, Gilberto del Carmen Pino Baeza y Sergio Enrique Cádiz Cortes, este último dirigente campesino provincial y presidente del asentamiento campesino de Santa Rosa, del sector Cato. Ese criminal fue el primero en ser condenado por crímenes en Ñuble a pena efectiva. En nuestra declaración como Verdad y Justicia, afirmamos entonces: `Los caminos de la justicia tardan pero llegan, y soñamos que sigan llegando.”

¿Cómo fue tu exilio y el retorno?

“Estando en el exilio, en Holanda,  nuestra misión fue denunciar a la dictadura y relatar lo que sucedía en nuestro país y nuestra provincia,  y lograr la solidaridad del pueblo holandés. Pensábamos en volver a nuestro país. Pero el plazo se extendió y la dictadura se perpetuó en el poder. Con algunos compañeros que estuvimos juntos en prisión conversábamos y soñábamos en volver a nuestra región y trabajar en el campo porque eso nos volvería a estar en comunidad e integrarnos con el pueblo. Pero cada uno volvió finalmente por sus propios medios.  Mis hijos volvieron primero, con su abuela, para facilitar la vuelta y su integración. Con Patricia volvimos en 1992,  con la idea de trabajar en el campo, y lo hicimos. El país era otro, el MIR no existía. La política estaba renovada.  La desmovilización social era evidente. Eso nos obligó a repensar en todos los compañeros que habían dado sus vidas por construir otro Chile. Podríamos decir que nos ataron de mente y de manos y nos inundó una profunda tristeza e impotencia. Solo quedaban los derechos  humanos de aquellos que lucharon.  Así fue como nos organizamos en la Agrupación Verdad y Justicia, a buscar la verdad, saber donde estaban y como fueron los hechos, a  buscar Justicia, a recordarlos y hacer memoria por todos los caídos. Empezamos la lucha en los tribunales, para buscar los testigos, lo que significaba enfrentarse a los verdugos e investigar. En fin hacer la pega mínima que la legalidad burguesa nos permite. En muchos procesos se ha establecido la verdad dicha por los propios verdugos, lo que permitió establecer los errores cometidos por el partido y sus militantes.”

¿Cuál es tu reflexión final?

“El MIR durante la Unidad Popular creció enormemente, con una base popular combativa en nuestra región agrícola. Nuestro trabajo era luchar por  la Reforma Agraria e integrar a las bases campesinas que no estaban organizadas y no se les permitía participar en el proceso. En Chillán teníamos fuerza en la Escuela de Agronomía de la U de Concepción; era nuestra base de apoyo, de donde salieron dirigentes regionales, como Rolando Angulo, Ogan Lagos y Ricardo Troncoso caídos tras el golpe militar. El Mechón Oyarzún, miembro de nuestro grupo Niblinto, era estudiante de esa escuela. Como organización, nos encontramos con una resistencia armada de los latifundistas, agricultores que en su mayoría eran de Patria y Libertad   y que venían oponiéndose a la Reforma Agraria desde el gobierno de Eduardo Frei.      Nosotros no fuimos capaces de fortalecer ese crecimiento en tan poco tiempo y no teníamos la experiencia necesaria para impulsar una vanguardia.    Yo creo que el MIR colapsó el 11de septiembre. No fuimos capaces de coordinar nada  y no se logró tampoco hacer algo con la Unidad Popular. Y sin embargo esta incapacidad nos puso en disposición para resistir.  Los quince compañeros idealistas que ese día fuimos rumbo a Minas del Prado pensamos ingenuamente que seríamos un ejemplo a seguir…Con pocas armas, soñamos que nosotros daríamos el inicio a una gran lucha.”

La columna Niblinto

Arriba en la cordillera:

Rubén Varas Aleuy,    “Nelson Ugarte”, 21 años jefe del grupo, DD

José Romero Lagos, 22 años,    “León” DD, estudiante  servicio social

Bernardo Solís  “Freddy”, 20 años, Estudiante de Pedagogía, Muerto en acción

Fernando Carrasco “Raimundo”, 25 años,PS-MIR, chofer de taxi. Muerto en acción.

Sobreviven rompiendo el cerco:

Miguel Aparicio“Oveja”

Alejandro Carrasco“Ignacio”

Uldarico Carrasco  “Pablo”

Rodrigo Cifuentes“Caracul”,

internacionalista muerto en El Salvador

Alfredo de Toro  “Eustaquio”

Melanio Gutiérrez  “Alex”

Pedro Oyarzún“Mechón”

Juan Poblete “Fakiro”

Luis Romero “Rogelio”

Luis Veloso “El electricista”

Jorge Vera González “Vladimir”

 

Santiago, 13 de septiembre de 2016

fuente:  http://www.elclarin.cl/web/noticias/politica/20110-el-combate-de-niblinto-y-la-guerrilla-que-no-fue.html

La historia de la micro con miristas baleada en 1973 por carabineros de Niblinto

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La micro Ford, redonda, era de esas color verde agua que había antes, en la década del 60. Estaba estacionada en el predio de su dueña, Uberlinda Otárola, quien fue visitada en la noche del 14 de septiembre de 1973 por cuatro jóvenes de no más de 22 años. Estaban armados.

Eran Jorge Vera González, Luis “Flaco” Veloso (electricista) y Fernando Carrasco, un chofer de taxi. Le dejaron más que claro a la mujer que la micro se la llevarían sí o sí.

“Fue expropiada, porque decir robada suena mal”, dice Uldarico “Perico” Carrasco, uno de los 15 miembros del MIR que abordaron el transporte con destino a Minas del Prado, lugar donde según les había comunicado del partido, los estarían esperando con armas y un grupo de trabajadores agrícolas para iniciar una resistencia que contribuiría a evitar que el golpe de Estado lograra retirar a la Unidad Popular del Gobierno.

Uldarico es el mismo que el pasado lunes asistió a la exhumación del cadáver de su hermano, Fernando, el taxista, quien iba al volante de esa micro cuando fueron recibidos a balazos por el personal de Carabineros del retén Niblinto.

“Perico”, junto a Jorge Vera y Luis Romero Lagos (detenidos en septiembre de 1973 y exiliados a Holanda) se reunieron con LA DISCUSIÓN para recordar el minuto a minuto de ese viaje que se inició como un “sueño de juventud” y terminó como un trágico y letal fracaso, que les mostró con frialdad que la Unidad Popular se hundió para no volver a flotar jamás en el país.

“Había dos planes. El primero era quedarnos en este sector de Ultraestación, donde estaba la toma ‘Por la Razón y la Fuerza’, que tenía a hartos compañeros del MIR; además habían silos con trigo y unas bodegas de la Empresa de Comercio Agrícola (ECA) donde había de todo. Ahora, si no se podía, ya teníamos vista la micro y sabíamos que eran 15 los designados por el partido para partir a la precordillera. No todos sabíamos a qué parte exactamente, una vez en la micro nos iban a decir”, recuerda Luis Romero Lagos, apodado el “Oso”, por su contextura, actual presidente de la agrupación Verdad y Justicia de Chillán.

Un día llegó un vehículo pequeño. Se bajó una persona a quien solo conocían por el apodo. Abrió el portamaletas y sacó dos revólveres, dos pistolas Mauser Prima, una pistola alemana calibre 38, una P31, un cajón con granadas caseras, una escopeta, tres rifles y un fusil M1. Ese era todo el arsenal con el que se supone deberían hacerle frente a las Fuerzas Armadas.

“Era ridículo, pero lo que pasó es que cuando ocurrió el golpe, todos los políticos que se supone que nos iban a organizar y a proveer de armas, se arrancaron sin pensarlo. Se supone que dentro del Ejército también habían elementos disidentes que se rebelarían y nos iban a colaborar, pero tampoco se manifestaron”, recuerda Vera González.

Parte la micro rumbo a la muerte
El plan B se ponía en marcha. Le cortaron los cables telefónicos a la dueña de la micro del recorrido Irene Frei – Escuela Normal, le dijeron que sería abandonada intacta cerca de Niblinto y se la llevaron hasta dejarla tras la estación de trenes.

La misión era que a las 23.00 horas sería abordada por los primeros cuatro miristas, quienes recogerían al resto en el puente Cato.

Por órdenes superiores del MIR, quien quedaba a cargo del grupo era un joven de 22 años, llamado Rubén Varas Aleuy (quien se hacía llamar Nelson Ugarte), “pero él no tenía ni la experiencia ni la instrucción militar que teníamos varios de los otros compañeros que íbamos arriba. No fue la mejor decisión, pero había que acatar las órdenes”, comentó Vera.

Y comenzó el sinfín de errores.

En primer lugar, los tramos hacia el Puente Cato nunca quedaron muy claros y los grupos se perdieron en el camino, lo que los retrasó al menos unas cuatro horas del plan original.

Una vez todos arriba, quien debía manejar la micro era el “Flaco Electricista”, sin embargo, confiado en su experiencia como chofer profesional, Fernando Carrasco tomó el volante, apagó las luces y se fue a máxima velocidad por la variante Nahueltoro para llegar a un cruce ubicado a no más de 50 metros del retén de Tres Esquinas, donde fueron vistos por los carabineros que ya estaban parapetados tras unos sacos de arena.

La dueña de la micro ya había avisado de la “expropiación” y en todas las unidades buscaban a la “micro llena de extremistas armados”. Sin embargo, los uniformados no abrieron fuego.

“Era obvio que iban a avisar a Niblinto, así que propuse a viva voz desviarnos por Calabozo. Lo malo es que el compañero que iba a cargo dijo que no, porque estábamos demasiado retrasados y pensó que si en Tres Esquinas no les habían hecho nada, en Niblinto tal vez tampoco. Pero se equivocó”, recordó “Perico”.

Cuando la micro estaba por cruzar el retén Niblinto, sienten la primera ráfaga de balazos. El primero en ser herido fue Fernando, a quien hicieron reposar en la pisadera. Más tarde sería llevado al retén, interrogado, torturado y muerto por el capitán José Jara Donoso, de la Sexta Comisaría de Chillán Viejo, quien habría descargado una ráfaga con su subametralladora en el estómago del taxista.

“Mi hermano me pedía ayuda, pero yo estaba atrás y las balas eran tantas que no podía ni moverme”, recuerda con pesar “Perico”, quien bajó por la puerta trasera, mientras Vera disparaba para forzar a los carabineros a parapetarse y cesar por algunos segundos la balacera.

Los pasajeros armados descubrieron que las granadas que llevaban no funcionaban y que el M1 que le pasaron al “Oso” Romero, encargado de proteger al grupo, estaba descompuesta. “Me paré, disparé tres veces y no pasó nada, pero si no fuera porque a algunos compañeros sí dispararon nos habrían matado a todos”, relató.

Arrancaron hacia el río Cato, usando la micro como escudo. Sin embargo, el alumno de cuarto medio, Bernardo Solís, corrió inexplicablemente en diagonal y una bala lo alcanzó en la espalda. Fue rematado en el mismo lugar.

El “Flaco Electricista” fue herido en un tobillo, por lo que se lanzó al agua y nadó lejos del grupo. “Tomó un taxi y se devolvió a Chillán”, relataron sin esconder su grado de molestia.

El grupo huyó por un potrero recién arado, por lo que corrían a duras penas. Más adelante, secaron sus ropas y Jorge Vera continuó solo rumbo a Calabozo, donde comprobó que, por el contrario de lo que pensaban, nadie los esperaba. Ni armas, ni provisiones, ni alimento, ni instrucciones, ni nada.

Siendo el grupo ya de solo 11 personas, dos de ellos, José Fernando Romero (hermano menor del “Oso”) y Rubén Varas Aleuy (aún a cargo del grupo) deciden separarse para ir a Minas del Prado, donde debían tomar contacto con un mirista que era trabajador de la Conaf (el” Negro Matus”). Pero fueron retenidos por un grupo de 35 campesinos, quienes llamaron a carabineros. Les dispararon. Sus cuerpos nunca aparecieron.

Los nueve restantes escucharon los balazos. “Pero no sabíamos en ese momento qué les habían disparado a Aleuy y a mi hermano”, relata el “Oso”. Encontraron guarida en la casa de un agricultor donde se enteraron que la fuerza del golpe era tan potente que “ya no había nada más que hacer”.

Decidieron separarse. Unos, como el “Oso”, optaron por volver a Chillán; y otros, como el “Perico”, buscaron irse a Argentina. Finalmente fueron detenidos, siempre delatados por alguien que los ubicaba, y condenados a 20 años y luego bajado a 5. Con la creación del artículo 504, lograron cambiar la condena por el exilio en 1977.

El “Flaco Electricista” murió de un infarto a los 60 años, y Rodrigo Cifuentes, otro de los 15, cayó como combatiente internacionalista en El Salvador.

La muerte de Fernando Carrasco y la de Bernardo Solís actualmente están siendo investigadas por el ministro Claudio Arias, de la Corte de Apelaciones de Chillán.

Augusto, “el Pelao Carmona”, mi compadre. Justicia al fin.

Augusto, “el Pelao Carmona”, mi compadre. Justicia al fin.

Justicia, 40 años después

Publicado el 29 Mayo 2017

ESCRITO POR LUCÍA SEPÚLVEDA

Por el asesinato del periodista y dirigente del MIR, Augusto Carmona Acevedo,  cometido por la CNI el 7 de diciembre de 1977 cuando él tenía 38 años,  fueron condenados, 40 años después, algunos de los responsables. Augusto, “el Pelao Carmona”, padre de mi hija Eva María, fue mi compañero en los inolvidables años de la Unidad Popular y luego en la lucha antidictatorial. Eva María y Alejandra, su otra hija, crecieron sin él. Sus seis nietos  irán conociendo la verdad histórica, aun cuando ello no borrará el dolor de la ausencia.  

 

 

Alto dirigente del MIR en la clandestinidad, Augusto  había sido ex jefe de Prensa de Canal 9 de TV de la U de Chile y redactor de la revista Punto Final. El crimen fue presentado por la dictadura y los medios como un enfrentamiento.

La querella interpuesta en 2003  para impugnar la amnistía impuesta en 1993, era contra Augusto Pinochet y todos los que fueran responsables. Como familia, habíamos vivido con júbilo la detención de Pinochet en Londres.  Era  lo más cercano a la justicia y a la reparación. El hecho había remecido a la justicia chilena. Pero la impunidad persistió, con trucos judiciales para dilatar los procesos, entre otras movidas que permitían el avance de la “impunidad biológica”:  El año 2006 muere  Pinochet sin pagar por este ni ningun otro crimen. Fue en el Día Internacional de los Derechos Humanos, que coincide con mi cumpleaños…No hubo regalos de la justicia para nosotros en estos años.  

Iban muriendo los criminales mientras los padres de los ejecutados detenidos desaparecidos partían sin conocer verdad ni justicia, tal como ocurrió con don Augusto y la señora María Acevedo, los padres del “Pelao”.  Sin embargo viva está la constitución pinochetista, al igual que el modelo económico implantado entonces y perfeccionado por la Concertación/Nueva Mayoría. Sólo a través de la lucha social de los de abajo, y los terremotos irrumpe  el verdadero rostro del país por el que se jugaron y entregaron su vida “Oslo” y miles de compañeros y compañeras.  La corrupción y el envilecimiento de la política, la corrupción y el saqueo de los bienes comunes se nutren de la impunidad y de la tolerancia a las prácticas de tortura instaladas en distintos ámbitos de la acción del Estado, sea con los menores, sea en las comunidades mapuche allanadas y militarizadas o en las cárceles.

 

Privilegios de criminales  

En este marco llega finalmente la sentencia de la Corte Suprema: a10 años y 1 día  a los ex brigadieres de ejército Miguel Krassnoff y Manuel Provis Carrasco; al mayor (r) de ejército Enrique Sandoval Arancibia y al coronel (r) Luis Torres Méndez, así como los ex suboficiales del ejército José Fuentes Torres y Basclay Zapata. Menciono sus grados porque en Chile ningún criminal ha sido degradado,  pero la sentencia judicial sólo los individualiza por sus nombres. Los criminales reciben legalmente las generosas pensiones que se autoasignaron las Fuerzas Armadas mientras condenaban al resto de los chilenos a jubilar con las miserables pensiones del sistema de las AFPs. Mientras escribo, me pregunto además si este año Krassnoff podrá gozar en libertad de su pensión de  $ 2.489.658, ya que otros criminales con condenas por delitos de lesa humanidad ya han obtenido la libertad condicional. El monto de la pensión se conoció por la lista entregada por el Consejo para la Transparencia al diario La Tercera recientemente.

En el procesamiento inicial del ministro en visita Leopoldo Llanos (2005) la lista de criminales era encabezada por Odlanier Mena, director de la CNI, que estaba con condicional por otro homicidio y se suicidó (2013) eludiendo su responsabilidad.  Los agentes que declararon en el proceso por el asesinato de Augusto Carmona aseguraron que desde el reemplazo de la Dina por la CNI, a mediados de 1977, con Odlanier Mena como director, todos los operativos de exterminio debían contar con su autorización previa. La Brigada Roja (sucesora de la Halcón) fue la encargada de llevar a cabo la ejecución de Augusto Carmona, operación supervisada por Krassnoff – quien dirigió todos los operativos contra el MIR –   bajo el probable mando operativo de Manuel Provis. Mena llegó al lugar de los hechos pocas horas después.

 

Periodista de trinchera

Carmona tuvo una destacada carrera en el periodismo nacional, donde fue jefe de prensa de Canal 9 de TV –entonces de la Universidad de Chile- elegido por los trabajadores que ocuparon la estación en agosto de 1972 intentando detener el avance del golpismo. Tras el golpe militar,  él escogió los riesgos de la lucha de resistencia, aunque su salud era precaria por haber sufrido una compleja operación al corazón. En esos primeros años en que sólo existía la prensa adicta a la dictadura, el “Pelao Carmona”, ahora “Oslo”,  comenzó a organizar la red  de  periodistas que recolectaba noticias sobre los crímenes de la DINA, y  testimonios sobre la existencia de detenidos desaparecidos, enviándolas al “Correo de la Resistencia”, en México. Carmona era miembro del comité central del MIR en la clandestinidad. Como encargado  de las relaciones políticas, se reunía con dirigentes de la izquierda y un sector de la Democracia Cristiana para impulsar acuerdos tendientes a formar un movimiento amplio de resistencia popular.  

Las exigencias de la vida clandestina eran contradictorias con el carácter del Pelao, que  era comunicativo, amistoso, seductor, dado a las  conversas de café y a escuchar y bailar tangos y boleros. Ese amor por la vida lo transmitió a sus tareas políticas, que arremetía con vehemencia, pasión  y creatividad, cambiando su aspecto físico  y reduciendo sus salidas para eludir la persecución.  La forzosa quietud le permitió asumir el rol de cuidar a Eva María, nacida poco después del golpe, a quien prodigaba su ternura y atención, superando el machismo característico de esa época. Eva tenía 3 años cuando lo asesinaron y no podía ni siquiera llevar su apellido, pues vivíamos en la clandestinidad.

El Pelao había estudiado periodismo y bibliotecología tras egresar del Instituto Nacional. Fue presidente del centro de alumnos de la Escuela de Periodismo de la Universidad de Chile y más tarde, presidente del sindicato de trabajadores del Canal 9, donde fue redactor político del Noticiero “Nueve Diario”.  Como redactor de la revista Punto Final viajó a Cuba junto a un grupo de periodistas que entrevistaron a Fidel Castro en La Habana. En agosto de 1967, había reporteado el juicio militar en Camiri, Bolivia, a Régis Debray y otras personas vinculadas a la guerrilla del Che.

En 1973 fue, además, jefe de prensa de Radio Nacional, emisora del MIR. Perteneció a una generación de notables periodistas comprometidos con el pueblo, como Augusto Olivares, Máximo Gedda y José Carrasco Tapia, grandes amigos suyos. De la promoción 1957 del Instituto Nacional arranca su estrecha amistad con el poeta Manuel Silva Acevedo,  así como con el pintor Raúl Sotomayor y el académico Grinor Rojo. 

Delito de lesa humanidad
La sentencia de la Suprema calificó el asesinato del periodista como un delito de lesa humanidad dado que fue “un ataque sistemático o generalizado en contra de bienes jurídicos como la vida de una parte de la población civil con determinada opción ideológica, con la participación del poder político y la intervención de agentes del Estado” y concedió también, a contrapelo del Consejo de Defensa del Estado, y cumpliendo las obligaciones internacionales de Chile, la reparación civil solicitada para las hijas.

 La acuciosa investigación iniciada por el ministro Alejandro Solís, hoy jubilado, fue retomada por el juez Llanos.  Los ministros Haroldo Brito,   Milton Juica y Jorge Dahm,  respaldaron lo obrado por Llanos, en tanto los  ministros Carlos Künsemüller y Lamberto Cisternas, sostuvieron en un voto de minoría que los criminales debían cumplir sólo la mitad de la pena impuesta.  Siguieron así  la teoría de la “media prescripción” respaldada por el Presidente de la Corte Suprema Hugo Dolmetsch,  similar al “2 x 1” aplicada en Chile en varias oportunidades y rechazado en Argentina recientemente en masivas movilizaciones.

La trampa mortal

El crimen ocurrió el 7 de diciembre de 1977, bajo estado de sitio pero los testimonios de los vecinos hicieron resplandecer la verdad. Ante el  tribunal los testigos –entre los que se cuenta  el escritor Reinaldo Marchant que acudió motu proprio a la Comisión Rettig a contar lo que vivió ese día – declararon lo mismo que Marchant expuso ante la Rettig , refutando la mentira del enfrentamiento. También lo había denunciado yo ante la Comisión Allana de Naciones Unidas, que visitó Chile un año después. Me protegió para comparecer el querido Padre José Aldunate.  

La tortura fue la clave para detectar al Pelao. No nos enteramos a tiempo de la detención de un colega y su equipo de apoyo. Paradojalmente el Pelao había  intentado protegerlo y asilarlo para salvar la red clandestina de periodistas que éste contactaba. Pero era demasiado tarde y ellos ya habían caído en manos de la CNI. Ese día, una veintena de vehículos rodearon desde temprano la manzana en que vivía el Pelao, en la calle Barcelona, de la comuna de San Miguel. Los agentes allanaron su domicilio y ocuparon además la casa contigua. Luego ordenaron a los vecinos recogerse en sus casas y permanecieron horas esperándolo en el interior del inmueble. Cerca de medianoche,  cuando él sacaba sus llaves para ingresar a la casa, dispararon una ráfaga de subametralladora acribillándolo por la espalda. Los agentes arrastraron el cuerpo al interior. Un fiscal militar ordenó más tarde un informe a los peritos de la Brigada de Homicidios de Investigaciones. El informe estableció que el cuerpo fue arrastrado y que la pistola que portaba Carmona estaba con seguro, por lo que no pudo hacer uso de ella para defenderse. Al lugar llegó más tarde el director de la CNI, Odlanier Mena en su vehículo marca Volvo, según declaró Juan Arancibia López, su chofer.

Este fue el inicio de la política de la CNI de aniquilamiento de dirigentes, remplazando el secuestro por la ejecución in situ, enmascarada como un enfrentamiento. Un mes después, Germán Cortés, también alto dirigente del MIR fue asesinado en similares circunstancias.

El cartel de la DINA/CNI

Odlanier Mena Salinas, sobreseído por muerte de su responsabilidad en este crimen,  había sido condenado en 2008 a seis años por los secuestros de Oscar Ripoll Codoceo, Manuel Donoso y Julio Valenzuela (Caravana de la Muerte), pero ya estaba en libertad condicional cuando el ministro Llanos lo procesó, y se suicidó en su propia casa al saberlo. Ello coincidió con el traslado de los criminales desde el penal de Cordillera hacia Punta Peuco.

 

El condenado Miguel Krassnoff Martchenko tiene la segunda más alta pensión de los 81 criminales actualmente condenados en Punta Peuco (sólo inferior a la del ex fiscal Torres). El  se especializó en el exterminio del MIR.  Según información  del Programa de Derechos Humanos del Ministerio del Interior, está condenado a firme por los secuestros  de 20 resistentes en la llamada Operación Colombo   (María Teresa Bustillos, Manuel Cortez Joo, Julio Flores, María Elena y Galo González Inostroza, Sergio Lagos, Ofelio Lazo, M. Cristina López, Mónica Llanca, Sergio Montecinos, Jorge D’Orival, Jorge Ortiz,  Eugenia Martínez, Anselmo Radrigán, Marcelo Salinas, Fernando y Claudio Silva, Gerardo Silva,  Muriel Dockendorff, Manuel Villalobos), incluidos en la Lista de los 119. Krassnoff también cumple condena por los secuestros y desapariciones de  Diana Aaron, Luis Arias,  Alvaro Barrios, Cecilia Bojanic, Amelia Bruhn, José Calderón, Carmen Díaz, Mamerto Espinoza, Iván Monti, Antonio Llidó, Luis Muñoz Rodríguez, Flavio Oyarzún,  Sergio Pérez, José Ramírez, Sergio Riffo, Herbit Ríos, Jaime Robotham, Luis San Martín, Renato Sepúlveda, Claudio Thauby y  Lumi Videla, casi todos militantes del MIR. Además, fue condenado por el montaje en Rinconada de Maipú en que la DINA ejecutó a Alberto Gallardo, Catalina Gallardo, Mónica Pacheco, Luis Ganga, Manuel Reyes y Pedro Cortés. A ello se agregan las condenas por torturar en Villa Grimaldi a prisioneros y prisioneras que sobrevivieron. En ausencia, fue condenado en Francia por la desaparición de los ciudadanos franceses Alfonso Chanfreau, Jean Yves Claudet, George Klein y Etienne Pesle. En Chile aun está procesado por muchos otros secuestros.

Krassnoff no  ha entregado información alguna que permita encontrar a los desaparecidos y esclarecer casos, por el contrario reivindica sus crímenes. Sin embargo, su abogado reivindica ante la Corte el actuar de su defendido contra el “terrorismo”.  La Corte de Apelaciones acogió parcialmente, el 8 de septiembre de 2016, un recurso de protección interpuesto por Krassnoff para salir en libertad, abriendo la puerta a la reconsideración de su solicitud por parte de la Comisión de Libertad Vigilada. El 5 de octubre del año pasado, esta misma corte concedió la libertad condicional a Raúl Iturriaga Neumann, revocando así la repetida negativa de la Comisión de Libertad Condicional respectiva.

Otro condenado, Manuel Provis, ex jefe del Batallón de Inteligencia tiene dos condenas más por matar a sus pares: a 10 años y un día por la muerte del ex químico de la DINA Eugenio Berríos en Uruguay, y  a  4 años por asesinato del coronel Huber.  Su pensión es de $2.442.188. Provis está en Punta Peuco desde agosto de 2015, tras el suicidio del el ex general director del DINE Hernán Ramírez, al ser notificado de la sentencia en el caso Berríos.

Enrique Sandoval Arancibia (“Pete el Negro”) ya fue  condenado por el asesinato del dirigente del MIR Germán Cortés,  y por el montaje (caso Las Vizcachas) en que se asesinó a Juan Soto Cerda, Luis Araneda, Luis Pincheira y Jaime Cuevas (1981). Por desaparecer al menor Carlos Fariña, no cumplió pena alguna de cárcel. Sigue gozando de una  pensión de $1.653.952.

Basclay  Zapata (“El Troglo”) está en Punta Peuco, condenado a 10 años por desaparición de Manuel Cortes Joo, Julio Flores, los hermanos Galo y María Elena González Inostroza; Sergio Lagos,  M. Cristina López, Mónica Llanca, Jorge D’Orival, Anselmo Radrigán, Fernando y Claudio Silva Peralta, Manuel Villalobos (todos del caso Operación Colombo). Además condenado por  los secuestros y desapariciones de Alvaro Barrios,  Carmen Díaz, Elsa Leuthner,  Antonio Llidó, Iván Monti,  José Ramírez, Herbit Ríos, Ricardo Troncoso, Lumi Videla.

Luis Torres Méndez  (“Negro Mario”) estaba en libertad condicional, al emitirse la sentencia de la corte Suprema, con una  sentencia de primera instancia por el secuestro de Miguel Angel Acuña Castillo, (Operación Colombo). También está procesado por casos de la Operación Cóndor y por secuestros  de militantes comunistas en calle Conferencia.
José Fuentes Torres, (“Cara de Santo”) también libre al momento de dictarse la sentencia por el homicidio de Augusto Carmona,  está procesado por su participación en la Operación Colombo y cumplió  en libertad una “condena” por el  secuestro y muerte de Mireya Pérez Vargas.

 

La historia de periodistas revolucionarios como Augusto Carmona Acevedo y tantos otros compañeros y compañeras de su generación, requiere ser incorporada a la memoria pero también y sobre todo,  a la práctica social y política de los comunicadores de hoy en este Chile donde quieren reinar para siempre el duopolio y la farándula.  ¡Hagámoslo ya!

Desde Escocia con amor…Don Raúl Cerón Morales, una historia.

Desde Escocia con amor…Don Raúl Cerón Morales, una historia.

Por ahí en 1974, Los violentos del régimen militar de Pinochet pusieron al compañero y amigo Don Raúl Cerón Morales en un camino de tierra y hielo rumbo a un campo de concentración en una isla fría y remota del profundo sur de Chile.

Antropología de la Realidad Virtual

Carlos Arredondo
15 de abril 2015

Por ahí en 1974, Los violentos del régimen militar de Pinochet pusieron al compañero y amigo Don Raúl Cerón Morales en un camino de tierra y hielo rumbo a un campo de concentración en una isla fría y remota del profundo sur de Chile.

Llegó a la isla Dawson, lugar desolado y castigado por los poderosos vientos antárticos, junto a muchos hombres y mujeres para sufrir desde lejos no su prisión, para un hombre digno no era lo importante, sino el drama de una feroz dictadura afectando en forma terrible la clase trabajadora de la cual Don Raúl, fue un acérrimo defensor.

En la isla Don Raúl, quien nos dejó la semana pasada sus 92 años quizás durmiendo, quizás pensando, quizás soñando, en su Antofagasta, hizo caso omiso a los amenazantes fusiles de milicos infames venidos de la clase obrera y mandados por otros…

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