Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

El Gato Gamboa. Voz de una generación.

El Gato Gamboa. Voz de una generación.
 Alberto, el gato Gamboa, mi amigo, el siempre alegre, el tímido y pudoroso, el impuntual, el deslenguado en público y recatado en la intimidad por fin ha sido reconocido por sus pares. Hoy es premio Nacional de Periodismo 2017.
La voz del Gato en distintas entrevistas que se encuentran en internet nos trae una historia de vida que por algún tiempo se entroncó, en tiempos difíciles, se enlazó a la mía.

https://youtu.be/Rpo8ispAmmo

 

 

 

https://youtu.be/-YB5QhFfyW0

GATO GAMBOA : UN GOL DE MEDIA CANCHA

Las callecitas bucólicas de la comuna de Providencia, en las década del veinte y el treinta del siglo pasado, eran tranquilas y polvorientas. A lo más con adoquines en las laterales de la avenida principal, que llegaba hasta el canal San Carlos, en Tobalaba. De ahí para arriba, lo que hoy es Apoquindo, los terrenos eran parcelas y puro campo.En aquel pretérito y tranquilo barrio, de buen aire y muchos árboles, jugaba con sus amigos un chico de baja estatura, vivaz, de ojos verdes y felinos, de mirada picarona, ‘pelusón’ y bueno para la pelota.Su mamá lo peinaba con un pequeño moño sobre la frente y el pelo bien corto. Así nació el mítico apodo de “Gato”, que le puso un compañero de curso del primero de humanidades (hoy séptimo año) en el Liceo Lastarria, cuando tenía doce años, dejando en segundo plano su nombre, Alberto, y sus apellidos, Gamboa Soto.Hoy, a los 88 años, el popular “Gato” Gamboa ya no juega fútbol. Lo ve por televisión, pero sigue caminando por su nueva comuna, Ñuñoa, donde vive, y por las calles del centro de Santiago, cuando se junta con sus amigos a tomar un café o a almorzar.El jueves 6 de mayo pasado lanzó su libro “Un viaje por el infierno”, escrito a comienzos de los ochenta y que apareció en 1984 en cuatro tomos junto a la desaparecida Revista Hoy, en la que volvió al periodismo luego de haber sido preso político y tras realizar diferentes labores ajenas a su talento y vocación para poder sobrevivir. 
A la Revista Hoy retornó para hacer periodismo deportivo, recordando viejos tiempos, pues sus primeros artículos en este oficio fueron justamente deportivos, cuando estudiaba Historia y Geografía en la Universidad de Chile, carrera que era impartida en el viejo Pedagógico.“Como estudiante era un buen alumno. Lo demostré en el liceo y en la universidad. Además escribía bien, por eso me entregaron la responsabilidad de hacer el diario mural. Con unos compañeros escribíamos de un cuanto hay, hasta que un día un profesor me ofreció colaborar en un diario durante los fines de semana para cubrir deportes. Dije al tiro que sí, junto a tres compañeros. Al final quedé yo y no paré más hasta ahora”, rememora el “Gato”, quien tiene dos hijos, Víctor Alberto, ex marino y ahora karateca, y José Antonio, productor de eventos, quien recién le dio un nieto, Agustín, de un mes y medio, y el cual le dejó el libro con una dedicatoria que sólo su hijo menor conoce.El “Gato” fue durante doce años el director del diario Clarín, un tabloide de corte popular y que llevó siempre la bandera de Salvador Allende en su mástil, hasta el Golpe Militar del 11 de septiembre de 1973.
De cabellera frondosa y blanca, al igual que sus bigotes y barba cuidada, Gamboa se sienta cómodamente en el living de su casa DFL2 de calle Bremen, en Ñuñoa. Mira hacia arriba y va recordando sus primeros pasos como reportero.“Me mandaban a hacer partidos de equipos chicos. Salía a reportear en micro, y sólo si partía con un fotógrafo nos íbamos en auto, pero eso era muy raro. A los editores les llamaron la atención mis notas, que más que técnicas eran humanas. Es decir, tocaba el corazón de los jugadores cuando ganaban o perdían. Eso me hizo pasar a la sección policial, donde hablaba con los familiares y amigos de las víctimas, lo que al público le gustaba”, explica con la misma claridad con la cual aún escribe.Lo que más le agradaba cubrir a Gamboa en el deporte era el boxeo, en una época de los cuarenta a los sesenta, cuando Chile tuvo grandes púgiles, como Arturo Godoy, quien peló dos veces por el título mundial de los pesados, y ‘Fernandito’, Antonio Fernández.“Me gustaba mucho el boxeo, porque en ese tiempo había del bueno. Me hice muy amigo de ‘Fernandito’. Salíamos con amigos a cenar y lo pasábamos muy rebién. Él era muy conocido, y muy respetado en Chile y en toda Sudamérica. En el boxeo había muy buen material para el periodismo, y por eso yo le sacaba el jugo a cada historia”, expresa ganoso el “Gato”.El único deporte que practicó el periodista fue el fútbol. En el Lastarria y en la universidad jugaba de half right O mediocampista derecho.“Era bueno para la pelota, y llegué a jugar en la cuarta especial (juveniles) de la Universidad de Chile cuando estudiaba en esa casa de estudios. En mi posición más de una vez intenté meter un gol de media cancha, aunque en la vida hice muchos…”, y revienta en risas, recordando más de alguna diablura que protagonizó en sus comienzos de reportero y cuando estuvo detenido en Chacabuco, donde también fue el encargado del diario mural, ocasión en la que escribía las novedades y noticias del campo de prisioneros de su puño y letra, para hacer menos triste la estadía en medio del desierto en la Segunda Región.
En su libro habla de los partidos de fútbol que jugaban los prisioneros para entretenerse.“Había dos pelotas y dos canchas, por lo que estaba prohibido jugar por alto y con bote, porque si la pelota sobrepasaba la reja de tres metros, caía al campo minado que rodeaba la prisión”, recuerda, agregando que los resultados de la competencia los escribía luego de forma entretenida y jocosa, con titulares como los que le hicieron famoso en Clarín y en el Fortín Mapocho.“Antes de llegar a Chacabuco estuve en el Estadio Nacional, el mismo lugar en el que había reporteando muchas veces. En septiembre de 1973 llegué y me crucé con algunos de mis entrevistados, como Carlos Caszely. Lo único que atinábamos a decirnos era suerte”, comenta con algo de tristeza, ya que en el Nacional sufrió torturas corporales, algo de lo que no habla.
En la portada de su libro aparece tal cual es hoy, con la misma mirada con que lo retratan sus amigos de antaño y de prisión. Con esa mirada profunda se sentaba a tomar el sol junto a sus compañeros en las tribunas del Estadio Nacional cuando salían de los fríos y oscuros camarines.La mirada se proyectaba al centro de la cancha, como recordando sus años de futbolista, o las estampas de sus ídolos de Colo Colo o cuando intentó hacer más de alguna vez un gol de media cancha.
(Texto escrito por Juan E. Lastra)

Amistad y ser del Gato Gamboa

Javier Gimeno*

 

Francisco Mouat: ”Las siete vidas del Gato Gamboa: conversaciones con Alberto Gamboa, último director del diario Clarín”. Santiago de Chile, Lolita editores, 2012.

 

 

Recibo con alborozo un ejemplar de este libro dedicado de puño y letra por mi gran amigo el GatoGamboa. No puede ser otra la dicha  cuando alguien de la talla intelectual, pero sobre todo humana, de Gato Gamboa le regala a uno una dedicatoria donde le habla de una amistad  “más tierna, más fuerte, más eterna”, amistad que “me hace ser un hombre feliz… para ser de otro mundo”.

Con estas palabras es difícil ser objetivo y por eso afirmo con toda rotundidad que esta reseña tiene todo menos objetividad.

Porque no se puede ser imparcial y dejar de lado la profunda amistad, el cariño y la admiración sincera que profeso a quien fuera director del diario Clarín, el periódico más emblemático de la Unidad Popular chilena y, sin duda ninguna, el mejor periodista que ha tenido Chile desde que el periodismo traspasó sus fronteras a finales del XIX. Esta afirmación, siendo subjetiva, tiene el mérito de ser compartida por muchos de los colegas de Alberto Gamboa, empezando por quien le entrevista en este libro, el columnista y escritor Francisco Mouat.

Es fácil preguntarse: “qué hace una reseña de un libro sobre un periodista desconocido en España en un blog como éste”, cuya respuesta es aun más sencilla, si cabe: por un lado, si en España tuviéramos más periodistas como el Gato Gamboa entonces tendríamos un periodismo basado en la objetividad de los hechos y en la crítica de las ignominias, sin concesión ninguna a intereses económicos, empresariales  y/o publicitarios, como así fue el periodismo practicado por el Gato Gamboa en Chile y por otros profesionales de su talla. Por otro lado, la respuesta está también en el libro en cuestión: una entrevista que desde el inicio deviene en diálogo familiar, ameno, fluido y coloquial, de dos buenos amigos y colegas de profesión, pertenecientes a dos generaciones diferentes pero unidos por el afán de hacer de su profesión un acto de compromiso social. Primero, contra la dictadura, después, por la democracia y finalmente, por que ésta sea lo mejor de cuanto fuere posible. Y siempre bajo la premisa del trabajo bien hecho cuyo fin es siempre la veracidad, la objetividad y, desde luego, el servicio público a quienes se deben como profesionales de la información: los lectores.

Alberto Gamboa nació en 1921. No sólo fue el último director del diario Clarín hasta su cierre por el gobierno militar del dictador Pinochet. Comenzó su carrera periodística muy joven, a los 17 años, como columnista deportivo en el diario La Opinión. Fue uno de los fundadores del Colegio de Periodistas de Chile y trabajó en diversos medios hasta que en 1960 se hizo cargo de la dirección del diario Clarín, de la mano de su propietario, Darío Sainte Marie Soruco, más conocido como Volpone. Este periódico, fundado en 1954, tuvo unos comienzos difíciles y fue cerrado por problemas económicos dos años después de su apertura. Volpone compró la cabecera a un precio simbólico para reflotarlo como diario crítico con los gobiernos democráticos, crítica que le valió la expulsión de su sede, censuras, multas y prohibiciones de todo tipo.

El periódico iba sobreviviendo a trancas y barrancas, sorteando como podía las barreras gubernamentales hasta que su dueño decidió en 1960 proponer como director a quien había sido redactor de la revista Ercilla y de La Gaceta y director del diario Última Hora, el periodista AlbertoGamboa, bien conocido por el apodo que una profesora le puso en el liceo Lastarria de Santiago:Gato, el Gato Gamboa.

A los pocos meses de asumir el Gato la dirección de Clarín, la tirada del periódico se vio incrementada en varios miles de ejemplares. ¿El secreto?, o mejor, ¿los secretos?: persistir con más ímpetu en la línea crítica sin concesiones iniciada años atrás por su dueño, lo que le valió a su flamante director la nada despreciable cifra de más de veinte condenas a prisión por injurias, desacato a la autoridad y otras lindezas similares. O bien, ofrecer titulares “impactantes” cuya redacción salían del ingenio indiscutible de su nuevo director, como este plagado de chilenismos que llenó de regocijo a sus lectores: “El roto [hombre vulgar] sacó su chispa: oye momia[mujer de derechas] pituca [de clase alta]cocíname esta diuca [ave de Chile, Argentina, Bolivia, etc. Argot chileno:pene]”; o el que publicó a propósito de la visita a Chile de la reina Isabel II de Inglaterra: “La chabelita [diminutivo de Isabel] es liviana de sangre: tiene buenos choclos [pantorrillas]; o este otro, propio de la crónica roja, género también cultivado por el diario: “En el cine King violaron a una lola [muchacha] y le echaron la culpa al malo de la película”.

Sin duda, una de las secciones de más éxito del diario fue el consultorio sentimental, firmado de puño y letra por el propio director, cuyo seudónimo, “Profesor Jean de Fremisse”, causó sensación entre los lectores de ambos géneros, entre otras habilidades dignas de una antología del periodismo escrito. Contribuyó sin duda al buen nombre del diario entre sus lectores el titular que el nuevo director acompañó siempre a la cabecera: “Firme junto al pueblo”.

Clarín alcanzó su máximo apogeo en los años del Gobierno de la Unidad Popular presidido por el médico socialista Salvador Allende. Su dueño y su director, ambos amigos íntimos de Allende, no dudaron en consagrar las páginas del periódico a la causa allendista de la “vía chilena y pacífica al socialismo”. Con diferencia, Clarín se convirtió en el periódico con mayor número de lectores de todos los que en esa época se publicaban en Chile, y por consiguiente, de mayor tirada.

Era imposible que un periódico como Clarín sobreviviera a la cruenta dictadura fascista que asoló Chile tras el golpe militar perpetrado por el general Augusto Pinochet, a la sazón, colaborador y hombre de confianza de Salvador Allende. Su director pagó cara no sólo su amistad con el Presidente electo; sobre todo, su profesión consagrada a través de Clarín a la defensa de la Unidad Popular.

Como cuenta Gato Gamboa a su amigo Francisco Mouat en este libro, confió en su profesión de periodista como escudo protector de la felonía que se estaba perpetrando en Chile tras el golpe y decidió no exiliarse ni esconderse, hasta que fueron a por él y sin miramientos lo encerraron, como a otros miles de chilenos, en el campo de deportes más extenso de Chile, el Estadio Nacional, ubicado en el barrio Grecia de la capital. Allí, como les ocurrió a tantos y a tantos confinados, fue sometido a todo tipo de vejaciones, palizas y torturas.

Cuenta Gamboa en la entrevista con Mouat cómo acabó una de las sesiones de tortura en la conocida en el argot de los presos políticos como parrilla o superficie de alambre (generalmente, un somier viejo y oxidado) con cables que se pinzaban en el cuerpo desnudo del detenido para someterle a fortísimas y muchas veces mortales descargas eléctricas: “Terminaron cuando uno de los torturadores le dijo al otro que tenía que irse al cine, porque su señora lo estaba esperando para ver El Padrino en el centro de Santiago.” 

Del Estadio Nacional fue trasladado con otros presos al campo de concentración de Chacabuco, situado a más de 2.000 kms al norte de Santiago, en plenas salitreras del desierto de Atacama. Aunque el trato allí seguía siendo vejatorio, los presos no eran sometidos a torturas sistemáticas como en el Estadio Nacional y otros centros de detención habilitados por todo el país de norte a sur, cuentaGato Gamboa a Mouat: “En Chacabuco te golpeaban o te castigaban, pero no había torturas organizadas como en el estadio. Una vez me dejaron al medio de una cancha de fútbol  a pleno sol muchas horas, quemándome. Dependíamos del ingenio de los custodios. Era frecuente que si te castigaban te dejaran sin alimento ni agua todo el día”.

Una de las formas de que se sirvió el Gato para sobrevivir en Chacabuco fue ejercer aquello que mejor sabía: su profesión de periodista. Para ello logró convencer a otros presos, algunos de ellos también periodistas como él, para hacer un periódico mural con las noticias más destacadas. Obviamente, el periódico pasaba la censura pertinente de los mandos militares al frente del campo pero su ingenio y el de sus colegas le sirvió para sortear las prohibiciones constantes mediante el uso de un lenguaje colmado de metáforas y frases con doble sentido. No en vano, Gato Gamboa conocía bien el oficio de sortear la censura tras múltiples de detenciones en tiempos de los gobiernos democráticos.

El periódico mural tuvo enorme aceptación entre los presos. Entre las secciones más exitosas destacaba el ya famoso consultorio sentimental del “Profesor Jean de Fremisse”, que los internos leían con verdadera delectación, y en no pocas ocasiones, auténtica necesidad. Pronto se corrió la voz en todo el campo que el tal Jean de Fremisse escribía unas cartas de amor dignas del mejor amante ilustrado, de modo tal que no tardaron en formarse largas colas para encargarle misivas dirigidas a las esposas, a las novias o a las amantes.

No faltaba quien quería escribir una carta a su mujer suplicándole que no le pusiera los cachos o cuernos con ningún pata negra [así llamados los tipos que cortejaban a las mujeres de los presos]; o el que aprovechaba su condición de presidiario y la distancia infinita para anunciar a su madre su homosexualidad oculta.

Un año y diez días estuvo preso Gato Gamboa en el infierno de Chacabuco, desde el 19 de septiembre de 1973 al 29 del mismo mes de 1974, tal como también cuenta en su anterior libro, Un viaje por el infierno (Forja, 2010). Una vez en libertad, no quiso abandonar el país. “Nunca pensé en irme de Chile. Muchos colegas se empezaron a ir y después me llamaban para ofrecerme  pega [trabajo], pero a mí nunca me picó ese bicho. Yo estaba involucrado en la idea de luchar contra la dictadura desde acá, además de sobrevivir, por supuesto. Y me sentí mejor conmigo mismo quedándome. No quería perder el vínculo con los que peleaban acá dentro, me gustaba el merengue, me gustaba la lucha, aunque fuera silenciosa y en un sentido completamente ineficaz. Una cosa medio quijotesca que no tiene demasiada explicación”.

Como es fácil de entender, la dictadura prohibió a todos los medios contratar al Gato Gamboa en sus redacciones, pero nuestro amigo no dudó en buscar trabajo de lo que fuera. De este modo, estuvo un tiempo trabajando en la construcción de los túneles del metro de Santiago hasta el día en que uno de los ingenieros al mando de las obras supo de su historial en el Estadio Nacional y en el penal de Chacabuco. Amablemente fue invitado a dejar la empresa. Luego se dedicó a vender libros y otras tareas para sobrevivir.

Entretanto, iba haciendo pequeñas y clandestinas incursiones en prensa utilizando seudónimos, colaborando cuando podía en medios como la revista Hoy o el diario La Época. Su larga y renombrada trayectoria le valió para ser contratado como asesor de un nuevo periódico, La Cuarta, del que llegó a ser uno de sus fundadores. En 1987, dos años antes del fin de la dictadura, cuando en Chile empezaban de nuevo a aflorar tímidamente ciertas libertades, Gato pasó a dirigir el también diario crítico con el gobierno militar, El Fortín Mapocho.

En octubre de 1989, ante la presión internacional contra su política represiva y de vulneración sistemática de los derechos humanos, y acaso porque estaba convencido de su triunfo absoluto e incuestionable, Pinochet convocó un plebiscito sobre su gobierno para afianzar su mandato y darle continuidad. A pesar de la fortísima y contundente campaña del gobierno militar con todos los medios de información en sus manos, la oposición logró alzarse con la victoria del “NO”. Para emitir su voto, los electorales tenían que marcar con una cruz la casilla correspondiente. El entonces director delFortín Mapocho, fiel a su ingenio como creador de titulares únicos, celebró el triunfo opositor con el siguiente: “Le ganamos con un lápiz”.

Pero el titular que dio la vuelta al mundo y sin duda ha pasado a la historia del periodismo escrito dentro y fuera de Chile, fue el que puso de cabecera en la portada del Fortín, seis días después del triunfo: “Corrió solo y llegó segundo”.

A sus 92 años y en compañía de su segunda esposa, Maria Estela, el Gato Gamboa lleva una vida plácida dedicada a la lectura, el cuidado de su perra Salomé, las buenas comidas, los paseos por las calles tranquilas de su barrio santiaguino de Ñuñoa y, de vez en cuando, algún viaje a visitar a los buenos amigos que tiene desperdigados por el mundo o a recibirnos en su casita ajardinada con un buen pisco o una exquisita empanada chilena preparada por María Estela para acompañar la conversaigual de sabrosa. No existe en esta vida mayor felicidad que ser amigo del Gato Gamboa. “Amistad a lo largo”, en palabras de Gil de Biedma; amistad “para ser de otro mundo”, en palabras de GatoGamboa.

 

*Javier Gimeno es un bibliotecario madrileño de la UCM, que ha vivido en Chile muchos años.

Hernán coloma andrews ( recibido en mi correo-e)

Un poco tarde, pero justo como pocos, a sus 96 años el Gato Gamboa obtiene por fin el reconocimiento tantos años postergado : el premio nacional de periodismo.

Tal vez a las nuevas generaciones no les diga nada. Desde el Diario Clarín y desde el Fortín Mapocho, hizo a más de una generación reírse a carcajadas del poder . Las más conocidas son las últimas, porque tienen mayor actualidad : “Corrió solo y salió segundo” ; “Le ganamos con un lápiz”, recordados titulares del Fortín cuando Pinochet perdió el plebiscito.

La gracia del Gato era su genial y crítica picardía criolla conque le pellizcó el poto por decenios a los poderosos y conque hizo reír a generaciones con sus titulares: por allí, mencionaron alguno: “Marinero mató a otro porque le tocó la popa” y también que a Jorge Alessandri le llamaba “La Señora” por su supuesta homosexualidad. Más que homofóbico (en ese tiempo la homosexualidad era “pecado”), fue un manera de reducir el prestigio que éste tenía entre la Derecha, que había transformado en algo mítico su sobriedad formal que ocultaba los excesos conque trató a sus trabajadores en la Papelera. 

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

Yo no fui un gran orador en el gobierno del Presidente Salvador Allende. Traté, eso sí, de marcar el espacio de mis amigos y compañeros de revuelta. Sí, nos tomamos el liceo, muchas veces nos tomamos el liceo, también dijimos que el socialismo era una forma de vida. Fidel Castro y sus extensos discursos nos llenaron la cabeza de frases y discursos que no dejaban dormir. Pinté con ayuda de mi hermano una muralla con el rostro del Ché en nuestra pieza, cuestión que a nuestros padres no le gustó mucho pero finalmente reconocieron nuestro derecho a pensar, en esa casa doña Silvia era demócrata cristiana y don Pablo masón y radical. Así crecimos pintando nuevamente el rostro del Ché, pero esta vez estaba acompañado de Fidel.

Habiendo pasado los años me pregunté, ¿por qué salíamos a marchar, por qué nos tomábamos el liceo? La única respuesta era saber que luchábamos por “un mundo mejor”. Como estudiantes no teníamos reivindicaciones propias, entonces nos tomábamos las reivindicaciones de los obreros, de los pobladores, de los campesinos, de los pueblos originarios. Salíamos de parranda a pocas cuadras de la casa y la mayoría estudiábamos a Carlos Marx y unos pocos a León Trotski o Mao.

Yo pertenezco a ese tropel de estudiantes que buscábamos apurar el proceso que encabezaba el Presidente Salvador Allende. Teníamos extensas reuniones de base. Éramos comunistas, éramos socialistas, éramos miristas, éramos también radicales. Cada uno defendía su bandera y su partido mientras la vida se definía como un futuro inacabable. Éramos felices. Sospecho que Allamand y sus huestes derechistas también eran felices. Él incluso se cambió de liceo para hacernos la collera, un niñito de liceo particular no se estilaba en la política estudiantil secundaria.

Eran tiempos de filas para comprar el pan, de debates en la micro, de risas en la fila, de expropiaciones, de Reforma Agraria. Detrás de aquella señora de chaqueta verde, esa que mira desconcertada, ahí, justo al lado del señor con gorro, ¡esa es mi tía Juana! Salió a comprar pan y no ha vuelto, si alguien reconoce a esa señora le solicito que le indique como salir de ese atolladero. Me llamó hace poco para preguntar si puedo ir a buscarla, pero yo estoy en Chile y no hay locomoción desde aquí, ahora está conversando con un policía para que le indique la salida… Me volvió a llamar para decirme que ya llega con el pan… Hay una cola muy larga, mijo, mejor espérame con pan amasado. Ella estaba exiliada, pero nosotros no supimos el drama que aquello significaba, la doña era antigua en este barrio pero un día se esfumó, se fue mientras nosotros tratábamos de terminar los estudios, mientras nos pasábamos papelitos con las tareas del periodo, mientras aun llorábamos y nos cambiábamos de nombre.
A los pocos meses o años se nos olvidó doña Juana, le preguntamos a la vecina Laura y al viejito del negocio, le preguntamos a los que eran de derecha en la población, le preguntamos a la hermana de un primo medio derechista, él nos habló nuevamente del exilio y nuevamente no entendimos. Mi hermano dijo que eran los que se iban al extranjero. Yo no le creí, me fui a la casa, revisé todos los cajones buscando alguna señal. Aquellos que continuamos en la tarea de hacer una revolución debimos protegernos las espaldas. Todos debimos cuidarnos, unos y otros nos sentamos en la misma mesa, en la misma calle donde acosaba el feroz persecutor. Por lo que sé, fueron muy pocos los que delataron alguna casa, alguna guarida, alguna información, pero me enamoré de una muchacha que tenía siempre la palabra correcta a la hora de bajar las manos.

Era martes, despertamos en una toma en Puente Alto. A lo lejos se escuchaban disparos. Todos estábamos rondando los veinte años. No había teléfono celular, por lo que optamos por cruzar el Río Maipo a pie, mojados hasta la cintura reímos de la salvada y nos tiramos al sol para secarnos. Nos abrazamos y decidimos enfilar cada uno a su casa.

Así comienza la guerra. Estudios interrumpidos, novias que bajaban la cara al vernos, las noticias llegaban de boca en boca. El General Prat nunca pensó en preparar una ofensiva contra nuestra resistencia, tampoco el Presidente Allende se suicidio. Era la clandestinidad, el caminar esperando una cara conocida, caminando con el temor de que desde un automóvil bajaran con metrallas. Fue larga la guerra. Aún recuerdo algunos de los nombres que usaba para sobrevivir. En una cajita de fósforos me llegó la noticia de que Esteban no aparecía, también que Roberto estaba prisionero en Cuatro Álamos, en Tres Álamos, en Ritoque, en Puchuncaví, en el Estadio Nacional, en los regimientos y cuarteles de Carabinero.

Estuvimos atentos a mensajes que se leían con un libro, descifrando línea por línea, palabra por palabras, letra por letra. A los pocos meses o años recordamos a doña Juana, estaba moribunda en Bélgica. No sabemos si la sepultamos en Chillán o en Madrid, ella siempre dijo que le gustaba viajar hasta Cartagena. Éramos fantasmas, éramos invisibles, éramos sujetos sospechosos, éramos de la Resistencia, éramos comunistas, éramos miristas y socialistas, éramos un puñado de cabezas duras. Nos reuníamos en las iglesias mientras las beatas rezaban y nos deseaban una parte del Espíritu Santo.

Donde estaba el muro con la imagen del Ché y Fidel hoy es una estación de Tren Metropolitano. A esta fecha no aparecen nuestros amigos que cayeron en manos del enemigo. Escribo esto porque mis hijos no me creen tanto riesgo. Escribo para sanarme de esa enfermedad que era el miedo, el terror y la esperanza. Me ilusiono con que alguna vez podamos encontrar a miles de amigos detenidos desaparecidos. Me ilusiono con poder traer los restos de doña Juana a Cartagena. Me ilusiono con una marcha multitudinaria de obreros en La Alameda.

Hace mucho tiempo que nadie me conoce como Alejandro. Me llamo Cristian. No soy rubio, estoy canoso, pero aún estoy atento del hombre ese que camina tras mis pasos. Esta vez no caigo en la encerrona. Lo que vino después de esta historia es para largo. Por lo pronto, debo reencontrarme con las palabras que nos robaron. Debo hacer el ejercicio de abrazar a mi vecino comunista, a mi pariente socialista y a un puñado de miristas que caminan observando de reojo al que viene tras sus pasos.

Aún nos queda mucho por hacer.

Tomado de: dilemas.cl

Por *Cristian Cottet

*

Cristian Cottet Villalobos

Cristian Cottet Villalobos (Santiago, 1955), Antropólogo de la Universidad Bolivariana. Posee estudios en Ingeniería Mecánica y Pedagogía Básica.

 Últimas actividades

2012 – 2013.  Investigación: “¡Baila Chinita, baila! Religiosidad y construcción social en

Andacollo

Resumen: Trabajo de campo en la ciudad de Andacollo (IV Región), referida a las ceremonias religiosas.

2012. Profesor de cátedras: “Derechos Humanos” “Metodología de la Investigación” (Universidad Bolivariana) y “Taller de observación” , “Taller de metodología de la investigación” (Universidad ARCIS).

2012. Investigación, revisión de textos y prólogo del libro “El hablar minero en Andacollo”.

2010. Investigación: “Identificación, localización y catastro de complejos religiosos y ceremoniales mapuche. Regiones del Bío-Bío, La Araucanía, Los Ríos y Los Lagos”, del Consejo de Monumentos Nacionales (CMN), Corporación Nacional de Desarrollo Indígena (CONADI) y el Centro de Estudios de la Realidad Contemporánea (CERC-UHC).

Resumen: Trabajo de campo en las regiones indicadas, direccionado a catastrar espacios y/o territorios donde se desarrollan actividades religiosas o de actualización cultural, por las comunidades mapuches de la zona. Informe Final con prólogo “Complejos ceremoniales en la cultura mapuche”.

2010-2011. Asesor en el Ámbito Social en el Proyecto FONDART Región Metropolitana “Murales para mi barrio”.

Resumen: Capacitación a los jóvenes integrantes del Taller “Murales para mi barrio”

1988 – 2012. Fundador, Director y Editor de Mosquito Editores.

 

Libros publicados

–Amor y rebeldía; Ediciones Minga; Santiago de Chile, 1981 (poesía)

–Urbanidades; Ediciones Resurgence (Laussane, Suiza) / Taller el Sol (Santiago de Chile); 1983 (poesía)

–Chiloé, noventa días; Publicado por los Talleres Culturales de Castro; 1983 (poesía)

–Épica inconclusa; Ediciones FUNDECHI; Ancud, Chile; 1985 (poesía)

–La comunicación; Centro de Investigación Social; Santiago de Chile; 1985 (manual de medios de reproducción y comunicación)

–Proclama para anunciar un manifiesto de la épica; autoeditado; Santiago de Chile; 1985; poesía; complemento de intervención poética en Centro Cultural Mapocho

–Manifiesto un terrible descontento con ayer; autoeditado; Santiago de Chile; 1986 (poesía)

–Has recuperada nada; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1990 (poesía)

–Libro de hechos inevitables; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1996 (poesía)

–Interpretaciones y testimonios; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2002 (poesía)

–Carlos Sánchez: La razón de estar gay; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2005 (testimonio).

–¿Se atreve usted don Jano?; Mosquito Editores / Colección Crímenes Criollos; octubre 2009 (novela). Se terminó con la Beca de Creación del Consejo Nacional del Libro y la Lectura (1999).

Correo electrónico: cristiancottet@gmail.com 

cristina guerra,

15 feb. 2013 9:35

La lucha por sitios de memoria en la V Región. Academia de Guerra Naval (AGN) el “Palacio de la Risa”.

La lucha por sitios de memoria en la V Región. Academia de Guerra Naval (AGN) el “Palacio de la Risa”.

La lucha por sitios de memoria en la V Región

Los ex presos estamos pidiendo, desde siempre, verdad, justicia y reparación. Dentro está la de mantener los sitios de memoria”.

Los forados de la historia

La demolición del edificio de la Academia de Guerra Naval, por parte de la Armada a inicios de febrero, y los silencios que ha tenido que encarar la Corporación de Memoria y Cultura de Puchuncaví para obtener el terreno donde se emplazó el antiguo campo de prisioneros, subrayan los obstáculos para preservar la memoria en Valparaíso y alrededores. Una partida entre el olvido y la memoria se juega en muchos puntos de Chile.

 

EL CIUDADANO
15 APRIL
#CHILE#HISTORIA#JUSTICIA Y DD.HH#POLÍTICA#PORTADA

Silenciosamente, entre el 8 y 10 de febrero pasado, la Armada demolió el edificio de la antigua Academia de Guerra Naval (AGN), ubicado al final de la calle Pedro León Gallo, en una colina que baja al mar, en el barrio de Playa Ancha. Allí se configuró el golpe de Estado. Allí fungió el cuartel central del almirante Toribio Merino durante el 11 de septiembre. La locación también fue conocida por los centenares que fueron detenidos en los días posteriores. Al edificio fueron trasladados obreros, estudiantes, profesores, mujeres y jóvenes; militantes y simpatizantes de partidos de izquierda. Allí fueron vejados y torturados. Miguel Woodward, el sacerdote que había abrazado la causa de los pobladores, era uno de ellos. Tras ser sometido a tormentos en la Universidad Técnica Federico Santa María, fue trasladado a la AGN desde donde salió agónico hasta el buque-escuela Esmeralda. Luego fue desaparecido.

En el mapa de los sitios donde operó el terrorismo de Estado en Valparaíso, la AGN, junto al adyacente cuartel Silva Palma, relumbran como infames faros. “Tenía que dejar alimentos a los detenidos en la Academia. Hacíamos varias triquiñuelas para averiguar quiénes estaban ahí porque no se podía hablar”, rememora hoy Ricardo Tobar, cabo segundo, y uno de los marinos que intentó impedir la conjura golpista al interior de la Armada. No militaba en ningún partido de la UP pero simpatizaba con el MIR. Fue detenido el 15 de septiembre de 1973, por la FACH, en Quintero. Fue torturado y sometido a Consejo de Guerra. Desde hace años, es uno de los voceros de los Marinos Constitucionalistas y Antigolpistas, una de las agrupaciones que denunciaron el subrepticio derribo del alguna vez llamado -macabramente- “Palacio de la Risa”.

“Desde que entré a la marina, en 1964, (Allende) fue el único presidente que dijo algo por el perraje. Nos subió el sueldo. Entonces era la conciencia de clase la que jugaba a nuestro favor. El 90% o más somos hijos de obreros”, recuerda. El mayor de 7 hermanos, y oriundo del barrio de Miraflores Alto, en Viña del Mar, había ingresado con 15 años a una institución que podía darle, como cuenta hoy, una solución rápida a la escasez. “Fue la jugada de mis padres para que tuviéramos buena educación. Por edad no podía llegar a la universidad, así que era la posibilidad”.

Con sus compañeros percibió ya, a fines de los 60, el talante reaccionario de la oficialidad naval, institución conocida por su clasismo. “Cuando salió Allende, las arengas que hacían los oficiales empezaron contra el gobierno”, dice. En su unidad, la Escuela de Armamento de Las Salinas, también observó la inquietante presencia de marines y asesores militares estadounidenses.

– ¿Usted sospechaba que se incubaba en la Armada ese nivel de encarnizamiento en la represión?

“Absolutamente no. Sí sabíamos que el entrenamiento para los buzos tácticos era totalmente brutal. Tenían que descuartizar un animal doméstico… Algo propio de los gurkhas. La Infantería de Marina sí practicaba la brutalidad. Muchos se salían porque no se identificaban con lo que pasaba allí. Al (almirante Eugenio) Codina, cuando nos reunimos con él (en 2009), le preguntamos en qué parte de la instrucción naval se enseñaba a dar golpes de Estado”.

– ¿Cómo se transformaba un conscripto en una máquina de matar y torturar y, más aún, desconectado de su origen?

“Es muy fácil: El embrutecimiento. Una persona que entró medianamente al colegio, que no tuvo la capacidad de crecer como persona, era más fácil encuadrarla en el sistema de ellos. El mando siempre tiene la razón. También va a depender la guía primera que tengan, que son los padres”, contesta.

Tobar cree que el objetivo de la demolición de la AGN no sólo es el borrado de la memoria si no complementarios intereses inmobiliarios. “¿Quién o quiénes dieron la orden?”, pregunta. Recuerda cuando, a principios de los 90, echaron abajo el Fuerte Papudo, en el sector de Recreo. Hoy en ese predio se aprecian edificios. “Cuando iban a vender Las Salinas a la inmobiliaria del grupo Luksic ¿quién le permite a la Armada, que forma parte del Estado, vender cosas del Estado?. Los ex presos estamos pidiendo, desde siempre, verdad, justicia y reparación. Dentro está la de mantener los sitios de memoria”.

Por tal motivo, señala, junto al Instituto Nacional de Derechos Humanos (INDH) han presentado una acción para impedir la demolición del cuartel Silva Palma, que ven como un acto más dentro de una narración, hasta el momento impune.

“Los vestigios del pasado reciente siempre han incomodado a las FFAA y se han encargado de hacer prevalecer su visión histórica de la dictadura”, señala Alejandra López, historiadora, quien desarrolla hoy un Magíster en Derecho Internacional de Derechos Humanos. Su tesina versa sobre el derecho a la memoria y los procesos de memorialización. “Es de la mayor relevancia ético-moral que los sitios donde ocurrieron crímenes de lesa humanidad, sean rescatados por quienes sufrieron ahí prisión política y tortura. Son ellos, los testigos-sobrevivientes. Quienes más que ellos, son los llamados a liderar iniciativas de rescate de la memoria histórica reciente”.

 

CARRERAS INTERRUMPIDAS

En septiembre de 1973, Jorge Rojas era estudiante de la Universidad Técnica Federico Santa María (UTFSM), tenía 20 años y era cercano al PS. Fue detenido en octubre, al intentar inscribir los ramos del segundo semestre. Efectivos navales habían ocupado el recinto universitario desde las primeras horas del golpe de estado. Un listado puesto en la entrada les indicaba qué estudiantes debían ser apresados. Tras algunas horas fue subido a un camión, junto a otros jóvenes. Algunos viajaron sentados en el piso y otros acostados “para no ser vistos en el cruce de la ciudad”, recuerda. El destino era la Academia de Guerra Naval.

Las torturas físicas y psicológicas comenzaron desde que el grupo descendió desde el vehículo. Fueron encapuchados, y al momento de subir al tristemente célebre cuarto piso, “se pasaba una suerte de ‘callejon negro’ con golpes de culata, puntapies y puños”, recuerda Rojas. “Eran dos grandes salas. La primera, donde se llegaba en espera del interrogatorio, y la segunda, más pequeña, donde uno pasaba después. En la primera era habitual que llegara algún oficial ‘malo’ y ordenara largos períodos en posición inmóvil, que inducían calambres y otros malestares; quien cambiaba de posición era pateado. La rutina de encarcelamiento era continua. No había hora de levantarse o comida. Sólo algunas veces al día se podía ir al baño, en grupo y encapuchado”.

El baño también estaba en el cuarto piso, que aseaban los mismos prisioneros. “(Había) cero posibilidad de higiene personal, ni siquiera bucal. Alguna vez trajeron un recipiente con arroz y papas incomibles. Los interrogatorios eran en cualquier momento del día pero preferentemente de noche. Las luces estaban prendidas permanentemente y dormir era un suplicio pues llamaban todo el tiempo a alguien a interrogar. Yo fui interrogado tipo 4 de la mañana. Me sacaron con una capucha olor a vómito y un ‘cosaco’ (infante de marina) me iba torciendo el brazo. Casi al llegar al lugar de interrogatorio, recibí un fuerte golpe en la cabeza. No sé si fui golpeado o se me hizo golpear con un palo atravesado. Las preguntas estaban dirigidas, fundamentalmente, a actividades políticas realizadas y conminación a delación. Todo el interrogatorio transcurrió encapuchado por lo que nunca vi el entorno y las personas que participaban”, describe.

Durante los 4 a 5 días que permaneció detenido, Rojas pudo reconocer a otros estudiantes, un profesor de la Universidad de Chile y un sacerdote. “Hubo un marinero que, en algún momento, ofreció si alguien quería avisar a alguien afuera. Me acerqué y di un teléfono de un familiar que fue contactado indicándole que estaba en la AGN. Eso sirvió para que me hicieran llegar una frazada que me ayudó de manta y colchón”. El gesto humanitario no era común: “Había otros marinos, que llegaban a rostro cubierto, imponiendo castigos a todos, sin motivos aparentes”, cuenta.

Tras ese período, fue dejado en libertad y amenazado si hacía público lo experienciado. Fue expulsado de la universidad. Pudo viajar a Bélgica donde terminaría sus estudios de Ingeniería Civil. Sólo tras el fin de la dictadura, Jorge Rojas testimonio ante la comisión Valech. “Es lamentable la demolición de la AGN. Siguiendo esta línea, la Armada debería hundir la Esmeralda que fue, igualmente, centro de detención y torturas”, dice hoy con ironía. “Tal como en Europa, (acá) deberían preservarse los campos de concentración para la memoria histórica”.

UNA POLÍTICA AUSENTE

En 2016, fue publicado “El Golpe llegó a golpearnos” (RIL Editores). Su autor es Carlos Carstens Soto, otro estudiante de la UTFSM y militante, en ese entonces, del Frente de Estudiantes Revolucionarios (FER). El libro narra el paso de su autor por aulas secundarias y universitarias, dando cuenta de la intensa vida política y cultural porteña a inicios de los años 70. Como contracara, abunda en el fin violento de dicho proceso. Carstens fue detenido en septiembre de 1974 por efectivos navales y conducido al cuartel Silva Palma, donde fue torturado. Luego, junto a otros estudiantes, permaneció encarcelado por meses en la cárcel porteña. Igualmente fue expulsado de la universidad. Tras algún tiempo, se exilió en Inglaterra donde concluyó sus estudios de ingeniería electrónica. “Testimoniar era un deber y una necesidad. Me obligué con dolor y rabia a repasar esa historia que había ocultado por cuatro décadas pero que no había olvidado.

Frente a lo acontecido con la AGN señala: “El rescate de la memoria histórica tiene como objetivo basal el mantener el lema “para que nunca más”. Su preservación tendría que contemplar estrategias y acciones destinadas a difundir su historia a través de la educación, testimonios, cultura, y documentos relevantes tal de evitar la desaparición de estos lugares. La preservación debe ser una política de estado, ya que requiere recursos para fomentar una campaña que contemple estrategias y acciones específicas destinadas a contrarrestar su total desaparición”.

En su opinión, lo perpetrado por la Armada tiene consonancia con acciones que nunca han reconocido ni mucho menos pedido perdón: “(Se) aplica una acción sistematizada frente a ciertos reconocidos centro de detención y torturas como lo han sido Puchuncaví, Colliguay, la base aeronaval de El Belloto, y ahora la AGN, entre tantos”.

Si bien, desde 1990 a 2009 han existido 31 políticas públicas de distinta índole, que “efectivamente habla que sí ha habido un esfuerzo al respecto”, para Alejandra López ha sido la sociedad civil organizada “quienes han exigido la recuperación de los sitios de memoria y ha sido acompañada con distintos énfasis por instituciones de gobierno y expuestas a las siempre presentes trabas burocráticas”.

Como un par de datos complementarios, que explaya la magnitud de la faena, es necesario mencionar la presencia actual del monumento a Toribio Merino, en los jardines del Museo de Historia Naval, en Playa Ancha. Por otro lado, en la parte alta del cerro Placeres, una población aún lleva por nombre el de Juan Naylor, cómplice de actos tan graves como los descritos.

LA RESPONSABILIDAD

Tras pasar por el denominado campo de detención “Isla Riesco”, en Colliguay, al interior de Quilpué, Ricardo Tobar recaló en “Melinka”, el nombre que la Armada tenía para el reclusorio donde, hasta septiembre de 1973, se emplazó un balneario popular (ver El Ciudadano n° 205), en Puchuncaví, 36 kilómetros al norte de Valparaíso. Junto a otros cautivos, fue obligado levantar alambradas y torres de vigilancia en los alrededores de las cabañas con forma de A. El centro estaba a cargo de la infantería de marina. Su aspecto traía a la memoria, sin muchos esfuerzos, los campos de concentración nazis.

En abril de 1975 fueron trasladados allí Rodrigo del Villar y Miguel Montesinos, militantes del MIR. Ambos habían pasado ya por el cuartel Terranova (Villa Grimaldi), Cuatro Álamos y Tres Álamos. Su cautiverio duraría hasta 1976. “El campo tenía capacidad como para 300 personas y, por lo menos, el tiempo en que estuvimos nosotros, siempre estuvo lleno. Además, hubo rotativa de gente”, relata Montesinos, un arquitecto que, tras recuperar su libertad, permaneció en Chile.

Rodrigo del Villar vivió hasta 1991 en Suecia, tras ser expulsado en 1976. Sin embargo, a inicios en 1983 regresó hasta Puchuncaví donde tomó fotografías del predio ya abandonado. A inicios de los 90, junto a Miguel Montesinos, formó parte del grupo que preservó Villa Grimaldi, en Peñalolén. “Uno tiene una responsabilidad”, señala. “El hecho de haber vivido esa experiencia, con compañeros asesinados o hechos mierda por la tortura, te deja algo: Es importante que no se olvide. En Villa Grimaldi realizamos visitas guiadas a colegios, a universidades. Los jóvenes podían conversar con 2 personas que habían estado allí, y eso les cambiaba el switch. Hubo muchos testimonios de estudiantes que nos dejaron tras las visitas”.

“El mejor legado que podemos dejar aquellos que sufrimos este gran golpe, son estos sitios de memoria. Este país tiene el problema que la memoria es tan frágil…”, acota Montesinos.

Ambos venían visitando, durante años, lo que fue “Melinka”. Constataron la progresiva desaparición de evidencias. Primero la demolición de las cabañas y la torre, en un terreno de propiedad municipal. Las alambradas y la antena de radio fueron retiradas. El terreno fue socavado. Los restos de una cabaña con forma de A, probablemente la última, fueron trasladados a una escuela en Maitencillo. Hace poco más de un año, durante las excavaciones para la construcción de un jardín infantil, en un sector del predio, aparecieron restos de herramientas. En algunos puntos se aprecian, hoy, ciertos vestigios como los agujeros para los baños, retazos del piso de algunas dependencias, incluso el empedrado artesanal que algunos presos dispusieron a la entrada de sus cabañas/celdas.*

En 2014, junto a otras personas, Del Villar y Montesinos constituyeron la Corporación de Cultura y Memoria de Puchuncaví. “Queremos replicar lo hecho en Villa Grimaldi. El interés nuestro es que todo el mundo sepa lo que pasó. No queremos un sitio donde nos sigamos contando el cuento entre las mismas personas. Creemos que hay otras instancias para eso. No convertirlos en trincheras, que provoca reticencia en otras personas”, señala el arquitecto.

http://villagrimaldi.cl/noticias/ex-campo-de-concentracion-de-puchuncavi-debe-ser-declarado-monumento-historico/

Recorremos el terreno. Del Villar y Montesinos indican algunos puntos, como la antigua entrada al campo, los límites de la “tierra de nadie”, es decir, el espacio entre alambradas, el depósito de agua adyacente, aún en funcionamiento, todo un símbolo; al fondo, un frondoso árbol nativo, mudo testigo de décadas. “La propuesta nuestra es un centro cultural que sea usado por la gente de Maitencillo, Puchuncaví y Ventanas. No los veraneantes sino quienes viven acá. Donde haya talleres de música, pintura, artes, y temas medioambientales que es algo muy sentido”, abunda Montesinos. “No solamente estar pensando en que fue un campo de prisioneros. Para eso va a estar el museo, con fotos, artesanías, testimonios. Pero también mirar para adelante”.

Han realizado un plano que reconstruye, con los testimonios de antiguos prisioneros, las dependencias del campo de detención. Un anteproyecto de su propuesta de centro cultural puede revisarse desde su página en facebook.

Como corporación han efectuado encuentros con organizaciones locales, entre estas el Museo de Puchuncaví, pero tras gestiones con 3 administraciones edilicias no han obtenido respuesta a su solicitud de comodato del predio. “Un alcalde nos dijo: ‘Pongamos una piedra’… En 40 años más nadie se va a acordar. Lo más probable es que se destruya”, objeta Rodrigo del Villar. Esa indolencia, a su juicio, tiene consonancia con que los derechos humanos no son tema: “Desde 1997 a 2004, fue el auge de los DDHH en este país. Luego comenzó a decaer. No me refiero a la gente de la UDI y RN sino a gente que estuvo detenida y que tiene cargos importantes como diputados y senadores. El tema se les transformó en un problema. Es cosa de ver los movimientos de ex presos solicitando que, por favor, se les retribuya por el drama que se les hizo, y lo siguen viviendo”.

Felipe Montalva

El Ciudadano

VER

*la medida 29
Ritoque y Puchuncaví
reconstrucción de la memoria
de un sitio borrado

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Los Tres de Arica. El MIR y el Cóndor.

Los Tres de Arica. El MIR y el Cóndor.

Tras el golpe, tres jóvenes miristas sacaron clandestinamente del país a un alto dirigente del partido rumbo a Perú. Luego, partieron a Cuba a recibir instrucción militar con la intención de regresar a combatir en Chile. Primero se pondrían a prueba en Argentina, pero allí los devoró la represión. Su desaparición nunca fue denunciada.

 

Desorientados de noche en el desierto, habían vuelto a su punto de partida. Alrededor del 10 de octubre de 1973, el Secretario Regional del MIR para el Norte Grande, Jorge Fuentes Alarcón, el “Trosko”, partió a pie desde el Valle de Lluta en Arica para salir clandestinamente hacia Perú. Iba con dos compañeros del MIR local. Pero las luces que vieron al amanecer no eran de Tacna, como esperaban, sino de Arica.La noche del 28 de octubre, los mismos dos acompañantes, Mario Espinoza Barahona y Jorge Vercelotti Muñoz, asumían nuevamente la misión de sacar al “Trosko” del país. A este viaje se sumaron otros dos militantes del MIR en Arica: Homero Tobar Avilés y Bruno González. Esta vez lo lograrían.Dos años más tarde, el “Trosko” Fuentes era secuestrado en Paraguay y entregado a agentes chilenos, así inaugurando las operaciones conjuntas de los servicios de inteligencia secretos del Cono Sur, conocido como Operación Cóndor. Fuentes continúa desaparecido.

Al año siguiente, tres de los cuatro militantes del MIR que lo ayudaron a salir de Chile desaparecían en Argentina.

Las familias de Espinoza, Vercelotti y Tobar no denunciaron formalmente su desaparición hasta 2011. En el caso de Espinoza y Tobar, no lo hicieron porque nunca tuvieron noticias fidedignas sobre ellos; ni siquiera sabían en qué país podrían estar. La familia de Vercelotti sí se enteró de su muerte, pero guardó silencio durante 30 años.

Recién en 2011 la Comisión Asesora para la Calificación de Detenidos Desaparecidos, Ejecutados Políticos y Víctimas de Prisión Política y Tortura en Chile reconoció a los tres como víctimas de violaciones a los derechos humanos.

Hasta 2008 no se sabía que Mario Espinoza Barahona era la identidad del detenido-desaparecido chileno de nombre político “Mauro” que figuraba en el informe oficial de víctimas de la dictadura argentina, CONADEP, con el registro Nº 10015. Ese año, a partir de un documento interno del MIR obtenido por el periodista estadounidense John Dinges, por primera vez se pudo asociar una identidad a “Mauro” y esta autora pudo localizar a su familia, obtener una fotografía, confirmar su identidad con testigos y comenzar a reconstruir su historia. Hasta entonces, Mario Espinoza sólo había sido “Mauro”, un chileno militante del MIR y sargento del ERP argentino, desaparecido en agosto de 1976 en Buenos Aires.

Su familia en Arica no había podido hacer la conexión porque no tuvo noticias de él desde su salida hacia Perú en 1973. “La familia nunca hizo ninguna denuncia, ya que siempre tuvieron la esperanza de que él estaba seguro en el extranjero, al igual que otras personas que debieron dejar nuestro país. Pero siempre quedó la duda, ya que nunca se comunicó con ellos,” afirma Héctor Uribe, amigo de juventud y hermano de la pareja de Espinoza al momento de abandonar el país.

Durante la indagación sobre la identidad de “Mauro” –iniciada en 2002 a instancias de Dinges para su investigación sobre la Operación Cóndor (NOTA AL PIE 1)- emergió el nombre de otro detenido-desaparecido chileno en Argentina sobre el cual los organismos de derechos humanos en Chile y Argentina ni su familia sabían nada: Homero Tobar Avilés. Originalmente, se sospechaba que “Mauro” era hermano de Elmo Catalán Avilés, dirigente de la tendencia guerrillera Ejército de Liberación Nacional del Partido Socialista de Chile, muerto en Bolivia en 1970. Elmo Catalán tenía un medio hermano por parte de su madre y estaba desaparecido en Argentina, pero no era “Mauro”. Era Homero Tobar.

El rastro de Tobar se evaporó apenas llegó a Argentina en 1976 y las escasas versiones sobre él son contradictorias. Su familia nunca denunció su desaparición.

De Jorge Vercelotti se tiene certeza sobre su muerte. En 2008, la Cámara Federal de Buenos Aires confirmó que Vercelotti había sido ejecutado el 18 de marzo de 1976 en Ciudadela, en las afueras de la capital argentina, junto a un compañero paraguayo, Claudio Ocampo Alonso, también militante del MIR chileno.

Esta es la historia de los tres muchachos de Arica, los que sacaron al “Trosko” Fuentes clandestinamente del país, de noche por el desierto.

En Arica

Vercelotti, Tobar y Espinoza se conocían bien. Arica era una ciudad pequeña en 1973, y una de las hermanas de Espinoza era muy amiga de la madre de Tobar, porque trabajaban cerca. A la vez, la gran casona de la familia Catalán ofrecía pensión, y ahí llegó a vivir Vercelotti cuando arribó a Arica.

Vercelotti y Tobar habían militado juntos en el MAPU antes de incorporarse al MIR durante el gobierno del Presidente Salvador Allende. En su nueva organización política, conocieron a Espinoza, un joven y carismático militante, deportista y apasionado Scout.

En el MIR, Mario Espinoza adoptó el nombre político “Mauro”, igual que su sobrino regalón de tres años, hijo de su hermana Clara. Sus amigos y familiares le decían Pepe, y algunos compañeros de partido le decían “el Gitano”. Nació en Arica en 1951 en una familia de 10 hermanos e ingresó al MIR a fines de los sesenta. Fue conscripto voluntario de la Defensa Civil y estudió en el Liceo Industrial hasta 1972, cuando abandonó los estudios y tomó un trabajo en un taller de parabrisas.

En su grupo Scout, le decían el “Zorro Astuto”. “Salíamos mucho a explorar. Teníamos nuestros códigos y rituales, y Pepe tenía muchos conocimientos de técnicas, cómo despistar, detectar, disfrazarse, eludir situaciones,” cuenta R.B., amigo de barrio y compañero en los Scout y en la política, quien pidió reserva de su nombre.

Homero Tobar, nacido en Calama en 1952 pero criado en Arica, era el hermano menor de la familia Catalán por parte de la madre. Sin haber conocido a su padre y discriminado por sus propios hermanos, uno de los cuales era militar, Homero Tobar no compartió su actividad política con su familia, con excepción de un par de primos.

“Con Homero vivíamos a pocas cuadras y nos veíamos mucho porque éramos los dos más pequeños de la familia. Era mi primito regalón; crecí con él. Era una persona muy sola. La familia de Homero era una familia tradicional y nunca lo aceptaron porque no era un Catalán. Su interés por la política nació de Elmo. No se vieron mucho, pero Elmo era su ejemplo,” cuenta su primo Omar Segovia.

De poca formación académica y política, el año en que murió Elmo Catalán y él cumplía los 18 años, Homero Tobar ingresó al recientemente creado partido MAPU. Fue reclutado por el Secretario Regional del MAPU en Arica, Julio Jiménez, quien lo conocía de pequeño, ya que su familia y la familia Catalán eran amigos de larga data.

“En esa época, en la casa de Homero arrendaba una pieza un estudiante universitario de la Democracia Cristiana que se integró al MAPU. Entre ese amigo y yo reclutamos a Homero. Después fue expulsado del MAPU junto con Jorge Vercelotti por ultraizquierdistas, por tratar a Allende de reformista,” afirma Jiménez.

Tobar se incorporó al MIR en marzo de 1973. En el barrio y entre sus compañeros era más conocido como Homero Catalán, pero en el MIR adoptó el mismo nombre que utilizó su medio hermano Elmo en Bolivia: “Ricardo”.

“Homero era recatado, no opinaba mucho. No tenía formación, su familia no se preocupó de sus estudios y fue maltratado por sus hermanos. El único culto en esa familia era Elmo, pero no se conocieron mucho, ya que Elmo no estaba en Arica,” dice Jiménez.

Jorge Vercelotti (NOTA AL PIE 2) nació en Antofagasta en 1951. Su padre había sido suboficial mayor del Ejército, ya jubilado al momento del golpe militar. Estudió biología durante un año en la Universidad de Chile en Antofagasta, donde ingresó a la Izquierda Cristiana. Después, pasó a militar en el MAPU, y en 1972, dejó la universidad y su ciudad para trasladarse a Arica. Ahí, trabajó en la Tesorería y por un tiempo, se hospedó en la gran casona de la familia Catalán, que también ofrecía pensión. Era macizo y usaba lentes de grueso marco como se estilaba en la época, y por ello, a pesar de que su nombre político era “Marco”, le decían “Tevito” o “Tevo”, por su parecido al perrito animado que bailaba en la presentación de Televisión Nacional.

“Homero y Jorge eran dos niños, en el más limpio sentido de la palabra, llenos de ilusiones y deseos de hacer la revolución, de cambiar este país… En algún momento, decidieron que el MAPU era muy reformista y se fueron al MIR,” recuerda A.T., compañero de ellos en el MAPU.

En el MIR, al igual que Espinoza, se dedicaron al área sindical. Tobar participó en el intento de formar un cordón industrial en el sector norte de la ciudad. En 1973, Espinoza y Vercelotti pasaron a integrar las nuevas unidades operativas que organizaba el MIR en el norte.

“Conocí bastante a los dos, a Mario y al ‘Tevo’. Eran bien dedicados. Mario era muy consecuente, bien consciente de que había que tener un compromiso más grande. Se incorporó al tiro a las unidades, no puso problemas. Él y el ‘Tevo’ no andaban alardeando, eran tranquilos. No armaban desórdenes ni se creían los mejores,” recuerda Juan Carlos García, entonces dirigente del MIR en Arica.

Vercelotti había pasado un periodo de instrucción militar en Cuba. Integró un pequeño grupo de militantes locales enviados a la isla meses antes del golpe militar. Salió hacia Cuba con dos compañeros a mediados de mayo de 1973, mientras Espinoza y otro compañero, “Manuel”, (NOTA AL PIE 3) se quedaron en Santiago esperando salir con un segundo grupo que finalmente no alcanzó a viajar. En esa espera se produjo el intento de golpe de Estado conocido como el tanquetazo del 29 de junio de 1973. Vercelotti estaba en Cuba, pero a Espinoza lo pilló el movimiento militar en Santiago. Cuenta “Manuel” que junto con Espinoza se integraron temporalmente a una unidad operativa del MIR en la capital y participaron en la defensa de la antena de la Radio Nacional.

Vercelotti regresó de Cuba a mediados de julio de 1973, y a partir de entonces, el grupo de militantes comenzó su retorno desde Santiago hacia el norte. Espinoza y “Manuel” regresaron a Arica haciendo dedo. Vercelotti pasó a ver a su familia en Antofagasta. Fue la última vez que lo vieron.

“Jorge era tímido, hablaba poco. Se ponía muy nervioso cuando tenía que hablar ante un grupo; no estaba acostumbrado. Nosotros siempre lo consideramos un obrero –vestía como obrero y trabajó en lo sindical. Años después nos enteramos que había sido universitario,” cuenta Marco Donoso, entonces estudiante secundario y encargado de la jefatura estudiantil del partido en Arica.

Tobar, en cambio, se hacía notar más allá de sus reales responsabilidades en el partido. A decir de uno de sus compañeros de entonces, era voluntarista y ansioso. Se expuso más de lo necesario, y cuando vino el golpe militar, temió justificadamente por su seguridad.

“Cuando sucedió el golpe, su hermano Gustavo, que era militar, lo escondió en su casa. Ese fue el gesto más importante que hizo Gustavo para demostrar que lo consideraba un hermano a pesar de todo, porque Gustavo siempre fue su verdugo en la familia,” dijo su primo Omar Segovia.

Sacar al “Trosko”

Después del golpe militar, la dirección local del MIR en Arica buscó proteger al “Trosko” Fuentes. El dirigente político había llegado a la ciudad desde Antofagasta pocos días antes para informar sobre la última reunión del Comité Central del partido. Se había realizado una gran asamblea en la sede de la Universidad de Chile con todos los militantes el lunes, 10 de septiembre.

A las dos de la tarde del 11 de septiembre, con el palacio presidencial en Santiago en llamas, Vercelotti acompañó al encargado sindical del MIR en Arica a buscar al “Trosko” y llevarlo a una casa de seguridad en el cerro La Cruz, perteneciente a un ayudista de otro partido de izquierda. Ahí permaneció un par de días.

El “Trosko” Fuentes era una de las personas más buscadas por los militares y le habían puesto precio a su cabeza. Pasó de una casa de seguridad a otra. Vercelotti se encargó de hacer los contactos con la militancia, miembros de la dirección y con otros partidos de izquierda.

Al momento del golpe, en Arica se encontraba una buena parte de la dirección local del MIR, salvo el encargado de Tareas Especiales, quien estaba en Antofagasta. Tanto el encargado del MIR en Arica y los responsables del frente estudiantil y de organización, así como el responsable de Tareas Especiales, caerían detenidos en las semanas que siguieron.

“Ellos cayeron por razones distintas, pero no por lo del ‘Trosko’. Que el ‘Trosko’ estaba en Arica era desconocido para los militares en esos momentos: ninguno de ellos fue interrogado respecto del ‘Trosko’,” relata Marco Donoso.

El “Trosko” se estaba quedando sin contactos y sin apoyo logístico. No conocía los nombres o direcciones de sus compañeros de partido en Arica y tampoco podía regresar a Antofagasta.

Decidió entonces que la mejor alternativa era salir hacia Perú. En ese momento, la política oficial del MIR era que ninguno de sus militantes debía asilarse ni abandonar el país. Sin embargo, aunque se puede presumir que el “Trosko” conocía esa política de partido, la orden “El MIR no se asila” no había llegado a los militantes de base en Arica.

“No teníamos idea de esa política. El primer contacto que tuvimos en Arica con el MIR central en Santiago fue meses después, en 1974. Esta historia se dio de manera natural. Se corría peligro y había que sacar al ‘Trosko’ del país, y punto. La idea siempre fue ir a Cuba para luego reingresar a Chile,” explica Donoso.

Con la represión encima y la dirección local detenida, se buscó entre los militantes más jóvenes y menos expuestos para encargarles la tarea de organizar la salida de Chile del “Trosko” Fuentes. La responsabilidad recayó en “Carlos”, un estudiante de secundaria que militaba hacía poco en el MIR. En esa misión también participó “Fernando”, recién ingresado a la universidad y al partido. Ellos se encargaron de planificar la salida, asegurar el apoyo logístico y económico, coordinar a los ayudistas y determinar una ruta segura y transporte hasta la frontera. El “Trosko” Fuentes se ocultó en casa de “Fernando”.

Se planificó una primera salida en la segunda semana de octubre de 1973, en que el “Trosko” fue acompañado por Vercelotti y Espinoza, quienes sirvieron como sus guardaespaldas.

“Siempre he pensado que si el ‘Trosko’ debía elegir a alguien para ser su guardaespaldas, sería Vercelotti. El ‘Trosko’ tenía muy buena opinión de él y de Espinoza. Les tenía aprecio y cariño por la entrega, y por lo tanto, mucha confianza. Eso me consta, ya que muchas veces me lo manifestó en conversaciones,” afirma Juan Carlos García.

Ida y vuelta por el desierto

Al planificar la salida, “Carlos” se había contactado con un pequeño agricultor del Valle de Lluta, conocedor de rutas y con gran experiencia en pasos fronterizos. “Él trazó una ruta desde el punto exacto de partida, dando a conocer incluso referencias con las que debían encontrarse. Irían sólo tres: el ‘Trosko’, Tevito y Mario. Fuimos a dejarlos en un vehículo hasta el lugar en el Valle que me había señalado el agricultor. En el vehículo viajaban ellos tres y los acompañábamos Cacho Salcedo, un amigo de Cacho y yo. Esto ocurrió más menos a las 10 de la noche y nos despedimos de un abrazo. Las condiciones para hacer el recorrido eran bastante básicas: aparte de algunos enseres personales iban con una brújula. Recuerdo que el ‘Trosko’, por la imposibilidad de llevarla, dejó de regalo a ‘Fernando’ una manta que tenía un gran significado para él, porque había pertenecido a Luciano Cruz,” relató “Carlos”.

El plan era llegar en vehículo hasta el Valle de Lluta, cruzar la frontera a pie y avanzar 40 kilómetros hasta la ciudad peruana de Tacna. De hecho, ya lo habían hecho dos estudiantes universitarios del MIR poco antes. Habían logrado cruzar la frontera sin problemas, pero fueron arrestados casi de inmediato por la policía peruana y entregados a la policía de Chile. Los dos jóvenes terminaron presos en la cárcel de Arica.

Según Juan Carlos García, la salida de los universitarios hacia Perú había sido prematura. “Siempre escuché que el contacto era con la policía de Tacna. Había un acuerdo con los cubanos que consistía en que había que presentarse ante la policía de Tacna, y ellos los llevarían con los cubanos. Pero parece que ellos llegaron demasiado pronto, antes de consolidar los contactos,” dijo.

En el primer intento, el “Trosko”, Espinoza y Vercelotti caminaron en redondo por el desierto y regresaron a otro punto del Valle de Lluta; desde allí se movilizaron de regreso a Arica.

“Carlos” afirma que el “Trosko” entonces volvió a la casa de “Fernando” y los otros se fueron a los lugares donde habían estado hasta el día anterior.

La despedida

Espinoza vivió en casa de su hermana Clara hasta el día en que partió de Chile. “Después del golpe Pepe siguió viviendo conmigo y trabajando en la fábrica. Llegaba a la casa a almorzar y volvía al trabajo. Siempre andaba nervioso, preguntando si alguien había preguntado por él. Pepe tenía miedo de estar en Arica; me arranco o me matan, me decía,” cuenta Clara Espinoza.

Antes del siguiente intento de partida el 28 de octubre de 1973, Espinoza comenzó a despedirse de quienes más quería.

El día anterior, citó a su amigo de infancia, compañero en los scout y en la política, R.B.. “Estábamos afuera de la casa de su hermana Clara y él estaba con su sobrino Mauro en brazos. Me dijo que iba a ser la última vez que nos veríamos. Él tenía bien claro que no era fácil volver,” afirmó el amigo. Nunca más lo vio.

También visitó a una familia vecina de la población Juan Noé. La dueña de casa, Bernarda Lepe, acogía con frecuencia a los amigos de barrio y de scout de su hijo, entre ellos a Espinoza, por lo que la llamaban cariñosamente “la Abuela”.

Siendo una familia de militancia socialista, él pasaba muchas horas en su casa, dijo Lepe. “Yo era como su confidente, porque Pepe decía que su familia no lo comprendía, no compartían sus ideas políticas. Por eso se refugiaba con nosotros. Pepe era otro hijo para mí,” dijo.

Ese día lo esperaban Bernarda, su marido Sergio Gárate, su hija Patricia y un par de amigos. A ellos Espinoza les anunció que se iba de Chile.

Bernarda le pasó un anillo de oro con una piedra roja y le dijo: “Esto te va a servir, por lo menos lo puedes vender.” Espinoza dijo que lo guardaría como recuerdo.

“Pepe era una persona extraordinaria. Tenía una calidez humana que rara vez se encuentra. Tenía mucha llegada con todo el mundo,” comenta Patricia Gárate.

La familia Gárate jamás olvidó ese día. No sólo fue la última vez que vieron a Espinoza, sino también el día en que se llevaron detenido al jefe de hogar. En medio de la despedida, llegaron detectives a arrestar a Sergio Gárate, oficial de Aduanas y miembro del Partido Socialista.

“Cuando vinieron a detenerlo, los muchachos se pusieron muy nerviosos,” dijo Patricia Gárate. “Pero los detectives eran conocidos y ellos se apresuraron en detener a mi papá y llevarlo a la cárcel para evitar pasárselo a los militares. Mi papá estuvo detenido un año y medio en la cárcel de Arica.”

El día que partirían rumbo a Perú, Espinoza llevó a tres amigos a casa de su hermana Clara. Dos de ellos eran Tobar y Vercelotti, a quienes Clara ya conocía. Ella recuerda bien esa tarde, porque era su cumpleaños. No hablaron mucho. Ella les preparó once con huevos fritos y le cantaron el cumpleaños feliz.

Esa tarde, Espinoza le confidenció a su hermana que estaban sacando a una persona del país y se irían por los cerros hacia Perú, no por los pasos fronterizos; los estarían esperando en la Universidad Nacional Mayor de San Marcos en Lima. Dijo que después se irían a Cuba y que pronto tendría noticias de él. Clara lloraba.

Clara le arregló un bolso y le pasó unas joyas. “Le dije que las cambiara por comida o cualquier cosa, porque no llevaba nada, sólo un poco de ropa. Llevaba un terno azul con corbata, porque decía que vestido con ese terno se iba a presentar ante Fidel Castro. Llevó unos ponchos, mantas, pantalones. Se fue con la chaqueta anaranjada que siempre usaba,” recuerda.

Los cuatro partieron al atardecer de pie por las calles de Arica, mientras Clara los seguía de la mano de su pequeño hijo Mauro. “Él me hacía señas para que me devolviera, pero yo lo seguía, llorando. Recuerdo que pasaban camiones militares. Después de unas cuadras, pasé a la casa de mi hermano mayor. Pepito se fue, se perdió, dobló la esquina y no lo volví a ver más,” relata.

Atravesar la frontera

Hacía poco que la Caravana de la Muerte comandada por el general Sergio Arellano Stark había abandonado Arica, tras dejar un reguero de muertos en la zona norte del país. El “Trosko” Fuentes seguía en la mira de los militares, pero Arellano y su comitiva no se imaginaron que recién se habían encontrado en la misma ciudad.

Se había movilizado una red de apoyo logístico entre militantes locales, amigos y ayudistas, incluso de otros partidos de izquierda. Esta vez, fueron guiados por el desierto por un peruano con experiencia en los recorridos de frontera y al que hubo que pagarle por el servicio, recuerda “Carlos”. El peruano los acompañaría a partir del kilómetro 25 del Valle, cruzarían juntos la frontera a pie, y luego los recogería un camión que los llevaría a Tacna.

“En esa oportunidad acompañé al ‘Trosko’ sólo hasta una calle de encuentro y fue recogido en un taxi en el que iban Tevito y Homero. Luego fueron recogidos Mario y Bruno, que esperaban en distintos lugares. La incorporación de Homero y Bruno corrió por cuenta del convencimiento de Tevito, ya que él consideraba necesario que salieran. Esta fue una situación que se resolvió apenas un par de días antes de esa salida,” afirma “Carlos”.

Esa noche, en un furgón Citroen, un ayudista llevó al “Trosko”, Espinoza, Tobar, Vercelotti y Bruno González hasta el valle, y desde ahí continuaron la travesía a pie.

Por varios meses, el amigo de Espinoza, R.B., siguió al peruano que los sacó de Arica. “Pero después alguien me dijo que el hombre había pisado una mina en la frontera y había muerto. La gente que yo conocía por el lado de Pepe estaba presa o había salido del país. Yo salí de Chile en diciembre de 1973, y no supe nunca más de él,” dijo.

Lo que sucedió, según le contó después el “Trosko” Fuentes a Juan Saavedra Gorriateguy (“Patula”) en La Habana, fue que el grupo fue detenido en la frontera por la policía peruana. Les quitaron todas sus pertenencias, y, es de suponer, también las joyas que Clara Espinoza y Bernarda Lepe le entregaron a Espinoza.

Temían ser devueltos a Chile, como ya había sucedido antes con los dos estudiantes universitarios que terminaron presos en Arica. Pidieron asilo político, pero les fue negado. Fueron trasladados a Lima.

“Pero los peruanos tenían la actitud de ayudar a los perseguidos chilenos de manera encubierta. El ‘Trosko’ me contó que ellos llamaron al cónsul cubano y él los ayudó a viajar a Cuba un par de semanas después,” recuerda Saavedra.

En el año que siguió, fueron detenidos “Carlos” y “Fernando”, los dos jóvenes ariqueños a cargo de la operación de sacar al “Trosko” del país, y casi todos quienes participaron de una u otra forma en ella, así como la nueva dirección local del partido. Era más de una veintena de detenidos.

En enero de 1974, la novia de Homero Tobar en Arica, Miriam, recibió una carta suya timbrada en México avisando que se encontraba bien. La madre de Mario Espinoza recibió una carta similar de su hijo a inicios de 1974, también procedente de México. En la carta, Espinoza pidió que después de leerla, la destruyeran. La madre viajó a Iquique y le mostró la carta a uno de sus hijos, Raúl, quien hacía el servicio militar en el regimiento de esa ciudad. “La carta venía de México y en ella hablaba sólo generalidades. Después, mi mamá rompió la carta. No supimos más de él,” afirma Raúl.

El MIR había enviado esas cartas desde México, porque a esas alturas, “Mauro”, “Ricardo”, “Marco” y el “Trosko” Fuentes ya se encontraban en Cuba. El plan era recibir instrucción militar en Cuba y regresar clandestinamente a Chile para luchar en contra de la incipiente dictadura militar.

Establecer la retaguardia

Al llegar a Cuba el grupo fue alojado en el Hotel Presidente de La Habana, como lo hicieron muchos refugiados chilenos después del golpe. En diciembre de 1973, junto a otros militantes del MIR venidos de distintas partes, comenzaron a recibir instrucción militar en guerrilla urbana y rural. Primero estuvieron en Punto Cero y después en la Base Pinar del Río.

A pesar de ser severamente criticado por la Dirección Nacional de su partido por haber salido del país, el “Trosko” Fuentes fue nombrado por el Secretario General del MIR, Miguel Enríquez, como representante de la organización en Cuba. Debía encargarse de un primer grupo de instrucción militar y designó a “Mauro” como jefe del grupo. Según quien sería después su jefe en Cuba, Enérico García (“Fernando”), “Mauro” demostraba indiscutibles condiciones de liderazgo.

“Mauro era serio, responsable en el cumplimiento de las tareas que surgían de las necesidades del grupo. Alegre, divertido, buen amigo, solidario, siempre dispuesto a colaborar. No era aún un dirigente formador de otros cuadros, pero se avizoraba en él un proyecto más que interesante de militante y combatiente mirista,” lo describe García.
El grupo a cargo del “Trosko” pasó cerca de un año en distintos cursos de instrucción. El plan era prepararse militarmente en la isla y reingresar clandestinamente a Chile. Sin embargo, no se daban las condiciones para el retorno. El MIR era duramente golpeado, las comunicaciones con el partido en el interior eran extremadamente difíciles, y no había cómo asegurar una estructura de apoyo para la llegada de militantes desde el exterior, afirma Enérico García.

En los primeros meses de 1974, llegó a Cuba el dirigente del MIR Edgardo Enríquez, el “Pollo”, hermano del secretario general del MIR. El “Pollo” quedó en la jefatura del partido en La Habana, mientras que el “Trosko” Fuentes preparaba su traslado a Argentina.

En ese lapso, algunos militantes abandonaron la tarea militar, incluyendo Bruno González, quien había salido con el “Trosko” desde Arica. Entró en conflicto con la política del MIR, y a fines de 1974 se integró al MAPU en La Habana.

Con las condiciones en Chile desfavorables para el retorno, el MIR había decidido establecer una retaguardia en Argentina. Ese país serviría como base de operaciones mientras se trasladaban militantes, recursos y medios hacia Chile. Además, los cuadros del MIR entrenados en Cuba tendrían un teatro de operaciones donde foguearse para lo que esperaban sería la lucha en Chile, y al mismo tiempo apoyarían a las organizaciones revolucionarias argentinas.

Aún faltaba un año para el golpe militar en Argentina, y las organizaciones de izquierda en ese país estaban en pleno auge. La relación entre el Partido Revolucionario de los Trabajadores – Ejército Revolucionario del Pueblo (PRT-ERP) de Argentina y el MIR eran óptimas. Apenas producido el golpe de Estado en Chile, el máximo dirigente del PRT, Mario Roberto Santucho, instruyó hacer llegar una valija con un millón de dólares al MIR en Chile y ofrecerle ayuda para sacar a sus militantes de Chile e ingresarlos a Argentina. (NOTA AL PIE 4)

“La relación política del MIR con el PRT era importante y estrecha. El PRT era, además, nuestra principal fuente financiera. Teníamos expectativas de que en la medida en que avanzaba la lucha en Argentina, podríamos crear una retaguardia para operar en Chile,” afirma el entonces dirigente del MIR Andrés Pascal Allende.

Al iniciarse 1974, muchos militantes del MIR y de su organización hermana en Uruguay, el Movimiento de Liberación Nacional Tupamaros, refugiados en Argentina, se habían incorporado al PRT-ERP. En febrero de ese año, Santucho presentó públicamente el documento fundacional de la Junta Coordinadora Revolucionaria (JCR) que integraban el ERP argentino, los Tupamaros de Uruguay, el Ejército de Liberación Nacional (ELN) de Bolivia y el MIR de Chile y que ya venía incubándose desde hacía un tiempo. Con los últimos tres países bajo bota militar, la JCR se concibió como una coordinadora de organizaciones revolucionarias que se brindaría apoyo mutuo en lo militar, logístico y económico para avanzar la revolución armada en cada uno de sus países. La JCR tuvo su base central clandestina en Buenos Aires.

Cada organización designó a un representante ante la JCR, y el MIR delegó esa tarea a Edgardo Enríquez. Entre otras cosas, él se encargó de la red de militantes chilenos que ingresaban clandestinamente a Argentina para eventualmente partir a combatir en Chile.

De las organizaciones que participaron en la JCR, el PRT-ERP argentino era la que se encontraba en mayor expansión, y a partir de marzo 1974 comenzó a preparar un foco guerrillero en la provincia de Tucumán, creando la Compañía de Monte Ramón Rosa Jiménez. La Compañía se dedicó inicialmente a tareas de entrenamiento hasta fines de mayo de ese año, cuando comenzó a operar. Entre su centenar de combatientes se encontraban varios chilenos.

En ese contexto y con ese plan, el “Trosko” Fuentes se trasladó a Argentina para preparar las condiciones para el ingreso de más militantes chilenos, quienes participarían con el PRT-ERP tanto en unidades urbanas como en la Compañía de Monte. Sería su prueba de fuego y trampolín hacia Chile. Entre los que debían participar estaban Mario Espinoza, Jorge Vercelotti y Homero Tobar, los muchachos de Arica.

La casa de la calle 68

El “Trosko” Fuentes partió a Buenos Aires en septiembre de 1974. Fue reemplazado en La Habana en sus tareas de atender a los exiliados del MIR y a los grupos que se estaban formando militarmente por Juan Saavedra (“Patula”), quien había llegado a Cuba en marzo de ese año.

Del grupo original en instrucción quedaron sólo siete: Homero Tobar Avilés (“Ricardo”), Jorge Vercelotti Muñoz (“Marco”), Mario Espinoza Barahona (“Mauro”), Heriberto Leal Sanhueza (“Miguel Ángel”), Miguel Orellana Castro (“Pablo”), Claudio Ocampo Alonso (“Juan”, paraguayo) y Luis Alberto Barra García (“Alejo”). Mario Espinoza también era conocido como “Mauro 2” porque ya había un dirigente del MIR en Cuba que usaba el mismo nombre político.

El paraguayo Claudio Ocampo (“Juan”), entonces de 26 años, se había integrado al MIR tras llegar a Chile becado para estudiar pedagogía durante el gobierno de la Unidad Popular. Su padre había sido entrenador de fútbol en el Club Nacional de Paraguay y se trasladó con su familia a Ecuador, donde Claudio vivió gran parte de su infancia y adolescencia junto a sus tres hermanos mayores. En Ecuador, ingresó a la facultad de química de la Universidad de Quito, pero decidió trasladarse a Chile durante el gobierno de Allende, como lo había hecho un tío poco antes. Tras el golpe militar, se asiló en la embajada de Panamá por más de un mes.

“Mi padre viajó a Santiago a ayudar a conseguir el salvoconducto para sacarlo del país. Viajó a Panamá, luego pasó a México y después a Cuba,” relata su hermano, Milton Ocampo.

Claudio Ocampo llegó a Cuba a fines de 1973 con su compañera chilena y una pequeña hija y al poco tiempo se incorporó a las tareas del partido.

“Juan era reconcentrado, trascendente, nada para él era banal, todo era importante. Era un gran conversador, desconfiado, con mucho compromiso con la causa, con el partido, con una visión de la revolución quizás más integradora. No hablaba de su historia personal ni de su país de origen. No aceptaba la posibilidad de la deslealtad. Eso lo hacía potente en el grupo, y un buen cuadro militar,” dice Enérico García, su jefe político en La Habana.

Tras un año en escuelas cubanas, en diciembre de 1974 el grupo comenzó a recibir formación de parte de instructores del MIR en las áreas de inteligencia, educación política, métodos conspirativos, documentación y fotografía, entre otras. Tenían jornadas completas de instrucción todos los días.

Continuaban con la formación propia, cuando en febrero de 1975 llegó a Cuba Enérico García, quien había estado preso en Chile después del golpe militar. Él se hizo cargo de continuar la tarea de preparar pequeños grupos para ingresar clandestinamente a Chile. Su ayudante en esa tarea era Juan Lara Muñoz. (NOTA AL PIE 5).

García era responsable de cuatro pequeños grupos que recibían instrucción especializada por área. “Patula” pasó a hacerse cargo del grupo de Documentación. Un segundo grupo se dedicó al área de Comunicaciones. La unidad encabezada por “Mauro” se especializó en Guerrilla Rural.

El cuarto grupo eran ex militantes socialistas que ya se encontraban en Cuba recibiendo instrucción militar al momento del golpe militar, y que en 1975 dejaron su partido para incorporarse al MIR. En esa transición, ellos participaban en una “micro-brigada”; vivían juntos y trabajaban en la construcción mientras se iban integrando a su nuevo partido.

Los cuatro grupos vivían compartimentados en distintas casas de La Habana. El grupo de “Mauro” vivía en una casa de color amarillo opaco en la calle 68, y por eso se le conocía como “la casa de la 68”. Tenían estricta prohibición de contactarse o frecuentar a otros chilenos en la isla. Vivían en el segundo piso de la casa y en el primero residía una familia cubana. Para esa época, Ocampo se había separado de su pareja chilena y Espinoza iniciaba una relación amorosa con una cubana, que se mantuvo hasta su salida a Argentina.

“El grupo que componía la casa 68 tenía las características que en general marcaban la joven militancia mirista de aquella época: un compromiso social a toda prueba, un afán de participación directa en las luchas populares, un compromiso en la búsqueda del hombre nuevo que pregonara el Che y no escatimar esfuerzo ni sacrificio en su militancia,” afirma Enérico García.

El desmantelamiento del MIR en Argentina

El “Pollo” Enríquez ingresó clandestinamente a Argentina en mayo de 1975. Ese mismo mes, fue detenido el “Trosko” Fuentes al entrar a Paraguay desde Argentina junto a Amílcar Santucho, hermano del máximo dirigente del PRT-ERP.

El arresto del “Trosko” Fuentes en Paraguay y su traslado a centros de tortura clandestinos en Chile cuatro meses más tarde marcó el inicio de las operaciones conjuntas de los servicios de seguridad de los países del Cono Sur conocido como la Operación Cóndor. En la captura de Fuentes y Santucho participaron efectivos de Argentina, Paraguay y Chile, y abrió una veta de información extraída bajo tortura por los servicios de inteligencia de los tres países que a la larga llevaría a la detección y posterior detención de prácticamente todo el contingente del MIR en Argentina.

Jorge Fuentes Alarcón fue detenido y bestialmente torturado en Paraguay hasta septiembre de 1975, cuando fue entregado a agentes de la DINA chilena, quienes lo trasladaron a Chile. Fue visto en el centro clandestino de Cuatro Álamos y después en Villa Grimaldi, desde donde desapareció en enero de 1976.

En los meses que siguieron el arresto del “Trosko” Fuentes en Paraguay fue aniquilada gran parte de la dirigencia rural de la Compañía de Monte Ramón Rosa Jiménez, iniciando su declive. Durante el año y medio de esfuerzos por desarrollar ese foco guerrillero en Tucumán – en el que debían combatir los miristas que se preparaban en Cuba – murieron en combate media docena de chilenos: Rubén Estrada (“Sergio”), Jaime Miguel Vergara (“César”), “Luciano”, “Marcelo”, el sueco y militante del MIR chileno, Dag Arne Runing (“Julio”) y Domingo Villalobos Campo, conocido como el “Sargento Dago”.

Mucho antes del golpe militar del 24 de marzo de 1976 en Argentina, ya estaba operando la Alianza Anticomunista Argentina (Triple A) y se libraba una guerra sucia subterránea en contra de la izquierda en ese país. “La situación era extremadamente frágil. El MIR prácticamente no tenía aparato en Argentina y recién a comienzos de 1976 se estaba montando uno,” afirma Andrés Pascal.

Fue en ese contexto en que la dirigencia del MIR en La Habana aceleró los preparativos para enviar combatientes a colaborar con la JCR.

Enérico García debía ser uno de los primeros en viajar a Argentina para, junto con el “Pollo” Enríquez, preparar el ingreso de los demás y el posterior traslado clandestino a Chile. Pero él mismo advirtió a la jefatura del MIR de que no estaban las condiciones para garantizar la seguridad de los grupos una vez en Argentina.

Sin embargo, el encargado del Comité Exterior del MIR en Cuba, Manuel Cabieses, aseguraba que la situación estaba controlada, porque así le estaba informando Edgardo Enríquez desde Argentina. El segundo de Enríquez en Buenos Aires era el argentino Patricio Biedma Schadewaldt (“Nico”), quien se había incorporado al MIR en Chile, donde vivía desde 1968; Biedma había regresado a Argentina después del golpe militar en Chile.

La dirigencia del MIR en Cuba decidió que partiera el primer grupo, el de la casa de la 68 y García se quedó en La Habana. Los miembros del grupo liderado por “Mauro” salieron de La Habana de manera escalonada a partir de diciembre de 1975, llegando a Argentina algunas semanas después. Todos iban con identidades y pasaportes falsos de distintas nacionalidades y pasaron por Praga y otras ciudades de Europa antes de llegar a París. Ahí recibieron su misión, itinerario, contactos en Argentina y las últimas instrucciones del partido.

Espinoza fue el primero en salir en diciembre de 1975. Lo siguieron ese mismo mes Jorge Vercelotti, Claudio Ocampo y Miguel Orellana. En febrero de 1976 salió Heriberto Leal y en marzo, Homero Tobar. Los primeros llegaron a Argentina en febrero de 1976.

Antes de partir, y como era la costumbre, cada uno dejó escrita una carta a su familia que el MIR debía entregar en caso de muerte. Sólo la familia de Vercelotti la recibió, muy poco después.

Mientras los militantes de la “casa de la 68” se establecían en Argentina, en marzo de 1976, por diferencias políticas con el partido, García fue expulsado del MIR y se trasladó a la ciudad cubana de Santa Clara. No regresaría a La Habana ni al MIR hasta 1978, por lo que nunca pudo hacer seguimiento del grupo que había tenido a su cargo. Sólo en 1978 se enteró de que todos habían muerto o desaparecido; los primeros dos a las pocas semanas de haber ingresado clandestinamente a Argentina.

Muertos por la Triple A

El plan para el grupo encabezado por “Mauro” era ganar experiencia combativa junto al PRT-ERP en la guerrilla rural en Tucumán, fortalecer a la JCR y establecer una retaguardia en Argentina para el eventual ingreso clandestino a Chile. Esa etapa no debía extenderse más de seis meses. Originalmente, debían integrarse a la Compañía de Monte Ramón Rosa Jiménez, pero a esas alturas, la compañía estaba prácticamente desarticulada y el PRT-ERP había sido infiltrado y estaba siendo duramente perseguido. Por lo tanto, a pesar de su especialización en guerrilla rural, los seis debieron integrarse a grupos operativos urbanos del PRT-ERP en distintas zonas de Buenos Aires y otras ciudades.

Al llegar a Argentina a principios de 1976, algunos de ellos se quedaron un tiempo en una casa de seguridad de la JCR en Del Viso, en el norte de la provincia de Buenos Aires, donde vivía el matrimonio argentino compuesto por Osvaldo Bartolini y Susana Gabelli. A esa casa también había llegado en diciembre de 1975 desde la Compañía de Monte la militante del ERP Susana Islas. De a poco, se irían distribuyendo en distintas tareas y casas de seguridad del PRT.

A mediados de marzo de 1976, sólo Jorge Vercelotti, Claudio Ocampo y Susana Islas permanecían en la casa de Del Viso, junto con la pareja argentina. Desde ahí fueron secuestrados todos menos Susana Islas el 18 de marzo. Islas logró sobrevivir porque llegó más tarde a casa.

Los cuerpos de Bartolini y Gabelli fueron hallados el 20 de marzo de 1976 lejos del sector.

Vercelotti y Ocampo fueron encontrados al día siguiente en la vía pública en Ciudadela, en las afueras de Buenos Aires. De acuerdo al expediente judicial de la época, Vercelotti estaba totalmente desnudo y Ocampo se encontraba sólo con pantalón. Ambos estaban vendados y amordazados, y en sus espaldas les habían pegado con tela adhesiva los pasaportes falsos con los que habían ingresado al país. Al interior de ambos pasaportes se encontraron tres papeles idénticos. Uno decía “Junta Coordinadora Revolucionaria – ELN – MIR – ERP – MLN”, el segundo decía “MIR”, y el tercero era un volante titulado “Comando General, 3 AAA, Parte de Guerra nº 1”.

 

No tenían heridas de bala. Las autopsias a sus cuerpos dieron cuenta de golpes y torturas y que habían sido asfixiados con aceite; en ambos casos la causa de muerte fue un “paro cardio-respiratorio de origen traumático”.

El hallazgo de sus cadáveres fue informado al día siguiente en el diario La Nación de Argentina, que habló de un “enfrentamiento”. Ambas familias se enteraron de sus muertes por medio de cartas enviadas por el Comité Exterior del MIR. En el caso de Ocampo, el sobre dirigido a su padre sólo contenía una copia del recorte de diario La Nación. Sin embargo, el padre no pudo viajar a Buenos Aires a recuperar el cuerpo porque dos meses antes había caído preso en Asunción otro de sus hijos, Luis Ocampo, de 17 años, acusado de participar en un supuesto grupo armado de casi nula existencia en su país. A Claudio lo buscaron un tío y su madre pero nunca lograron encontrar sus restos.

De acuerdo a Federico Tatter, dirigente de la Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos de Paraguay, cuando Luis Ocampo salió de prisión a principios de abril de 1976, viajó a Argentina en busca de su hermano. En esa tarea contó con la colaboración del Servicio Paz y Justicia (SERPAJ) y particularmente de su director, el escritor argentino y Premio Nobel de la Paz 1980, Adolfo Pérez Esquivel. Pero Luis, hoy fallecido, tampoco pudo dar con su hermano mayor.

La familia Vercelotti recibió una carta similar del MIR con el recorte de diario y además. También se incluía la carta que Jorge había escrito a su familia en Cuba antes de partir. Sin embargo, la familia no buscó sus restos ni denunció su muerte. El padre de familia, militar en retiro, impuso el silencio.

“La familia no pudo hacer nada para saber lo que había sucedido con Jorge por temor a las represalias. Pasaron años en que vivimos sólo con el dolor de haberlo perdido y con el silencio que mi padre pidió para proteger al resto de la familia. Silencio con el que nadie estuvo de acuerdo, pero que acatamos,” señala Celia Vercelotti, hermana de Jorge.

En 2005, tras la muerte del padre, Celia comenzó el largo y doloroso proceso de búsqueda de la verdad y de los restos de su hermano. Partió enviando una solicitud general de información por Internet. Tres años más tarde, le llegó un email del Equipo Argentino de Antropología Forense (EAAF).

La identificación de Ocampo y Vercelotti fue posible hace pocos años gracias a que en la época, la policía hizo un levantamiento fotográfico de los cuerpos y de sus pasaportes y tomó las huellas dactilares de quienes aparecían –según sus pasaportes falsos- como el ciudadano salvadoreño David Linares Cortez (Ocampo) y el ecuatoriano Pedro Quintana Vargas (Vercelotti).

En 1990, un ex miembro del EAAF que trabajaba en Amnistía Internacional en Londres entregó al equipo forense información sobre un militante del MIR chileno de nacionalidad paraguaya de apellido Ocampo que había sido secuestrado por un comando de ultraderecha en Buenos Aires. El EAAF ya conocía el caso de los dos cuerpos encontrados en Ciudadela en 1976, pero las muestras dactilares que se habían tomado a los cadáveres no coincidían con los registros dactilares que tenían de los desaparecidos argentinos. Recién en 2005 la EAAF pudo contar con la colaboración del gobierno de Paraguay a través de la Comisión de Verdad y Justicia creada en ese país.

“Con esa Comisión intercambiamos información sobre los ciudadanos paraguayos desaparecidos en Argentina y le solicitamos ayuda para la búsqueda de las huellas dactilares de Ocampo. Paralelamente, nos enteramos de la carta que envió Celia Vercelotti a la Secretaría de Derechos Humanos de Argentina en la que adjuntaba la carta del MIR sobre el asesinato en Ciudadela, mencionando el detalle de los pasaportes pegados a la espalda. No había mucho que deducir. Pedimos las huellas de Vercelotti al gobierno chileno. En ambos casos las pericias fueron positivas,” explica Daniel Bustamante, investigador del EAAF.

La identidad de Ocampo fue confirmada en 2008; la de Vercelotti en 2009.

Ambos habían sido enterrados en marzo de 1976 con los nombres falsos que aparecían en sus pasaportes en nichos separados del cementerio de la ciudad de Morón, en Ciudadela. Ocho años después, sus restos –aún con las identidades falsas- fueron trasladados a una fosa común, por lo que hoy es imposible individualizarlos para su exhumación y repatriación.

Aún no se ha logrado identificar y localizar a la hija que Ocampo tenía con su pareja chilena para entregarle antecedentes de su padre. Hoy ella tendría alrededor de 42 años.

La desaparición de “Mauro”

Días después de la muerte de Vercelotti y Ocampo y poco después de la llegada de Homero Tobar a Argentina, se concretó el muy anunciado golpe de Estado en contra del gobierno de Isabel Perón, el 24 de marzo de 1976.

El 10 de abril, fue secuestrado el encargado del MIR en Argentina y representante ante la JCR, Edgardo Enríquez. En 2009, el EAAF pudo confirmar su muerte, al descubrir sus huellas dactilares y una fotografía de su cuerpo en los archivos del Hospital Pirovano de Buenos Aires; sin embargo, no se ha logrado recuperar su cuerpo y continúa desaparecido.

Patricio Biedma (“Nico”) asumió las responsabilidades del “Pollo” Enríquez en Argentina.

Durante la primera mitad de 1976, en Argentina fueron secuestrados y desaparecidos media docena de chilenos, entre ellos Nelson Cabello Pérez y Frida Laschan Mellado (NOTA AL PIE 6) (ambos en abril 1976, Buenos Aires), los jóvenes socialistas Juan Hernández Zaspe, Manuel Tamayo Martínez y Luis Muñoz Velásquez (abril 1976, Mendoza) y Óscar Urra Ferrarese (mayo 1976, Buenos Aires). Les seguirían Luis Elgueta Díaz y María Cecilia Magnet Ferrero (ambos en julio 1976, Buenos Aires), José Francisco Pichulmán Alcapán (agosto 1976, Neuquén), Rachel Venegas Illanes (septiembre 1976, Buenos Aires) y María Eliana Acosta Velasco (septiembre 1976, La Plata), entre otros.

No obstante, a pesar del golpe de Estado, la aguda situación represiva y la desaparición del “Pollo” Enríquez, entre abril y mayo de 1976 llegaron a ese país los primeros dos integrantes del segundo grupo enviado por el MIR desde Cuba, especialistas en Comunicaciones. Sin embargo, fueron alertados por el propio PRT de los serios problemas de seguridad y las dificultades que tendrían para mantenerlos a salvo en el país, por lo que retornaron a Cuba un par de meses más tarde. Los dos eventualmente ingresaron clandestinamente a Chile.

El tercer grupo, especializado en Documentación, se quedó en La Habana, salvo un integrante que ingresó a Chile. El cuarto grupo, el de los ex socialistas, comenzó su ingreso a Chile a partir de febrero-marzo 1976. Varios de ellos no sobrevivieron.

Mientras, “Mauro” había pasado a integrar la Columna Norte del PRT-ERP en Buenos Aires y durante varios meses de 1976 vivió en casa de una compañera del PRT, María del Carmen Castro (“Nora”), con quien debió recorrer toda la zona norte y oeste del Gran Buenos Aires para familiarizarse.

“Recuerdo que Mauro llegó a la Argentina con un bolso Samsonite, que en ese momento era lo mejor. Traía dólares y unas pocas cosas, uno o dos jeans, una camisa que recuerdo era celeste a cuadritos, una toalla chica, una pasta de los dientes y un cepillo, todo comprado en Francia,” dice Castro.

En mayo de 1976, aproximadamente, “Mauro” se trasladó a la casa del matrimonio argentino compuesto por Ricardo Luis Iwanski (“Quico”) y Rosa Delia Cabot (“Blanca”), quien se encontraba embarazada, y el hijo de ambos de dos años. A partir de entonces, “Mauro” comenzó a participar en acciones operativas urbanas del PRT-ERP, utilizando también el nombre político “Santiago”.

A mediados de junio de 1976, “Mauro” se salvó de ser detenido. Militares habían llegado a la casa de Iwanski a detener a todo el grupo, pero solo Cabot fue secuestrada. Hoy se encuentra desaparecida. “Mauro”, Iwanski y un argentino de nombre político “Claudio” lograron escapar en esa oportunidad, afirma Castro.

Un mes más tarde, fue secuestrado Iwanski. También permanece desaparecido. “Claudio” sobrevivió.

“A mediados de junio, más o menos, Mauro fue un domingo a casa y lo vi cansado. De repente había dejado de ser el Mauro alegre que yo conocía. Le dijo a mi mamá que por donde él vivía había nogales y que la próxima vez que viniera le iba a traer nueces. Llegó agosto y Mauro no vino. Mi mamá me preguntó por él y yo le dije que tenía mucho trabajo. Pero yo suponía lo peor,” recuerda Castro.

Entre junio y agosto de 1976, el Ejército ya había virtualmente aniquilado a la guerrilla del ERP y desbaratado a numerosas células del PRT, secuestrando a unos 200 militantes. En ese contexto fue detenido “Mauro” en julio de 1976.

En ese periodo también caía detenido Biedma, aunque no está claro si “Mauro” y Biedma fueron detenidos al mismo tiempo.

De acuerdo a un prisionero sobreviviente del centro clandestino Automotores Orletti operado por el Servicio de Inteligencia del Ejército argentino (SIDE) en Buenos Aires, cuando fue llevado ahí el 23 de agosto de 1976, Biedma ya llevaba bastantes días en el lugar. “Mauro” llegó después, en septiembre. “Apenas estuvo ‘Mauro’ en nuestra celda se puso a charlar con ‘Nico’; era evidente que se conocían,” afirmó.

Este testigo, quien pidió reserva de su nombre, compartió celda con Biedma y “Mauro”. Biedma, dice, le contó que había sido detenido por casualidad y que por varios días pudo ocultar su identidad de sus captores debido a los documentos falsos que portaba. No está claro si Biedma pasó por otro centro de detención antes de Orletti, pero cree que “Mauro” sí estuvo en otro lugar antes de Orletti.

Los guardias tenían un trato diferenciado con Biedma, cuenta su compañero de celda: “Era un trato respetuoso hacia él, como de reconocimiento a un enemigo digno. ‘Nico’ destacaba de todo nosotros por su aplomo, un carácter muy templado. Lo vi sonreír -que no era fácil allí-, ayudar a los demás, y hasta me enseñó cantando bajito una canción chilena muy conocida, ‘Arriba en la cordillera’. En los 45 días que permanecí allí, fue el único al que le permitieron en una oportunidad darse una ducha.”

Los tres compartieron celda en la planta alta de Orletti junto con otros secuestrados cuyo número variaba según las detenciones y traslados. En los primeros días de octubre, llegaron a esa celda una docena de uruguayos. “Todos estábamos vendados y esposados, y algunos con grilletes en los tobillos,” relata este testigo. “La puerta metálica era muy ruidosa y eso nos alertaba cuando entraban a nuestra celda, y cuando sabíamos que estábamos solos nos bajábamos las vendas y así podíamos vernos y charlar en voz baja. Nos iluminaba todo el día una lamparita eléctrica que estaba muy alta. Había colchonetas en el suelo y en ellas nos sentábamos o dormíamos. Los alimentos eran muy escasos. No había forma de asearse y nos sacaban a un baño con un inodoro situado en un patio o terraza. En la celda había un balde para orinar. Ni lastimados ni heridos recibían atención médica, ni siquiera un compañero herido de bala en una pierna. Con frecuencia ponían música a volumen muy alto, y no sólo cuando torturaban.

Según este ex prisionero argentino, cuyo testimonio ante la comisión de verdad en Argentina fue clave para saber de la existencia de “Mauro” en Orletti, a ese centro de tortura llegaban oficiales de otros países del Cono Sur a interrogar a sus connacionales. Automotores Orletti se convirtió en la base de la Operación Cóndor en Argentina.

“Me consta que ‘Nico’ fue interrogado por chilenos porque él mismo me lo dijo, concretamente que eran agentes de la DINA. Creo que ‘Mauro’ no fue torturado en Orletti porque ya lo habían torturado en otro centro, pero sí lo interrogaron en Orletti los mismos agentes chilenos. Calculo que para eso lo habrán llevado allí. ‘Mauro’ me dijo que le imputaban la muerte de dos policías de la provincia de Buenos Aires,” afirma el testigo.

Un cable de la CÍA fechado el 22 de septiembre de 1976, titulado “Argentina-Cuba: ¿Apoyo de Castro para la Subversión Local?”, obtenido por el periodista John Dinges y publicado en su libro sobre la Operación Cóndor, da cuenta de la íntima relación que tenían los servicios de inteligencia argentinos y estadounidenses. El documento transmite los detalles del interrogatorio a Patricio Biedma y “Mauro” dentro del centro de torturas poco después de sucedido. El cable señala:

“Las fuerzas de seguridad argentinas capturaron a Patricio Biedma y Mario Espinosa, chilenos que han trabajado desde algún tiempo por la causa terrorista en Argentina. Biedma dice que era el jefe del MIR de Chile en Argentina, y el delegado del grupo a la Junta Coordinadora Revolucionaria (JCR), una coalición de organizaciones terroristas regional. Espinosa también dice ser miembro del MIR y más recientemente, combatiente del Ejército Revolucionario del Pueblo de Argentina (ERP).
Biedma dice que se reunía frecuentemente con un oficial de la Embajada de Cuba en Buenos Aires que ‘regularmente’ entregaba fondos para la JCR así como también al ERP y los Montoneros. [SE TACHAN CUATRO LÍNEAS DEL CABLE]
…Espinosa también afirma que la embajada cubana entrega fondos a izquierdistas argentinos, y que él mismo recibió instrucción en Cuba, y que luego fue introducido al ERP por un contacto cubano en Argentina.”

El ex prisionero político permaneció en Automotores Orletti hasta el 7 de octubre de 1976. Cuando fue liberado, en la celda sólo quedaban Biedma y “Mauro”. Orletti fue cerrado un mes más tarde. Biedma está desaparecido.

El prisionero sobreviviente de Orletti identificó positivamente la fotografía de Mario Espinoza Barahona como correspondiente a su compañero de celda, “Mauro”. Enérico García también reconoció a Mario Espinoza como “Mauro”, el jefe del grupo en instrucción militar en La Habana.

A pesar de que el cable de la CIA identifica correctamente a “Mauro” como Mario Espinoza, por muchos años se pensó que “Mauro” era un hermano de Elmo Catalán. La confusión se debió, al parecer, a una información distorsionada que llegó a Argentina. Daniel Bustamante, investigador del EAAF, dice que el equipo forense fue informado de declaraciones prestadas por Enérico García y Juan Saavedra ante la Comisión Rettig respecto de la desaparición de Heriberto Leal en las que afirmaban que dentro del grupo de chilenos en Cuba había uno de Arica, de nombre político “Mauro”, y que era hermano de Elmo Catalán.

Sin embargo, García asegura que lo que él relató a la Comisión Rettig fue una reunión a la que fue citado en 1990 por un abogado de la Vicaria de la Solidaridad -cuyo nombre no recuerda- que quería confirmar una información: un conscripto argentino había dicho que se había encontrado un cadáver en la cordillera por el lado argentino que correspondía a un militante del MIR de nombre Mauro, de Arica.

“Yo conté eso en mi declaración, transmitiendo la información del abogado. Yo no tenía ninguna información sobre un cuerpo en la cordillera, pero siempre tuve perfectamente claro que ‘Ricardo’ era el hermano de Catalán, no ‘Mauro’. Lo que nunca supe hasta muchos años después fueron sus nombres verdaderos,” afirma García.

La versión equivocada de que “Mauro” podría ser hermano de Elmo Catalán se diseminó entre investigadores y la comunidad de derechos humanos y contribuyó a ella el hecho de que tanto Espinoza como Tobar eran de Arica. Sin embargo, aunque la distorsionada información despistó a quiénes buscaban la verdadera identidad de “Mauro”, sirvió para descubrir a otro detenido-desaparecido que ni siquiera estaba en los radares de los organismos de derechos humanos de Chile o Argentina: el medio hermano de Elmo Catalán, Homero Tobar.

Una desaparición sin rastro

La desaparición de Homero Tobar (“Ricardo”) en Argentina es un total enigma. No existe información fidedigna ni han surgido testigos o alguna evidencia de su eventual detención, prisión o muerte. Al momento, nadie lo ha reconocido en fotos. Sin embargo, existe la posibilidad de que haya estado en Río Negro.

En los primeros meses de 1976, cuando Tobar estaba recién llegado a Argentina, le envió a su novia Miriam una segunda carta. En ella le contaba que estaba en Río Negro y que estaba trabajando. Fue la última vez que la familia Catalán supo de Homero Tobar.

El nombre verdadero de Homero Tobar Avilés figura en un documento de la Comisión Asesora de Antecedentes (CAA) de la Secretaría de Inteligencia de Estado al que esta autora tuvo acceso sobre el chileno Hugo Inostroza Arroyo, ex militante del ERP asentado en la zona de Neuquén con su familia desde hacía años.

Según este documento de la CAA, Grupo de Tareas 1, Inostroza actuaba como el “responsable militar del ERP en las provincias de Neuquén y Río Negro”, y sus “contactos en el MIR” en 1976 eran Lorenzo Homero Tobar Avilés (“Ricardo”) y José Luis Appel de la Cruz (“Claudio”), citándolos con sus nombres verdaderos completos y sus chapas políticas. Appel de la Cruz desapareció en Neuquén en enero de 1977.

Consultado Inostroza al respecto, dijo no conocer a Homero Tobar y tampoco lo reconoció en una fotografía.

Según la versión de la familia Catalán, años después de la salida de Tobar de Chile en octubre de 1973, su madre recibió una llamada desde Argentina comunicándole que su hijo estaba muerto. Después, en la década de los ochenta, una pariente le contó a la familia que según su esposo, quien era detective, Tobar ya había muerto, pero se negó a entregar alguna información adicional. No ha sido posible contactar a esta pariente o su marido para ratificar esta información.

Otra versión que circula en la familia Catalán es la de una prima hermana de Homero, Carmen Segovia Avilés. Mientras trabajaba en la Comisión de Derechos Humanos de Arica, dijo, en 1984 aproximadamente se enteró de que su primo era un detenido-desaparecido y que al parecer, había muerto en la frontera de Chile con Argentina.

“Supe que Homero había ingresado a Chile a la altura de Los Andes con un par de compañeros más y el padre Roco, en Quilpué, le dio refugio. Estuvo cerca de dos días en Quilpué, y luego regresó a Argentina a buscar a más compañeros para ingresarlos a Chile. Ahí dicen que fue abatido, pero no está claro,” dijo Segovia. Esta versión no ha podido ser confirmada pero coincide en algún grado con la información entregada por el abogado de la Vicaría de la Solidaridad a Enérico García en 1990.

Las cartas que nunca llegaron

Las familias de Homero Tobar y Mario Espinoza nunca denunciaron su desaparición porque jamás fueron informadas por el MIR u otras personas de que ellos podrían haber sido secuestrados o que se encontraban desaparecidos.

Antes de partir de Cuba hacia Argentina, cada militante llenó una ficha con sus datos personales, se les tomó una fotografía y se les pidió escribir una carta de despedida a su familia. El MIR debía enviar estas cartas a sus familias en caso de muerte.

Las familias de Mario Espinoza y Homero Tobar no recibieron esas cartas – no está claro porqué. Aunque no había constancia de sus muertes y el MIR en Argentina estaba prácticamente desmantelado, alguien en el partido tendría que haberse enterado de su desaparición. Alguien tendría que haberlo informado.

Esas cartas, junto con las fichas y fotografías de todos ellos, las guardó por muchos años un dirigente del MIR en La Habana, que aún vive en Cuba. Consultado a través de terceros en 2009, señaló que ya no las tenía en su poder. Según Enérico García, esos documentos, así como todo el archivo del MIR en La Habana está ahora en manos del gobierno cubano. Los esfuerzos por recuperarlos han sido infructuosos.

“Cuando el MIR se dividió en la segunda mitad de los ochenta, hubo disputas entre las diferentes corrientes respecto de la posesión de los archivos del MIR que estaban en Cuba. Según me contó un miembro de la dirección del partido a fines de los noventa cuando reclamé las cartas de estos muchachos, frente a esas disputas intervino el gobierno cubano y se quedó con todo el archivo. Los cubanos dijeron que entregarían los archivos si los representantes de las distintas corrientes del MIR se ponían de acuerdo. Y hasta ahí llegamos,” afirma García.

Notas:
1 John Dinges, “The Condor Years”, The New Press, New York, 2004.
2 Jorge Vercelotti nació como Jorge Machuca, que era el apellido materno del padre. A mediados de los setenta, su padre rectificó su apellido y quedó como Jorge Vercelotti. Él nunca se enteró de esa rectificación.
3 “Manuel” pidió reserva de su nombre verdadero.
4 No está claro si ese dinero llegó efectivamente a manos del MIR. María Seoane, “Todo o Nada”, Editorial Sudamericana, Buenos Aires, 1991, pp. 215-216.
5 Juan Lara murió el 12 de septiembre de 1981 tras recibir un disparo accidental durante la retirada de una operación del MIR en Santiago.
6 Frida Laschan y su marido, el argentino Ángel Athanasiu Jara, fueron secuestrados junto a su hijo de casi seis meses, Pablo. El bebé fue entregado a una familia argentina y su verdadera identidad restituida en agosto de 2013.

VIOLENCIA SEXUAL CONTRA MUJERES EN DICTADURA

VIOLENCIA SEXUAL CONTRA MUJERES EN DICTADURA

Colegio de Periodistas

El establecimiento de la verdad sobre las violaciones a los derechos humanos ocurridas en la dictadura tiene un reconocimiento político y social amplio y relativamente transversal. Pero lamentablemente en una sociedad de profundas desigualdades en el ejercicio del poder y de una naturalización de la violencia contra las mujeres prácticamente intocable, el Estado, los actores políticos, los medios de comunicación y periodistas redundan en darle la espalda a esa verdad histórica cuando ella alude a la violencia particular que se ejerció (y ejerce) contra las mujeres.

El martes 13 de junio, en el programa Mentiras Verdaderas de La Red, el periodista Ignacio Franzani tuvo como entrevistada a Loreto Iturriaga, hija de Raúl Iturriaga Neumann, ex militar e integrante de la DINA, condenado por violaciones a los derechos humanos. El caso ha estado en agenda por el estado de salud del ex militar y por el uso que ha hecho su hija de las redes sociales para reclamar por las condiciones en que se encuentra su padre y banalizar la violencia sexual a la sobrevivieron decenas de mujeres en dictadura.

Iturriaga reiteró en varios momentos de la entrevista que la violencia sexual contra las mujeres, y “las violaciones cometidas con animales como perros y ratas”, son una falsedad, una mentira. Como Comisión de Género del Colegio de Periodistas es un imperativo ético recordarle a la opinión pública que la violencia sexual como un modo específico de tortura contra mujeres fue una práctica sistemática de la dictadura y que el periodismo no se puede ejercer de espalda a una verdad histórica registrada en los informes de la Comisión Nacional sobre Prisión Política y Tortura conocida como Comisión Valech (por mencionar algunos testimonios escritos).

Es de toda justicia, empatía social y responsabilidad profesional denunciar que episodios como estos no pueden repetirse en el ejercicio del periodismo y en los medios de comunicación sin que exista un mínimo de cuestionamiento sobre la calidad de la información y la línea editorial del medio que prima en el desarrollo de esos contenidos. La verdad histórica de lo que sucedió con las mujeres en dictadura no puede ser entendida como un espectáculo mediático o como la puesta en escena de alguien con ánimos particulares de venganza. Lo mínimo que se le puede exigir a un periodista con palestra pública es que esté informado.

La violencia sexual contra las mujeres en dictadura fue sistemática y se aplicó en todas sus formas y en casi todos los centros de tortura (Villa Grimaldi, Londres 38, la “Venda Sexy”, la ex Colonia Dignidad, por mencionar algunos) en las comisarías, retenes, cuarteles, furgones, durante los allanamientos, en las propias casas de las mujeres. Donde fuese posible.

La violencia sexual se ejecutó a través de violaciones anales, vaginales y de manera oral. Por personas, usando objetos y animales. A través de tocaciones y amenazas de violación como una forma de infundir miedo. Desnudez y exposición forzada a los abusos sexuales contra otras personas para anular todo atisbo de dignidad.

Estas violaciones a los derechos humanos de las mujeres fueron masivas y ejecutadas por militares y civiles, contra mujeres de todas las edades y clases sociales. Sus cuerpos y sus vidas fueron parte de una estrategia de guerra, odio y temor y también como botines, como recompensas por el cumplimiento del deber.

Una vez más reiteramos que los medios de comunicación y sus profesionales deben trabajar sus informaciones y contenidos en marcos fundados en derechos humanos reconocidos internacionalmente. La violencia contra las mujeres es un continuo en democracia, guerra o conflictos políticos y armados. Adquiere diversas manifestaciones y formas. Se produce y reproduce en distintos espacios sociales. Pero en tiempos de conflicto, esas manifestaciones de violencia sobre las mujeres se exacerban, se tornan más crueles y perversas. Se ejercen con mayor grado de impunidad. Lamentablemente, no son nuevos actos de discriminación y violencia porque continúan siendo expresiones de dominación y subordinación histórica hacia las mujeres, dirigidas por grupos armados, la acción u omisión del Estado.

Junio 2017

Declaración Pública  Comisión de Género Colegio de Periodistas de Chile

Archivo Huelga de Hambre, CEPAL 1977

Archivo Huelga de Hambre, CEPAL 1977
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Anita Altamirano

Anita Florencia Altamirano Aravena Esposa de Juan Antonio Gianelli Company, profesor y dirigente comunista del sindicato único de la educación, desaparecido en su lugar de trabajo frente a testigos en la escuela de niñas nº24 …

2

Ernestina Alvarado

Ernestina Alvarado Rivas Madre de Nalvia Rosa Mena Alvarado, quien fue militante de las Juventudes Comunistas y estaba embarazada con tres meses de gestación al momento de su detención junto a su esposo Luis Emilio …

Wilma Atoine

Wilma Antoine

Wilma Antoine Lazzerini Esposa de Horacio Cepeda Marinkovic Caso de los 13: Constructor civil de profesión, ex director de la empresa de transportes colectivos del estado y militante del partido comunista quien fue detenido el …

Monica Araya

María Mónica Araya

Maria Mónica Araya Flores Hija de Bernardo Araya y María Olga Flores Hija del matrimonio entre Barnardo Araya Zuleta, ex diputado por el partido comunista, además dirigente nacional de la CUT y Maria Olga flores …

Raquel Ardiles

Raquel Ardiles

Raquel Ardiles Tabilo Esposa de Victor Modesto Cardenas Valderrama: electricista, militante comunista desaparecido el 26 de agosto de 1976 a los 52 años, tras ser detenido en la vía pública por agentes del comando conjunto, …

Irma Areyano

Irma Arellano

Irma Arellano Hurtado Casada, con 3 hijos junto a Armando Portilla Portilla: operador mecánico, ex-director de Endesa y militante comunista, quien fue detenido el 9 de diciembre de 1976 en la vía pública por agentes …

Mercedes Arévalos

Mercedes Arévalo

Mercedes del Carmen Arevalo Pantoja Esposa de Miguel Nazal Quiroz Casada, con 4 hijos junto a Miguel Nazal Quiroz: miembro del comité central del partido comunista, ex-director de la CUT en Villarica.  detenido el 11 …

Caupolicán Cruz

Caupolicán Cruz

Caupolicán Cruz Díaz Hermano de Lisandro Tucapel Cruz Díaz: telegrafista, ex dirigente sindical de los trabajadores de la empresa Cementos Polpaico y militante del Partido Comunista, fue detenido a los 52 años de edad el …

Edith Díaz

Edith Díaz

Edith Díaz Bahamondes Cónyuge de Fernando Alfredo Navarro Allende Caso de los trece. Fernando Alfredo Navarro Allende, producido el Golpe Militar, comenzó a ser buscado para su detención; su hogar fue allanado en múltiples ocasiones por efectivos del …

Cecilia Escobar

Cecilia Escobar

Cecilia Escobar Cepeda Hermana de Elisa del Carmen Escobar Cepeda Caso conferencia Elisa del Carmen Escobar Cepeda, soltera, obrera, militante del Partido Comunista, fue detenida el día 6 de mayo de 1976 en una “ratonera” …

Ninfa Espinoza

Ninfa Espinoza

Ninfa Espinoza Fernández Hermana de Eliana Espinoza Fernández Caso conferencia Eliana Marina Espinoza Fernández, soltera, comerciante, militante del Partido Comunista, salió de su casa aproximadamente a las 17:30 hrs. del día 12 de mayo de …

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Carolina Gajardo

    Carolina Gajardo Carolina Gajardo tenía 23 años cuando fue convocada por las compañeras Ana González y Sola Sierra para participar en la huelga de hambre. Su esposo, Luis Emilio Maturana, había sido detenido …

Irene Godoy

Irene Godoy

Irene Godoy Godoy Esposa de Humberto Fuentes Humberto de las Nieves Fuentes Rodríguez, ex Regidor de la comuna de Renca, militante del Partido Comunista, fue detenido el día 4 de noviembre de 1975, por efectivos …

Ana González

Ana González

Ana González Nació en la ciudad de Tocopilla, el 27 de julio de 1925. Tempranamente se unió a las Juventudes Comunistas  donde conoció a su esposo Manuel Recabarren, quien se mantuvo activo en el Partido Comunista hasta el momento de …

Norma Matus

Norma Matus

Norma Matus González Madre de Carlos Alberto Carrasco Carlos Alberto Carrasco Matus, 21 años de edad, soltero, Cabo Segundo del Ejército, era estudiante de Instituto Comercial N°5, del cual había sido dirigente estudiantil, ex militante …

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María Estela Ortíz

  María Estela Ortiz, hija de Fernando Ortiz, desaparecido el 15 de diciembre de 1976, fue una de las organizadoras de la huelga de hambre. Ella junto a Sola Sierra y María Luisa Azocar, convocaron …

María Luisa Ortíz

María Luisa Ortíz

María LuisaOrtiz Hija de Juan Fernando Ortiz Letelier   María Luisa Ortiz, se desempeña como Jefa del Área de Colecciones e Investigación, Museo de la Memoria y los Derechos Humanos. Es hija de Juan Fernando …

María Adriana Pablós

María Adriana Pablos

María Adriana Pablos Esposa de Carlos Contreras Maluje   El 2 de noviembre de 1976, Contreras Maluje, entonces de 29 años de edad, ex regidor de Concepción, y de profesión químico farmacéutico, fue detenido por agentes …

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Isolina Ramirez

Isolina Ramirez Esposa de Mario Zamorano Donoso Caso Conferencia : Mario Jaime Zamorano Donoso, casado, tres hijas, obrero marroquinero, miembro del Comité Central del Partido Comunista, fue detenido junto a un grupo de dirigentes de …

Violeta Reyes

Violeta Reyes

Violeta Reyes Pareja de José Enrique Corvalán Valencia José Enrique Corvalán Valencia, casado, 6 hijos, dirigente sindical, militante comunista, fue detenido por la DINA el 9 de agosto de 1976, alrededor de las 10 horas, …

Marta Rocco

Marta Rocco

Marta Rocco Esposa de Mario Juica Vega Mario Jesús Juica Vega, casado, 5 hijos, ex presidente de los obreros municipales de Renca, militante comunista, fue detenido por agentes de la DINA el 9 de agosto …

Max Santelices

Max Santelices

 Pablo Jose Maximiliano Santelices Tello   Esposo de Reinalda del Carmen Pereira caso de los 13 Reinalda, hija única, casada, embarazada de cinco meses de su primer hijo, tecnóloga médico, ex dirigente de la salud …

Sola Sierra

Sola Sierra

Sola Sierra Henríquez esposa de Waldo Ulises Pizarro Sola Sierra Henríquez nació en Santiago en 1935. Hija de Marcial y Ángela, sobreviviente de la Matanza de Santa María, quienes tenían una tradición familiar de militancia …

Tania Toro

María Tania Toro

María Tania Toro Hermana de Nicomedes Toro Bravo Nicomedes Toro, de 31 años de edad, soltero, obrero, era miembro de la Brigada Ramona Parra del Partido Comunista. Detenido el día 28 de julio de 1976 …

Aminta Traverso

Aminta Traverso

Aminta Traverso Bernaschina Esposa de Marcelo Concha Bascuñan, primo de Iván Sergio Insunza   Marcelo Concha Bascuñan tenía 30 años de edad, casado, padre de tres hijos, militante del Partido Comunista  y de profesión Ingeniero Agrónomo , …

Carmen Vivanco

Carmen Vivanco

Carmen Vivanco Esposa de Oscar Ramos Garrido, Madre de Oscar Ramos Vivanco, hermana de Hugo Vivanco Vega, cuñada de Alicia Herrera Benitez y tía de Nicolás Vivanco Herrera (hijo de Alicia Herrera )   “Me …

Museo de la Memoria. Exposición
 Lenguaje y archivo: Exploraciones performativas, visuales y sonoras del archivo Huelga de hambre en la CEPAL, 1977.
“La voz se sostiene en “la ley no escrita”. (Esta división es puesta vívidamente en escena en Antígona, con la distinción entre las leyes divinas no escritas y las leyes humanas de la polis.)Podríamos ver aquí un sucinto resumen de lo que Kant denominará,un par de milenios más tarde, la oposición entre moralidad y legalidad.Esta distinción depende de que se comprenda de cierta manera la división entre la voz y la letra,donde se concibe la moralidad como un asunto relativo a la voz y la legalidad como un asunto relativo a la letra.”Dolar, Mladen. Una voz y nada mas.1ª edición, Ediciones Manantial SRL., Buenos Aires, 2007.
Esta obra fue un proceso de investigación y creación colectiva[1] sobre la primera huelga de hambre de los familiares de los detenidos desaparecidos –CEPAL, 1977– a partir del archivo sobre la misma, depositado en el Museo de la Memoria y de la entrevistas a fuentes directas –testimonios de los participantes de la huelga de hambre–.
Contexto histórico
En 1977 familiares de detenidos desaparecidos inician una serie de acciones que marcaron el comienzo de una nueva etapa en la búsqueda de justicia para sus familiares víctimas de la dictadura. El 14 de junio de 1977 se inicia La huelga de hambre en la CEPAL[2] que duró 9 días, constituyéndose en la primera huelga de hambre de familiares de detenidos desaparecidos y la segunda huelga de hambre en dictadura.[3]
La huelga de hambre en la CEPAL, dispuso de los cuerpos en colectivo para la resistencia del mismo como protesta ante la violencia del Estado, exigiendo una respuesta sobre el paradero de sus familiares desaparecidos: 24 mujeres y 2 hombres iniciaron la huelga de hambre con el lema “mi vida por la verdad. En la Sede de la CEPAL de Santiago, desplegaron un lienzo de diez metros de largo que proclamaba: “Por la paz, por la vida, por la libertad, los encontraremos”[4] . Y aseguraron que no saldrían de ahí hasta que Pinochet se comprometiera a responder por los desaparecidos.Esta huelga se produjo en pleno funcionamiento de la DINA y a casi seis meses de la detención y desaparición del Comité Central del Partido Comunista en clandestinidad –ocurrido en diciembre de 1976– , los familiares buscaban a sus parientes vivos.
La importancia de esta Huelga radica en varias acciones y consecuencias hasta ese momento inéditas en la lucha contra la dictadura:– Da a conocer a nivel global lo que estaba pasando en Chile en relación la violación sistemática de los derechos humanos y en especial el caso de los detenidos desaparecidos.
Hubo un intercambio de información que logró ser publicado por los medios en Chile debido a la presión que fue ejercida desde el exterior, esto debido a la condición internacional de la CEPAL y al aparato montado por los ayudistas de la huelga que activaron huelgas de hambre en otras sedes de la CEPAL, por ejemplo en México.– Entregó una clara señal a la dictadura de que el Partido Comunista no había sido exterminado, reactivando los sistemas de operación clandestinos y públicos del Partido bajo las acciones de los denominados un-dos-tres los cuales habían sido fuertemente golpeados por la detención y desaparición del Comité Central.
María Estela Ortiz se refiere a esta estructura:“Trabajamos con gente que jugó un rol determinante para que pudiéramos entrar, otra gente que jugó un rol determinante para hacer los chequeos de salud de todo tipo, con electrocardiograma, con todo y trabajamos en la clandestinidad, osea, todo fue fuera de la Vicaría, nos juntábamos en otros lugares, sabíamos sólo las personas que estábamos en el un,dos, tres.Un dos tres le decíamos en la época de dictadura a los equipos que dirigíamos– porque éramos tres personas, éramos nosotros tres donde cada uno tenía una responsabilidad”. ( Extracto de entrevista a Estela Ortiz )–
Instaló inéditas operaciones de despliegue organizado mediante la  utilización de diversos medios de publicación, preparación de la huelga ­–chequeos médicos, coartadas para ingresar a la CEPAL, cambios de vestimenta, peluquería, sistema de parejas para ingresar, puntos de encuentro, lo que debían llevar a la huelga, etcétera–  y la vinculación con organizaciones internacionales en contra la dictadura.
Podríamos decir que con esta huelga de hambre la dictadura se vio enfrenta a un cambio en el lenguaje de la resistencia, el se cual rebeló en forma de un cuerpo colectivo, afectado, militante y resistente –cuerpos en su mayoría de mujeres–, la violencia de la dictadura ejercida sobre el cuerpo desparecido, señalando su ausencia.De este modo la huelga de hambre es percibida como una política del cuerpo ejercida en contra de la represión, de un cuerpo político que opera a través de actos vitales de transferencia, transmitiendo el saber social, el sentido de identidad y la memoria a partir de acciones que de acá en adelante se tornaran reiteradas.
Bitácoras, cartas, notas de prensa, dos fotografías, declaraciones de apoyo, etcétera, es lo que contiene en la actualidad el corpus archivado de la huelga depositado en el Archivo del Museo de la Memoria[5], el cual segmentado bajo lógicas archivísticas del Museo, disemina su noción inicial de un cuerpo concebido como uno sólo en lo colectivo, donde lo escrito es nuevamente, lo inscrito en el archivo, su documentación, dejando en estado de latencia lo impermanente como la potencia real del archivo.Así, como parte de un proceso de búsqueda y exploración de lenguajes, sus límites y sus diferencias, que se inician con el archivo Arqueología de la ausencia, es que emerge y como una insistencia en mi producción visual, la lectura –la voz como objeto–  y el montaje del fragmento, poéticas a que refieren al archivo y a la imposibilidad de la construcción de un relato único y hegemónico. Así, restaurando el vestigio y los intersticios como poéticas por medio del montaje, se produce la articulación crítica sobre la tensión y las diferencias entre la inscripción legal –documento– y la lectura del mismo, vista ésta –lectura– como un instancia en que la voz como objeto estético vehicula los conceptos del fragmento como condición inherente al archivo y la impermanencia del sonido como la subversión de la idea originaria del archivo, lo dispuesto para permanecer.
Verónica Troncoso
02_vero
Magister en Artes Visuales de la Universidad de Chile.
Participó como directora del proyecto de investigación y creación sobre la primera Huelga de Hambre realizada por familiares de Detenidos Desaparecidos durante la dictadura cívico-militar en Chile, la cual se llevó a cabo en junio de 1977 en las dependencia de la CEPAL.
 ARTE ARCHIVO Y DERECHOS HUMANOS.
Formulación proyecto huelga de hambre, 1977
“Los archivos han sido sacralizados y al mismo tiempo “desordenados” al poner en cuestión el canon,las instituciones y las historias construidas.Ahora, como nunca antes, se constituyen en repositorios desde el cual es posible escribir otras historias.”Andre Giunta, #Errata 1
La progresiva referencia al archivo como programa de producción en el arte contemporáneo, tiene una de sus condiciones más importantes en la necesidad de reflexionar la crisis del humanismo a la que nos enfrentan los acontecimientos y, más precisamente, los procesos históricos que se suceden desde el siglo XX hasta hoy.
Acontecimientos y procesos que han puesto concretamente en entredicho la posibilidad de elaborar una historia que, al modo de una narración, permitiera comprender lo que ha sido el devenir de los pueblos. En este sentido las artes visuales se constituyen como un campo dialógico de exploración y proliferación de lenguajes, en donde éstos –los lenguajes– representan no solo la posibilidad de nuevas lecturas con respecto al archivo, sino a su vez, la reactivación de los mismos, bajo diversas operaciones visuales y de montaje de lo contenido en el corpus del archivo, así como señala Graciela Carnevale: “Mostrar el archivo es una forma de compartir con los otros. Es un espacio de diálogo, un espacio en el que unos escuchan a los otros e intercambian perspectivas y preguntas sobre su propia práctica. Entendiendo el archivo como un espacio abierto en el que uno contempla, discute y debate. Lo concibo como un proceso, como algo incompleto que es reforzado por cada nueva experiencia del presente.“
Los desastres que marcan este fin del milenio son también archivos del mal; disimulados o destruidos, prohibidos, desviados, «reprimidos». Su tratamiento es a la vez masivo y refinado en el transcurso de guerras civiles o internacionales, de manipulaciones privadas o secretas. Nunca se renuncia, es el inconsciente mismo, a apropiarse de un poder sobre el documento, sobre su posesión, su retención o su interpretación. ¿Más a quién compete en última instancia la autoridad sobre la institución del archivo? ¿Cómo responder de las relaciones entre el memorándum, el indicio, la prueba y el testimonio?”(Derrida, Mal de Archivo)
Los archivos sobre derechos humanos en Chile producidos por el Estado, son en la actualidad archivos cerrados y parcialmente clausurados, sobre ellos se han aplicado leyes de secreto y de seguridad. Los archivos sobre este tema de los cual se disponen, han sido producidos por iniciativas ciudadanas sin contraparte. Esta falta de contraparte ha consignado a estas historia como <<personales>>, por ende subjetivas, haciendo que la inscripción en la denominada historia con mayúscula, les haya sido negada por muchos años.
Podríamos decir que las operaciones sobre el archivo desde el campo del arte generan la posibilidad de su inscripción en un espacio para el cual no estaba pre-consignado.
Los archivos olvidados, los archivos disfuncionales, los archivos secretos han sido problematizados sistemáticamente desde el campo del arte.
Voluspa Jarpa con su obra Minimal Secret, expuesta en la feria Arco de Madrid, problematiza los archivos desclasificados y tachados de la CIA sobre Chile, mediante el desplazamiento del archivo, la puesta en escena de su tachadura y por ende de su clausura, es que se deja ver los fragmentos incompletos de una historia que no se puede contar.
 “El deber de la memoria no se limita a guardar la huella material, escritura u otra, de los hechos pasados, sino que cultiva el sentimiento de estar obligados respecto a estos otros de los que afirmaremos más tarde que ya no están pero que estuvieron.
Pagar la deuda, diremos, pero también someter la herencia a inventario” (Ricoeur)
En 1977 la agrupación de familiares de detenidos desaparecidos inicia una serie de hechos que marcaron el comienzo de una nueva etapa en la búsqueda de justicia para las víctimas de la dictadura. La huelga en la Cepal vii que duró 9 días, dispuso de los cuerpos en colectivo para la resistencia del mismo como protesta ante la violencia del Estado, exigiendo una respuesta sobre el paradero de los familiares desaparecidos, “24 mujeres y 2 hombres de la agrupación de familiares de detenidos desaparecidos iniciaron una huelga de hambre con el lema “mi vida por la verdad” en la Sede de la Cepal de Santiago, allí desplegaron un lienzo de diez metros de largo que proclamaba: “Por la paz, por la vida, por la libertad, los encontraremos” . Y aseguraron que no saldrían de ahí hasta que Pinochet se comprometiera a responder por los desaparecidos” .
Otros familiares de la Agrupación entregaron una nota a 16 medios de comunicación, también repartieron volantes en las calles, pintaron murales, organizaron misas y hubo en su apoyo declaraciones de abogados, personalidades políticas y sociales, un grupo amplio de intelectuales y decenas de federaciones sindicales”.La huelga de hambre en la Cepal, es el punto de partida en el despliegue de nuevas estrategias y acciones colectivas en el ámbito de la resistencia y denuncia contra la dictadura militar, en donde “el cuerpo es también lugar de resistencia cuando se vive como primer espacio de soberanía”. El cuerpo afectado por el hambre, el cuerpo como uno subversivo, que hace uso de la decisión de no ejercer una acción de violencia externa sino de la internalización de ésta para manifestarse, es sólo su propia inapetencia el actor de la acción silenciosa.
 .Bitácoras, cartas, notas de prensa, una fotografía, listas, etcétera, es lo que contiene en la actualidad el corpus archivado de la huelga, segmentado bajo las lógicas del archivo, diseminando su noción inicial de un cuerpo concebido como uno sólo en lo colectivo, donde lo escrito es lo inscrito en el archivo, su documentación , dejando en estado de latencia lo impermanente como la potencia real del archivo, su lectura.Su potencia real radica en la reactivación de lo que hemos denominado la letra muerta en el archivo, como un acto que trae al presente un hecho del pasado a través de lo oral que está contenido en él .
Las Yeguas del apocalipsis en 1993 , realizan en protesta por la ausencia de políticas concretas de justicia por parte del gobierno de Aylwin frente a las violaciones a los derechos humanos , la performance Tu dolor dice: Minado. En un ex centro de detención ilegal en calle Belgrano –Santiago– Lemebel y Casas realizan la lectura performática de la lista de los detenidos desaparecidos reconocidos por el Estado de Chile y publicados en el informe Rettig, la lectura se efectúa dando la espalda al espectador , en donde las espaldas desnudas de Lemebel y Casas presentan al cuerpo expuesto como imagen anónima del mismo, mientras tanto la lectura trae a presencia mediante el sonido al nombre del desaparecido , reactivando la letra muerta del archivo mediante lo efímero de la voz y su puesta en escena. La lista del archivo es reactivada mediante la performatividad de la voz y su puesta en escena, ya no son nombres pertenecientes a una estadística del horror, sino que son sonidos concretos de la realidad del horror. La acción realizada por Lemebel y Casas dispone de parte del archivo –la lista– haciendo cruces entre archivo, cuerpo y performance.Surge entonces la interrogante de buscar un elemento transversal entre una huelga de hambre y un acto performático más que el mismo cuerpo; donde el acto performático según (*) Richard Schechner parte por hacer una diferencia fundamental para entenderlo, algo es performance o algo se puede entender como performance.
Podríamos decir que la incidencia de la violencia sobre el cuerpo colectivo así como sobre el cuerpo individual trasciende los territorios primariamente pactados y así como la Huelga de hambre puede ser vista como una performance, la acción de Lemebel y Casas puede ser vista como un acto político, como señala Suely Rolnik: “Lo que lleva a los artistas a agregar lo político a su investigación poética es el hecho de que los regímenes autoritarios entonces vigentes en sus países inciden en sus cuerpos de manera especialmente aguda, pues afectan su propio quehacer, y es así como viven al autoritarismo en la médula de su actividad creadora. Se asocia así el impulso de la creación al peligro de sufrir la violencia por parte del Estado, que puede ir desde la prisión hasta la tortura y llegar incluso a la muerte; dicha asociación se inscribe en la memoria inmaterial del cuerpo: es la memoria física y afectiva de las sensaciones de dolor, miedo y humillación.”
Las huelgas de hambre son vistas como una política del cuerpo ejercida en contra de la represión, el cuerpo de lo político opera como actos vitales de transferencia, transmiten el saber social, el sentido de identidad y la memoria a partir de acciones reiteradas. “Constituyéndose como performance mediante su archivación”, así el proceso de archivo puede caracterizarse de algún modo como un acto performático, su reactivación en la inversión de su escritura, en donde la reescritura del archivo está dada por el sonido de su lectura y la lectura de su sonido vendría a ser el capital político de lo inmaterial/oral.
Texto perteneciente a parte del proyecto de investigación y creación sobre la huelga de hambre de 1977.
Tagged: archivo, derechos humanos[1] Este proyecto de investigación fue premiado con el Fondo de Incentivo a la Creación de la Universidad de Chile. Proyecto del cual soy directora, los demás participantes del mismo fueron: el académico Mauricio Barría; los tesistas de pre-grado del Departamento de Artes Visuales: Jennifer Frías, Waldo Estuardo y Sergio Michael; y los alumnos Pablo Sanchez y Matías Serrano. Todos pertenecientes a la Facultad de Arte de la Universidad de Chile.[2] Comisión económica para América Latina y el Caribe.[3] La primera fue realizada de los presos de Puchuncaví en 1975, en protesta por el caso de los 119.[4] Amorós, Mario. “Después de la Lluvia: Chile la memoria herida.” P.394 . Versión digital, visitada el 20 de febrero del 2015. Véase en: books[5] El archivo sobre la Huelga de hambre en la CEPAL, se encuentra dentro del Fondo Ortiz- Rojas. Fondo ordenado tanto por pieza como por fondo documental, un total de 7 carpetas con documentos, de los cuales hay una parte digitalizada.

Anita Altamirano

Anita Florencia Altamirano Aravena Esposa de Juan Antonio Gianelli Company, profesor y dirigente comunista del sindicato único de la educación, desaparecido en su lugar de trabajo frente a testigos en la escuela de niñas nº24 …

Ernestina Alvarado

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Wilma Antoine

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María Mónica Araya

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Raquel Ardiles

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Irma Arellano

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Mercedes Arévalo

Mercedes del Carmen Arevalo Pantoja Esposa de Miguel Nazal Quiroz Casada, con 4 hijos junto a Miguel Nazal Quiroz: miembro del comité central del partido comunista, ex-director de la CUT en Villarica.  detenido el 11 …

Caupolicán Cruz

Caupolicán Cruz Díaz Hermano de Lisandro Tucapel Cruz Díaz: telegrafista, ex dirigente sindical de los trabajadores de la empresa Cementos Polpaico y militante del Partido Comunista, fue detenido a los 52 años de edad el …

Edith Díaz

Edith Díaz Bahamondes Cónyuge de Fernando Alfredo Navarro Allende Caso de los trece. Fernando Alfredo Navarro Allende, producido el Golpe Militar, comenzó a ser buscado para su detención; su hogar fue allanado en múltiples ocasiones por efectivos del …

Cecilia Escobar

Cecilia Escobar Cepeda Hermana de Elisa del Carmen Escobar Cepeda Caso conferencia Elisa del Carmen Escobar Cepeda, soltera, obrera, militante del Partido Comunista, fue detenida el día 6 de mayo de 1976 en una “ratonera” …

Ninfa Espinoza

Ninfa Espinoza Fernández Hermana de Eliana Espinoza Fernández Caso conferencia Eliana Marina Espinoza Fernández, soltera, comerciante, militante del Partido Comunista, salió de su casa aproximadamente a las 17:30 hrs. del día 12 de mayo de …

Carolina Gajardo

    Carolina Gajardo Carolina Gajardo tenía 23 años cuando fue convocada por las compañeras Ana González y Sola Sierra para participar en la huelga de hambre. Su esposo, Luis Emilio Maturana, había sido detenido …

Irene Godoy

Irene Godoy Godoy Esposa de Humberto Fuentes Humberto de las Nieves Fuentes Rodríguez, ex Regidor de la comuna de Renca, militante del Partido Comunista, fue detenido el día 4 de noviembre de 1975, por efectivos …

Ana González

Ana González Nació en la ciudad de Tocopilla, el 27 de julio de 1925. Tempranamente se unió a las Juventudes Comunistas  donde conoció a su esposo Manuel Recabarren, quien se mantuvo activo en el Partido Comunista hasta el momento de …

Norma Matus

Norma Matus González Madre de Carlos Alberto Carrasco Carlos Alberto Carrasco Matus, 21 años de edad, soltero, Cabo Segundo del Ejército, era estudiante de Instituto Comercial N°5, del cual había sido dirigente estudiantil, ex militante …

María Estela Ortíz

  María Estela Ortiz, hija de Fernando Ortiz, desaparecido el 15 de diciembre de 1976, fue una de las organizadoras de la huelga de hambre. Ella junto a Sola Sierra y María Luisa Azocar, convocaron …

María Luisa Ortíz

María LuisaOrtiz Hija de Juan Fernando Ortiz Letelier   María Luisa Ortiz, se desempeña como Jefa del Área de Colecciones e Investigación, Museo de la Memoria y los Derechos Humanos. Es hija de Juan Fernando …

María Adriana Pablos

María Adriana Pablos Esposa de Carlos Contreras Maluje   El 2 de noviembre de 1976, Contreras Maluje, entonces de 29 años de edad, ex regidor de Concepción, y de profesión químico farmacéutico, fue detenido por agentes …

Isolina Ramirez

Isolina Ramirez Esposa de Mario Zamorano Donoso Caso Conferencia : Mario Jaime Zamorano Donoso, casado, tres hijas, obrero marroquinero, miembro del Comité Central del Partido Comunista, fue detenido junto a un grupo de dirigentes de …

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Violeta Reyes Pareja de José Enrique Corvalán Valencia José Enrique Corvalán Valencia, casado, 6 hijos, dirigente sindical, militante comunista, fue detenido por la DINA el 9 de agosto de 1976, alrededor de las 10 horas, …

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Max Santelices

 Pablo Jose Maximiliano Santelices Tello   Esposo de Reinalda del Carmen Pereira caso de los 13 Reinalda, hija única, casada, embarazada de cinco meses de su primer hijo, tecnóloga médico, ex dirigente de la salud …

Sola Sierra

Sola Sierra Henríquez esposa de Waldo Ulises Pizarro Sola Sierra Henríquez nació en Santiago en 1935. Hija de Marcial y Ángela, sobreviviente de la Matanza de Santa María, quienes tenían una tradición familiar de militancia …

María Tania Toro

María Tania Toro Hermana de Nicomedes Toro Bravo Nicomedes Toro, de 31 años de edad, soltero, obrero, era miembro de la Brigada Ramona Parra del Partido Comunista. Detenido el día 28 de julio de 1976 …

Aminta Traverso

Aminta Traverso Bernaschina Esposa de Marcelo Concha Bascuñan, primo de Iván Sergio Insunza   Marcelo Concha Bascuñan tenía 30 años de edad, casado, padre de tres hijos, militante del Partido Comunista  y de profesión Ingeniero Agrónomo , …

Carmen Vivanco

Carmen Vivanco Esposa de Oscar Ramos Garrido, Madre de Oscar Ramos Vivanco, hermana de Hugo Vivanco Vega, cuñada de Alicia Herrera Benitez y tía de Nicolás Vivanco Herrera (hijo de Alicia Herrera )   “Me …

 

Anita Florencia Altamirano Aravena Esposa de Juan Antonio Gianelli Company, profesor y dirigente comunista del sindicato único de la educación, desaparecido en su lugar de trabajo frente a testigos en la escuela de niñas nº24 …

Ernestina Alvarado

Ernestina Alvarado Rivas Madre de Nalvia Rosa Mena Alvarado, quien fue militante de las Juventudes Comunistas y estaba embarazada con tres meses de gestación al momento de su detención junto a su esposo Luis Emilio …

Wilma Antoine

Wilma Antoine Lazzerini Esposa de Horacio Cepeda Marinkovic Caso de los 13: Constructor civil de profesión, ex director de la empresa de transportes colectivos del estado y militante del partido comunista quien fue detenido el …

María Mónica Araya

Maria Mónica Araya Flores Hija de Bernardo Araya y María Olga Flores Hija del matrimonio entre Barnardo Araya Zuleta, ex diputado por el partido comunista, además dirigente nacional de la CUT y Maria Olga flores …

Raquel Ardiles

Raquel Ardiles Tabilo Esposa de Victor Modesto Cardenas Valderrama: electricista, militante comunista desaparecido el 26 de agosto de 1976 a los 52 años, tras ser detenido en la vía pública por agentes del comando conjunto, …

Irma Arellano

Irma Arellano Hurtado Casada, con 3 hijos junto a Armando Portilla Portilla: operador mecánico, ex-director de Endesa y militante comunista, quien fue detenido el 9 de diciembre de 1976 en la vía pública por agentes …

Mercedes Arévalo

Mercedes del Carmen Arevalo Pantoja Esposa de Miguel Nazal Quiroz Casada, con 4 hijos junto a Miguel Nazal Quiroz: miembro del comité central del partido comunista, ex-director de la CUT en Villarica.  detenido el 11 …

Caupolicán Cruz

Caupolicán Cruz Díaz Hermano de Lisandro Tucapel Cruz Díaz: telegrafista, ex dirigente sindical de los trabajadores de la empresa Cementos Polpaico y militante del Partido Comunista, fue detenido a los 52 años de edad el …

Edith Díaz

Edith Díaz Bahamondes Cónyuge de Fernando Alfredo Navarro Allende Caso de los trece. Fernando Alfredo Navarro Allende, producido el Golpe Militar, comenzó a ser buscado para su detención; su hogar fue allanado en múltiples ocasiones por efectivos del …

Cecilia Escobar

Cecilia Escobar Cepeda Hermana de Elisa del Carmen Escobar Cepeda Caso conferencia Elisa del Carmen Escobar Cepeda, soltera, obrera, militante del Partido Comunista, fue detenida el día 6 de mayo de 1976 en una “ratonera” …

Ninfa Espinoza

Ninfa Espinoza Fernández Hermana de Eliana Espinoza Fernández Caso conferencia Eliana Marina Espinoza Fernández, soltera, comerciante, militante del Partido Comunista, salió de su casa aproximadamente a las 17:30 hrs. del día 12 de mayo de …

Carolina Gajardo

    Carolina Gajardo Carolina Gajardo tenía 23 años cuando fue convocada por las compañeras Ana González y Sola Sierra para participar en la huelga de hambre. Su esposo, Luis Emilio Maturana, había sido detenido …

Irene Godoy

Irene Godoy Godoy Esposa de Humberto Fuentes Humberto de las Nieves Fuentes Rodríguez, ex Regidor de la comuna de Renca, militante del Partido Comunista, fue detenido el día 4 de noviembre de 1975, por efectivos …

Ana González

Ana González Nació en la ciudad de Tocopilla, el 27 de julio de 1925. Tempranamente se unió a las Juventudes Comunistas  donde conoció a su esposo Manuel Recabarren, quien se mantuvo activo en el Partido Comunista hasta el momento de …

Norma Matus

Norma Matus González Madre de Carlos Alberto Carrasco Carlos Alberto Carrasco Matus, 21 años de edad, soltero, Cabo Segundo del Ejército, era estudiante de Instituto Comercial N°5, del cual había sido dirigente estudiantil, ex militante …

María Estela Ortíz

  María Estela Ortiz, hija de Fernando Ortiz, desaparecido el 15 de diciembre de 1976, fue una de las organizadoras de la huelga de hambre. Ella junto a Sola Sierra y María Luisa Azocar, convocaron …

María Luisa Ortíz

María LuisaOrtiz Hija de Juan Fernando Ortiz Letelier   María Luisa Ortiz, se desempeña como Jefa del Área de Colecciones e Investigación, Museo de la Memoria y los Derechos Humanos. Es hija de Juan Fernando …

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Mi padre Ismael Chávez.

Mi padre Ismael Chávez.

El 11 de septiembre del año 2013, 40 años después del golpe militar, Juan Carlos Chávez interpuso la primera querella criminal contra Agustín Edwards como autor intelectual del delito de homicidio, en favor de los 119 muertos en la Operación Colombo, entre ellos su padre. Esta es la historia de su larga búsqueda y la sensación de liberación que tuvo después de sentar en el banquillo al magnate de la prensa chilena. “Me sentí más liberado y que en cierta forma hacía justicia por mi viejo y por todos aquellos que no se pudieron defender en su momento”, cuenta.

Poco antes de la medianoche, golpearon a la puerta de la casa. “¿A quién busca?”, preguntó Mónica Pilquil a un hombre alto y de voz amable que le pidió hablar con Juan Carlos. Pese a que no era el nombre original de su esposo, sino la chapa con la que lo identificaban en el MIR, accedió a buscarlo sin entrar en detalles.

Si bien era extraño que un desconocido se presentara a esa hora en la casa, pensó que podía tratarse de un compañero que desconocía la identidad original de Ismael. Una estrategia habitual en el trabajo clandestino de aquellos años que no le causó mayores sospechas. “Debe tratarse de algo importante”, pensó.

Esa misma tarde Ismael Chávez había presentado a su hijo recién nacido a sus alumnos de expresión corporal en el Duoc. Estaba tan orgulloso que pidió a Mónica que lo llevara y luego regresaron juntos a su hogar. Cuando descansaba con el niño en una habitación sintió el llamado de su esposa. Al llegar a la puerta escuchó un leve forcejeo.

Tres hombres habían ingresado a la fuerza al domicilio y se identificaron como agentes del Estado. Afuera los esperaba un vehículo con el motor encendido. Recién ahí entendieron que se trataba de una operación de la DINA para capturar a militantes de izquierda delatados por compañeros torturados, que en jerga de la época se conocía como “poroteo”.

Antes de marcharse, sin que se percataran los visitantes, Chávez le entregó a Mónica un puñado de boletos de micros donde se escribían los puntos de encuentro durante la resistencia para que se deshiciera de ellos. Los agentes le dijeron a la familia que se trataba de algo rutinario y que regresaría en un par de horas. Mónica se subió a una escalera y observó desde el techo como su marido era escoltado por tres personas. Llevaba un poncho negro y transmitía una extraña sensación de calma. Ismael Chávez Lobos tenía 22 años y un hijo de menos de un mes de vida. El 26 de julio del año 1974 fue el último día que su familia lo vio con vida.

FALSO ENFRENTAMIENTO

El 22 de julio de 1975, casi un año después de su desaparición, la familia de Ismael Chávez se enteró a través de la prensa que había muerto en un enfrentamiento entre extremistas ocurrido en Argentina, conocido como Operación Colombo. La lista de 119 fallecidos, publicada por la revista argentina LEA y el diario brasileño O’Día, fue replicada en Chile por El Mercurio, La Tercera y el vespertino La Segunda. Este último, en un alarde de impudicia, tituló en primera plana: “Exterminados como ratones”.

La noticia rápidamente fue desmentida por agencias internacionales y el montaje periodístico quedó en evidencia.  En el campamento de concentración de Melinka, en Puchuncaví, 95 presos iniciaron una huelga de hambre denunciando que algunos compañeros asesinados habían estado hacía pocos días en el lugar.A tanto llegó el revuelo internacional que Sergio Diez, entonces embajador de Chile ante la ONU, tuvo que acudir a la Asamblea General de Naciones Unidas a dar explicaciones. Allí, con el desparpajo de los cómplices, aseguró que los asesinados ni siquiera tenían existencia legal.

Mónica, con su hijo en brazos, recorrió todos los centros de detención donde estaban recluidos los presos políticos, especialmente Cuatro Álamos y el Estadio Nacional. En ninguno de esos lugares recibió alguna pista sobre el paradero de Ismael Chávez. Su marido, a quien conoció cuando tenía 18 años en una marcha en el centro de Santiago, pertenecía al frente de estudiantes universitarios que dependía del Movimiento de Izquierda Revolucionaria.

Chávez había estudiado teatro en la Universidad de Chile y el mismo año de su desaparición se matriculó en la escuela de Derecho de la misma casa de estudios. Soñaba con ser diplomático de carrera y estaba convencido de que la intervención militar no se prolongaría por mucho tiempo.

Mientras, se dedicaba a labores de propaganda, confeccionando en mimeógrafo El Rebelde, una revista clandestina elaborada por el MIR donde escribía artículos y Mónica le ayudaba con las ilustraciones. Ambos, además, trabajaban en distintas poblaciones del sector poniente de Santiago. Juan Carlos, como conocían a Ismael, se dedicaba a realizar teatro comunitario en cuanto centro cultural se levantó en aquellos años. Buscaba concientizar a los pobladores a través de su oficio. Siempre decía que hacer teatro, era hacer política.

Mónica quedó embarazada en su último año de secundaria. Pese a que la gente del MIR no era partidaria de que sus miembros se casaran, entendiendo la grave crisis política que atravesaba el país, la pareja decidió contraer matrimonio. Lo hicieron el 1 de febrero del año 1974. Cinco meses más tarde nació Juan Carlos, bautizado así en honor a la “chapa” política de su padre, desaparecido pocos días después de su nacimiento. En 1977, después de varios allanamientos a la casa de Mónica, esta decide exiliarse en Holanda junto a su pequeño hijo.

EXILIO

Juan Carlos Chávez tenía apenas tres años cuando llegó a Ámsterdam. En Holanda comenzaron a vivir con una tía. Mónica empezó a trabajar en un comité internacional de refugiados, ligado al partido radical, y luego en servicios de solidaridad a otros países latinoamericanos que estaban en guerra, como Nicaragua y El Salvador.

El constante activismo político de su madre, despertó tempranamente las inquietudes políticas de Juan Carlos. La casa siempre estaba rodeada de dirigentes de diversos países y escuchaba lo que pasaba en otras partes del mundo. “Yo era súper chico y hacía análisis políticos, sabía harto de historia, sobre la vida del Che Guevara y le conversaba a la gente que llegaba a la casa. Ellos quedaban impactados. Era algo inconsciente”, recuerda Juan Carlos.

Pese a que su entorno era eminentemente político, él nunca se sintió como un exiliado. Iba a una escuela normal, hablaba perfectamente el idioma y su madre acababa de recibir un subsidio de vivienda por parte del gobierno holandés. Como todo niño de su edad comenzó a preguntar por qué su padre no lo iba a buscar al colegio. “A los cinco años supe que estaba desaparecido. Mi madre nunca me inventó nada. Siempre trató de explicarlo y como estábamos metidos en el tema político se me hizo más fácil”.

Juan Carlos piensa que esa resiliencia, en el fondo fue una estrategia emocional para transformar el dolor en un tema político, ideológico, de lucha. Un proceso que con los años, admite, le provocó algunos trastornos psicológicos. “Uno puede disfrazar ciertas cosas como heroísmo, pero tarde o temprano las cosas comienzan a afectarte. Es un fenómeno inconsciente que uno utiliza como una barrera de protección”, analiza hoy.

Encontrar un espacio en el mundo, definir su identidad, fue un trabajo largo y también doloroso. Una búsqueda que comenzó cuando visitó por primera vez Chile cuando tenía 10 años. Su madre, que tenía una relación formal con un ciudadano holandés con los que tuvo dos hijos, terminó de estudiar trabajo social y pidió hacer su práctica en Chile en la Vicaría de la Solidaridad.

El reencuentro con Chile coincidió con las emblemáticas jornadas de protestas en contra de la dictadura. Era el año 1984 y Juan Carlos tenía 10 años. Recuerda haber estado en la Villa Francia con dos de sus tías, arrancando de los pacos por unos estrechos pasajes de la población, en una protesta luego de la muerte de los hermanos Vergara. “Comencé a correr en la misma dirección que lo hacía la gente, había una tremenda balacera, y de repente me meten a una casa. Lo más gracioso es que estaba tirado en el piso y unos metros más allá, en el antejardín, estaba una de mis tías. La solidaridad era increíble”, recuerda.

De vuelta en Holanda, cuando le preguntaban qué le había gustado de Chile, respondía que lo más llamativo habían sido las protestas. Cinco años más tarde regresaría definitivamente al país.

LA BÚSQUEDA

La familia había crecido durante el exilio. A Mónica y Juan Carlos, se sumaron Vincent, la pareja de su madre, y dos hermanos más. Todos arribaron al país en febrero del año 89. El regreso de Juan Carlos al país coincidió con el proceso de transición que recién comenzaba en Chile.

Ese mismo año ingresó a estudiar al Liceo Juan Bosco y comenzó a involucrarse en el movimiento estudiantil secundario. “Me tocaron las protestas por el pasaje del metro, empecé a vincularme con integrantes del centro de alumnos, algunos chicos del MIR, y con gente del Liceo de Aplicación, pero no milité en ningún partido”, recuerda.

Su llegada al país concidió con una búsqueda que tenía pendiente: saber por otras personas quién había sido su padre. Visitó a varios presos políticos en la cárcel pública. Uno de ellos le comentó que era un tipo extrovertido, de voz imponente, que siempre vestía de poncho y lo acompañaba una mujer baja de piel blanca (su madre). El rompecabezas comenzaba a armarse.

Juan Carlos reconoce que, pese a la ausencia de su progenitor, siempre tuvo una dialéctica particular con él. Cuando era pequeño lo veía como un héroe sin fallas. Lo sentía cercano pero a la vez muy distante. Cuando se portaba mal no faltaba quien le recordaba que en esas circunstancias su padre no se habría comportado así. “En un momento -reconoce- comencé a peinarme como mi papá, a vestirme como él. No sé cómo explicarlo, como que no tenía una identidad propia”.

Durante un encuentro en Villa Grimaldi, Juan Carlos escuchó el testimonio de un sobreviviente que había venido a declarar en una causa que llevaba el juez Juan Guzmán Tapia por la Operación Colombo. Ahí se percató que la fecha en que estuvo detenido el prisionero y su padre eran coincidentes. Se acercó, le mostró la foto de Ismael y le preguntó si lo conocía. También le comentó como andaba vestido su padre al momento de su desaparición.

Pocos días después el hombre lo llama por teléfono y le contó una historia ocurrida en Londres 38. Le aseguró que uno de los detenidos, en una salida a “porotear”, se arrancó con la venda puesta y fue atropellado por un vehículo. Los agentes lo devolvieron al centro de detención y lo dejaron tirado en el piso. Estaba perdiendo sangre y hacía mucho frío. De pronto escuchó una voz y observó entre la venda cuando un hombre se acercó al herido y le entregó una prenda a nombre de un tal Juan Carlos. La ropa era un poncho negro. El mismo que su padre usaba cuando fueron a buscarlo a su hogar. Por fin, después de años de búsqueda, la familia encontraba una pista a la cual aferrarse.

LA SANACIÓN

En el año 90 murió en un accidente automovilístico Vincent, la pareja de su madre, que trabajaba como fotógrafo para agencias extranjeras. La ausencia del verdadero padre le impidió asimilar que tenía otro a su lado, que había marcado su vida de manera importante. Su deceso desató una crisis en Juan Carlos. “Me dí cuenta que tuve alguien importante y que no lo valoricé. Él se portó muy bien conmigo y me entregó muchos valores de tolerancia que aún conservo”.

Huérfano por segunda vez, Juan Carlos cayó en una fuerte depresión. Estudió periodismo, teatro, cine y derecho. No pudo terminar ninguna carrera. “Empezaba con entusiasmo, pero después se me quitaban las ganas. Eso me empezó a afectar en las relaciones de pareja. Comenzó a darme todo lo mismo. Me lamentaba no poder llevar una vida normal como el resto”, recuerda.

Comenzó una terapia junto a su madre. Le descubrieron un trastorno obsesivo compulsivo. Se dio cuenta que había ciertos rituales que repetía: apretar las llaves del agua y cerrar reiteradamente la puerta de su casa. “Yo pensaba que eran mañas. La doctora que me empezó a tratar no sólo me recetaba medicamentos, sino que también me explicaba cómo funcionaba fisiológicamente. Poco a poco comencé a entender de qué se trataba, pero aún seguía confundido”.

En el año 2014 ya no aguantaba más y decidió abandonar el tratamiento. Lo cortó de raíz y comenzó a tomar yerbas medicinales. El repentino cambio le provocó mareos, dolores de cabeza y náuseas. “Sentía que estaba en un limbo -recuerda- no daba más, podía pasar cualquier cosa”.

En diciembre de ese año llegó a visitarlo un primo del sur que se había transformado en machi. En cuanto su familiar lo vio, comenzó a abrazarlo y hacerle cariño. “Vengo a ayudarte”, le dijo. Luego le comentó que desde hacía muchos años sentía que a él le pasaba algo y que si quería sanarse tenía que obedecerle.

Le recomendó un trabajo sicológico, físico y espiritual. “Me dijo que no me vistiera más de negro, que usara colores más vivos, que me preocupara de proporcionarme inyecciones diarias de humor y que abandonara el círculo político de los derechos humanos por un tiempo. Me dio a entender que mi madre y yo estábamos en una simbiosis que era un circulo vicioso”.

Antes de marcharse el machi le dijo “cuando tú te sanes, comenzarás a sanar a otras personas”. El mensaje le pareció un tanto críptico, pero con el tiempo lo comenzó a descifrar. Las recomendaciones comenzaron a tener efectos y lentamente se comenzó a sentir mejor. Incluso logró entender, sin angustia, lo que su doctora intentó desentrañar. “Cuando cerraba las llaves compulsivamente, intentaba controlar situaciones que jamás pude manejar cuando pequeño. Yo tenía 26 días de vida cuando murió mi padre. No tenía de qué culparme”, reflexiona.

Una parte medular del proceso de sanación ocurrió cuando un abogado lo invitó a participar en una acción judicial. Un acto que tuvo un fuerte componente simbólico. El 11 de septiembre del año 2013, 40 años después del golpe militar, Juan Carlos Chávez interpuso la primera querella criminal contra Agustín Edwards como autor intelectual del delito de homicidio, en favor de los 119 muertos en la Operación Colombo, entre ellos su padre. “Me sentí más liberado y que en cierta forma hacía justicia por mi viejo y por todos aquellos que no se pudieron defender en su momento”.

“Agustín Edwards representa el mal que dirige todo, pero que nadie ve. Me atrevo a decir que fue peor que Pinochet. Los milicos hicieron el trabajo sucio y los civiles que apoyaron la dictadura son los Pilatos que se lavaron las manos y que finalmente planificaron todo”.

Para el hijo de Ismael Chávez la querella cerró un ciclo en su vida. “Sentí que se cerró algo, pero que se abrió otra cosa mejor con una nueva perspectiva. Lo más importante es el tema espiritual, porque sin ese camino de sanación nada tiene sentido”.

La acción judicial en contra del magnate de la prensa finalmente no prosperó, aunque el quinto Agustín tuvo que declarar en tribunales. Juan Carlos Chávez comenzó a estudiar el año pasado medicina naturopática. Los designios de su primo se estaban cumpliendo.

Augusto, “el Pelao Carmona”, mi compadre. Justicia al fin.

Augusto, “el Pelao Carmona”, mi compadre. Justicia al fin.

Justicia, 40 años después

Publicado el 29 Mayo 2017

ESCRITO POR LUCÍA SEPÚLVEDA

Por el asesinato del periodista y dirigente del MIR, Augusto Carmona Acevedo,  cometido por la CNI el 7 de diciembre de 1977 cuando él tenía 38 años,  fueron condenados, 40 años después, algunos de los responsables. Augusto, “el Pelao Carmona”, padre de mi hija Eva María, fue mi compañero en los inolvidables años de la Unidad Popular y luego en la lucha antidictatorial. Eva María y Alejandra, su otra hija, crecieron sin él. Sus seis nietos  irán conociendo la verdad histórica, aun cuando ello no borrará el dolor de la ausencia.  

 

 

Alto dirigente del MIR en la clandestinidad, Augusto  había sido ex jefe de Prensa de Canal 9 de TV de la U de Chile y redactor de la revista Punto Final. El crimen fue presentado por la dictadura y los medios como un enfrentamiento.

La querella interpuesta en 2003  para impugnar la amnistía impuesta en 1993, era contra Augusto Pinochet y todos los que fueran responsables. Como familia, habíamos vivido con júbilo la detención de Pinochet en Londres.  Era  lo más cercano a la justicia y a la reparación. El hecho había remecido a la justicia chilena. Pero la impunidad persistió, con trucos judiciales para dilatar los procesos, entre otras movidas que permitían el avance de la “impunidad biológica”:  El año 2006 muere  Pinochet sin pagar por este ni ningun otro crimen. Fue en el Día Internacional de los Derechos Humanos, que coincide con mi cumpleaños…No hubo regalos de la justicia para nosotros en estos años.  

Iban muriendo los criminales mientras los padres de los ejecutados detenidos desaparecidos partían sin conocer verdad ni justicia, tal como ocurrió con don Augusto y la señora María Acevedo, los padres del “Pelao”.  Sin embargo viva está la constitución pinochetista, al igual que el modelo económico implantado entonces y perfeccionado por la Concertación/Nueva Mayoría. Sólo a través de la lucha social de los de abajo, y los terremotos irrumpe  el verdadero rostro del país por el que se jugaron y entregaron su vida “Oslo” y miles de compañeros y compañeras.  La corrupción y el envilecimiento de la política, la corrupción y el saqueo de los bienes comunes se nutren de la impunidad y de la tolerancia a las prácticas de tortura instaladas en distintos ámbitos de la acción del Estado, sea con los menores, sea en las comunidades mapuche allanadas y militarizadas o en las cárceles.

 

Privilegios de criminales  

En este marco llega finalmente la sentencia de la Corte Suprema: a10 años y 1 día  a los ex brigadieres de ejército Miguel Krassnoff y Manuel Provis Carrasco; al mayor (r) de ejército Enrique Sandoval Arancibia y al coronel (r) Luis Torres Méndez, así como los ex suboficiales del ejército José Fuentes Torres y Basclay Zapata. Menciono sus grados porque en Chile ningún criminal ha sido degradado,  pero la sentencia judicial sólo los individualiza por sus nombres. Los criminales reciben legalmente las generosas pensiones que se autoasignaron las Fuerzas Armadas mientras condenaban al resto de los chilenos a jubilar con las miserables pensiones del sistema de las AFPs. Mientras escribo, me pregunto además si este año Krassnoff podrá gozar en libertad de su pensión de  $ 2.489.658, ya que otros criminales con condenas por delitos de lesa humanidad ya han obtenido la libertad condicional. El monto de la pensión se conoció por la lista entregada por el Consejo para la Transparencia al diario La Tercera recientemente.

En el procesamiento inicial del ministro en visita Leopoldo Llanos (2005) la lista de criminales era encabezada por Odlanier Mena, director de la CNI, que estaba con condicional por otro homicidio y se suicidó (2013) eludiendo su responsabilidad.  Los agentes que declararon en el proceso por el asesinato de Augusto Carmona aseguraron que desde el reemplazo de la Dina por la CNI, a mediados de 1977, con Odlanier Mena como director, todos los operativos de exterminio debían contar con su autorización previa. La Brigada Roja (sucesora de la Halcón) fue la encargada de llevar a cabo la ejecución de Augusto Carmona, operación supervisada por Krassnoff – quien dirigió todos los operativos contra el MIR –   bajo el probable mando operativo de Manuel Provis. Mena llegó al lugar de los hechos pocas horas después.

 

Periodista de trinchera

Carmona tuvo una destacada carrera en el periodismo nacional, donde fue jefe de prensa de Canal 9 de TV –entonces de la Universidad de Chile- elegido por los trabajadores que ocuparon la estación en agosto de 1972 intentando detener el avance del golpismo. Tras el golpe militar,  él escogió los riesgos de la lucha de resistencia, aunque su salud era precaria por haber sufrido una compleja operación al corazón. En esos primeros años en que sólo existía la prensa adicta a la dictadura, el “Pelao Carmona”, ahora “Oslo”,  comenzó a organizar la red  de  periodistas que recolectaba noticias sobre los crímenes de la DINA, y  testimonios sobre la existencia de detenidos desaparecidos, enviándolas al “Correo de la Resistencia”, en México. Carmona era miembro del comité central del MIR en la clandestinidad. Como encargado  de las relaciones políticas, se reunía con dirigentes de la izquierda y un sector de la Democracia Cristiana para impulsar acuerdos tendientes a formar un movimiento amplio de resistencia popular.  

Las exigencias de la vida clandestina eran contradictorias con el carácter del Pelao, que  era comunicativo, amistoso, seductor, dado a las  conversas de café y a escuchar y bailar tangos y boleros. Ese amor por la vida lo transmitió a sus tareas políticas, que arremetía con vehemencia, pasión  y creatividad, cambiando su aspecto físico  y reduciendo sus salidas para eludir la persecución.  La forzosa quietud le permitió asumir el rol de cuidar a Eva María, nacida poco después del golpe, a quien prodigaba su ternura y atención, superando el machismo característico de esa época. Eva tenía 3 años cuando lo asesinaron y no podía ni siquiera llevar su apellido, pues vivíamos en la clandestinidad.

El Pelao había estudiado periodismo y bibliotecología tras egresar del Instituto Nacional. Fue presidente del centro de alumnos de la Escuela de Periodismo de la Universidad de Chile y más tarde, presidente del sindicato de trabajadores del Canal 9, donde fue redactor político del Noticiero “Nueve Diario”.  Como redactor de la revista Punto Final viajó a Cuba junto a un grupo de periodistas que entrevistaron a Fidel Castro en La Habana. En agosto de 1967, había reporteado el juicio militar en Camiri, Bolivia, a Régis Debray y otras personas vinculadas a la guerrilla del Che.

En 1973 fue, además, jefe de prensa de Radio Nacional, emisora del MIR. Perteneció a una generación de notables periodistas comprometidos con el pueblo, como Augusto Olivares, Máximo Gedda y José Carrasco Tapia, grandes amigos suyos. De la promoción 1957 del Instituto Nacional arranca su estrecha amistad con el poeta Manuel Silva Acevedo,  así como con el pintor Raúl Sotomayor y el académico Grinor Rojo. 

Delito de lesa humanidad
La sentencia de la Suprema calificó el asesinato del periodista como un delito de lesa humanidad dado que fue “un ataque sistemático o generalizado en contra de bienes jurídicos como la vida de una parte de la población civil con determinada opción ideológica, con la participación del poder político y la intervención de agentes del Estado” y concedió también, a contrapelo del Consejo de Defensa del Estado, y cumpliendo las obligaciones internacionales de Chile, la reparación civil solicitada para las hijas.

 La acuciosa investigación iniciada por el ministro Alejandro Solís, hoy jubilado, fue retomada por el juez Llanos.  Los ministros Haroldo Brito,   Milton Juica y Jorge Dahm,  respaldaron lo obrado por Llanos, en tanto los  ministros Carlos Künsemüller y Lamberto Cisternas, sostuvieron en un voto de minoría que los criminales debían cumplir sólo la mitad de la pena impuesta.  Siguieron así  la teoría de la “media prescripción” respaldada por el Presidente de la Corte Suprema Hugo Dolmetsch,  similar al “2 x 1” aplicada en Chile en varias oportunidades y rechazado en Argentina recientemente en masivas movilizaciones.

La trampa mortal

El crimen ocurrió el 7 de diciembre de 1977, bajo estado de sitio pero los testimonios de los vecinos hicieron resplandecer la verdad. Ante el  tribunal los testigos –entre los que se cuenta  el escritor Reinaldo Marchant que acudió motu proprio a la Comisión Rettig a contar lo que vivió ese día – declararon lo mismo que Marchant expuso ante la Rettig , refutando la mentira del enfrentamiento. También lo había denunciado yo ante la Comisión Allana de Naciones Unidas, que visitó Chile un año después. Me protegió para comparecer el querido Padre José Aldunate.  

La tortura fue la clave para detectar al Pelao. No nos enteramos a tiempo de la detención de un colega y su equipo de apoyo. Paradojalmente el Pelao había  intentado protegerlo y asilarlo para salvar la red clandestina de periodistas que éste contactaba. Pero era demasiado tarde y ellos ya habían caído en manos de la CNI. Ese día, una veintena de vehículos rodearon desde temprano la manzana en que vivía el Pelao, en la calle Barcelona, de la comuna de San Miguel. Los agentes allanaron su domicilio y ocuparon además la casa contigua. Luego ordenaron a los vecinos recogerse en sus casas y permanecieron horas esperándolo en el interior del inmueble. Cerca de medianoche,  cuando él sacaba sus llaves para ingresar a la casa, dispararon una ráfaga de subametralladora acribillándolo por la espalda. Los agentes arrastraron el cuerpo al interior. Un fiscal militar ordenó más tarde un informe a los peritos de la Brigada de Homicidios de Investigaciones. El informe estableció que el cuerpo fue arrastrado y que la pistola que portaba Carmona estaba con seguro, por lo que no pudo hacer uso de ella para defenderse. Al lugar llegó más tarde el director de la CNI, Odlanier Mena en su vehículo marca Volvo, según declaró Juan Arancibia López, su chofer.

Este fue el inicio de la política de la CNI de aniquilamiento de dirigentes, remplazando el secuestro por la ejecución in situ, enmascarada como un enfrentamiento. Un mes después, Germán Cortés, también alto dirigente del MIR fue asesinado en similares circunstancias.

El cartel de la DINA/CNI

Odlanier Mena Salinas, sobreseído por muerte de su responsabilidad en este crimen,  había sido condenado en 2008 a seis años por los secuestros de Oscar Ripoll Codoceo, Manuel Donoso y Julio Valenzuela (Caravana de la Muerte), pero ya estaba en libertad condicional cuando el ministro Llanos lo procesó, y se suicidó en su propia casa al saberlo. Ello coincidió con el traslado de los criminales desde el penal de Cordillera hacia Punta Peuco.

 

El condenado Miguel Krassnoff Martchenko tiene la segunda más alta pensión de los 81 criminales actualmente condenados en Punta Peuco (sólo inferior a la del ex fiscal Torres). El  se especializó en el exterminio del MIR.  Según información  del Programa de Derechos Humanos del Ministerio del Interior, está condenado a firme por los secuestros  de 20 resistentes en la llamada Operación Colombo   (María Teresa Bustillos, Manuel Cortez Joo, Julio Flores, María Elena y Galo González Inostroza, Sergio Lagos, Ofelio Lazo, M. Cristina López, Mónica Llanca, Sergio Montecinos, Jorge D’Orival, Jorge Ortiz,  Eugenia Martínez, Anselmo Radrigán, Marcelo Salinas, Fernando y Claudio Silva, Gerardo Silva,  Muriel Dockendorff, Manuel Villalobos), incluidos en la Lista de los 119. Krassnoff también cumple condena por los secuestros y desapariciones de  Diana Aaron, Luis Arias,  Alvaro Barrios, Cecilia Bojanic, Amelia Bruhn, José Calderón, Carmen Díaz, Mamerto Espinoza, Iván Monti, Antonio Llidó, Luis Muñoz Rodríguez, Flavio Oyarzún,  Sergio Pérez, José Ramírez, Sergio Riffo, Herbit Ríos, Jaime Robotham, Luis San Martín, Renato Sepúlveda, Claudio Thauby y  Lumi Videla, casi todos militantes del MIR. Además, fue condenado por el montaje en Rinconada de Maipú en que la DINA ejecutó a Alberto Gallardo, Catalina Gallardo, Mónica Pacheco, Luis Ganga, Manuel Reyes y Pedro Cortés. A ello se agregan las condenas por torturar en Villa Grimaldi a prisioneros y prisioneras que sobrevivieron. En ausencia, fue condenado en Francia por la desaparición de los ciudadanos franceses Alfonso Chanfreau, Jean Yves Claudet, George Klein y Etienne Pesle. En Chile aun está procesado por muchos otros secuestros.

Krassnoff no  ha entregado información alguna que permita encontrar a los desaparecidos y esclarecer casos, por el contrario reivindica sus crímenes. Sin embargo, su abogado reivindica ante la Corte el actuar de su defendido contra el “terrorismo”.  La Corte de Apelaciones acogió parcialmente, el 8 de septiembre de 2016, un recurso de protección interpuesto por Krassnoff para salir en libertad, abriendo la puerta a la reconsideración de su solicitud por parte de la Comisión de Libertad Vigilada. El 5 de octubre del año pasado, esta misma corte concedió la libertad condicional a Raúl Iturriaga Neumann, revocando así la repetida negativa de la Comisión de Libertad Condicional respectiva.

Otro condenado, Manuel Provis, ex jefe del Batallón de Inteligencia tiene dos condenas más por matar a sus pares: a 10 años y un día por la muerte del ex químico de la DINA Eugenio Berríos en Uruguay, y  a  4 años por asesinato del coronel Huber.  Su pensión es de $2.442.188. Provis está en Punta Peuco desde agosto de 2015, tras el suicidio del el ex general director del DINE Hernán Ramírez, al ser notificado de la sentencia en el caso Berríos.

Enrique Sandoval Arancibia (“Pete el Negro”) ya fue  condenado por el asesinato del dirigente del MIR Germán Cortés,  y por el montaje (caso Las Vizcachas) en que se asesinó a Juan Soto Cerda, Luis Araneda, Luis Pincheira y Jaime Cuevas (1981). Por desaparecer al menor Carlos Fariña, no cumplió pena alguna de cárcel. Sigue gozando de una  pensión de $1.653.952.

Basclay  Zapata (“El Troglo”) está en Punta Peuco, condenado a 10 años por desaparición de Manuel Cortes Joo, Julio Flores, los hermanos Galo y María Elena González Inostroza; Sergio Lagos,  M. Cristina López, Mónica Llanca, Jorge D’Orival, Anselmo Radrigán, Fernando y Claudio Silva Peralta, Manuel Villalobos (todos del caso Operación Colombo). Además condenado por  los secuestros y desapariciones de Alvaro Barrios,  Carmen Díaz, Elsa Leuthner,  Antonio Llidó, Iván Monti,  José Ramírez, Herbit Ríos, Ricardo Troncoso, Lumi Videla.

Luis Torres Méndez  (“Negro Mario”) estaba en libertad condicional, al emitirse la sentencia de la corte Suprema, con una  sentencia de primera instancia por el secuestro de Miguel Angel Acuña Castillo, (Operación Colombo). También está procesado por casos de la Operación Cóndor y por secuestros  de militantes comunistas en calle Conferencia.
José Fuentes Torres, (“Cara de Santo”) también libre al momento de dictarse la sentencia por el homicidio de Augusto Carmona,  está procesado por su participación en la Operación Colombo y cumplió  en libertad una “condena” por el  secuestro y muerte de Mireya Pérez Vargas.

 

La historia de periodistas revolucionarios como Augusto Carmona Acevedo y tantos otros compañeros y compañeras de su generación, requiere ser incorporada a la memoria pero también y sobre todo,  a la práctica social y política de los comunicadores de hoy en este Chile donde quieren reinar para siempre el duopolio y la farándula.  ¡Hagámoslo ya!

Incorporando a la memoria la historia del periodista revolucionario Agusto Carmona, el Pelao…

Incorporando a la memoria la historia del periodista revolucionario Agusto Carmona, el Pelao…
Justicia 40 Años despues

Por Lucía Sepúlveda Ruiz

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Por el asesinato del periodista y dirigente del MIR, Augusto Carmona Acevedo, cometido por la CNI el 7 de diciembre de 1977 cuando él tenía 38 años, fueron condenados, 40 años después, algunos de los responsables. Augusto, “el Pelao Carmona”, padre de mi hija Eva María, fue mi compañero en los inolvidables años de la […]

Por el asesinato del periodista y dirigente del MIR, Augusto Carmona Acevedo, cometido por la CNI el 7 de diciembre de 1977 cuando él tenía 38 años, fueron condenados, 40 años después, algunos de los responsables. Augusto, “el Pelao Carmona”, padre de mi hija Eva María, fue mi compañero en los inolvidables años de la Unidad Popular y luego en la lucha antidictatorial. Eva María y Alejandra, su otra hija, crecieron sin él. Sus seis nietos irán conociendo la verdad histórica, aun cuando ello no borrará el dolor de la ausencia.

 

Alejandra y Eva María Carmona conferencia de prensa condena ex agentes CNI

Alto dirigente del MIR en la clandestinidad, Augusto había sido ex jefe de Prensa de Canal 9 de TV de la U de Chile y redactor de la revista Punto Final. El crimen fue presentado por la dictadura y los medios como un enfrentamiento.

La querella interpuesta en 2003 para impugnar la amnistía impuesta en 1993, era contra Augusto Pinochet y todos los que fueran responsables. Como familia, habíamos vivido con júbilo la detención de Pinochet en Londres. Era lo más cercano a la justicia y a la reparación. El hecho había remecido a la justicia chilena. Pero la impunidad persistió, con trucos judiciales para dilatar los procesos, entre otras movidas que permitían el avance de la “impunidad biológica”: El año 2006 muere Pinochet sin pagar por este ni ningún otro crimen. Fue en el Día Internacional de los Derechos Humanos, que coincide con mi cumpleaños…No hubo regalos de la justicia para nosotros en estos años.

Iban muriendo los criminales mientras los padres de los ejecutados detenidos desaparecidos partían sin conocer verdad ni justicia, tal como ocurrió con don Augusto y la señora María Acevedo, los padres del “Pelao”. Sin embargo, viva está la constitución pinochetista, al igual que el modelo económico implantado entonces y perfeccionado por la Concertación/Nueva Mayoría. Sólo a través de la lucha social de los de abajo, y los terremotos irrumpe el verdadero rostro del país por el que se jugaron y entregaron su vida “Oslo” y miles de compañeros y compañeras. La corrupción y el envilecimiento de la política, la corrupción y el saqueo de los bienes comunes se nutren de la impunidad y de la tolerancia a las prácticas de tortura instaladas en distintos ámbitos de la acción del Estado, sea con los menores, sea en las comunidades mapuche allanadas y militarizadas o en las cárceles.

Privilegios de criminales

En este marco llega finalmente la sentencia de la Corte Suprema: a 10 años y 1 día a los ex brigadieres de ejército Miguel Krassnoff y Manuel Provis Carrasco; al mayor (r) de ejército Enrique Sandoval Arancibia y al coronel (r) Luis Torres Méndez, así como los ex suboficiales del ejército José Fuentes Torres y Basclay Zapata. Menciono sus grados porque en Chile ningún criminal ha sido degradado, pero la sentencia judicial sólo los individualiza por sus nombres. Los criminales reciben legalmente las generosas pensiones que se autoasignaron las Fuerzas Armadas mientras condenaban al resto de los chilenos a jubilar con las miserables pensiones del sistema de las AFPs. Mientras escribo, me pregunto además si este año Krassnoff podrá gozar en libertad de su pensión de $ 2.489.658, ya que otros criminales con condenas por delitos de lesa humanidad ya han obtenido la libertad condicional. El monto de la pensión se conoció por la lista entregada por el Consejo para la Transparencia al diario La Tercera recientemente.

En el procesamiento inicial del ministro en visita Leopoldo Llanos (2005) la lista de criminales era encabezada por Odlanier Mena, director de la CNI, que estaba con condicional por otro homicidio y se suicidó (2013) eludiendo su responsabilidad. Los agentes que declararon en el proceso por el asesinato de Augusto Carmona aseguraron que desde el reemplazo de la Dina por la CNI, a mediados de 1977, con Odlanier Mena como director, todos los operativos de exterminio debían contar con su autorización previa. La Brigada Roja (sucesora de la Halcón) fue la encargada de llevar a cabo la ejecución de Augusto Carmona, operación supervisada por Krassnoff – quien dirigió todos los operativos contra el MIR – bajo el probable mando operativo de Manuel Provis. Mena llegó al lugar de los hechos pocas horas después.

Periodista de trinchera

Carmona tuvo una destacada carrera en el periodismo nacional, donde fue jefe de prensa de Canal 9 de TV –entonces de la Universidad de Chile- elegido por los trabajadores que ocuparon la estación en agosto de 1972, intentando detener el avance del golpismo. Tras el golpe militar, él escogió los riesgos de la lucha de resistencia, aunque su salud era precaria por haber sufrido una compleja operación al corazón. En esos primeros años en que sólo existía la prensa adicta a la dictadura, el “Pelao Carmona”, ahora “Oslo”, comenzó a organizar la red de periodistas que recolectaba noticias sobre los crímenes de la DINA, y testimonios sobre la existencia de detenidos desaparecidos, enviándolas al “Correo de la Resistencia”, en México. Carmona era miembro del comité central del MIR en la clandestinidad. Como encargado de las relaciones políticas, se reunía con dirigentes de la izquierda y un sector de la Democracia Cristiana para impulsar acuerdos tendientes a formar un movimiento amplio de resistencia popular.

Las exigencias de la vida clandestina eran contradictorias con el carácter del Pelao, que era comunicativo, amistoso, seductor, dado a las conversas de café y a escuchar y bailar tangos y boleros. Ese amor por la vida lo transmitió a sus tareas políticas, que arremetía con vehemencia, pasión y creatividad, cambiando su aspecto físico y reduciendo sus salidas para eludir la persecución. La forzosa quietud le permitió asumir el rol de cuidar a Eva María, nacida poco después del golpe, a quien prodigaba su ternura y atención, superando el machismo característico de esa época. Eva tenía 3 años cuando lo asesinaron y no podía ni siquiera llevar su apellido, pues vivíamos en la clandestinidad.

El Pelao había estudiado periodismo y bibliotecología tras egresar del Instituto Nacional. Fue presidente del centro de alumnos de la Escuela de Periodismo de la Universidad de Chile y más tarde, presidente del sindicato de trabajadores del Canal 9, donde fue redactor político del Noticiero “Nueve Diario”. Como redactor de la revista Punto Final viajó a Cuba junto a un grupo de periodistas que entrevistaron a Fidel Castro en La Habana. En agosto de 1967, había reporteado el juicio militar en Camiri, Bolivia, a Régis Debray y otras personas vinculadas a la guerrilla del Che.

En 1973 fue, además, jefe de prensa de Radio Nacional, emisora del MIR. Perteneció a una generación de notables periodistas comprometidos con el pueblo, como Augusto Olivares, Máximo Gedda y José Carrasco Tapia, grandes amigos suyos. De la promoción 1957 del Instituto Nacional arranca su estrecha amistad con el poeta Manuel Silva Acevedo, así como con el pintor Raúl Sotomayor y el académico Grinor Rojo.

Delito de lesa humanidad

La sentencia de la Suprema calificó el asesinato del periodista como un delito de lesa humanidad dado que fue “un ataque sistemático o generalizado en contra de bienes jurídicos como la vida de una parte de la población civil con determinada opción ideológica, con la participación del poder político y la intervención de agentes del Estado” y concedió también, a contrapelo del Consejo de Defensa del Estado, y cumpliendo las obligaciones internacionales de Chile, la reparación civil solicitada para las hijas.

La acuciosa investigación iniciada por el ministro Alejandro Solís, hoy jubilado, fue retomada por el juez Llanos. Los ministros Haroldo Brito, Milton Juica y Jorge Dahm, respaldaron lo obrado por Llanos, en tanto los ministros Carlos Künsemüller y Lamberto Cisternas, sostuvieron en un voto de minoría que los criminales debían cumplir sólo la mitad de la pena impuesta. Siguieron así la teoría de la “media prescripción” respaldada por el Presidente de la Corte Suprema Hugo Dolmetsch, similar al “2 x 1” aplicada en Chile en varias oportunidades y rechazado en Argentina recientemente en masivas movilizaciones.

La trampa mortal

El crimen ocurrió el 7 de diciembre de 1977, bajo estado de sitio pero los testimonios de los vecinos hicieron resplandecer la verdad. Ante el tribunal los testigos –entre los que se cuenta el escritor Reinaldo Marchant que acudió motu proprio a la Comisión Rettig a contar lo que vivió ese día – declararon lo mismo que Marchant expuso ante la Rettig , refutando la mentira del enfrentamiento. También lo había denunciado yo ante la Comisión Allana de Naciones Unidas, que visitó Chile un año después. Me protegió para comparecer el querido Padre José Aldunate.

La tortura fue la clave para detectar al Pelao. No nos enteramos a tiempo de la detención de un colega y su equipo de apoyo. Paradojalmente el HJUYYTRF5F había intentado protegerlo y asilarlo para salvar la red clandestina de periodistas que este contactaba. Pero era demasiado tarde y ellos ya habían caído en manos de la CNI. Ese día, una veintena de vehículos rodearon desde temprano la manzana en que vivía el Pelao, en la calle Barcelona, de la comuna de San Miguel. Los agentes allanaron su domicilio y ocuparon además la casa contigua. Luego ordenaron a los vecinos recogerse en sus casas y permanecieron horas esperándolo en el interior del inmueble. Cerca de medianoche, cuando él sacaba sus llaves para ingresar a la casa, dispararon una ráfaga de subametralladora acribillándolo por la espalda. Los agentes arrastraron el cuerpo al interior. Un fiscal militar ordenó más tarde un informe a los peritos de la Brigada de Homicidios de Investigaciones. El informe estableció que el cuerpo fue arrastrado y que la pistola que portaba Carmona estaba con seguro, por lo que no pudo hacer uso de ella para defenderse. Al lugar llegó más tarde el director de la CNI, Odlanier Mena en su vehículo marca Volvo, según declaró Juan Arancibia López, su chofer.

Este fue el inicio de la política de la CNI de aniquilamiento de dirigentes, remplazando el secuestro por la ejecución in situ, enmascarada como un enfrentamiento. Un mes después, Germán Cortés, también alto dirigente del MIR fue asesinado en similares circunstancias.

El cartel de la DINA/CNI

Odlanier Mena Salinas, sobreseído por muerte de su responsabilidad en este crimen, había sido condenado en 2008 a seis años por los secuestros de Oscar Ripoll Codoceo, Manuel Donoso y Julio Valenzuela (Caravana de la Muerte), pero ya estaba en libertad condicional cuando el ministro Llanos lo procesó, y se suicidó en su propia casa al saberlo. Ello coincidió con el traslado de los criminales desde el penal de Cordillera hacia Punta Peuco.

El condenado Miguel Krassnoff Martchenko tiene la segunda más alta pensión de los 81 criminales actualmente condenados en Punta Peuco (sólo inferior a la del ex fiscal Torres). El se especializó en el exterminio del MIR.

Según información del Programa de Derechos Humanos del Ministerio del Interior, está condenado a firme por los secuestros de 20 resistentes en la llamada Operación Colombo (María Teresa Bustillos, Manuel Cortez Joo, Julio Flores, María Elena y Galo González Inostroza, Sergio Lagos, Ofelio Lazo, M. Cristina López, Mónica Llanca, Sergio Montecinos, Jorge D’Orival, Jorge Ortiz, Eugenia Martínez, Anselmo Radrigán, Marcelo Salinas, Fernando y Claudio Silva, Gerardo Silva, Muriel Dockendorff, Manuel Villalobos), incluidos en la Lista de los 119. Krassnoff también cumple condena por los secuestros y desapariciones de Diana Aaron, Luis Arias, Álvaro Barrios, Cecilia Bojanic, Amelia Bruhn, José Calderón, Carmen Díaz, Mamerto Espinoza, Iván Monti, Antonio Llidó, Luis Muñoz Rodríguez, Flavio Oyarzún, Sergio Pérez, José Ramírez, Sergio Riffo, Herbit Ríos, Jaime Robotham, Luis San Martín, Renato Sepúlveda, Claudio Thauby y Lumi Videla, casi todos militantes del MIR. Además, fue condenado por el montaje en Rinconada de Maipú en que la DINA ejecutó a Alberto Gallardo, Catalina Gallardo, Mónica Pacheco, Luis Ganga, Manuel Reyes y Pedro Cortés. A ello se agregan las condenas por torturar en Villa Grimaldi a prisioneros y prisioneras que sobrevivieron. En ausencia, fue condenado en Francia por la desaparición de los ciudadanos franceses Alfonso Chanfreau, Jean Yves Claudet, George Klein y Etienne Pesle. En Chile aún está procesado por muchos otros secuestros.

Krassnoff no ha entregado información alguna que permita encontrar a los desaparecidos y esclarecer casos, por el contrario justifica sus crímenes. Sin embargo, su abogado reivindica ante la Corte el actuar de su defendido contra el “terrorismo”. La Corte de Apelaciones acogió parcialmente, el 8 de septiembre de 2016, un recurso de protección interpuesto por Krassnoff para salir en libertad, abriendo la puerta a la reconsideración de su solicitud por parte de la Comisión de Libertad Vigilada. El 5 de octubre del año pasado, esta misma corte concedió la libertad condicional a Raúl Iturriaga Neumann, revocando así la repetida negativa de la Comisión de Libertad Condicional respectiva.

Otro condenado, Manuel Provis, ex jefe del Batallón de Inteligencia tiene dos condenas más por matar a sus pares: a 10 años y un día por la muerte del ex químico de la DINA Eugenio Berríos en Uruguay, y a 4 años por asesinato del coronel Huber. Su pensión es de $2.442.188. Provis está en Punta Peuco desde agosto de 2015, tras el suicidio del ex general director del DINE Hernán Ramírez, al ser notificado de la sentencia en el caso Berríos.

Enrique Sandoval Arancibia (“Pete el Negro”) ya fue condenado por el asesinato del dirigente del MIR Germán Cortés, y por el montaje (caso Las Vizcachas) en que se asesinó a Juan Soto Cerda, Luis Araneda, Luis Pincheira y Jaime Cuevas (1981). Por desaparecer al menor Carlos Fariña, no cumplió pena alguna de cárcel. Sigue gozando de una pensión de $1.653.952.

Basclay Zapata (“El Troglo”) está en Punta Peuco, condenado a 10 años por desaparición de Manuel Cortes Joo, Julio Flores, los hermanos Galo y María Elena González Inostroza; Sergio Lagos, M. Cristina López, Mónica Llanca, Jorge D’Orival, Anselmo Radrigán, Fernando y Claudio Silva Peralta, Manuel Villalobos (todos del caso Operación Colombo). Además condenado por los secuestros y desapariciones de Álvaro Barrios, Carmen Díaz, Elsa Leuthner, Antonio Llidó, Iván Monti, José Ramírez, Herbit Ríos, Ricardo Troncoso, Lumi Videla.

Luis Torres Méndez (“Negro Mario”) estaba en libertad condicional, al emitirse la sentencia de la corte Suprema, con una sentencia de primera instancia por el secuestro de Miguel Angel Acuña Castillo (Operación Colombo). También está procesado por casos de la Operación Cóndor y por secuestros de militantes comunistas en calle Conferencia.

José Fuentes Torres, (“Cara de Santo”) también libre al momento de dictarse la sentencia por el homicidio de Augusto Carmona, está procesado por su participación en la Operación Colombo y cumplió en libertad una “condena” por el secuestro y muerte de Mireya Pérez Vargas.

La historia de periodistas revolucionarios como Augusto Carmona Acevedo y tantos otros compañeros y compañeras de su generación, requiere ser incorporada a la memoria, pero también y sobre todo, a la práctica social y política de los comunicadores de hoy en este Chile donde quieren reinar para siempre el duopolio y la farándula. ¡Hagámoslo ya!

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