Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

50 años del golpe militar en Brasil: la preparación

[REPORTAJE] 50 años del golpe militar en Brasil: la preparación
Adital

 

El próximo 1° de abril marcará los 50 años del golpe militar en Brasil. Por este motivo Adital publica, a partir de hoy, una serie de cuatro reportajes que abordarán, desde el punto de vista histórico, los motivos que llevaron al país a adherir al golpe, inclusive con apoyo de gran parte de la población; hablaremos también sobre la actuación de los órganos de represión; la resistencia contra la represión de los militares; y, finalmente, construiremos un paralelo entre la actual situación del país y la época del golpe.
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El pre-golpe

 

El golpe militar ocurrido en 1964 estableció en Brasil una dictadura que se extendió hasta el año 1985. A lo largo de esos 21 años, el régimen militar endureció el gobierno, convirtiendo en legales prácticas totalmente contrarias a los derechos humanos, como la censura y la tortura. Los militares combatieron, sin piedad, cualquier amenaza “comunista” o de manifestantes contrarios al gobierno, marcando, en la historia de Brasil, un período sombrío, caracterizado por actos autoritarios y violentos. La simple desconfianza de que alguien era “comunista” ya era motivo para espiar y detener a esa persona para averiguación de antecedentes, empezando, en ese momento, un cruel proceso de tortura psicológica y, en muchos casos, física.

 

La decisión, por parte de los militares, de aplicar un golpe de Estado a un gobierno electo democráticamente no fue algo repentino, ocurrió como consecuencia de una serie de hechos políticos acumulados en el período post Getulio Vargas, agravados por la decisión de este presidente de suicidarse. Después de la muerte de Vargas, Juscelino Kubitscheck (JK) fue electo en forma directa. JK desenvolvió una forma de gobernar que le posibilitó la conquista de un gran apoyo de la población; su slogan “50 años en 5” se volvió extremadamente popular entre los brasileros. Sin embargo, el gobierno de JK también estaba siendo marcado por indicios de que los militares preparaban un golpe de Estado.

 

Janio Quadros y el intento de auto-golpe

 

“¡Barre, barre, escobita!

¡Barre, barre la indignidad!

Que el pueblo ya está cansado

De sufrir de esta manera…”

 

El trecho musical arriba es parte del jingle de la campaña electoral del sucesor de JK en la Presidencia de la República, Janio Quadros. El jingle y la campaña electoral como un todo causaron una óptima impresión en los brasileros, convirtiendo a Quadros en presidente con una aprobación nunca antes vista en las urnas. La victoria avasalladora, con 5,6 millones de votos, hizo que el presidente electo creyese en un autogolpe de Estado. Creyendo que el pueblo siempre estaría a su lado, el propio Quadros orquestó una renuncia. El objetivo era volver al poder mediante un pedido amplio de retorno, que sólo sería aceptado si le fuesen datos poderes absolutos. Siete meses después de su elección, puso en práctica este plan y renunció al cargo. Sin embargo, contrariando las expectativas, el pueblo nunca le pidió que volviera y el cargo de presidente terminó siendo ocupado por su vicepresidente, João Goulart, conocido como Jango. Sin embargo, no fue fácil para Goulart asumir el cargo que era su derecho.

 

En la época de la renuncia de Janio Quadros, éste estaba en un viaje diplomático en la República Popular China, lo que causaba escalofríos a los militares brasileros, asumidamente anticomunistas. Aprovechando la situación, los militares acusaron a Jango de ser comunista y le impidieron asumir el cargo máximo del país.

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Después de muchas negociaciones, mediadas inclusive por su cuñado Leonel Brizola, los que apoyaban a Jango y la oposición terminaron haciendo un acuerdo político por el cual se crearía un régimen parlamentarista, en el que el presidente es sólo un jefe de Estado con poderes reducidos. En 1961, João Goulart asumió ese gobierno parlamentarista. Sin embargo, dos años después, hubo un plebiscito y el pueblo, con un porcentaje del 82%, optó por la vuelta del presidencialismo. Entonces, en 1963, Jango, finalmente, asumió la Presidencia con amplios poderes.

 

Durante el gobierno de Jango, se hicieron notorios los varios problemas estructurales de la política de Brasil, acumulados en las décadas que precedieron al golpe, y las disputas de naturaleza internacional, en el ámbito de la Guerra Fría, que desestabilizaron a su gobierno.

 

Jango adoptó una política económica más conservadora, disminuyendo la participación de las empresas extranjeras en sectores estratégicos de la economía e instituyendo un límite para el envío de ganancias de las empresas internacionales, siguiendo las orientaciones del Fondo Monetario Internacional (FMI). A pesar de este conservadurismo, el entonces presidente siempre fue maleable en relación con las reivindicaciones sociales, lo que aumentaba la desconfianza de los militares.

 

En medio de la inestabilidad económica, Jango publicó el Plan Trienal, que buscaba combatir la inflación y hacer que Brasil crezca a una tasa del 7% anual, además de iniciar una política de distribución de ingresos. Sin embargo, el plan no consiguió alcanzar las metas esperadas y las reivindicaciones populares se volvieron más fuertes. Después del fracaso del plan, Jango apostó a las reformas de base, para reestructurar al país. Estas medidas incluían las reformas agraria, tributaria, administrativa, bancaria y educacional.

 

En una gran elección, llamada ‘Comicios de la Central’, por haber sido realizada en la Plaza de la República, frente a la estación Central de Brasil, en Río de Janeiro, el presidente anunció a más de 150 mil personas que daría comienzo a las reformas y libraría al país del caos en que se hallaba. Los comicios, sin embargo, fueron otro motivo para que la oposición lo acusara de comunista. A partir de allí, se intensificó una movilización social anti-Jango.

 

El golpe

 

La clase media, al ver las banderas rojas y los pedidos de reforma agraria, se asustó con una posible revolución socialista y brindó su apoyo a los militares. Algunos días después de los comicios, se organizó la ‘Marcha de la Familia con Dios por la Libertad’, que llevó a miles de personas a las calles, pidiendo el alejamiento del presidente. Estas manifestaciones fueron vistas por los militares como un consentimiento al entonces Golpe de Estado que estaba siendo preparado.

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En la madrugada del 31 de marzo de 1964, el golpe militar fue deflagrado contra el gobierno de João Goulart. Lo que se destacó fue la total falta de reacción del gobierno y de los grupos que le daban su apoyo. Jango cayó sin resistencia, sin siquiera accionar su dispositivo militar que le daba apoyo. Comenzaba entonces un período sombrío para la historia brasilera, marcado por el autoritarismo, la censura y violentas violaciones de derechos humanos.

 

De acuerdo con el profesor de historia de la UFRJ, Carlos Fico, autor del libro Además del Golpe, Jango podría “haber tomado con facilidad el Palacio de Guanabara, donde estaba el gobernador Carlos Lacerda, que se defendía en forma precaria. Podría haber dispersado las tropas golpistas con pocos aviones bombarderos, sin embargo, prefirió evitar una guerra civil, o sólo evaluó que sería inútil resistir”. Goulart salió del país, pero antes de hacerlo, ya había perdido su mandato. Fue hacia el exilio en Uruguay, de donde sólo retornaría a Brasil para ser sepultado, en 1976.

 

Traducción: Daniel Barrantes – barrantes.daniel@gmail.com

 

 

17.03.2014

 

 

[REPORTAJE] 50 años del golpe militar en Brasil: represión y tortura

 

Mateus Ramos
Adital

 

“Es como si ellos corrompieran tu alma, destruyendo lo que uno tiene de bueno (…). Ellos quieren, a través de la masacre, de la inhumanidad, que uno traicione, que uno rompa todos los vínculos que tiene, como en el caso que vi de una niña, que entregó a su propio padre”.

 

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Maria do Carmo Serra Azul

 

El trecho de arriba es parte de una larga entrevista concedida por María do Carmo Serra Azul a Adital. Cacao, tal como es conocida por los amigos, es una ex-presa política, que fue torturada en los sótanos del DOI-CODI, uno de los órganos represores de la dictadura militar brasilera.

 

Presos políticos, como Cacao y tantos otros, son personas que fueron encarceladas por las autoridades de un país por expresar, en palabras o actos, su discordancia con el régimen político en vigencia. Cabe resaltar que la existencia de esos presos, está, usualmente, asociada con regímenes políticos dictatoriales, o sea, no hay presos políticos si no hay dictadura.

 

Las torturas a las que eran sometidos los presos políticos llevaron al surgimiento de otro término: desaparecidos políticos, personas que simplemente desaparecían después de ser detenidas por la policía.

 

El sitio web www.acervoditadura.rs.gov.br revela que existen más de 200 muertes oficiales en el período de la dictadura, sin embargo, ese número debe ser mucho mayor, teniendo en cuenta que muchos muertos fueron simplemente “desovados”, para utilizar un término que los propios opresores usaban.

 

Otro número oficial, que en la realidad también debe ser mucho mayor, es el de los desaparecidos. En el sitio web www.desaparecidospoliticos.org.br *se publica un listado de 379 nombres de personas que desaparecieron después de ser detenidas durante el régimen militar. Ese número es bajo si tenemos en cuenta que muchas familias no relataron la desaparición de sus seres queridos por miedo a sufrir represalias por parte de los militares.

 

Métodos de torturaReprodução

 

“Ellos me hacían el ‘submarino’, introducían mi cabeza en el agua a la fuerza, me ahogaban y después me hacían respirar, como si me hubiese ahogado en la playa, eso me dejaba loca”, se desahoga Cacao al recordar los 15 días que pasó siendo torturada.

 

Antes de hablar de los órganos de represión, es necesario explicar los métodos de tortura utilizados, que muchas veces eran tan crueles, que llevaban a la muerte a los torturados o los dejaba locos.

 

Silla del Dragón – “Me ataron a la silla del dragón, desnuda, y me dieron choques eléctrico en el ano, en la vagina, en el ombligo, en los senos, en la boca, en el oído”. (María Amelia Teles, ex-militante del Partido Comunista de Brasil) Era una especie de silla eléctrica revestida de zinc y vinculada a terminales eléctricas, donde los presos se sentaban desnudos. Cuando se lo activaba, el aparato trasmitía choques eléctricos a todo el cuerpo del torturado. Además, muchas veces los torturadores colocaban un balde de metal en la cabeza de la víctima, donde también eran aplicados choques eléctricos.

 

Palo de arara – “Fui al palo de arara varias veces (uno es atado a un palo como si fuese un ave o un animal para transporte). De tanto porrazo, una vez mi cuerpo quedó en muy mal estado, me agitaba convulsivamente en el suelo”. (Maria do Socorro Diógenes, ex-militante del Partido Comunista Brasilero Revolucionario (PCBR) – El palo de arara es una de las formas más antiguas de tortura, utilizada en Brasil desde la época de la esclavitud. Los torturadores colocaban una barra de hierro atravesando los puños y las rodillas del preso, que quedaba desnudo. La víctima era colgada a cerca de 20 centímetros del suelo, en una posición que causaba dolores desgarradores y no terminaba allí. Después de estar colgando el torturado recibía choques eléctricos, golpizas y quemaduras con cigarrillos.

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Ahogamientos – “Los torturadores me introducían con capucha en un tanque de agua sucia, hedionda, asquerosa. Cuando retiraban mi cabeza del agua, yo no podía respirar, porque aquel paño se pegaba a mi nariz.” (Maria do Socorro Diógenes, ex-militante PCBR) – Con este método, los torturadores tapaban las narinas del preso y colocaban una manguera dentro de la boca de la víctima, obligándolo a tragar agua. Otro método de ahogamiento era el de sumergir la cabeza del torturado en un tanque de agua, forzando su nuca hacia abajo hasta el límite del ahogamiento. Muchas veces el preso se desmayaba, lo que no significaba el fin de la tortura.

 

Heladera – Los presos eran obligados a quedarse desnudos dentro de una celda pequeña hacia lo alto, lo suficiente como para impedirles estar de pie, después de eso los torturadores accionaban un dispositivo que, controlado por ellos, alternaba la temperatura de la celda entre extremadamente baja y lo suficientemente alta que enloquecía a cualquiera. Sumado a eso, altoparlantes reproducían sonidos extremadamente irritantes. Los presos llegaban a pasar días en esas celdas, sin agua ni comida.

 

Suero de la verdad – Existen varios tipos de “sueros de la verdad”, el utilizado por el régimen militar era el pentotal sódico. Una droga que provoca en la víctima un estado de somnolencia y que reduce las barreras inhibitorias. Bajo su efecto, la persona puede hablar cosas que normalmente no diría (de ahí el nombre de suero de la verdad). El problema es que el efecto de ese suero es poco confiable, ya que la víctima puede tener alucinaciones y fantasear cosas que no son necesariamente verdaderas. Además, en algunos casos, la droga puede llevar a la muerte.

 

Palizas – “Ellos giraban a los presos dentro de las celdas y los empujaban contra la pared, dejando marcas de sangre por todos lados, mi marido tiene una cicatriz en la cabeza hasta hoy a causa de ello” (Cacao) – Como el propio nombre lo dice, era literalmente una paliza. El preso recibía agresiones físicas de todas las maneras posibles, entre las más violentas estaba el “teléfono”, donde el torturador golpeaba con las dos manos, en forma de concha, al mismo tiempo en los oídos del preso. Esta técnica dejaba al torturado zonzo y podía hasta estallarle los tímpanos, causando sordera permanente.


 

Abusos sexuales“Ellos usaban y abusaban. Sólo nos interrogaban totalmente desnudas, juntando el dolor de la tortura física con la humillación de la tortura sexual”. (Gilse Cosenza, ex-militante de Acción Popular, AP). Una forma cruel de tortura, ya que afecta tanto lo físico como lo psicológico. Esos abusos se sumaban a las golpizas, insultos y mucha sumisión, muchas veces además del estupro, hombres y mujeres tenían objetos introducidos en sus cuerpos.

 

Tortura psicológica “Con certeza la peor tortura fue ver mis hijos entrando en la sala cuando yo estaba en la silla del dragón. Estaba desnuda, toda orinada a causa de los choques eléctricos. Cuando me vio, Janaína preguntó: ‘Madre, ¿por qué estás azul y nuestro padre verde?’. Edson dijo: ‘Ah, madre, aquí la gente queda azul, ¿eh?’. Ellos también me decían que iban a matar a los niños. Llegaron a decir de que Janaína ya estaba muerta dentro de un cajón”. Considerada por muchos como la forma más cruel de tortura. Iban desde la humillación del preso hasta amenazas de violencia contra sus familiares. Mujeres embarazadas o que tenían hijos recién nacidos, muchas veces escuchaban decir a los torturadores que nunca más los verían. Hay también relatos de hombres que eran obligados a ver los abusos sexuales contra sus mujeres.

 

Los órganos de represión

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“Usted, ahora, va a conocer la sucursal del infierno”. (Palabras proferidas por un oficial del ejército a Frei Tito, cuando éste era llevado hacia el interrogatorio y, consecuentemente, a las torturas)

 

“Decían que la tortura no era institucional, yo me entregué en la 10ª Legión militar y salí de allá encapuchada y sufriendo agresiones, entonces, todo es una gran mentira, todos sabían lo que ocurría con los presos políticos (…). En el propio cuartel, había una placa con la sigla DOI-CODI”, recuerda Cacao, sobre el día en que se entregó a la policía.

 

Los órganos de represión de la dictadura militar brasilera eran varios, pero vamos a atenernos a los más importantes y temidos, como el DOI-CODI. Fue en los sótanos de ese órgano donde la mayoría de los presos políticos fueron torturados, humillados y muchas veces asesinados.

 

El DOI-CODI, que era dirigido por el entonces Capitán Carlos Alberto Brilhante Ustra, estaba constituido por dos órganos diferentes, el Destacamento de Operaciones y de Informaciones (DOI), responsable de las acciones prácticas de búsqueda, detención e interrogatorio de sospechosos, y el Centro de Operaciones de Defensa Interna (CODI), cuyas funciones incluían el análisis de informaciones, la coordinación de los diversos órganos militares y el planeamiento estratégico del combate a los grupos de izquierda. Aunque fuesen dos órganos distintos, eran frecuentemente asociados en la sigla DOI-CODI, lo que reflejaba el carácter complementario de los dos órganos.

 

Ustra, en 2008, se convirtió en el primer militar en ser reconocido por la Justicia brasilera como torturador en el período de la dictadura. Durante una sesión de la Comisión de la Verdad, en 2013, el ex-sargento del Ejército Marival Fernandes declaró que el ex-comandante, era el “señor de la vida y de la muerte” del DOI-CODI y que “elegía quien iba a vivir y quien a morir”.

 

Otro brazo importante de la represión y que causaba escalofríos en los presos era el Escuadrón de la Muerte, liderado por el delegado Sergio Fleury. El Escuadrón, que surgió en la década de 1960 en San Pablo, era un grupo paramilitar cuyo objetivo era perseguir y matar a supuestos delincuentes tenidos como peligrosos para la sociedad.

 

Su comandante, Fleury, era uno de los más crueles interrogadores, frecuentemente los presos interrogados por él morían durante las torturas. “Él frecuentemente contaba victorias, afirmando haber sido la persona que mató a Marighella”, cuenta Cacao.

 

María do Carmo fue una de las personas que enfrentó el interrogatorio de Fleury y sobrevivió. Ella cuenta que todos los interrogatorios realizados por él alternaban torturas con conversaciones. “Él me preguntaba: ¿te está gustando? ¿Quieres que te lo repita? Entonces yo decía: ¡no! Y él retrucaba, pues entonces habla. Y yo respondía: pero es que no se”.

 

Censura

 

Además de la represión violenta, había también censura. Durante la dictadura, fue enorme la censura a las producciones culturales que contrariaban las doctrinas militares. El órgano responsable de la censura, durante el régimen, era la División de Censura de Diversiones Públicas (DCDP). Para aprobar la letra de una canción, por ejemplo, era necesario enviarla al DCDP y si no era liberada por el órgano, la grabadora podía abrir un recurso a ser juzgado por los censores, que estaban en Brasilia. Ellos analizaban cómo se trataban las buenas costumbres y la crítica política contra el régimen militar.

 

“Ellos se creían omnipotentes, inalcanzables, lo que no era tan verdad. Yo tenía aún el control sobre lo que yo haría. Lo que ellos querían, yo lo sabia, y sólo lo diría si yo lo quisiera”, resalta Cacao.

 

Curiosidades

 

Algunos hechos curiosos ocurrieron en la época de la censura, cosas que pocas personas saben. Veamos:

 

Gilberto Gil hizo la composición de la canción “Aquel abrazo”, después de haber sido detenido en un carro blindado de la policía. Él pensó que sería asesinado.

 

Chico Buarque, cuando escribió la canción ‘Apesar de você’, lo hizo por el disgusto que sentía por la falta de libertad durante la dictadura. El cantor expresó su decepción en la canción, donde la crítica se disfrazada como si fuese una pelea entre enamorados. Al enviar la canción al departamento de censura, él imaginó que la letra sería vetada, pero terminó siendo liberada;

 

Después de la grabación de “Apesar de você”, los censores se volvieron bastante rígidos con Chico Buarque, que entonces pasó a utilizar también el heterónimo Julinho de Adelaide, para huir de la censura. Después del descubrimiento de que Julinho de Adelaide y Chico eran la misma persona, los censores pasaron a exigir copias de RG y CPF a los artistas.

Lea más:

 

[REPORTAJE] 50 años del golpe militar en Brasil: la preparación

 

Traducción: Daniel Barrantes – barrantes.daniel@gmail.com

* Ditch Pavos
Edson Luís de Almeida Teles
Pared para honrar el lugar de la fosa clandestina .

En 1990 , el 4 de septiembre , estaba abierto a deshacerse Pavos , Don Bosco en el cementerio situado en las afueras de la ciudad de São Paulo. Allí se hallaron huesos de 1049 , los presos y las víctimas de escuadrones de la muerte políticos indigentes . Seis presos políticos deben ser enterrados en esta fosa , según los registros del cementerio: Dennis Anthony Casimiro , Casimiro Dimas , Flávio Carvalho Molina , Francisco José de Oliveira , Eduardo Frederico Mayr y Grenaldo Jesus da Silva .
El cementerio Don Bosco fue construido por la ciudad de São Paulo, en 1971 , la gestión de Paulo Maluf y, al principio , recibió los cadáveres de personas no identificadas , indigentes y las víctimas de la represión política. Era parte del plan original de la instalación de un crematorio , que causó extraño y sospechoso que llame al contratista para su construcción. Este proyecto de la cremación de los cadáveres de los pobres , que sólo tiene noticia a través de la memoria de sepultadores , fue abandonado en 1976. Los huesos exhumados en 1975 fueron apilados en el cementerio y el funeral en 1976 , enterrado en una fosa clandestina.
Nuestra familia de hermanos Yuri y Alex de Paula Xavier Pereira , después de varios intentos de encontrar sus restos en los cementerios de la ciudad de São Paulo, encontró que Yuri fue enterrado en el cementerio de los pavos cuando el funeral de su tío en el mismo cementerio en diciembre 1973 . Después de algún tiempo , la familia mostró el periódico administrador cementerio donde las noticias se informó de la muerte de Alex e indicó el nombre falso utilizado por él durante la clandestinidad, João Maria de Freitas . Por lo tanto , el administrador se encuentra en los registros del cementerio enterrado a una persona con ese nombre. Este descubrimiento ha motivado la familia para el uso de identidad falsa para el entierro de los activistas políticos asesinados .
En junio de 1979 , la hermana de Yuri y Alex , Iara Xavier Pereira, informó esta información a las familias de reunión política muertos y desaparecidos en el III Encuentro Nacional del Movimiento de Amnistía , en Río de Janeiro. Incluso en junio, algunos familiares del cementerio se encuentran pavos y otros militantes muertos y enterrados bajo identidad falsa como Gelson Reicher , enterrado bajo el nombre de Emiliano Sessa, y Luis Eurico Lisboa Tejera, enterrados como Nelson Bueno. Estos nuevos datos llevaron a otros miembros de la familia para comenzar sus búsquedas en los cementerios de los nombres falsos utilizados por sus familiares en la clandestinidad .
En julio de 1979 , la familia de Flávio Carvalho Molina, asesinado el 7 de noviembre de 1971, se enteró de su muerte a través unida a un proceso en segundo Armada de Auditoría , sin embargo no hay documentos nunca recibieron ninguna comunicación , ni siquiera informal . En la documentación , el Comité de Auditoría es informado de la muerte de Flavio, cuyo cuerpo había sido enterrado en el cementerio de un indigente en Don Bosco en pavos , con el falso nombre de Álvaro Lopes Peralta , el hoyo n . 14 , calle 11 , bloque 2 , las vías 1 y log n . 3054 . Su familia trató de exhumar sus restos cuando descubrieron que habían sido exhumados en 1975 y reinumados en una fosa común . En ese momento, nada se podía hacer debido a la represión política que prevalece en el país.
En 1990 , el periodista Caco Barcellos , la investigación de la violencia policial a través de informes de la autopsia del Instituto Médico Legal (IML ) de São Paulo, redescubre ilegal y zanja este evento logra una gran atención de la prensa. A continuación, las familias de la ganancia política muertos y desaparecidos el apoyo del alcalde Luiza Erundina , que creó la Comisión Especial de Investigación de los huesos de pavos.
La familia exigió el traslado de los huesos al Departamento de Medicina Legal , UNICAMP , para el IML / SP aún funcionaba médicos forenses que firmaron los informes falsos de los presos políticos asesinados en la tortura. El director de IML , en ese momento , el Dr. José Antonio de Melo firmó los informes de las autopsias de Manoel Fiel Filho , muertos bajo tortura el 16 de enero de 1976, en el Ejército DOI-CODI/II . La familia , el Centro para el Estudio de la Violencia de la USP (NEV ) , Amnistía Internacional y Americas Watch invitó al Dr. Clyde Collins Nieve y Argentina Equipo de Antropología Forense (EAAF ) para colaborar con el Departamento de Medicina Forense de la UNICAMP en la catalogación y identificación de los huesos encontrados en la fosa de los pavos . Sin embargo , no podían trabajar en la investigación de la identificación , ya que el equipo de medicina forense de la universidad no estaba de acuerdo con su participación.
Entre el 17 de septiembre de 1990 y mayo 1991 se instaló en el Salón de la Ciudad de São Paulo una CPI para investigar las irregularidades de los Pavos de trinchera . En noviembre de 1990, el Acuerdo entre el Estado , la ciudad de São Paulo y la Universidad Estatal de Campinas (UNICAMP ) , se firmó por un periodo de 1 año, con el objetivo de identificar los huesos. En este período también se inició la investigación policial no. 10/90 en West Seccional , presidido por el Dr. Cesario Jair da Silva para establecer la responsabilidad por el uso de la zanja ilegal. En diciembre de 1990 , los huesos , debidamente catalogados y empaquetados fueron trasladados a la LMD / UNICAMP . A finales de 1992 dio dos identificaciones de los presos políticos cuyos restos eran ilegales en la zanja : Dennis Anthony Casimir , dadas por desaparecidas , y Edward Frederick Mayr .
El trabajo de la Comisión Especial de Investigación de los huesos del pavo y el IPC extendió su trabajo a todos los cementerios de la capital y ciudades aledañas. Por lo tanto , otros huesos fueron enviados a la LMD / UNICAMP para la investigación con fines de identificación . Cementerio Pavos tres esqueletos de tumbas individuales fueron identificados como los de Helber Goulart José Gomes, Antônio Carlos Bicalho Lana y Sonia Maria de Moraes Ángel Jones. En el mismo cementerio , la tumba donde los esqueletos serían enterrados Hiroaki Torigoe y otra fosa donde sería Luís José da Cunha fueron retirados y enviados a la LMD / UNICAMP . Hasta la fecha , no hay resultados de la investigación fueron revelados.
Cementerio de Campo Grande , São Paulo, se identificaron los restos de Emanuel Bezerra dos Santos. Se comprobó que José María Ferreira Araújo , quien murió en São Paulo , 23 de septiembre de 1970, fue enterrado en el cementerio de Vila Formosa. Sin embargo , los cambios en la prestación de algunos bloques del mismo lugar imposible de los restos de José María . Algunos huesos fueron trasladados a esta UNICAMP cementerio y , según su Departamento de Medicina Legal , ya había sido devuelto al cementerio, sin embargo, revelar ningún informe al respecto.
El 29 de abril 1991 fueron llevados cementerio Xambioá , el sur de Pará , dos esqueletos de presuntos guerrilleros do Araguaia . Una pertenecía a Francisco Manoel Chaves y la otra Maria Lúcia Petit da Silva. Como se dictó la identificación del informe de Maria Lúcia Petit da Silva a la familia el 15 de mayo de 1996. Las otras familias se les dio copias de los informes que identifican el papel sin membrete de la universidad y sin firmar.
Desde 1993 , la duración del mandato del alcalde Luiza Erundina , se transmitió ningún informe oficial sobre las investigaciones de los huesos. A pesar de las dificultades para llegar a final de las identificaciones , donde encontraron a deshacerse de un monumento fue erigido por el arquitecto Ricardo Ohtake , inaugurado el 26 de agosto de 1993.
El 17 de mayo , se celebró la asamblea de 1995 para exigir la rendición de cuentas en materia de investigación con el propósito de identificar los huesos de pavos y otros cementerios . Luego se supo que los fragmentos óseos de los seis milicianos muertos , ya identificados por DML , habían sido enviados a Alemania. También se envía fragmentos de huesos de esqueletos no identificados de la Universidad Federal de Minas Gerais, en Belo Horizonte, para la extracción de ADN. Se dispuso la creación de un comité para garantizar la transparencia de la labor de investigación de la LMD. Estabilizado que los huesos serían devueltos a los pavos del cementerio después de la conclusión de la investigación y de las condiciones previamente acordados con la familia y , una vez más , la DML se comprometieron a enviar el informe detallado sobre la investigación.
Después de un año sin respuesta por parte de la UNICAMP , la familia, a través de la interferencia de la Procuraduría General de Justicia del Estado de São Paulo dos Santos Jr. Belisario , se reunió con el rector de esa universidad José Martins Filho , Secretario Adjunto de Seguridad Pública, Luiz Antonio Alves de Souza, los legisladores estatales Renato Simões y Lino Wagner y Susanna Lisboa , Representante Especial de la Comisión de Acreditación de los Muertos y Desaparecidos . Se decidió por la lejanía del Dr. Badan Palhares el proceso de investigación de los huesos de los pavos , el envío de médicos forenses Secretaría de Seguridad para supervisar la investigación, la participación de expertos internacionales en calidad de observador , el envío de cuestionario preparado por la familia con todo cuestiones que se explican por el rector. Badan Palhares fue reemplazado por José Eduardo Bueno Zappa, y el médico forense Carlos Delmonte fue remitido por el Departamento de Seguridad Pública de DML / UNICAMP . Las respuestas proporcionadas por la UNICAMP del Procurador General fueron evasivas y contradictorias.
En abril de 1997 la familia recibió copias del informe ” Pavos de proyecto” firmados por el Dr. Zappa y oficio del Dr. Carlos Belmonte . Tanto el informe (documento oficial de la primera DML / UNICAMP sobre los huesos) y la oficina del médico forense de la Oficina de Seguridad fueron evasivas y dedicado a elogiar al Departamento de Medicina Forense.
En febrero de 1998 se formó un comité especial para sugerir las medidas necesarias para la realización de los trabajos sobre la identificación de los muertos y desaparecidos acuerdos políticos , presidida por el médico forense Dr. Antenor Chicarino e integrado por miembros de la familia y representantes de los Departamentos de Justicia y de Cultura del Estado de Sao Paulo. La Comisión , después de realizar la inspección en los locales de DML / UNICAMP , tomó nota de la precariedad de los envases de los huesos y el compromiso de las investigaciones , ya que se abrieron las bolsas y jugaron sin la identificación del suelo de barro sucio, debido a la inundación que afectó el edificio , y con muebles pesados ​​sobre ellos. Ante esta situación, la Comisión indicó que el traslado de los huesos a Oscar Freire Institute , Departamento de Medicina Forense de la USP y la participación de expertos internacionales en calidad de observador , y que dicha transferencia se hizo sólo después de una investigación a fondo de la situación real de los huesos cuando establecen un plazo para la conclusión de las investigaciones .
El informe de la Comisión Especial que contiene las propuestas anteriores se presentaron a los Secretarios de Justicia y Seguridad Pública en abril de 1998, sin embargo, recibir respuesta alguna de las autoridades. En marzo de 1999 , los miembros de la reunión del Comité Especial celebrada extinguido con el actual Secretario de Seguridad Pública del Estado de São Paulo , Marco Vinícius Petroluzzi , que se comprometió a responder a las soluciones propuestas en abril de 1998.
El 31 de marzo de 1999, la familia de Flávio Carvalho Molina propuso una medida cautelar con solicitud de medida cautelar para la obtención de pruebas con el fin de instruir a Recurso de indemnización propuestos en 1992 “(…) con el fin de determinar las pruebas de ADN en los huesos que quedan en la UNICAMP , posiblemente en los grupos I y II (originalmente llamado muestra Camping – – 1 ) la experiencia inmediata. , según el informe ” los pavos del proyecto” , págs 21 , más precisamente los que recibieron los números 240 y 57 (páginas 25 ) (…) ” para identificar sus restos . La demanda pide que el caso UNICAMP no puede realizar tales pruebas periciales que los restos son trasladados a un lugar seguro donde se realiza el examen necesario .
Se abrieron otras fosas clandestinas. En Río de Janeiro , el 16 de septiembre de 1991, el Grupo Tortura Nunca Mais consiguió el apoyo a 2.100 esqueletos exhumados de una tumba en el cementerio de Ricardo de Albuquerque. Los cuerpos de los muertos y desaparecidos fueron enterrados en una tumba poco profunda cinco años más tarde transferido al osario general. A principios de los 80 enterrados en una fosa clandestina todos los huesos de personas enterradas como mendigos de 1971 al 16 de enero de 1974.
Met, a continuación, un equipo de dos médicos forenses nombrados por el Consejo Regional de Medicina del Estado de Río de Janeiro ( CREMERJ ) , Gilson Souza Lima y María Cristina Menezes, arqueólogo y profesor de la Universidad Estatal de Río de Janeiro ( UERJ ), Nancy Vieira , y el antropólogo y profesor de la Universidad Federal Fluminense (UFF ) , Eliane Catarino . En octubre de 1991 , el Equipo Argentino de Antropología Forense representado por Luis Fondebrider , Mercedes Doretti y Silvana Turner llevó a cabo una capacitación técnica con el equipo y dirigió los trabajos de catalogación de los huesos. Por desgracia , cuando los huesos trasladados desde osario general, se mezclaron en la zanja , formando un conjunto de aproximadamente 430 000 huesos , entre los que no se puede distinguir un esqueleto completo . Aun así, varios cráneos y otros huesos fueron retirados y colocados en 17 bolsas de plástico para ser examinados.
En marzo de 1993 , el equipo terminó el trabajo debido a la falta de financiación y la imposibilidad de sostenerlo con sólo tres personas . Los huesos catalogados fueron almacenados en el Hospital General de Bonsucesso . La ubicación de la zanja permanece custodiado , donde en el futuro tenemos la intención de construir un monumento . Los nombres de los 14 presos políticos están enterrados en esta tumba : Ramires Maranhão Valley y Vitorino Alves Moitinho , tanto desaparecidas; José Bartolomeu Rodrigues da Costa , José Pinheiro Silton , Ranúsia Alves Rodrigues, Almir Custódio de Lima , Vargas de Oliveira Cabral , José Gomes Teixeira José Raimundo da Costa , Maria Lourdes Wanderley Bridges, Wilton Ferreira, Mário Luís de Souza plata y Guilhardini . Otros dos militantes fueron enterrados en fosas comunes en Río de Janeiro : el cementerio es Cacuia Severino Viana Colón y Santa Cruz, Roberto Cieto .
En el cementerio de Santo Amaro , Recife (PE ) , los restos de los muertos ” Masacre de San Benito Ranch” fueron enterrados en una fosa clandestina . En 1973, el jefe de la policía de São Paulo Sérgio Fleury Paranhos , dirigida por cable Anselmo , organizó la acción policial en el que murieron militantes VPR ( Vanguardia Revolucionaria Popular ) en el rodaje esa granja . La investigación llevada a cabo en la Comisión Especial de Reconocimiento de los Muertos y Desaparecidos Políticos que establece la Ley 9.140/95 , muestran que todos fueron encarcelados y torturados antes de ser llevado a la granja de Sao Bento. No se ha podido llevar a cabo investigaciones en esta zanja, porque los huesos no estaban separados en bolsas de plástico , lo que hace inviable el trabajo de identificación . Están enterrados en la fosa del cementerio de Santo Amaro : Eudaldo Gomes da Silva , Luís Ferreira de Souza Evaldo Jarbas Pereira Marques , Pauline Barrett Viedma Reichtul y Soledad . La esposa de José Manoel da Silva logró rescatar su cuerpo antes de que fuera ilegal zanja trasnferido , pero sólo 3 1995 le puede enterrar en su ciudad natal .

 

 

 

La Dictadura en el Cine. La generación de los Hijos.

http://www.memoriaabierta.org.ar/ladictaduraenelcine/index.html

A mediados de los 90, los hijos aparecen en la escena cinematográfica con sus propias demandas e interpretaciones sobre lo acontecido a sus padres en los 70, asumiendo el protagonismo, y en muchos casos también la dirección, de documentales y ficciones.

Argenmex, exiliados hijos(2007)

Argenmex. 20 años. La historia ésta (1996)

Botín de guerra(1999)

Buenos Aires viceversa (1996)

Cautiva (2003)

Che vo cachai(2003)

Ciudad del sol(2001)

Cordero de Dios(2008)

Das Lied in Mir(2010)

De l´ Argentine(1986)

Desembarcos(1988)

Destino final (2008)

Diario argentino(2006)

El despertar de L.(2000)

El nombre de las flores (2008)

En memoria de los pájaros (200

Historizar el Pasado Vivo. “Verdad y memoria: escribir la historia de nuestro tiempo”,

Prólogo

 

Esta publicación se ocupa del pasado vivo, del que forma parte de los recuerdos de muchos y que su carácter dramático convierte en un problema moral duradero para la conciencia nacional. A ese pasado vivo y violento la gente se refiere hoy como “la memoria”. ¿Puede “la memoria” llegar a ser un objeto de conocimiento histórico? ¿Sabrán los historiadores e historiadoras que han vivido esos sucesos recientes dramáticos y que a veces han sido sus actores explicarlo con objetividad? ¿Qué conocimientos históricos pueden aportarse a tan escasa distancia de los acontecimientos, cuando la documentación es aún incompleta y ese pasado sigue siendo una tarea inconclusa? ¿Y por qué “historizar” los tiempos que vivimos? ¿En qué aspectos el trabajo sobre el pasado reciente difiere del trabajo sobre un período más remoto?

Historizar el pasado vivo explora estas cuestiones a través de treinta y cuatro estudios, en los que colaboraron no sólo historiadores sino también investigadores en ciencias sociales –antropólogos, politólogos, psicólogos y sociólogos–, así como filósofos, juristas y defensores de los derechos humanos. El carácter multidisciplinario de la publicación da cuenta de una realidad: los historiadores distan de tener el monopolio del pasado difícil. Su trabajo se lleva a cabo en sinergia con muchas otras personas que, en la actualidad, se ocupan de ese pasado.

Asumir lo ocurrido quiere decir encarar una serie de tareas. Las personas que se hacen cargo de ellas pertenecen, en muchos casos, a lo que se da en llamar movimiento por los derechos humanos: abogadas y abogados, juristas, psicólogos, periodistas de investigación, jueces, investigadores policiales, antropólogos forenses, religiosos y laicos de las diferentes iglesias, médicos legistas… y la lista podría seguir. A través de las asociaciones de víctimas, nacionales y locales, también la sociedad civil se moviliza para descubrir la verdad de lo sucedido y reunir pruebas, reparar agravios y penalizar a los culpables, defender a las víctimas y asistirlas, asegurar el recuerdo de lo que pasó y preservar sus huellas tangibles. Ese trabajo multiforme que la sociedad efectúa sobre su pasado constituye en sí mismo un activo campo de investigaciones en ciencias sociales al que se suele aludir con el término “memoria histórica”.

En ese contexto, Historizar el pasado vivo se asignó como tema principal el trabajo de los historiadores e historiadoras; en otras palabras, el tratamiento propiamente histórico del pasado: cómo reconstruirlo de manera verídica y comenzar a explicarlo resituándolo en la larga duración de la historia nacional, y cómo contribuir a la formación de una conciencia histórica en el público gracias al rigor de los conocimientos aportados.

Historizar el pasado vivo tiene como campo primordial de interés América Latina, donde una decena de países atravesaron un período de gran violencia política en la segunda mitad del siglo XX. La meta de la publicación es, en primer lugar, alentar en el continente el estudio histórico de las rupturas catastróficas del pasado nacional cuya memoria sigue viva.

El pasado difícil, sin embargo, también representa una apuesta para el conocimiento histórico fuera de América Latina. Es el pasado de la Segunda Guerra Mundial y de los regímenes totalitarios cuya caída precipitó el final de la Guerra Fría. En otros lugares, se trata de prolongadas guerras civiles, períodos de represión masiva (algunos de ellos basados en una discriminación de orden étnico, religioso, etcétera) de los que los países comienzan a salir en nuestros días.

Hemos querido, por tanto, inscribir esta historia latinoamericana reciente en formación dentro de un campo más amplio, a la vez en el plano de la historia y de la memoria. Historizar el pasado vivo presenta en español textos de especialistas de renombre mundial como John Dower, Jan Gross, Paul Ricœur y Henry Rousso. Éstos contribuyeron a mostrar lo que se hace en otros lugares en torno de situaciones comparables y a partir de preocupaciones similares. 

Era igualmente importante dar a conocer fuera de América Latina el trabajo que se lleva a cabo en América Latina. Creemos, en efecto, que los casos latinoamericanos presentados en la publicación son importantes a escala de la historia universal de nuestro tiempo, y que los trabajos de gran calidad que ella reúne merecen ser mejor conocidos más allá del continente. Por eso se ha previsto un acceso sistemático al contenido sucinto de la publicación en inglés.

Tres países de América Latina han constituido nuestro centro de interés: la Argentina, donde el “Proceso de Reorganización Nacional” encabezado por las juntas militares resultó ser una operación integral de represión (1976-1983); Chile, que sufrió durante diecisiete años la dictadura del general Pinochet (1973-1990), y el Perú, donde terrorismo y contrainsurrección hicieron estragos en las comunidades rurales del centro y sur andino y provocaron el derrumbe de la democracia (1980-2000). Pero las cuestiones sobre la historización del pasado violento que examina la publicación conciernen asimismo a otros países latinoamericanos: Guatemala y El Salvador en América Central, Brasil, Uruguay y Paraguay en el Cono Sur.

BREVE HISTORIA DEL PROYECTO

 

El proyecto de Historizar el pasado vivo nació en Chile. Junto con él, la Argentina y el Perú se convirtieron en los países de referencia. Decir algunas palabras de esa elección es mostrar que la presencia del pasado en la sociedad y la actualidad puede invitar a los historiadores e historiadoras a ver de otra manera la función y las prioridades de su oficio. Permítasenos, para ello, evocar el final de la década de 1990 en Chile.

El gobierno de la transición democrática se preocupaba por entonces de que los manuales de historia de la escuela primaria y secundaria incluyeran una exposición sucinta pero honesta de los hechos. Algunos colegas participaron a la sazón en la elaboración de esos nuevos libros de texto; otros, con posterioridad, integrarían las comisiones encargadas de otorgarles el aval del Ministerio de Educación. A partir de un “contenido mínimo” determinado por éste, se trataba de explicar a los alumnos chilenos el golpe de Estado del 11 de septiembre de 1973 y la dictadura pinochetista. Ahora bien, esas cuestiones no se incluían aún ni en la enseñanza ni en los programas de investigación de las universidades. Esta situación puso abruptamente a varios de nosotros, historiadores, frente a una laguna. Y nos resolvió a alentar la escritura de la historia reciente en la universidad.

Las primeras inspiraciones en la materia nos vinieron de España y Francia, con la revista de historia contemporánea Ayer y la obra Écrire l’histoire du temps présent, publicada por el Institut d’histoire du temps présent (www.ihtp.cnrs.fr). También debe mencionarse la charla dada por el historiador norteamericano Steve J. Stern en la sede de Flacso-Chile (www.flacso.cl) sobre sus investigaciones, que iban a resultar en la publicación del libro Remembering Pinochet’s Chile. Esos ejemplos demostraban que era posible abordar el pasado vivo enfocando temas delimitados con claridad y con la ayuda de categorías críticas y abandonar así el universo semántico estereotipado y polarizado en el cual solía aprehenderse la dictadura en Chile.

Sobrevino entonces el remezón de la detención de Pinochet en Londres. En 1999 se publicó el “Manifiesto de historiadores” de Sergio Grez y Gabriel Salazar, que refutaba la historia oficial elaborada durante la dictadura y recordaba las condiciones en que los demás historiadores habían tenido que trabajar durante diecisiete años. Ese mismo año apareció, en el Journal of Latin American Studies, un artículo de Alexander Wilde, “Irruptions of Memory”, y Memoria para un nuevo siglo editado por Mario Garcés y Julio Pinto. Estas publicaciones inauguraron los estudios sobre la presencia del pasado en la política chilena y la historia reciente del país. Investigaciones metódicas sobre la historia reciente del país comenzaron a presentarse en los congresos de historia.

El retorno de la democracia también vio a las universidades salir de un largo período de aislamiento intelectual. A escala continental se esbozaba una integración regional, facilitada, entre otras cosas, por el hecho de que los vuelos entre Santiago de Chile y Buenos Aires aumentaban su frecuencia y disminuían sus precios. Diez años después del retorno de la democracia, Luis Alberto Romero publicó su Breve historia de la Argentina contemporánea, que allanó el camino hacia la historia reciente del país. El último capítulo de ese libro está dedicado al Proceso, que el historiador argentino situaba en un ciclo de violencia iniciado con anterioridad.

Las impresiones traídas de Buenos Aires sugerían que el pasado reciente se debatía allí más abiertamente que en la sociedad chilena. La Escuela de Mecánica de la Armada, ese gran complejo de la Marina que había sido uno de los centros clandestinos de detención de más triste fama, aparecía en los circuitos turísticos de la ciudad, y en los quioscos del aeropuerto se encontraba el informe de la comisión argentina de la verdad, Nunca más. Fundada en 2000, la revista Puentes no tardó en imponerse como una instancia de la reflexión naciente sobre la memoria histórica en la Argentina.

Todo esto nos dio la idea de examinar en conjunto, argentinos y chilenos, la cuestión de la historización del pasado cercano. No para hacer historia comparada propiamente dicha, sino para reflexionar mejor entre varios sobre un objetivo que era común, y hacerlo a partir de situaciones diferentes. El proyecto de una publicación se concretó en momentos en que nuestros amigos argentinos vivían las horas más sombrías de la crisis económica de 2001-2002. La calurosa recepción que brindaron al proyecto fue, por ello, tanto más alentadora.

La introducción de internet en las universidades chilenas fue la otra gran innovación de fines de la década de 1990. Durante los tumultuosos meses que vivió el Perú en 1999-2000, Cecilia Blondet, del Instituto de Estudios Peruanos de Lima (www.iep.org.pe), se encargaba de enviar periódicamente el boletín de la Coordinadora Nacional de Derechos Humanos. Esto permitió seguir día a día la reelección fraudulenta de Fujimori, la espiral de escándalos en torno de su acólito Montesinos y el repudio de la sociedad civil hacia ambos, guiada en esa actitud por los organismos de derechos humanos.

Entre 2001 y 2003 sesionó en el Perú una comisión de la verdad. Este organismo (www.cverdad.org.pe) fue el quinto del continente en entregar un informe final, luego de los documentos elaborados por las comisiones de la Argentina (1983-1984), Chile (1990-1991), El Salvador (1992-1993) y Guatemala (1997-1999). El International Center for Transitional Justice (www.ictj.org) define una comisión de la verdad como una “investigación oficial de los patrones de abuso del pasado que procura establecer un registro histórico preciso de los acontecimientos”. No podría explicarse con más claridad por qué este tipo de entidad es del interés de los historiadores. La Comisión de la Verdad y Reconciliación peruana incluía en su plana mayor un número sin precedentes de antropólogos e historiadores. Algunos habían trabajado en el tema de Sendero Luminoso desde la década de 1980, y en condiciones peligrosas. Uno de ellos, Carlos Iván Degregori, tenía su asiento en la comisión.

De allí surgió la idea de pedir a colegas que participaban de los trabajos de la comisión de la verdad peruana que contribuyeran con la publicación proyectada. A principios de 2003 hice una visita a la comisión. El clima de colmena laboriosa que reinaba en su sede central de la avenida Salaberry y el interés demostrado por nuestros colegas en la propuesta que les llevábamos –pese al cansancio que se leía en sus rostros– hicieron de aquel encuentro un momento memorable.

Dos meses después de la presentación del informe final de la comisión de la verdad peruana, en octubre de 2003, un taller que reunía principalmente a investigadores argentinos, chilenos y peruanos y a otros especialistas de esos países se celebró en el Institute of Latin American Studies (hoy parte del Institute for the Study of the Americas, ISA, www.americas.sas.ac.uk) de la Universidad de Londres. La concurrencia al taller londinense fue numerosa y atenta. Lo cual recuerda, por si hiciera falta, la vitalidad de los latinoamericanistas en el Reino Unido. Los trabajos presentados en Londres constituirían el núcleo de la presente publicación. Ésta se organizó luego en el Centro de Ética de la Universidad Alberto Hurtado (www.uahurtado.cl), la universidad jesuita de Chile.

CONTENIDO DE HISTORIZAR EL PASADO VIVO

 

Historizar el pasado vivo contiene un trabajo liminar seguido de otros treinta y tres distribuidos en siete secciones, cada una de las cuales está precedida por su introducción.

Nuestro capítulo liminar, “Verdad y memoria: escribir la historia de nuestro tiempo”, abreva en numerosos ejemplos –y ante todo en los que son tema de investigación en los trabajos siguientes– para recordar la motivación marcada y duradera de los historiadores e historiadoras del mundo occidental por escribir la historia de su tiempo y lo que entienden por ello. Exploramos, por otra parte, las circunstancias en las cuales comienza a constituirse en América Latina una historiografía sobre el pasado difícil, las tradiciones a las que es posible asociarla y las formas que le son propias.

En la sección “Verdad, justicia, memoria”, el filósofo Paul Ricœur, la socióloga y filósofa Marie-Claire Lavabre y el jurista Juan Méndez dan cuenta del universo semántico en el que hoy se aborda el pasado cercano y reflexionan sobre las significaciones asumidas por las palabras clave “verdad” y “memoria” en cada ámbito.

Que el conocimiento histórico progresa gracias a la multiplicación de buenos estudios de caso es una verdad comprobada y destacada en muchas ocasiones. Es lo queHistorizar el pasado vivo se ha propuesto demostrar en lo concerniente a América Latina por medio de las colaboraciones reunidas. Las tres secciones respectivamente dedicadas a la Argentina, Chile y el Perú, ofrecen en cada oportunidad un estado de la cuestión historiográfica y bibliográfica y varias monografías históricas complementadas con los trabajos de otros estudiosos del pasado reciente.

Así, en la sección “Argentina: el tiempo largo de la violencia política”, se encontrarán los trabajos de Luis Alberto Romero, Mauricio Chama, Martín Obregón, Federico Guillermo Lorenz, Carlos Acuña y Catalina Smulovitz, y Hugo Vezzetti.

La sección “Chile: los caminos de la memoria y de la historia” reúne las colaboraciones de Peter Winn, Mario Garcés, Manuel Gárate-Chateau, Elizabeth Lira, Katherine Hite y Alexander Wilde.

Por su parte, la sección “Perú: investigar veinte años de violencia reciente” está constituida por los capítulos de Peter Klarén, Carlos Iván Degregori, Nelson Manrique, Ponciano del Pino, Pablo Sandoval y Coletta Youngers.

En la sección “Archivos para un pasado reciente y violento: Argentina, Chile, Perú”, Federico Guillermo Lorenz traza un estado de las fuentes de archivos que pueden consultarse en el caso argentino; Jennifer Herbst, junto con Patricia Huenuqueo, hacen otro tanto para Chile, mientras que Ruth Elena Borja Santa Cruz se encarga de la misma tarea para el Perú.

La elección de los trabajos que aparecen en la sección “El pasado vivo: casos paralelos y precedentes” tuvo como guía la inquietud de ampliar el campo a la vez temporal y geográfico de nuestra reflexión: Jan Gross sobre Polonia, Michael Geyer sobre Alemania, John Dower sobre los Estados Unidos y el Japón, Kenneth Serbin sobre Brasil y Henry Rousso sobre Francia se ocupan de un pasado reciente pero anterior a 1970. Estos historiadores ilustran, según los casos, itinerarios y temas de investigación, cuestiones de método e interpretación, objetivos éticos y evolución historiográfica en el estudio del pasado reciente a escala mundial.

Historizar el pasado vivo aborda, por último, el sentido de responsabilidad inseparable del trabajo en torno de temas que pesan sobre la conciencia colectiva. En la sección “Historia reciente y responsabilidad social”, los aportes de Arturo Taracena Arriola para Guatemala, Joan del Alcàzar desde España y para Chile, Mark McGovern y Patricia Lundy para el Ulster y Julissa Mantilla Falcón para el Perú transmiten sus experiencias de situaciones en las que tuvieron que poner sus competencias al servicio de la memoria histórica, ayudar a establecer la verdad pública acerca del pasado y aplicar a situaciones específicas, actuales y prácticas, su oficio.

Así concebido, Historizar el pasado vivo se dirige ante todo a un público universitario, a los docentes y estudiantes que se plantean las mismas preguntas que los autores de la publicación. Algunos están aislados, viven lejos de los grandes centros urbanos o en un medio poco receptivo a sus inquietudes. Por otra parte, no abundan en América Latina las publicaciones impresas sobre las cuestiones debatidas desde hace poco. Y las que existen no siempre son accesibles, aunque sólo sea por razones económicas.

Estas desventajas constituyen los avatares cotidianos de muchos investigadores latinoamericanos en la actualidad. Conscientes de ello, hemos querido ofrecer a la mayor cantidad posible un conjunto de trabajos elaborados por especialistas, que proponen puntos de vista variados y datos sustanciales para la historización del pasado reciente en América Latina y el mundo. Por eso la Fundación Ford (www.fordfound.org) contribuyó con generosidad a la producción de una publicación que no tiene fines de lucro sino que apunta a la máxima difusión de los conocimientos, rápida y sin costos.

El formato electrónico respondía a nuestros objetivos. Los universitarios comienzan a utilizarlo en la región, donde, como en otros lugares, sirve para poner en circulación trabajos en curso. Pero la web también puede y debe permitir engrosar la biblioteca de los investigadores, con la condición de que una publicación universitaria electrónica y las partes que la componen respeten las normas de publicación científica internacional válidas para los trabajos impresos. El ACLS E-Book Project (www.historyebook.org) y, más cerca de nosotros, la biblioteca virtual del portal Cholonautas (www.cholonautas.edu.pe/biblioteca) nos alentaron a reincidir con Historizar el pasado vivo, luego de publicar El género en la historia(www.americas.sas.ac.uk/publications/genero/genero.htm).

Estas diversas exigencias no dejan de causar una prolongación de los plazos de revisión y por lo tanto de publicación. Hemos corrido el riesgo de que así sucediera. Como resultado, Historizar el pasado vivo pone de una sola vez en la web el equivalente a seis libros de trescientas páginas cada uno.

AGRADECIMIENTOS

 

Historizar el pasado vivo debe mucho y a mucha gente. Ante todo a mis colegas miembros del comité editorial, que brindaron con generosidad su experiencia y su tiempo en repetidas oportunidades: Carlos Iván Degregori, Elizabeth Lira, Alfredo Riquelme, Luis Alberto Romero, Rachel Sieder y Steve Stern, así como Mario Garcés, Iván Hinojosa, Peter Klarén y Peter Winn. Mi agradecimiento, igualmente, a Cath Collins, María Eliza Fernández, Manuel Gárate, Federico Lorenz, Claudio Rolle, Xavier Rousseau, Rodrigo Sandoval, María Elena Valenzuela, Alfred y Waltraud Wagner.

Por la preparación del taller de Londres estamos particularmente en deuda con James Dunkerley y Karen Perkins, del ILAS (ISA). Y por la participación en sus trabajos, con Temma Kaplan, Rosaria Stabili, Meg Crahan, Claudio Barrientos, Lilia Ana Bertoni y Robin Kirk. En la Universidad Alberto Hurtado, nuestra gratitud a Tony Misfud, S. J., Elizabeth Lira, Verónica Anguita, Pablo Salvat y Pablo Concha, S. J., por su apoyo a lo largo de todo el proyecto.

A Patricia Valdez y su equipo de Memoria Abierta en Buenos Aires (www.memoriaabierta.org.ar), así como a Henry Rousso, Dominique Veillon, Anne-Marie Pathé y Jean Astruc, del Institut d’histoire du temps présent, agradecemos la recepción brindada en esas instituciones de referencia en materia de pasado reciente y memoria. Gracias, también, a Pablo Sandoval, Rosa Vera y el equipo de Cholonautas (www.cholonautas.edu.pe), Ramón Pajuelo y Rafael Nova, del Instituto de Estudios Peruanos de Lima (www.iep.org.pe), y a César Gutiérrez Muñoz, Iván Hinojosa y Nelson Manrique, de la Universidad Católica del Perú (www.pucp.edu.pe). Otro estímulo para nuestro trabajo ha sido el seminario de posgrado sobre la historia del tiempo presente dictado en la Universidad de Chile, gracias a la invitación de Jorge Hidalgo y Orlando Silva (www.filosofia.uchile.cl/postgrado/).

Debemos expresar también nuestra gratitud a los responsables de las siguientes instituciones, por la recepción que nos brindaron: María Paz Vergara de la Fundación de la Vicaría de la Solidaridad (www.vicariadelasolidaridad.cl), Viviana Díaz de la Agrupación de Familiares de Detenidos Desaparecidos (www.afdd.cl), Javier Couso y Felipe González de la Facultad de Derecho de la Universidad Diego Portales (www.udp.cl/derecho), en Santiago de Chile; Ruth Borja del Centro de Información para la Memoria Colectiva y los Derechos Humanos en la Defensoría del Pueblowww.ombudsman.gob.pe, Ernesto de la Jara Basombrío del Instituto de Defensa Legal (www.idl.org.pe), y Sofía Macher de la Coordinadora Nacional de Derechos Humanos (www.dhperu.org), en Lima; a Darío Olmo y el Equipo Argentino de Antropología Forense, a quienes conocí cuando trabajaban en Córdoba, Mirta Bonnin del Museo Antropológico de la Universidad Nacional de Córdoba, el equipo de la Comisión Provincial por la Memoria (www.comisionporlamemoria.org) y Mauricio Chama y Martín Obregón en La Plata, en la Argentina, Dieter Strauss entonces en el Goethe-Institut de Santiago y Rudolf Barth entonces en el Goethe-Institut de Buenos Aires.

Nos sentimos igualmente agradecidos a Louis Joinet y Roberto Garretón, expertos ante la Comisión de las Naciones Unidas para los Derechos Humanos (www.ohchr.org); a Gaby Oré-Aguilar cuando se desempeñaba en la Oficina Regional para el Cono Sur y los Países Andinos de la Fundación Ford, a Elizabeth Acha y Julissa Mantilla que trabajaron en la sede central de la Comisión de la Verdad y Reconciliación del Perú, y a Juan Méndez, Louis Bickford y Susana Grego del International Center for Transitional Justice de Nueva York.

Nos complace mencionar el interés que mostraron en este proyecto Eric Hershberg, del Social Science Research Council (www.ssrc.org), y Elizabeth Jelin, del Instituto de Desarrollo Económico y Social (IDES), Núcleo de Estudios sobre la Memoria (www.ides.org.ar/grupoestudios/memoria), de Buenos Aires; Joan del Alcàzar, del Departament d’Història Contemporània de la Universitat de València (www.uv.es/hcontemp); Perrine Canavaggio, del Conseil International des Archives (www.ica.org); María Eugenia Barrientos y Patricia Huenuqueo, del Archivo Nacional de Chile (www.dibam.cl/archivo_nacional); Kaydee McCann y Tracy North de la Hispanic Division en la Library of Congress (http://lcweb2.loc.gov/hlas); Zbigniew Gluza y Alicja Wancerz-Gluza de la Fundacja Osrodka Karta (www.karta.org.pl/) y José Zalaquett, del Centro de Derechos Humanos de la Facultad de Derecho de la Universidad de Chile (www.cdh.uchile.cl).

Estamos en deuda con Ron Musto y Eileen Gardiner, pioneros del History E-Book y siempre dispuestos a compartir su saber, por los muchos consejos recibidos. Y con Konrad Jarausch, Irene Grudzínska-Gross, Edward Linenthal, Mary McAuley y Julio Pinto por habernos puesto sobre la pista de preciosas referencias. Agradecemos a las siguientes editoriales y revistas universitarias por habernos permitido generosamente la reproducción de capítulos o artículos: Instituto de Estudios Peruanos (IEP), Princeton University Press, Ediciones Nueva Visión y WOLA Publications, así como el Journal of Latin American Studies, Raison Présente y Annales: Histoire, Sciences Sociales.

Estamos profundamente agradecidos a Barry Gaberman, Augusto Varas y Martín Abregú, todos los cuales conocen por experiencia propia la lucha por la verdad y la justicia, y a la Fundación Ford, por su generoso e inclaudicable apoyo, sin el que este proyecto no podría haberse completado y, tal vez, ni siquiera empezado.

Por el entusiasmo, la competencia y la paciencia que demostraron en la consecución del proyecto, nuestro vivo agradecimiento a María Florencia Ferreexecutive producer de la publicación, y a Jennifer Herbst, socia y pilar de esta empresa desde el taller de Londres. Igualmente a Aníbal Giacone, Horacio Pons, Ana Romero, Nicolás Troha, Amaray Cochero, Andrés Tatavitto, Conrado Ferre, Elena del Yerro, Silvana Ferraro, Eleonora Sakayeva, Ana Sirinian y Florencia Bonavera, en Buenos Aires, y a Frida del Campo, en Santiago de Chile.

Por último, a Alexander Wilde, colaborador de la publicación en tantos sentidos, gracias más allá de las palabras por haber acompañado su producción con inteligencia y afecto.

Anne Pérotin-Dumon

Traducción de Horacio Pons

Participação de brasileiros no golpe do Chile deve ser investigada .João Paulo Charleaux

Qui, 31 de Maio de 2012 

Participação de brasileiros no golpe do Chile deve ser investigada

Escrito por  Da Redação

 

 

Fontes brasileiras e chilenas indicam que o papel do Brasil em 11 de setembro de 1973 foi crucial. A participação de civis e militares brasileiros no golpe militar contra o presidente chileno Salvador Allende, em setembro de 1973, pode ser uma das revelações inesperadas da recém instaurada Comissão da Verdade no Brasil. Conexão brasileira é clara, diz historiador Moniz Bandeira

Por João Paulo Charleaux

O envio de 100 milhões de dólares por empresários brasileiros para financiar o golpe no Chile, as reuniões de militares golpistas na Embaixada do Brasil em Santiago e a “exportação” do know how em técnicas de sequestro e torturas cometidas durante a chamada “Operação Condor” fazem parte de uma lista mencionada por ex-membros do governo Allende, historiadores e escritores do Chile e do Brasil ouvidos pelo Opera Mundi num conjunto de entrevistas inéditas realizadas entre outubro de 2011 e maio de 2012.

“A Comissão da Verdade do Brasil pode ter um impacto não somente no Chile, mas em todos os países do Cone Sul que participaram do Plano Condor”, disse a jornalista e escritora chilena Mónica Gonzalez, autora do livro La Conjura – Os Mil e Um Dias do Golpe, obra que fala não somente do golpe liderado pelo general Augusto Pinochet, mas também dos efeitos nefastos da ditadura que durou 17 anos e deixou 2.279 mortos e 1.102 desaparecidos no Chile, de acordo com a Comissão de Verdade e Reconciliação local.

“O Brasil, de acordo com todas as investigações sérias que foram feitas até agora, desempenhou um papel central na gestação dos golpes militares na região, como uma via de financiamento externo para a desestabilização e, em seguida, para o treinamento dos serviços secretos dos países do Plano Condor, em solo brasileiro”, acrescentou Mónica, em referência à articulação que envolveu militares brasileiro, argentinos e chilenos na perseguição a militantes de esquerda no Cone Sul durante os anos 1970.

“Empresários brasileiros arrecadaram fundos para financiar os golpistas no Chile. Aliás, o único brasileiro presente na noite em que a Junta Militar chilena prestou juramento, no dia 11 de setembro (dia do golpe), foi o então embaixador do Brasil no Chile (Antonio Castro do Alcântara Canto), em cuja residência foram feitas as reuniões-chave para que Pinochet se juntasse ao golpe”, disse a jornalista e escritora.

A tese é corroborada por atores relevantes da história, como um dos assessores diretos de Allende, o atual diretor do PNUD (Programa da ONU para o Desenvolvimento), Heraldo Muñoz: “O golpe no Chile foi planejado em reuniões secretas em diversos lugares, incluindo a Embaixada do Brasil em Santiago. O representante da ditadura brasileira da época, o embaixador Antonio Castro do Alcântara Canto, foi um ativo promotor do golpe e um protagonista do apoio à ditadura chilena.”

Ele também é direto e claro ao falar da participação de civis brasileiros nas articulações para derrubar Allende, então o primeiro presidente socialista eleito democraticamente no mundo. “Empresários de São Paulo financiaram o grupo de ultra-direita Patria y Libertad que perpetrou atividades terroristas para desestabilizar o governo Allende. Torturadores brasileiros vieram ao Chile após o golpe para ensinar técnicas de tortura, interrogar e levar de volta ao Brasil ativistas brasileiros exilados no Chile”, disse de Washington, por email, Munõz ao Opera Mundi, numa entrevista ainda inédita feita em setembro do ano passado.

Muñoz, que em agosto de 2010 lançou no Brasil um livro sobre o assunto, A Sombra do Ditador – Memórias Políticas do Chile sob Pinochet (Zahar, 394 páginas, R$ 59), é ainda mais preciso ao falar da participação do Itamaraty no caso: “O embaixador Câmara Neto, do Brasil, apareceu junto aos militares chilenos durante seu primeiro ato público, entregou o primero reconhecimento diplomático à Junta militar chilena e participou ativamente na procura de empréstimos financeiros do Brasil ao Chile, incluindo um crédito de emergência de 100 milhões de dólares. A conexão brasileira no nosso 11 de setembro é muito clara”, assegura Muñoz.

Historiadores brasileiros como Luiz Alberto de Vianna Moniz Bandeira, autor do livro Fórmula para o Caos – uma das mais importantes obras sobre a ação de atores estrangeiros no golpe no Chile, especialmente sobre o papel da Casa Branca e do Departamento de Estado norte-mericano na queda de Allende – também é enfático ao falar sobre o papel do Brasil. O Opera Mundi trocou 11 mensagens de email com Moniz Bandeira entre outubro e novembro de 2010, mas o historiador desautorizou a publicação do conteúdo das mensagens.

Nelas, o professor, que hoje vive na Alemanha e é conhecido como um autor cada vez mais recluso, insiste que todas as informações relevantes sobre o papel do Brasil nas ditaduras da região já estão publicadas em livro, mas não reluta em comentar aspectos particulares. Ele considera que os brasileiros estavam prontos para assumir um papel militar ativo caso o golpe tivesse provocado uma divisão e uma guerra civil no Chile, em setembro de 1973.

Longe de ser um radical apaixonado, Moniz foi ao longo de muitos anos um dos intelectuais estudados pelos militares na Escola Superior de Guerra. Seus livros fazem parte de bibliografia do curso e suas palestras, concorridas entre oficiais. Tudo isso, apesar de Moniz Bandeira ter sido preso pela Marinha do Brasil durante a ditadura.

Conexão no Itamaraty

O apoio de Câmara Neto às articulações do golpe chileno estão longe de ser um fato isolado, de simpatia pessoal por Pinochet. A estratégia de apoiar a Junta Militar chilena estava ligada diretamente ao chamado Ciex (Centro de Informações do Exterior), uma espécie de ninho de arapongas criado dentro do Itamaraty para perseguir militantes comunistas no Cone Sul entre 1966 e 1985. A concepção e o funcionamento do grupo estava a cargo do embaixador brasileiro Manoel Pio Corrêa, formado na Escola Superior de Guerra.

Ao tentar conversar com Pio Corrêa no ano passado, Opera Mundi foi advertido sobre a condição sensível de saúde do embaixador, que já estaria, de acordo com a esposa, surdo, com 93 anos. O fato revela o quanto deve ser mais difícil a cada dia para a Comissão da Verdade brasileira recolher relatos pessoais de testemunhas-chave sobre os bastidores da ditadura, muitos deles com mais de 80 anos.

Entre os crimes cometidos por Pio Corrêa – alguns deles admitidos pelo embaixador numa auto biografia e numa entrevista publicada pelo jornalista Cláudio Dantas Sequeira, no jornal Correio Braziliense – está a perseguição aos que ele chamava de “pederastas, bêbados e vagabundos” que trabalhavam como diplomatas no Itamaraty. Pio Corrêa era conhecido como “troglodita reacionário” pelos exilados brasileiros.

As conexões entre ditaduras sul-americanas não estiveram restritas apenas à região. A chilena Mónica cita por exemplo o trabalho da premiada jornalista francesa Marie-Monique Robin, que investigou a ação de grupos de extermínios franceses no Chile e na Argentina no documentário Esquadrão da Morte: A Escola Francesa.

Mónica cita o trabalho de Marie-Monique para lembrar que “o general francês Paul Aussaresses, principal torturador da guerra de independência da Argélia (1954-1962), instalou no Brasil nos anos 1970 uma escola para treinamento de torturadores do Brasil, Chile, Argentina, Uruguai e Paraguai, com recursos financeiros da CIA (Agência de Inteligência dos EUA). Por esse lugar, desfilaram os principais assassinos de nossos países. Sobre os dinheiros que financiaram esses golpes e sobre a repressão na região não se falou quase nada. O Brasil tem as chaves para abrir as gavetas mais fundas.”

Última modificação em Sex, 01 de Junho de 2012 

 

 

Ato contra Golpe Militar de 1964 reúne centenas na Cinelândia

Ato contra Golpe Militar de 1964 reúne centenas na Cinelândia.

 

Seg, 01 de Abril de 2013 23:48

Ato contra Golpe Militar de 1964 reúne centenas na Cinelândia

Centenas de manifestantes reunidos por Verdade, Memória e Justiça

Esta segunda-feira, 1 de abril de 2013, marca o quadragésimo nono aniversário da implantação golpista da ditadura militar brasileira. Em todo país, a sociedade foi às ruas para protestar contra esse atentado à democracia e à soberania do nosso povo, clamando por Verdade, Memória e Justiça e reafirmando o desejo de viver em uma pátria livre. 

No Rio de Janeiro, não foi diferente. Nesta tarde, centenas de manifestantes de diversas entidades, organizações, partidos políticos e da sociedade civil, estiveram reunidos na histórica praça da Cinelândia, palco emblemático das lutas sociais do povo brasileiro. O ato aconteceu bem em frente ao Clube Militar, onde ano passado os militares realizaram uma comemoração da fatídica data, atentando contra a memória do povo brasileiro.

Nesse ano, os militares não protagonizaram esse ato desrespeitoso e a manifestação foi pacífica, construtiva e democrática. Representantes de todas as forças que ali estavam tiveram oportunidade de fazer uso da palavra e de ampliar essa importante unidade que busca o desencobrimento de todas as atrocidades da ditadura militar e a punição dos agentes e colaboradores do regime fascista brasileiro.

O ato saudou a democracia e prestou apoio à Comissão Nacional da Verdade, que investiga os crimes da ditadura e que frequentemente tem sido vítima de ataques de militares e de organismos coniventes com às barbáries ditatoriais. Os manifestantes tremularam suas bandeiras, levantaram suas palavras de ordem e deixaram claro o anseio do povo brasileiro pela Verdade do período tenebroso que assolou o país por 21 anos.

A presidenta da União da Juventude Socialista no Rio de Janeiro (UJS-RJ), Flávia Calé, falou : “Essa atividade busca registrar, consolidar na memória, na história, a nossa versão sobre o que significou a ditadura brasileira; lembrar nossos mortos que perderam a vida justamente empunhando a bandeira da liberdade, da igualdade e da democracia. É fundamental disputarmos essa perspectiva na juventude, a perspectiva de que a ditadura foi um mal que devemos entender profundamente como aconteceu, como se operou, para que nunca mais se repita na história do nosso país”.

A Deputada Federal Comunista, Jandira Feghali (PCdoB-RJ), estava em outro ato deste 1° de abril, na CBF, contra o presidente da entidade, José Maria Marin – que teve participação no regime ditatorial brasileiro; mas foi representada na Cinelândia por Caíque Tibiriçá, que lembrou do episódio em que Marin, então deputado, afirmou que a TV Cultura estava tomada por comunistas e ordenou a prisão do jornalista Vladimir Herzog, que poucos dias depois foi brutalmente assassinado pelas mãos dos militares. Caíque ainda salientou: “Ao lado da Verdade estamos perfilados, ao lado daqueles que querem a justiça, pois tortura não prescreve. Ditadura nunca mais, tortura nunca mais”.

O vice-presidente do PCdoB-RJ, João Batista Lemos, afirmou: “Eles pensaram que iriam parar a roda da história, eles, o imperalismo, as classes dominantes; mas a vida mostrou que é impossível parar essa roda, porque a classe trabalhadora, as forças progressistas sempre vão lutar por liberdade, pela justiça social desse país. Por isso estamos aqui, com a vitória de Lula e a continuidade de Dilma, na luta por um projeto nacional de desenvolvimento que vai abrir caminho para o Socialismo. Esse ato é importante para resgatar a memória, para que nunca mais aconteça no Brasil tortura, assassinato, daqueles que lutam pelo nosso país”, finalizou o líder comunista.

O presidente da União Nacional dos Estudantes (UNE), Daniel Iliescu, bradou: “Hoje é o dia da mentira que foi contada ao nosso povo há 49 anos atrás, não queremos só um ajuste de contas com o passado, queremos que a memória de tantos brasileiros possa ser resgatada. Vamos honrar na prática o sacrifício desses herois nacionais; precisamos manter o povo unido nessa luta, na luta pela Verdade”

Clube Militar em 1 abril 2013O presidente da União Estadual dos Estudantes do Rio de Janeiro (UEE-RJ), Igor Mayworm, declarou: “Estamos aqui para afirmar que não aceitaremos mais tortura, não aceitaremos mais ditadura, estamos aqui dando todo apoio à Comissão Nacional da Verdade. Estamos aqui para exigir que os torturadores, golpistas, sejam revelados à sociedade e punidos. Não vamos arredar os pés das ruas enquanto os capítulos turbulentos de nossa história sejam esclarecidos e que todos os torturadores sejam punidos”, finalizou o líder estudantil.

Esse importante e plural ato foi organizado pela AMES; Articulação Estadual por Memória, Verdade e Justiça; Coletivo de Ação Ericson Pires; Consulta Popular; CTB; JSB; Levante Popular da Juventude; Movimento Estudatil Popular Revolucionário; Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST); Nação Hip Hop Brasil; PCdoB; PSB; PT; Sindicato dos Petroleiros, UEE, UJS, CUT-RJ; Coletivo RJ Memória, Verdade e Justiça; UNE, UEES.

Fonte:

Ato contra Golpe Militar de 1964 reúne centenas na Cinelândia

http://twitpic.com/cg98c7

Informações adicionais

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La tortura como escisión de cuerpo y mente

NO a la TORTURA
NO a la TORTURA (Photo credit: gizARTE)

Lunes 3 de diciembre de 2012

Lo más terrible de la tortura política es que obliga al torturado a luchar contra sí mismo. La tortura escinde a la persona por la mitad. Coloca la mente contra el cuerpo.
La mente quiere ser fiel a la causa de los compañeros, no quiere de ninguna manera entregarlos. El cuerpo, sometido a extrema intimidación y humillación, para verse libre de la tortura tiende a hablar y a hacer así la voluntad del torturador. Esta es la escisión.

Con la inauguración de la Comisión Memoria y Verdad del Gobierno brasileño sale a la luz con toda su barbarie la tortura como método sistemático del Estado dictatorial militar para combatir a sus opositores. Ya se han estudiado detalladamente estos procesos de deshumanización del torturado y también del torturador. Éste precisa reprimir su propia humanidad para practicar su acto inhumano. No sin razón muchos torturadores acabaron suicidándose por no aguantar tanta perversidad.

Quiero, sin embargo, destacar un punto no siempre presente en la discusión que ha sido muy bien analizado por los psicoanalistas, especialmente en la Alemania posnazi y entre nosotros por Hélio Peregrino, ya fallecido.

Lo más terrible de la tortura política es que obliga al torturado a luchar contra sí mismo. La tortura escinde a la persona por la mitad. Coloca la mente contra el cuerpo.

La mente quiere ser fiel a la causa de los compañeros, no quiere de ninguna manera entregarlos. El cuerpo, sometido a extrema intimidación y humillación, para verse libre de la tortura tiende a hablar y a hacer así la voluntad del torturador. Esta es la escisión.

Pero hay que resaltar un punto: la persona torturada cuando es presa del pánico y el pavor puede ser víctima de mecanismos inconscientes de identificación con el agresor. Al identificarse con él, consigue psicológicamente exorcizar por un momento el pánico y así sobrevivir.

El torturado que sucumbió a esta desesperada contingencia de autodefensa, incorpora siniestramente la figura del torturador. Éste consigue abrir una brecha en el alma del torturado, alcanza a penetrar en aquella última intimidad, allí donde residen los secretos más sagrados y donde la persona alimenta su misterio. Sobrepasa por tanto los umbrales últimos de la profundidad humana para poseer a la víctima y hacerla otra persona, alguien que acaba reconociendo ser de hecho subversivo, enemigo de la patria y de la humanidad, un traidor de la religión, un maldecido por Dios, un excomulgado de la Iglesia, alguien que está de parte del demonio. Los torturadores Albernaz y Fleury eran expertos en esta perversidad. Fleury dijo directamente a fray Tito, como aparece en el terrorífico film de Ratton “Bautismo de Sangre”, basado en el libro de fray Betto con el mismo nombre, que dejaría en él marcas que jamás olvidaría. Efectivamente, consiguió escindirle la mente y el cuerpo y penetrar en su más profunda intimidad hasta el punto de que, en el exilio en Francia, él sentía en todo momento la presencia de su verdugo. Dejó una nota antes de quitarse la vida: «prefiero quitarme la vida a morir».

Este tipo de tortura es especialmente malvada porque hace de la deshumanización el eje de una práctica sistemática de ciertos agentes del Estado. Si la categoría anti-Cristo aún significa alguna cosa, debe ser configurada dentro de este cuadro infernal. Se trata de la completa subversión de lo humano y de sus referencias sagradas. Es con seguridad uno de los mayores crímenes de inhumanidad que puedan existir.

Tales perversiones no pueden entrar dentro de ninguna amnistía. Los torturadores cargan en su alma y en su mente el estigma de Caín. Por dondequiera que vayan la vida los acusará porque violaron su sacralidad suprema.

Y todavía está la tortura de los desaparecidos, que crucifica a sus seres queridos. Por ejemplo, hubo una guerrilla en la región del río Araguaia hasta hoy no reconocida totalmente por los militares. Allí se cometieron todos los excesos: cortaban la cabeza y los dedos a los guerrilleros muertos y los enviaban a Brasilia para identificarlos. Hicieron desaparecer sus cadáveres. Hicieron desaparecer las vidas y pretenden ahora borrar las muertes. Y las familias viven una pesadilla que no tiene fin. Cada timbre que suena en casa funciona como un viento que sopla las cenizas y reaviva la brasa de la esperanza, seguida de amarga decepción: ¿Será él que vuelve? Otros dicen: “no nos mudemos de casa porque todavía puede volver… y qué sería de él si no estuviéramos aquí para el abrazo, el beso y las lágrimas?”

Los torturadores y sus jefes están ahí, ahora amenazados por el movimiento Levante Popular de la Juventud que no les deja en paz la conciencia. A ellos quisiera yo, como teólogo perseguido aunque no torturado, gritarles al oído el clamor de Jesucristo: “A vuestra generación se le pedirá cuenta de la sangre de todos los profetas, de los perseguidos y de los torturados, de su sangre derramada desde el principio del mundo. Sí, os aseguro que se os pedirá cuenta de esta sangre” (Lc 11,50-51).

Podrá haber una amnistía pactada por los hombres. Pero no habrá amnistía ante la conciencia y ante Aquel que se presentó bajo la figura de un preso, torturado y ejecutado en la cruz, Jesús, el Nazareno, cuando como Juez Supremo juzgará especialmente a aquellos que violaron la humanidad mínima. Llegará el día, supremo día, en que todos los desparecidos aparecerán. Vendrán, como dice el Apocalipsis de la gran tribulación de la historia. Sí, ellos volverán con el Viviente. Y entonces no habrá más espera ni palpitación de los corazones. El Viviente, también torturado un día, anulará todas las distancias, enjugará todas las lágrimas e inaugurará el Reino de los sacrificados y desaparecidos, ahora vivos, liberados y encontrados. Entonces será definitivamente verdadero: “Nunca más una dictadura. Nunca más desaparecidos. La tortura nunca más”.

[Traducción de María José Gavito].

Imagen tomada de: http://www.uclouvain.be/370182.html