Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

Yo no fui un gran orador en el gobierno del Presidente Salvador Allende. Traté, eso sí, de marcar el espacio de mis amigos y compañeros de revuelta. Sí, nos tomamos el liceo, muchas veces nos tomamos el liceo, también dijimos que el socialismo era una forma de vida. Fidel Castro y sus extensos discursos nos llenaron la cabeza de frases y discursos que no dejaban dormir. Pinté con ayuda de mi hermano una muralla con el rostro del Ché en nuestra pieza, cuestión que a nuestros padres no le gustó mucho pero finalmente reconocieron nuestro derecho a pensar, en esa casa doña Silvia era demócrata cristiana y don Pablo masón y radical. Así crecimos pintando nuevamente el rostro del Ché, pero esta vez estaba acompañado de Fidel.

Habiendo pasado los años me pregunté, ¿por qué salíamos a marchar, por qué nos tomábamos el liceo? La única respuesta era saber que luchábamos por “un mundo mejor”. Como estudiantes no teníamos reivindicaciones propias, entonces nos tomábamos las reivindicaciones de los obreros, de los pobladores, de los campesinos, de los pueblos originarios. Salíamos de parranda a pocas cuadras de la casa y la mayoría estudiábamos a Carlos Marx y unos pocos a León Trotski o Mao.

Yo pertenezco a ese tropel de estudiantes que buscábamos apurar el proceso que encabezaba el Presidente Salvador Allende. Teníamos extensas reuniones de base. Éramos comunistas, éramos socialistas, éramos miristas, éramos también radicales. Cada uno defendía su bandera y su partido mientras la vida se definía como un futuro inacabable. Éramos felices. Sospecho que Allamand y sus huestes derechistas también eran felices. Él incluso se cambió de liceo para hacernos la collera, un niñito de liceo particular no se estilaba en la política estudiantil secundaria.

Eran tiempos de filas para comprar el pan, de debates en la micro, de risas en la fila, de expropiaciones, de Reforma Agraria. Detrás de aquella señora de chaqueta verde, esa que mira desconcertada, ahí, justo al lado del señor con gorro, ¡esa es mi tía Juana! Salió a comprar pan y no ha vuelto, si alguien reconoce a esa señora le solicito que le indique como salir de ese atolladero. Me llamó hace poco para preguntar si puedo ir a buscarla, pero yo estoy en Chile y no hay locomoción desde aquí, ahora está conversando con un policía para que le indique la salida… Me volvió a llamar para decirme que ya llega con el pan… Hay una cola muy larga, mijo, mejor espérame con pan amasado. Ella estaba exiliada, pero nosotros no supimos el drama que aquello significaba, la doña era antigua en este barrio pero un día se esfumó, se fue mientras nosotros tratábamos de terminar los estudios, mientras nos pasábamos papelitos con las tareas del periodo, mientras aun llorábamos y nos cambiábamos de nombre.
A los pocos meses o años se nos olvidó doña Juana, le preguntamos a la vecina Laura y al viejito del negocio, le preguntamos a los que eran de derecha en la población, le preguntamos a la hermana de un primo medio derechista, él nos habló nuevamente del exilio y nuevamente no entendimos. Mi hermano dijo que eran los que se iban al extranjero. Yo no le creí, me fui a la casa, revisé todos los cajones buscando alguna señal. Aquellos que continuamos en la tarea de hacer una revolución debimos protegernos las espaldas. Todos debimos cuidarnos, unos y otros nos sentamos en la misma mesa, en la misma calle donde acosaba el feroz persecutor. Por lo que sé, fueron muy pocos los que delataron alguna casa, alguna guarida, alguna información, pero me enamoré de una muchacha que tenía siempre la palabra correcta a la hora de bajar las manos.

Era martes, despertamos en una toma en Puente Alto. A lo lejos se escuchaban disparos. Todos estábamos rondando los veinte años. No había teléfono celular, por lo que optamos por cruzar el Río Maipo a pie, mojados hasta la cintura reímos de la salvada y nos tiramos al sol para secarnos. Nos abrazamos y decidimos enfilar cada uno a su casa.

Así comienza la guerra. Estudios interrumpidos, novias que bajaban la cara al vernos, las noticias llegaban de boca en boca. El General Prat nunca pensó en preparar una ofensiva contra nuestra resistencia, tampoco el Presidente Allende se suicidio. Era la clandestinidad, el caminar esperando una cara conocida, caminando con el temor de que desde un automóvil bajaran con metrallas. Fue larga la guerra. Aún recuerdo algunos de los nombres que usaba para sobrevivir. En una cajita de fósforos me llegó la noticia de que Esteban no aparecía, también que Roberto estaba prisionero en Cuatro Álamos, en Tres Álamos, en Ritoque, en Puchuncaví, en el Estadio Nacional, en los regimientos y cuarteles de Carabinero.

Estuvimos atentos a mensajes que se leían con un libro, descifrando línea por línea, palabra por palabras, letra por letra. A los pocos meses o años recordamos a doña Juana, estaba moribunda en Bélgica. No sabemos si la sepultamos en Chillán o en Madrid, ella siempre dijo que le gustaba viajar hasta Cartagena. Éramos fantasmas, éramos invisibles, éramos sujetos sospechosos, éramos de la Resistencia, éramos comunistas, éramos miristas y socialistas, éramos un puñado de cabezas duras. Nos reuníamos en las iglesias mientras las beatas rezaban y nos deseaban una parte del Espíritu Santo.

Donde estaba el muro con la imagen del Ché y Fidel hoy es una estación de Tren Metropolitano. A esta fecha no aparecen nuestros amigos que cayeron en manos del enemigo. Escribo esto porque mis hijos no me creen tanto riesgo. Escribo para sanarme de esa enfermedad que era el miedo, el terror y la esperanza. Me ilusiono con que alguna vez podamos encontrar a miles de amigos detenidos desaparecidos. Me ilusiono con poder traer los restos de doña Juana a Cartagena. Me ilusiono con una marcha multitudinaria de obreros en La Alameda.

Hace mucho tiempo que nadie me conoce como Alejandro. Me llamo Cristian. No soy rubio, estoy canoso, pero aún estoy atento del hombre ese que camina tras mis pasos. Esta vez no caigo en la encerrona. Lo que vino después de esta historia es para largo. Por lo pronto, debo reencontrarme con las palabras que nos robaron. Debo hacer el ejercicio de abrazar a mi vecino comunista, a mi pariente socialista y a un puñado de miristas que caminan observando de reojo al que viene tras sus pasos.

Aún nos queda mucho por hacer.

Tomado de: dilemas.cl

Por *Cristian Cottet

*

Cristian Cottet Villalobos

Cristian Cottet Villalobos (Santiago, 1955), Antropólogo de la Universidad Bolivariana. Posee estudios en Ingeniería Mecánica y Pedagogía Básica.

 Últimas actividades

2012 – 2013.  Investigación: “¡Baila Chinita, baila! Religiosidad y construcción social en

Andacollo

Resumen: Trabajo de campo en la ciudad de Andacollo (IV Región), referida a las ceremonias religiosas.

2012. Profesor de cátedras: “Derechos Humanos” “Metodología de la Investigación” (Universidad Bolivariana) y “Taller de observación” , “Taller de metodología de la investigación” (Universidad ARCIS).

2012. Investigación, revisión de textos y prólogo del libro “El hablar minero en Andacollo”.

2010. Investigación: “Identificación, localización y catastro de complejos religiosos y ceremoniales mapuche. Regiones del Bío-Bío, La Araucanía, Los Ríos y Los Lagos”, del Consejo de Monumentos Nacionales (CMN), Corporación Nacional de Desarrollo Indígena (CONADI) y el Centro de Estudios de la Realidad Contemporánea (CERC-UHC).

Resumen: Trabajo de campo en las regiones indicadas, direccionado a catastrar espacios y/o territorios donde se desarrollan actividades religiosas o de actualización cultural, por las comunidades mapuches de la zona. Informe Final con prólogo “Complejos ceremoniales en la cultura mapuche”.

2010-2011. Asesor en el Ámbito Social en el Proyecto FONDART Región Metropolitana “Murales para mi barrio”.

Resumen: Capacitación a los jóvenes integrantes del Taller “Murales para mi barrio”

1988 – 2012. Fundador, Director y Editor de Mosquito Editores.

 

Libros publicados

–Amor y rebeldía; Ediciones Minga; Santiago de Chile, 1981 (poesía)

–Urbanidades; Ediciones Resurgence (Laussane, Suiza) / Taller el Sol (Santiago de Chile); 1983 (poesía)

–Chiloé, noventa días; Publicado por los Talleres Culturales de Castro; 1983 (poesía)

–Épica inconclusa; Ediciones FUNDECHI; Ancud, Chile; 1985 (poesía)

–La comunicación; Centro de Investigación Social; Santiago de Chile; 1985 (manual de medios de reproducción y comunicación)

–Proclama para anunciar un manifiesto de la épica; autoeditado; Santiago de Chile; 1985; poesía; complemento de intervención poética en Centro Cultural Mapocho

–Manifiesto un terrible descontento con ayer; autoeditado; Santiago de Chile; 1986 (poesía)

–Has recuperada nada; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1990 (poesía)

–Libro de hechos inevitables; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1996 (poesía)

–Interpretaciones y testimonios; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2002 (poesía)

–Carlos Sánchez: La razón de estar gay; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2005 (testimonio).

–¿Se atreve usted don Jano?; Mosquito Editores / Colección Crímenes Criollos; octubre 2009 (novela). Se terminó con la Beca de Creación del Consejo Nacional del Libro y la Lectura (1999).

Correo electrónico: cristiancottet@gmail.com 

cristina guerra,

15 feb. 2013 9:35

La lucha por sitios de memoria en la V Región. Academia de Guerra Naval (AGN) el “Palacio de la Risa”.

La lucha por sitios de memoria en la V Región. Academia de Guerra Naval (AGN) el “Palacio de la Risa”.

La lucha por sitios de memoria en la V Región

Los ex presos estamos pidiendo, desde siempre, verdad, justicia y reparación. Dentro está la de mantener los sitios de memoria”.

Los forados de la historia

La demolición del edificio de la Academia de Guerra Naval, por parte de la Armada a inicios de febrero, y los silencios que ha tenido que encarar la Corporación de Memoria y Cultura de Puchuncaví para obtener el terreno donde se emplazó el antiguo campo de prisioneros, subrayan los obstáculos para preservar la memoria en Valparaíso y alrededores. Una partida entre el olvido y la memoria se juega en muchos puntos de Chile.

 

EL CIUDADANO
15 APRIL
#CHILE#HISTORIA#JUSTICIA Y DD.HH#POLÍTICA#PORTADA

Silenciosamente, entre el 8 y 10 de febrero pasado, la Armada demolió el edificio de la antigua Academia de Guerra Naval (AGN), ubicado al final de la calle Pedro León Gallo, en una colina que baja al mar, en el barrio de Playa Ancha. Allí se configuró el golpe de Estado. Allí fungió el cuartel central del almirante Toribio Merino durante el 11 de septiembre. La locación también fue conocida por los centenares que fueron detenidos en los días posteriores. Al edificio fueron trasladados obreros, estudiantes, profesores, mujeres y jóvenes; militantes y simpatizantes de partidos de izquierda. Allí fueron vejados y torturados. Miguel Woodward, el sacerdote que había abrazado la causa de los pobladores, era uno de ellos. Tras ser sometido a tormentos en la Universidad Técnica Federico Santa María, fue trasladado a la AGN desde donde salió agónico hasta el buque-escuela Esmeralda. Luego fue desaparecido.

En el mapa de los sitios donde operó el terrorismo de Estado en Valparaíso, la AGN, junto al adyacente cuartel Silva Palma, relumbran como infames faros. “Tenía que dejar alimentos a los detenidos en la Academia. Hacíamos varias triquiñuelas para averiguar quiénes estaban ahí porque no se podía hablar”, rememora hoy Ricardo Tobar, cabo segundo, y uno de los marinos que intentó impedir la conjura golpista al interior de la Armada. No militaba en ningún partido de la UP pero simpatizaba con el MIR. Fue detenido el 15 de septiembre de 1973, por la FACH, en Quintero. Fue torturado y sometido a Consejo de Guerra. Desde hace años, es uno de los voceros de los Marinos Constitucionalistas y Antigolpistas, una de las agrupaciones que denunciaron el subrepticio derribo del alguna vez llamado -macabramente- “Palacio de la Risa”.

“Desde que entré a la marina, en 1964, (Allende) fue el único presidente que dijo algo por el perraje. Nos subió el sueldo. Entonces era la conciencia de clase la que jugaba a nuestro favor. El 90% o más somos hijos de obreros”, recuerda. El mayor de 7 hermanos, y oriundo del barrio de Miraflores Alto, en Viña del Mar, había ingresado con 15 años a una institución que podía darle, como cuenta hoy, una solución rápida a la escasez. “Fue la jugada de mis padres para que tuviéramos buena educación. Por edad no podía llegar a la universidad, así que era la posibilidad”.

Con sus compañeros percibió ya, a fines de los 60, el talante reaccionario de la oficialidad naval, institución conocida por su clasismo. “Cuando salió Allende, las arengas que hacían los oficiales empezaron contra el gobierno”, dice. En su unidad, la Escuela de Armamento de Las Salinas, también observó la inquietante presencia de marines y asesores militares estadounidenses.

– ¿Usted sospechaba que se incubaba en la Armada ese nivel de encarnizamiento en la represión?

“Absolutamente no. Sí sabíamos que el entrenamiento para los buzos tácticos era totalmente brutal. Tenían que descuartizar un animal doméstico… Algo propio de los gurkhas. La Infantería de Marina sí practicaba la brutalidad. Muchos se salían porque no se identificaban con lo que pasaba allí. Al (almirante Eugenio) Codina, cuando nos reunimos con él (en 2009), le preguntamos en qué parte de la instrucción naval se enseñaba a dar golpes de Estado”.

– ¿Cómo se transformaba un conscripto en una máquina de matar y torturar y, más aún, desconectado de su origen?

“Es muy fácil: El embrutecimiento. Una persona que entró medianamente al colegio, que no tuvo la capacidad de crecer como persona, era más fácil encuadrarla en el sistema de ellos. El mando siempre tiene la razón. También va a depender la guía primera que tengan, que son los padres”, contesta.

Tobar cree que el objetivo de la demolición de la AGN no sólo es el borrado de la memoria si no complementarios intereses inmobiliarios. “¿Quién o quiénes dieron la orden?”, pregunta. Recuerda cuando, a principios de los 90, echaron abajo el Fuerte Papudo, en el sector de Recreo. Hoy en ese predio se aprecian edificios. “Cuando iban a vender Las Salinas a la inmobiliaria del grupo Luksic ¿quién le permite a la Armada, que forma parte del Estado, vender cosas del Estado?. Los ex presos estamos pidiendo, desde siempre, verdad, justicia y reparación. Dentro está la de mantener los sitios de memoria”.

Por tal motivo, señala, junto al Instituto Nacional de Derechos Humanos (INDH) han presentado una acción para impedir la demolición del cuartel Silva Palma, que ven como un acto más dentro de una narración, hasta el momento impune.

“Los vestigios del pasado reciente siempre han incomodado a las FFAA y se han encargado de hacer prevalecer su visión histórica de la dictadura”, señala Alejandra López, historiadora, quien desarrolla hoy un Magíster en Derecho Internacional de Derechos Humanos. Su tesina versa sobre el derecho a la memoria y los procesos de memorialización. “Es de la mayor relevancia ético-moral que los sitios donde ocurrieron crímenes de lesa humanidad, sean rescatados por quienes sufrieron ahí prisión política y tortura. Son ellos, los testigos-sobrevivientes. Quienes más que ellos, son los llamados a liderar iniciativas de rescate de la memoria histórica reciente”.

 

CARRERAS INTERRUMPIDAS

En septiembre de 1973, Jorge Rojas era estudiante de la Universidad Técnica Federico Santa María (UTFSM), tenía 20 años y era cercano al PS. Fue detenido en octubre, al intentar inscribir los ramos del segundo semestre. Efectivos navales habían ocupado el recinto universitario desde las primeras horas del golpe de estado. Un listado puesto en la entrada les indicaba qué estudiantes debían ser apresados. Tras algunas horas fue subido a un camión, junto a otros jóvenes. Algunos viajaron sentados en el piso y otros acostados “para no ser vistos en el cruce de la ciudad”, recuerda. El destino era la Academia de Guerra Naval.

Las torturas físicas y psicológicas comenzaron desde que el grupo descendió desde el vehículo. Fueron encapuchados, y al momento de subir al tristemente célebre cuarto piso, “se pasaba una suerte de ‘callejon negro’ con golpes de culata, puntapies y puños”, recuerda Rojas. “Eran dos grandes salas. La primera, donde se llegaba en espera del interrogatorio, y la segunda, más pequeña, donde uno pasaba después. En la primera era habitual que llegara algún oficial ‘malo’ y ordenara largos períodos en posición inmóvil, que inducían calambres y otros malestares; quien cambiaba de posición era pateado. La rutina de encarcelamiento era continua. No había hora de levantarse o comida. Sólo algunas veces al día se podía ir al baño, en grupo y encapuchado”.

El baño también estaba en el cuarto piso, que aseaban los mismos prisioneros. “(Había) cero posibilidad de higiene personal, ni siquiera bucal. Alguna vez trajeron un recipiente con arroz y papas incomibles. Los interrogatorios eran en cualquier momento del día pero preferentemente de noche. Las luces estaban prendidas permanentemente y dormir era un suplicio pues llamaban todo el tiempo a alguien a interrogar. Yo fui interrogado tipo 4 de la mañana. Me sacaron con una capucha olor a vómito y un ‘cosaco’ (infante de marina) me iba torciendo el brazo. Casi al llegar al lugar de interrogatorio, recibí un fuerte golpe en la cabeza. No sé si fui golpeado o se me hizo golpear con un palo atravesado. Las preguntas estaban dirigidas, fundamentalmente, a actividades políticas realizadas y conminación a delación. Todo el interrogatorio transcurrió encapuchado por lo que nunca vi el entorno y las personas que participaban”, describe.

Durante los 4 a 5 días que permaneció detenido, Rojas pudo reconocer a otros estudiantes, un profesor de la Universidad de Chile y un sacerdote. “Hubo un marinero que, en algún momento, ofreció si alguien quería avisar a alguien afuera. Me acerqué y di un teléfono de un familiar que fue contactado indicándole que estaba en la AGN. Eso sirvió para que me hicieran llegar una frazada que me ayudó de manta y colchón”. El gesto humanitario no era común: “Había otros marinos, que llegaban a rostro cubierto, imponiendo castigos a todos, sin motivos aparentes”, cuenta.

Tras ese período, fue dejado en libertad y amenazado si hacía público lo experienciado. Fue expulsado de la universidad. Pudo viajar a Bélgica donde terminaría sus estudios de Ingeniería Civil. Sólo tras el fin de la dictadura, Jorge Rojas testimonio ante la comisión Valech. “Es lamentable la demolición de la AGN. Siguiendo esta línea, la Armada debería hundir la Esmeralda que fue, igualmente, centro de detención y torturas”, dice hoy con ironía. “Tal como en Europa, (acá) deberían preservarse los campos de concentración para la memoria histórica”.

UNA POLÍTICA AUSENTE

En 2016, fue publicado “El Golpe llegó a golpearnos” (RIL Editores). Su autor es Carlos Carstens Soto, otro estudiante de la UTFSM y militante, en ese entonces, del Frente de Estudiantes Revolucionarios (FER). El libro narra el paso de su autor por aulas secundarias y universitarias, dando cuenta de la intensa vida política y cultural porteña a inicios de los años 70. Como contracara, abunda en el fin violento de dicho proceso. Carstens fue detenido en septiembre de 1974 por efectivos navales y conducido al cuartel Silva Palma, donde fue torturado. Luego, junto a otros estudiantes, permaneció encarcelado por meses en la cárcel porteña. Igualmente fue expulsado de la universidad. Tras algún tiempo, se exilió en Inglaterra donde concluyó sus estudios de ingeniería electrónica. “Testimoniar era un deber y una necesidad. Me obligué con dolor y rabia a repasar esa historia que había ocultado por cuatro décadas pero que no había olvidado.

Frente a lo acontecido con la AGN señala: “El rescate de la memoria histórica tiene como objetivo basal el mantener el lema “para que nunca más”. Su preservación tendría que contemplar estrategias y acciones destinadas a difundir su historia a través de la educación, testimonios, cultura, y documentos relevantes tal de evitar la desaparición de estos lugares. La preservación debe ser una política de estado, ya que requiere recursos para fomentar una campaña que contemple estrategias y acciones específicas destinadas a contrarrestar su total desaparición”.

En su opinión, lo perpetrado por la Armada tiene consonancia con acciones que nunca han reconocido ni mucho menos pedido perdón: “(Se) aplica una acción sistematizada frente a ciertos reconocidos centro de detención y torturas como lo han sido Puchuncaví, Colliguay, la base aeronaval de El Belloto, y ahora la AGN, entre tantos”.

Si bien, desde 1990 a 2009 han existido 31 políticas públicas de distinta índole, que “efectivamente habla que sí ha habido un esfuerzo al respecto”, para Alejandra López ha sido la sociedad civil organizada “quienes han exigido la recuperación de los sitios de memoria y ha sido acompañada con distintos énfasis por instituciones de gobierno y expuestas a las siempre presentes trabas burocráticas”.

Como un par de datos complementarios, que explaya la magnitud de la faena, es necesario mencionar la presencia actual del monumento a Toribio Merino, en los jardines del Museo de Historia Naval, en Playa Ancha. Por otro lado, en la parte alta del cerro Placeres, una población aún lleva por nombre el de Juan Naylor, cómplice de actos tan graves como los descritos.

LA RESPONSABILIDAD

Tras pasar por el denominado campo de detención “Isla Riesco”, en Colliguay, al interior de Quilpué, Ricardo Tobar recaló en “Melinka”, el nombre que la Armada tenía para el reclusorio donde, hasta septiembre de 1973, se emplazó un balneario popular (ver El Ciudadano n° 205), en Puchuncaví, 36 kilómetros al norte de Valparaíso. Junto a otros cautivos, fue obligado levantar alambradas y torres de vigilancia en los alrededores de las cabañas con forma de A. El centro estaba a cargo de la infantería de marina. Su aspecto traía a la memoria, sin muchos esfuerzos, los campos de concentración nazis.

En abril de 1975 fueron trasladados allí Rodrigo del Villar y Miguel Montesinos, militantes del MIR. Ambos habían pasado ya por el cuartel Terranova (Villa Grimaldi), Cuatro Álamos y Tres Álamos. Su cautiverio duraría hasta 1976. “El campo tenía capacidad como para 300 personas y, por lo menos, el tiempo en que estuvimos nosotros, siempre estuvo lleno. Además, hubo rotativa de gente”, relata Montesinos, un arquitecto que, tras recuperar su libertad, permaneció en Chile.

Rodrigo del Villar vivió hasta 1991 en Suecia, tras ser expulsado en 1976. Sin embargo, a inicios en 1983 regresó hasta Puchuncaví donde tomó fotografías del predio ya abandonado. A inicios de los 90, junto a Miguel Montesinos, formó parte del grupo que preservó Villa Grimaldi, en Peñalolén. “Uno tiene una responsabilidad”, señala. “El hecho de haber vivido esa experiencia, con compañeros asesinados o hechos mierda por la tortura, te deja algo: Es importante que no se olvide. En Villa Grimaldi realizamos visitas guiadas a colegios, a universidades. Los jóvenes podían conversar con 2 personas que habían estado allí, y eso les cambiaba el switch. Hubo muchos testimonios de estudiantes que nos dejaron tras las visitas”.

“El mejor legado que podemos dejar aquellos que sufrimos este gran golpe, son estos sitios de memoria. Este país tiene el problema que la memoria es tan frágil…”, acota Montesinos.

Ambos venían visitando, durante años, lo que fue “Melinka”. Constataron la progresiva desaparición de evidencias. Primero la demolición de las cabañas y la torre, en un terreno de propiedad municipal. Las alambradas y la antena de radio fueron retiradas. El terreno fue socavado. Los restos de una cabaña con forma de A, probablemente la última, fueron trasladados a una escuela en Maitencillo. Hace poco más de un año, durante las excavaciones para la construcción de un jardín infantil, en un sector del predio, aparecieron restos de herramientas. En algunos puntos se aprecian, hoy, ciertos vestigios como los agujeros para los baños, retazos del piso de algunas dependencias, incluso el empedrado artesanal que algunos presos dispusieron a la entrada de sus cabañas/celdas.*

En 2014, junto a otras personas, Del Villar y Montesinos constituyeron la Corporación de Cultura y Memoria de Puchuncaví. “Queremos replicar lo hecho en Villa Grimaldi. El interés nuestro es que todo el mundo sepa lo que pasó. No queremos un sitio donde nos sigamos contando el cuento entre las mismas personas. Creemos que hay otras instancias para eso. No convertirlos en trincheras, que provoca reticencia en otras personas”, señala el arquitecto.

http://villagrimaldi.cl/noticias/ex-campo-de-concentracion-de-puchuncavi-debe-ser-declarado-monumento-historico/

Recorremos el terreno. Del Villar y Montesinos indican algunos puntos, como la antigua entrada al campo, los límites de la “tierra de nadie”, es decir, el espacio entre alambradas, el depósito de agua adyacente, aún en funcionamiento, todo un símbolo; al fondo, un frondoso árbol nativo, mudo testigo de décadas. “La propuesta nuestra es un centro cultural que sea usado por la gente de Maitencillo, Puchuncaví y Ventanas. No los veraneantes sino quienes viven acá. Donde haya talleres de música, pintura, artes, y temas medioambientales que es algo muy sentido”, abunda Montesinos. “No solamente estar pensando en que fue un campo de prisioneros. Para eso va a estar el museo, con fotos, artesanías, testimonios. Pero también mirar para adelante”.

Han realizado un plano que reconstruye, con los testimonios de antiguos prisioneros, las dependencias del campo de detención. Un anteproyecto de su propuesta de centro cultural puede revisarse desde su página en facebook.

Como corporación han efectuado encuentros con organizaciones locales, entre estas el Museo de Puchuncaví, pero tras gestiones con 3 administraciones edilicias no han obtenido respuesta a su solicitud de comodato del predio. “Un alcalde nos dijo: ‘Pongamos una piedra’… En 40 años más nadie se va a acordar. Lo más probable es que se destruya”, objeta Rodrigo del Villar. Esa indolencia, a su juicio, tiene consonancia con que los derechos humanos no son tema: “Desde 1997 a 2004, fue el auge de los DDHH en este país. Luego comenzó a decaer. No me refiero a la gente de la UDI y RN sino a gente que estuvo detenida y que tiene cargos importantes como diputados y senadores. El tema se les transformó en un problema. Es cosa de ver los movimientos de ex presos solicitando que, por favor, se les retribuya por el drama que se les hizo, y lo siguen viviendo”.

Felipe Montalva

El Ciudadano

VER

*la medida 29
Ritoque y Puchuncaví
reconstrucción de la memoria
de un sitio borrado

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La historia de los marinos chilenos que se opusieron al golpe de Estado

Marinos que se opusieron al golpe

Los hijxs del exilio. Trailers y música.

Los hijxs del exilio. Trailers y música.
Hijos del exilio
CICLO

Hijos del exilio

 

En el marco de la muestra Exilios, este ciclo reúne películas que indagan sobre la experiencia de niños y niñas que vivieron su infancia en el exilio: el desarraigo, el viraje abrupto de la vida cotidiana y la dificultad de comprender aquellos cambios. La convivencia entre alegrías y tristezas, el alivio de poder hablar de lo prohibido sin miedo, la adaptación a esa nueva vida incierta, echar raíces; y de pronto… volver, y un nuevo desarraigo.
Esto es parte del universo que estas películas exploran, en primera persona o en relato coral, a través de la mirada adulta y en algunos casos también desde la experiencia de la paternidad.
El ciclo acompañará la muestra durante marzo, abril y mayo con proyecciones el último sábado de cada mes.

Sábado 1 de abril / 19 HS

El (im)posible olvido

El (im)posible olvido

Con la presencia del director, Andrés Habegger

(Argentina 2016, 81’)

Un padre, activista político, casi un héroe, víctima de la violencia militar latinoamericana de los años setenta. Un hijo que vivió con esa ausencia la mayor parte de su vida. Una historia repleta de olvidos. Un intento de recuperar momentos, situaciones, gestos y objetos. Este film es un viaje interno, emocional y político hacia el lugar donde se alojan los momentos olvidados.

Dirección: Andrés Habegger / Guión: Andrés Habegger / Fotografía: Melina Terribili / Montaje: Alejandro Brodersohn / Música: Jorge Aliaga / Productora: coproducción Argentina-México-Brasil; Cepa Audiovisual, Naderías Cine. Calificación: apta para mayores de 13 años.

Sábado 29 de abril / 19 HS

La guardería

La guardería

Con la presencia de la directora, Virginia Croatto

(Argentina 2015, 71’)

Durante la llamada Contraofensiva de Montoneros se crea en La Habana “La Guardería”, una casa en donde los hijos estarían seguros y al cuidado de compañeros de la misma organización. Más de treinta niños pasaron por allí. Muchos aprendieron a hablar, dieron sus primeros pasos y se educaron en las escuelas cubanas, mientras esperaban que sus padres volvieran por ellos. Finalmente con la democracia, vuelven a ese país mítico del que tanto les hablaron, por el que sus padres lucharon y hasta perdieron la vida, pero se confrontan con una realidad que es muy diferente a sus sueños. Hoy, los adultos que fueron esos niños, nos cuentan sus recuerdos, fantasías y análisis de lo que fue su particular niñez.

Dirección: Virginia Croatto / Guión: Gustavo Alonso / Fotografía: Marcelo Iaccarino, Ignacio Masllorens / Montaje: Lucas D’Alo, Virginia Croatto / Música: Nicolás Sorín / Productora: CEPA, INCAA. Calificación: apta para todo público.

Sábado 27 de mayo / 18 HS

Retour: Volver

Retour: Volver

Dirección: Martin Bourgault

(Canadá 2016, 61’)

El cantante y músico Tomas Jensen vuelve a la Argentina después de cuarenta años en el exilio: sus padres huyeron de la dictadura militar cuando tenía seis años. De vuelta en su país natal, redescubre lugares de su infancia, se reúne con un primo perdido y establece contacto con músicos de la escena argentina actual. Con ellos grabará un álbum en un estudio de Buenos Aires y tocará unos cuantos espectáculos al público local. Un regreso hacia los orígenes y el sonido.

Dirección: Martin Bourgault / Guión: Martin Bourgault / Fotografía: Martin Bourgault / Montaje: Andrea Henriquez, Martin Bourgault / Música: Tomas Jensen / Con la presencia de: Tomás Jensen, Damian Nisenson, Fernando Kabusacki, Mene Savasta Alsina, Marina Fages / Productora: Let Artists be.

Sábado 24 de junio / 19 hs

El Premio

El Premio

Con la presencia de la directora, Paula Markovitch

(México 2011, 120’)

El premio aborda el exilio interno desde el punto de vista de una niña. En 1977, Cecilia tiene siete años y aprende que no debe revelar su verdadera identidad. Se acostumbra a fingir y a decir lo contrario de lo que piensa. Un día, escribe una composición por encargo de las maestras y recibe un premio de manos de los militares, los mismos que probablemente mataron a su papá. Esta premiada película está basada en los recuerdos de la directora que reside en México.

Guión y dirección: Paula Markovitch / Producción: Izrael Moreno, Pablo Boneu y Paula Markovitch / Fotografía: Wojciech Staron / Música: Sergio Gurrola / Dirección de Arte: Bárbara Enríquez y Oscar Tello / Sonido directo: Isabel Muñoz y Alexis Stravopulos / Diseño de sonido: Sergio Díaz y Arturo Zárate / Edición: Lorena Moriconi, Mariana Rodríguez y Paula Markovitch / Entrenamiento actoral infantil: Silvia Villegas.

Archivo Huelga de Hambre, CEPAL 1977

Archivo Huelga de Hambre, CEPAL 1977
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Anita Altamirano

Anita Florencia Altamirano Aravena Esposa de Juan Antonio Gianelli Company, profesor y dirigente comunista del sindicato único de la educación, desaparecido en su lugar de trabajo frente a testigos en la escuela de niñas nº24 …

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Ernestina Alvarado

Ernestina Alvarado Rivas Madre de Nalvia Rosa Mena Alvarado, quien fue militante de las Juventudes Comunistas y estaba embarazada con tres meses de gestación al momento de su detención junto a su esposo Luis Emilio …

Wilma Atoine

Wilma Antoine

Wilma Antoine Lazzerini Esposa de Horacio Cepeda Marinkovic Caso de los 13: Constructor civil de profesión, ex director de la empresa de transportes colectivos del estado y militante del partido comunista quien fue detenido el …

Monica Araya

María Mónica Araya

Maria Mónica Araya Flores Hija de Bernardo Araya y María Olga Flores Hija del matrimonio entre Barnardo Araya Zuleta, ex diputado por el partido comunista, además dirigente nacional de la CUT y Maria Olga flores …

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Irma Arellano

Irma Arellano Hurtado Casada, con 3 hijos junto a Armando Portilla Portilla: operador mecánico, ex-director de Endesa y militante comunista, quien fue detenido el 9 de diciembre de 1976 en la vía pública por agentes …

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Mercedes del Carmen Arevalo Pantoja Esposa de Miguel Nazal Quiroz Casada, con 4 hijos junto a Miguel Nazal Quiroz: miembro del comité central del partido comunista, ex-director de la CUT en Villarica.  detenido el 11 …

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Caupolicán Cruz

Caupolicán Cruz Díaz Hermano de Lisandro Tucapel Cruz Díaz: telegrafista, ex dirigente sindical de los trabajadores de la empresa Cementos Polpaico y militante del Partido Comunista, fue detenido a los 52 años de edad el …

Edith Díaz

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Edith Díaz Bahamondes Cónyuge de Fernando Alfredo Navarro Allende Caso de los trece. Fernando Alfredo Navarro Allende, producido el Golpe Militar, comenzó a ser buscado para su detención; su hogar fue allanado en múltiples ocasiones por efectivos del …

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Cecilia Escobar

Cecilia Escobar Cepeda Hermana de Elisa del Carmen Escobar Cepeda Caso conferencia Elisa del Carmen Escobar Cepeda, soltera, obrera, militante del Partido Comunista, fue detenida el día 6 de mayo de 1976 en una “ratonera” …

Ninfa Espinoza

Ninfa Espinoza

Ninfa Espinoza Fernández Hermana de Eliana Espinoza Fernández Caso conferencia Eliana Marina Espinoza Fernández, soltera, comerciante, militante del Partido Comunista, salió de su casa aproximadamente a las 17:30 hrs. del día 12 de mayo de …

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Carolina Gajardo

    Carolina Gajardo Carolina Gajardo tenía 23 años cuando fue convocada por las compañeras Ana González y Sola Sierra para participar en la huelga de hambre. Su esposo, Luis Emilio Maturana, había sido detenido …

Irene Godoy

Irene Godoy

Irene Godoy Godoy Esposa de Humberto Fuentes Humberto de las Nieves Fuentes Rodríguez, ex Regidor de la comuna de Renca, militante del Partido Comunista, fue detenido el día 4 de noviembre de 1975, por efectivos …

Ana González

Ana González

Ana González Nació en la ciudad de Tocopilla, el 27 de julio de 1925. Tempranamente se unió a las Juventudes Comunistas  donde conoció a su esposo Manuel Recabarren, quien se mantuvo activo en el Partido Comunista hasta el momento de …

Norma Matus

Norma Matus

Norma Matus González Madre de Carlos Alberto Carrasco Carlos Alberto Carrasco Matus, 21 años de edad, soltero, Cabo Segundo del Ejército, era estudiante de Instituto Comercial N°5, del cual había sido dirigente estudiantil, ex militante …

16

María Estela Ortíz

  María Estela Ortiz, hija de Fernando Ortiz, desaparecido el 15 de diciembre de 1976, fue una de las organizadoras de la huelga de hambre. Ella junto a Sola Sierra y María Luisa Azocar, convocaron …

María Luisa Ortíz

María Luisa Ortíz

María LuisaOrtiz Hija de Juan Fernando Ortiz Letelier   María Luisa Ortiz, se desempeña como Jefa del Área de Colecciones e Investigación, Museo de la Memoria y los Derechos Humanos. Es hija de Juan Fernando …

María Adriana Pablós

María Adriana Pablos

María Adriana Pablos Esposa de Carlos Contreras Maluje   El 2 de noviembre de 1976, Contreras Maluje, entonces de 29 años de edad, ex regidor de Concepción, y de profesión químico farmacéutico, fue detenido por agentes …

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Isolina Ramirez

Isolina Ramirez Esposa de Mario Zamorano Donoso Caso Conferencia : Mario Jaime Zamorano Donoso, casado, tres hijas, obrero marroquinero, miembro del Comité Central del Partido Comunista, fue detenido junto a un grupo de dirigentes de …

Violeta Reyes

Violeta Reyes

Violeta Reyes Pareja de José Enrique Corvalán Valencia José Enrique Corvalán Valencia, casado, 6 hijos, dirigente sindical, militante comunista, fue detenido por la DINA el 9 de agosto de 1976, alrededor de las 10 horas, …

Marta Rocco

Marta Rocco

Marta Rocco Esposa de Mario Juica Vega Mario Jesús Juica Vega, casado, 5 hijos, ex presidente de los obreros municipales de Renca, militante comunista, fue detenido por agentes de la DINA el 9 de agosto …

Max Santelices

Max Santelices

 Pablo Jose Maximiliano Santelices Tello   Esposo de Reinalda del Carmen Pereira caso de los 13 Reinalda, hija única, casada, embarazada de cinco meses de su primer hijo, tecnóloga médico, ex dirigente de la salud …

Sola Sierra

Sola Sierra

Sola Sierra Henríquez esposa de Waldo Ulises Pizarro Sola Sierra Henríquez nació en Santiago en 1935. Hija de Marcial y Ángela, sobreviviente de la Matanza de Santa María, quienes tenían una tradición familiar de militancia …

Tania Toro

María Tania Toro

María Tania Toro Hermana de Nicomedes Toro Bravo Nicomedes Toro, de 31 años de edad, soltero, obrero, era miembro de la Brigada Ramona Parra del Partido Comunista. Detenido el día 28 de julio de 1976 …

Aminta Traverso

Aminta Traverso

Aminta Traverso Bernaschina Esposa de Marcelo Concha Bascuñan, primo de Iván Sergio Insunza   Marcelo Concha Bascuñan tenía 30 años de edad, casado, padre de tres hijos, militante del Partido Comunista  y de profesión Ingeniero Agrónomo , …

Carmen Vivanco

Carmen Vivanco

Carmen Vivanco Esposa de Oscar Ramos Garrido, Madre de Oscar Ramos Vivanco, hermana de Hugo Vivanco Vega, cuñada de Alicia Herrera Benitez y tía de Nicolás Vivanco Herrera (hijo de Alicia Herrera )   “Me …

Museo de la Memoria. Exposición
 Lenguaje y archivo: Exploraciones performativas, visuales y sonoras del archivo Huelga de hambre en la CEPAL, 1977.
“La voz se sostiene en “la ley no escrita”. (Esta división es puesta vívidamente en escena en Antígona, con la distinción entre las leyes divinas no escritas y las leyes humanas de la polis.)Podríamos ver aquí un sucinto resumen de lo que Kant denominará,un par de milenios más tarde, la oposición entre moralidad y legalidad.Esta distinción depende de que se comprenda de cierta manera la división entre la voz y la letra,donde se concibe la moralidad como un asunto relativo a la voz y la legalidad como un asunto relativo a la letra.”Dolar, Mladen. Una voz y nada mas.1ª edición, Ediciones Manantial SRL., Buenos Aires, 2007.
Esta obra fue un proceso de investigación y creación colectiva[1] sobre la primera huelga de hambre de los familiares de los detenidos desaparecidos –CEPAL, 1977– a partir del archivo sobre la misma, depositado en el Museo de la Memoria y de la entrevistas a fuentes directas –testimonios de los participantes de la huelga de hambre–.
Contexto histórico
En 1977 familiares de detenidos desaparecidos inician una serie de acciones que marcaron el comienzo de una nueva etapa en la búsqueda de justicia para sus familiares víctimas de la dictadura. El 14 de junio de 1977 se inicia La huelga de hambre en la CEPAL[2] que duró 9 días, constituyéndose en la primera huelga de hambre de familiares de detenidos desaparecidos y la segunda huelga de hambre en dictadura.[3]
La huelga de hambre en la CEPAL, dispuso de los cuerpos en colectivo para la resistencia del mismo como protesta ante la violencia del Estado, exigiendo una respuesta sobre el paradero de sus familiares desaparecidos: 24 mujeres y 2 hombres iniciaron la huelga de hambre con el lema “mi vida por la verdad. En la Sede de la CEPAL de Santiago, desplegaron un lienzo de diez metros de largo que proclamaba: “Por la paz, por la vida, por la libertad, los encontraremos”[4] . Y aseguraron que no saldrían de ahí hasta que Pinochet se comprometiera a responder por los desaparecidos.Esta huelga se produjo en pleno funcionamiento de la DINA y a casi seis meses de la detención y desaparición del Comité Central del Partido Comunista en clandestinidad –ocurrido en diciembre de 1976– , los familiares buscaban a sus parientes vivos.
La importancia de esta Huelga radica en varias acciones y consecuencias hasta ese momento inéditas en la lucha contra la dictadura:– Da a conocer a nivel global lo que estaba pasando en Chile en relación la violación sistemática de los derechos humanos y en especial el caso de los detenidos desaparecidos.
Hubo un intercambio de información que logró ser publicado por los medios en Chile debido a la presión que fue ejercida desde el exterior, esto debido a la condición internacional de la CEPAL y al aparato montado por los ayudistas de la huelga que activaron huelgas de hambre en otras sedes de la CEPAL, por ejemplo en México.– Entregó una clara señal a la dictadura de que el Partido Comunista no había sido exterminado, reactivando los sistemas de operación clandestinos y públicos del Partido bajo las acciones de los denominados un-dos-tres los cuales habían sido fuertemente golpeados por la detención y desaparición del Comité Central.
María Estela Ortiz se refiere a esta estructura:“Trabajamos con gente que jugó un rol determinante para que pudiéramos entrar, otra gente que jugó un rol determinante para hacer los chequeos de salud de todo tipo, con electrocardiograma, con todo y trabajamos en la clandestinidad, osea, todo fue fuera de la Vicaría, nos juntábamos en otros lugares, sabíamos sólo las personas que estábamos en el un,dos, tres.Un dos tres le decíamos en la época de dictadura a los equipos que dirigíamos– porque éramos tres personas, éramos nosotros tres donde cada uno tenía una responsabilidad”. ( Extracto de entrevista a Estela Ortiz )–
Instaló inéditas operaciones de despliegue organizado mediante la  utilización de diversos medios de publicación, preparación de la huelga ­–chequeos médicos, coartadas para ingresar a la CEPAL, cambios de vestimenta, peluquería, sistema de parejas para ingresar, puntos de encuentro, lo que debían llevar a la huelga, etcétera–  y la vinculación con organizaciones internacionales en contra la dictadura.
Podríamos decir que con esta huelga de hambre la dictadura se vio enfrenta a un cambio en el lenguaje de la resistencia, el se cual rebeló en forma de un cuerpo colectivo, afectado, militante y resistente –cuerpos en su mayoría de mujeres–, la violencia de la dictadura ejercida sobre el cuerpo desparecido, señalando su ausencia.De este modo la huelga de hambre es percibida como una política del cuerpo ejercida en contra de la represión, de un cuerpo político que opera a través de actos vitales de transferencia, transmitiendo el saber social, el sentido de identidad y la memoria a partir de acciones que de acá en adelante se tornaran reiteradas.
Bitácoras, cartas, notas de prensa, dos fotografías, declaraciones de apoyo, etcétera, es lo que contiene en la actualidad el corpus archivado de la huelga depositado en el Archivo del Museo de la Memoria[5], el cual segmentado bajo lógicas archivísticas del Museo, disemina su noción inicial de un cuerpo concebido como uno sólo en lo colectivo, donde lo escrito es nuevamente, lo inscrito en el archivo, su documentación, dejando en estado de latencia lo impermanente como la potencia real del archivo.Así, como parte de un proceso de búsqueda y exploración de lenguajes, sus límites y sus diferencias, que se inician con el archivo Arqueología de la ausencia, es que emerge y como una insistencia en mi producción visual, la lectura –la voz como objeto–  y el montaje del fragmento, poéticas a que refieren al archivo y a la imposibilidad de la construcción de un relato único y hegemónico. Así, restaurando el vestigio y los intersticios como poéticas por medio del montaje, se produce la articulación crítica sobre la tensión y las diferencias entre la inscripción legal –documento– y la lectura del mismo, vista ésta –lectura– como un instancia en que la voz como objeto estético vehicula los conceptos del fragmento como condición inherente al archivo y la impermanencia del sonido como la subversión de la idea originaria del archivo, lo dispuesto para permanecer.
Verónica Troncoso
02_vero
Magister en Artes Visuales de la Universidad de Chile.
Participó como directora del proyecto de investigación y creación sobre la primera Huelga de Hambre realizada por familiares de Detenidos Desaparecidos durante la dictadura cívico-militar en Chile, la cual se llevó a cabo en junio de 1977 en las dependencia de la CEPAL.
 ARTE ARCHIVO Y DERECHOS HUMANOS.
Formulación proyecto huelga de hambre, 1977
“Los archivos han sido sacralizados y al mismo tiempo “desordenados” al poner en cuestión el canon,las instituciones y las historias construidas.Ahora, como nunca antes, se constituyen en repositorios desde el cual es posible escribir otras historias.”Andre Giunta, #Errata 1
La progresiva referencia al archivo como programa de producción en el arte contemporáneo, tiene una de sus condiciones más importantes en la necesidad de reflexionar la crisis del humanismo a la que nos enfrentan los acontecimientos y, más precisamente, los procesos históricos que se suceden desde el siglo XX hasta hoy.
Acontecimientos y procesos que han puesto concretamente en entredicho la posibilidad de elaborar una historia que, al modo de una narración, permitiera comprender lo que ha sido el devenir de los pueblos. En este sentido las artes visuales se constituyen como un campo dialógico de exploración y proliferación de lenguajes, en donde éstos –los lenguajes– representan no solo la posibilidad de nuevas lecturas con respecto al archivo, sino a su vez, la reactivación de los mismos, bajo diversas operaciones visuales y de montaje de lo contenido en el corpus del archivo, así como señala Graciela Carnevale: “Mostrar el archivo es una forma de compartir con los otros. Es un espacio de diálogo, un espacio en el que unos escuchan a los otros e intercambian perspectivas y preguntas sobre su propia práctica. Entendiendo el archivo como un espacio abierto en el que uno contempla, discute y debate. Lo concibo como un proceso, como algo incompleto que es reforzado por cada nueva experiencia del presente.“
Los desastres que marcan este fin del milenio son también archivos del mal; disimulados o destruidos, prohibidos, desviados, «reprimidos». Su tratamiento es a la vez masivo y refinado en el transcurso de guerras civiles o internacionales, de manipulaciones privadas o secretas. Nunca se renuncia, es el inconsciente mismo, a apropiarse de un poder sobre el documento, sobre su posesión, su retención o su interpretación. ¿Más a quién compete en última instancia la autoridad sobre la institución del archivo? ¿Cómo responder de las relaciones entre el memorándum, el indicio, la prueba y el testimonio?”(Derrida, Mal de Archivo)
Los archivos sobre derechos humanos en Chile producidos por el Estado, son en la actualidad archivos cerrados y parcialmente clausurados, sobre ellos se han aplicado leyes de secreto y de seguridad. Los archivos sobre este tema de los cual se disponen, han sido producidos por iniciativas ciudadanas sin contraparte. Esta falta de contraparte ha consignado a estas historia como <<personales>>, por ende subjetivas, haciendo que la inscripción en la denominada historia con mayúscula, les haya sido negada por muchos años.
Podríamos decir que las operaciones sobre el archivo desde el campo del arte generan la posibilidad de su inscripción en un espacio para el cual no estaba pre-consignado.
Los archivos olvidados, los archivos disfuncionales, los archivos secretos han sido problematizados sistemáticamente desde el campo del arte.
Voluspa Jarpa con su obra Minimal Secret, expuesta en la feria Arco de Madrid, problematiza los archivos desclasificados y tachados de la CIA sobre Chile, mediante el desplazamiento del archivo, la puesta en escena de su tachadura y por ende de su clausura, es que se deja ver los fragmentos incompletos de una historia que no se puede contar.
 “El deber de la memoria no se limita a guardar la huella material, escritura u otra, de los hechos pasados, sino que cultiva el sentimiento de estar obligados respecto a estos otros de los que afirmaremos más tarde que ya no están pero que estuvieron.
Pagar la deuda, diremos, pero también someter la herencia a inventario” (Ricoeur)
En 1977 la agrupación de familiares de detenidos desaparecidos inicia una serie de hechos que marcaron el comienzo de una nueva etapa en la búsqueda de justicia para las víctimas de la dictadura. La huelga en la Cepal vii que duró 9 días, dispuso de los cuerpos en colectivo para la resistencia del mismo como protesta ante la violencia del Estado, exigiendo una respuesta sobre el paradero de los familiares desaparecidos, “24 mujeres y 2 hombres de la agrupación de familiares de detenidos desaparecidos iniciaron una huelga de hambre con el lema “mi vida por la verdad” en la Sede de la Cepal de Santiago, allí desplegaron un lienzo de diez metros de largo que proclamaba: “Por la paz, por la vida, por la libertad, los encontraremos” . Y aseguraron que no saldrían de ahí hasta que Pinochet se comprometiera a responder por los desaparecidos” .
Otros familiares de la Agrupación entregaron una nota a 16 medios de comunicación, también repartieron volantes en las calles, pintaron murales, organizaron misas y hubo en su apoyo declaraciones de abogados, personalidades políticas y sociales, un grupo amplio de intelectuales y decenas de federaciones sindicales”.La huelga de hambre en la Cepal, es el punto de partida en el despliegue de nuevas estrategias y acciones colectivas en el ámbito de la resistencia y denuncia contra la dictadura militar, en donde “el cuerpo es también lugar de resistencia cuando se vive como primer espacio de soberanía”. El cuerpo afectado por el hambre, el cuerpo como uno subversivo, que hace uso de la decisión de no ejercer una acción de violencia externa sino de la internalización de ésta para manifestarse, es sólo su propia inapetencia el actor de la acción silenciosa.
 .Bitácoras, cartas, notas de prensa, una fotografía, listas, etcétera, es lo que contiene en la actualidad el corpus archivado de la huelga, segmentado bajo las lógicas del archivo, diseminando su noción inicial de un cuerpo concebido como uno sólo en lo colectivo, donde lo escrito es lo inscrito en el archivo, su documentación , dejando en estado de latencia lo impermanente como la potencia real del archivo, su lectura.Su potencia real radica en la reactivación de lo que hemos denominado la letra muerta en el archivo, como un acto que trae al presente un hecho del pasado a través de lo oral que está contenido en él .
Las Yeguas del apocalipsis en 1993 , realizan en protesta por la ausencia de políticas concretas de justicia por parte del gobierno de Aylwin frente a las violaciones a los derechos humanos , la performance Tu dolor dice: Minado. En un ex centro de detención ilegal en calle Belgrano –Santiago– Lemebel y Casas realizan la lectura performática de la lista de los detenidos desaparecidos reconocidos por el Estado de Chile y publicados en el informe Rettig, la lectura se efectúa dando la espalda al espectador , en donde las espaldas desnudas de Lemebel y Casas presentan al cuerpo expuesto como imagen anónima del mismo, mientras tanto la lectura trae a presencia mediante el sonido al nombre del desaparecido , reactivando la letra muerta del archivo mediante lo efímero de la voz y su puesta en escena. La lista del archivo es reactivada mediante la performatividad de la voz y su puesta en escena, ya no son nombres pertenecientes a una estadística del horror, sino que son sonidos concretos de la realidad del horror. La acción realizada por Lemebel y Casas dispone de parte del archivo –la lista– haciendo cruces entre archivo, cuerpo y performance.Surge entonces la interrogante de buscar un elemento transversal entre una huelga de hambre y un acto performático más que el mismo cuerpo; donde el acto performático según (*) Richard Schechner parte por hacer una diferencia fundamental para entenderlo, algo es performance o algo se puede entender como performance.
Podríamos decir que la incidencia de la violencia sobre el cuerpo colectivo así como sobre el cuerpo individual trasciende los territorios primariamente pactados y así como la Huelga de hambre puede ser vista como una performance, la acción de Lemebel y Casas puede ser vista como un acto político, como señala Suely Rolnik: “Lo que lleva a los artistas a agregar lo político a su investigación poética es el hecho de que los regímenes autoritarios entonces vigentes en sus países inciden en sus cuerpos de manera especialmente aguda, pues afectan su propio quehacer, y es así como viven al autoritarismo en la médula de su actividad creadora. Se asocia así el impulso de la creación al peligro de sufrir la violencia por parte del Estado, que puede ir desde la prisión hasta la tortura y llegar incluso a la muerte; dicha asociación se inscribe en la memoria inmaterial del cuerpo: es la memoria física y afectiva de las sensaciones de dolor, miedo y humillación.”
Las huelgas de hambre son vistas como una política del cuerpo ejercida en contra de la represión, el cuerpo de lo político opera como actos vitales de transferencia, transmiten el saber social, el sentido de identidad y la memoria a partir de acciones reiteradas. “Constituyéndose como performance mediante su archivación”, así el proceso de archivo puede caracterizarse de algún modo como un acto performático, su reactivación en la inversión de su escritura, en donde la reescritura del archivo está dada por el sonido de su lectura y la lectura de su sonido vendría a ser el capital político de lo inmaterial/oral.
Texto perteneciente a parte del proyecto de investigación y creación sobre la huelga de hambre de 1977.
Tagged: archivo, derechos humanos[1] Este proyecto de investigación fue premiado con el Fondo de Incentivo a la Creación de la Universidad de Chile. Proyecto del cual soy directora, los demás participantes del mismo fueron: el académico Mauricio Barría; los tesistas de pre-grado del Departamento de Artes Visuales: Jennifer Frías, Waldo Estuardo y Sergio Michael; y los alumnos Pablo Sanchez y Matías Serrano. Todos pertenecientes a la Facultad de Arte de la Universidad de Chile.[2] Comisión económica para América Latina y el Caribe.[3] La primera fue realizada de los presos de Puchuncaví en 1975, en protesta por el caso de los 119.[4] Amorós, Mario. “Después de la Lluvia: Chile la memoria herida.” P.394 . Versión digital, visitada el 20 de febrero del 2015. Véase en: books[5] El archivo sobre la Huelga de hambre en la CEPAL, se encuentra dentro del Fondo Ortiz- Rojas. Fondo ordenado tanto por pieza como por fondo documental, un total de 7 carpetas con documentos, de los cuales hay una parte digitalizada.

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Mi padre Ismael Chávez.

Mi padre Ismael Chávez.

El 11 de septiembre del año 2013, 40 años después del golpe militar, Juan Carlos Chávez interpuso la primera querella criminal contra Agustín Edwards como autor intelectual del delito de homicidio, en favor de los 119 muertos en la Operación Colombo, entre ellos su padre. Esta es la historia de su larga búsqueda y la sensación de liberación que tuvo después de sentar en el banquillo al magnate de la prensa chilena. “Me sentí más liberado y que en cierta forma hacía justicia por mi viejo y por todos aquellos que no se pudieron defender en su momento”, cuenta.

Poco antes de la medianoche, golpearon a la puerta de la casa. “¿A quién busca?”, preguntó Mónica Pilquil a un hombre alto y de voz amable que le pidió hablar con Juan Carlos. Pese a que no era el nombre original de su esposo, sino la chapa con la que lo identificaban en el MIR, accedió a buscarlo sin entrar en detalles.

Si bien era extraño que un desconocido se presentara a esa hora en la casa, pensó que podía tratarse de un compañero que desconocía la identidad original de Ismael. Una estrategia habitual en el trabajo clandestino de aquellos años que no le causó mayores sospechas. “Debe tratarse de algo importante”, pensó.

Esa misma tarde Ismael Chávez había presentado a su hijo recién nacido a sus alumnos de expresión corporal en el Duoc. Estaba tan orgulloso que pidió a Mónica que lo llevara y luego regresaron juntos a su hogar. Cuando descansaba con el niño en una habitación sintió el llamado de su esposa. Al llegar a la puerta escuchó un leve forcejeo.

Tres hombres habían ingresado a la fuerza al domicilio y se identificaron como agentes del Estado. Afuera los esperaba un vehículo con el motor encendido. Recién ahí entendieron que se trataba de una operación de la DINA para capturar a militantes de izquierda delatados por compañeros torturados, que en jerga de la época se conocía como “poroteo”.

Antes de marcharse, sin que se percataran los visitantes, Chávez le entregó a Mónica un puñado de boletos de micros donde se escribían los puntos de encuentro durante la resistencia para que se deshiciera de ellos. Los agentes le dijeron a la familia que se trataba de algo rutinario y que regresaría en un par de horas. Mónica se subió a una escalera y observó desde el techo como su marido era escoltado por tres personas. Llevaba un poncho negro y transmitía una extraña sensación de calma. Ismael Chávez Lobos tenía 22 años y un hijo de menos de un mes de vida. El 26 de julio del año 1974 fue el último día que su familia lo vio con vida.

FALSO ENFRENTAMIENTO

El 22 de julio de 1975, casi un año después de su desaparición, la familia de Ismael Chávez se enteró a través de la prensa que había muerto en un enfrentamiento entre extremistas ocurrido en Argentina, conocido como Operación Colombo. La lista de 119 fallecidos, publicada por la revista argentina LEA y el diario brasileño O’Día, fue replicada en Chile por El Mercurio, La Tercera y el vespertino La Segunda. Este último, en un alarde de impudicia, tituló en primera plana: “Exterminados como ratones”.

La noticia rápidamente fue desmentida por agencias internacionales y el montaje periodístico quedó en evidencia.  En el campamento de concentración de Melinka, en Puchuncaví, 95 presos iniciaron una huelga de hambre denunciando que algunos compañeros asesinados habían estado hacía pocos días en el lugar.A tanto llegó el revuelo internacional que Sergio Diez, entonces embajador de Chile ante la ONU, tuvo que acudir a la Asamblea General de Naciones Unidas a dar explicaciones. Allí, con el desparpajo de los cómplices, aseguró que los asesinados ni siquiera tenían existencia legal.

Mónica, con su hijo en brazos, recorrió todos los centros de detención donde estaban recluidos los presos políticos, especialmente Cuatro Álamos y el Estadio Nacional. En ninguno de esos lugares recibió alguna pista sobre el paradero de Ismael Chávez. Su marido, a quien conoció cuando tenía 18 años en una marcha en el centro de Santiago, pertenecía al frente de estudiantes universitarios que dependía del Movimiento de Izquierda Revolucionaria.

Chávez había estudiado teatro en la Universidad de Chile y el mismo año de su desaparición se matriculó en la escuela de Derecho de la misma casa de estudios. Soñaba con ser diplomático de carrera y estaba convencido de que la intervención militar no se prolongaría por mucho tiempo.

Mientras, se dedicaba a labores de propaganda, confeccionando en mimeógrafo El Rebelde, una revista clandestina elaborada por el MIR donde escribía artículos y Mónica le ayudaba con las ilustraciones. Ambos, además, trabajaban en distintas poblaciones del sector poniente de Santiago. Juan Carlos, como conocían a Ismael, se dedicaba a realizar teatro comunitario en cuanto centro cultural se levantó en aquellos años. Buscaba concientizar a los pobladores a través de su oficio. Siempre decía que hacer teatro, era hacer política.

Mónica quedó embarazada en su último año de secundaria. Pese a que la gente del MIR no era partidaria de que sus miembros se casaran, entendiendo la grave crisis política que atravesaba el país, la pareja decidió contraer matrimonio. Lo hicieron el 1 de febrero del año 1974. Cinco meses más tarde nació Juan Carlos, bautizado así en honor a la “chapa” política de su padre, desaparecido pocos días después de su nacimiento. En 1977, después de varios allanamientos a la casa de Mónica, esta decide exiliarse en Holanda junto a su pequeño hijo.

EXILIO

Juan Carlos Chávez tenía apenas tres años cuando llegó a Ámsterdam. En Holanda comenzaron a vivir con una tía. Mónica empezó a trabajar en un comité internacional de refugiados, ligado al partido radical, y luego en servicios de solidaridad a otros países latinoamericanos que estaban en guerra, como Nicaragua y El Salvador.

El constante activismo político de su madre, despertó tempranamente las inquietudes políticas de Juan Carlos. La casa siempre estaba rodeada de dirigentes de diversos países y escuchaba lo que pasaba en otras partes del mundo. “Yo era súper chico y hacía análisis políticos, sabía harto de historia, sobre la vida del Che Guevara y le conversaba a la gente que llegaba a la casa. Ellos quedaban impactados. Era algo inconsciente”, recuerda Juan Carlos.

Pese a que su entorno era eminentemente político, él nunca se sintió como un exiliado. Iba a una escuela normal, hablaba perfectamente el idioma y su madre acababa de recibir un subsidio de vivienda por parte del gobierno holandés. Como todo niño de su edad comenzó a preguntar por qué su padre no lo iba a buscar al colegio. “A los cinco años supe que estaba desaparecido. Mi madre nunca me inventó nada. Siempre trató de explicarlo y como estábamos metidos en el tema político se me hizo más fácil”.

Juan Carlos piensa que esa resiliencia, en el fondo fue una estrategia emocional para transformar el dolor en un tema político, ideológico, de lucha. Un proceso que con los años, admite, le provocó algunos trastornos psicológicos. “Uno puede disfrazar ciertas cosas como heroísmo, pero tarde o temprano las cosas comienzan a afectarte. Es un fenómeno inconsciente que uno utiliza como una barrera de protección”, analiza hoy.

Encontrar un espacio en el mundo, definir su identidad, fue un trabajo largo y también doloroso. Una búsqueda que comenzó cuando visitó por primera vez Chile cuando tenía 10 años. Su madre, que tenía una relación formal con un ciudadano holandés con los que tuvo dos hijos, terminó de estudiar trabajo social y pidió hacer su práctica en Chile en la Vicaría de la Solidaridad.

El reencuentro con Chile coincidió con las emblemáticas jornadas de protestas en contra de la dictadura. Era el año 1984 y Juan Carlos tenía 10 años. Recuerda haber estado en la Villa Francia con dos de sus tías, arrancando de los pacos por unos estrechos pasajes de la población, en una protesta luego de la muerte de los hermanos Vergara. “Comencé a correr en la misma dirección que lo hacía la gente, había una tremenda balacera, y de repente me meten a una casa. Lo más gracioso es que estaba tirado en el piso y unos metros más allá, en el antejardín, estaba una de mis tías. La solidaridad era increíble”, recuerda.

De vuelta en Holanda, cuando le preguntaban qué le había gustado de Chile, respondía que lo más llamativo habían sido las protestas. Cinco años más tarde regresaría definitivamente al país.

LA BÚSQUEDA

La familia había crecido durante el exilio. A Mónica y Juan Carlos, se sumaron Vincent, la pareja de su madre, y dos hermanos más. Todos arribaron al país en febrero del año 89. El regreso de Juan Carlos al país coincidió con el proceso de transición que recién comenzaba en Chile.

Ese mismo año ingresó a estudiar al Liceo Juan Bosco y comenzó a involucrarse en el movimiento estudiantil secundario. “Me tocaron las protestas por el pasaje del metro, empecé a vincularme con integrantes del centro de alumnos, algunos chicos del MIR, y con gente del Liceo de Aplicación, pero no milité en ningún partido”, recuerda.

Su llegada al país concidió con una búsqueda que tenía pendiente: saber por otras personas quién había sido su padre. Visitó a varios presos políticos en la cárcel pública. Uno de ellos le comentó que era un tipo extrovertido, de voz imponente, que siempre vestía de poncho y lo acompañaba una mujer baja de piel blanca (su madre). El rompecabezas comenzaba a armarse.

Juan Carlos reconoce que, pese a la ausencia de su progenitor, siempre tuvo una dialéctica particular con él. Cuando era pequeño lo veía como un héroe sin fallas. Lo sentía cercano pero a la vez muy distante. Cuando se portaba mal no faltaba quien le recordaba que en esas circunstancias su padre no se habría comportado así. “En un momento -reconoce- comencé a peinarme como mi papá, a vestirme como él. No sé cómo explicarlo, como que no tenía una identidad propia”.

Durante un encuentro en Villa Grimaldi, Juan Carlos escuchó el testimonio de un sobreviviente que había venido a declarar en una causa que llevaba el juez Juan Guzmán Tapia por la Operación Colombo. Ahí se percató que la fecha en que estuvo detenido el prisionero y su padre eran coincidentes. Se acercó, le mostró la foto de Ismael y le preguntó si lo conocía. También le comentó como andaba vestido su padre al momento de su desaparición.

Pocos días después el hombre lo llama por teléfono y le contó una historia ocurrida en Londres 38. Le aseguró que uno de los detenidos, en una salida a “porotear”, se arrancó con la venda puesta y fue atropellado por un vehículo. Los agentes lo devolvieron al centro de detención y lo dejaron tirado en el piso. Estaba perdiendo sangre y hacía mucho frío. De pronto escuchó una voz y observó entre la venda cuando un hombre se acercó al herido y le entregó una prenda a nombre de un tal Juan Carlos. La ropa era un poncho negro. El mismo que su padre usaba cuando fueron a buscarlo a su hogar. Por fin, después de años de búsqueda, la familia encontraba una pista a la cual aferrarse.

LA SANACIÓN

En el año 90 murió en un accidente automovilístico Vincent, la pareja de su madre, que trabajaba como fotógrafo para agencias extranjeras. La ausencia del verdadero padre le impidió asimilar que tenía otro a su lado, que había marcado su vida de manera importante. Su deceso desató una crisis en Juan Carlos. “Me dí cuenta que tuve alguien importante y que no lo valoricé. Él se portó muy bien conmigo y me entregó muchos valores de tolerancia que aún conservo”.

Huérfano por segunda vez, Juan Carlos cayó en una fuerte depresión. Estudió periodismo, teatro, cine y derecho. No pudo terminar ninguna carrera. “Empezaba con entusiasmo, pero después se me quitaban las ganas. Eso me empezó a afectar en las relaciones de pareja. Comenzó a darme todo lo mismo. Me lamentaba no poder llevar una vida normal como el resto”, recuerda.

Comenzó una terapia junto a su madre. Le descubrieron un trastorno obsesivo compulsivo. Se dio cuenta que había ciertos rituales que repetía: apretar las llaves del agua y cerrar reiteradamente la puerta de su casa. “Yo pensaba que eran mañas. La doctora que me empezó a tratar no sólo me recetaba medicamentos, sino que también me explicaba cómo funcionaba fisiológicamente. Poco a poco comencé a entender de qué se trataba, pero aún seguía confundido”.

En el año 2014 ya no aguantaba más y decidió abandonar el tratamiento. Lo cortó de raíz y comenzó a tomar yerbas medicinales. El repentino cambio le provocó mareos, dolores de cabeza y náuseas. “Sentía que estaba en un limbo -recuerda- no daba más, podía pasar cualquier cosa”.

En diciembre de ese año llegó a visitarlo un primo del sur que se había transformado en machi. En cuanto su familiar lo vio, comenzó a abrazarlo y hacerle cariño. “Vengo a ayudarte”, le dijo. Luego le comentó que desde hacía muchos años sentía que a él le pasaba algo y que si quería sanarse tenía que obedecerle.

Le recomendó un trabajo sicológico, físico y espiritual. “Me dijo que no me vistiera más de negro, que usara colores más vivos, que me preocupara de proporcionarme inyecciones diarias de humor y que abandonara el círculo político de los derechos humanos por un tiempo. Me dio a entender que mi madre y yo estábamos en una simbiosis que era un circulo vicioso”.

Antes de marcharse el machi le dijo “cuando tú te sanes, comenzarás a sanar a otras personas”. El mensaje le pareció un tanto críptico, pero con el tiempo lo comenzó a descifrar. Las recomendaciones comenzaron a tener efectos y lentamente se comenzó a sentir mejor. Incluso logró entender, sin angustia, lo que su doctora intentó desentrañar. “Cuando cerraba las llaves compulsivamente, intentaba controlar situaciones que jamás pude manejar cuando pequeño. Yo tenía 26 días de vida cuando murió mi padre. No tenía de qué culparme”, reflexiona.

Una parte medular del proceso de sanación ocurrió cuando un abogado lo invitó a participar en una acción judicial. Un acto que tuvo un fuerte componente simbólico. El 11 de septiembre del año 2013, 40 años después del golpe militar, Juan Carlos Chávez interpuso la primera querella criminal contra Agustín Edwards como autor intelectual del delito de homicidio, en favor de los 119 muertos en la Operación Colombo, entre ellos su padre. “Me sentí más liberado y que en cierta forma hacía justicia por mi viejo y por todos aquellos que no se pudieron defender en su momento”.

“Agustín Edwards representa el mal que dirige todo, pero que nadie ve. Me atrevo a decir que fue peor que Pinochet. Los milicos hicieron el trabajo sucio y los civiles que apoyaron la dictadura son los Pilatos que se lavaron las manos y que finalmente planificaron todo”.

Para el hijo de Ismael Chávez la querella cerró un ciclo en su vida. “Sentí que se cerró algo, pero que se abrió otra cosa mejor con una nueva perspectiva. Lo más importante es el tema espiritual, porque sin ese camino de sanación nada tiene sentido”.

La acción judicial en contra del magnate de la prensa finalmente no prosperó, aunque el quinto Agustín tuvo que declarar en tribunales. Juan Carlos Chávez comenzó a estudiar el año pasado medicina naturopática. Los designios de su primo se estaban cumpliendo.

Montaje de Prensa . Operación Revista Para Ti

Operación Para Ti

Su hijo desapareció cuando tenía 17 años. Y la parió madre, militante y fundadora de la organización Familiares. Fue secuestrada, torturada en la ESMA y obligada a posar en un falso reportaje que publicó la revista Para Ti como parte de la campaña de la dictadura, diseñada por una multinacional que hoy trabaja para Monsanto.

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El momento más denigrante del periodismo argentino tiene fecha: setiembre de 1979. Fue cuando la dictadura desplegó en los medios los servicios de la agencia multinacional Burson Marsteller. Pagó 1 millón de dólares para que le diseñaran una campaña que neutralizara la primera visita de una comisión internacional dispuesta a investigar las denuncias por violaciones de derechos humanos. Se sabe hoy que a Burson Marsteller le corresponde el copyright del inolvidable slogan “Los argentinos somos derechos humanos” que el entonces ministro del Interior, Albano Harguindeguy, mandó imprimir en 250.000 calcomanías autoadhesivas. Lo que no se sabe aún es si esta historia de Thelma Jara de Cabezas hay que leerla en el contexto de esa campaña y como una de sus mentiras más exitosas y perdurables.

Aparatos

Estoy sentada en la cocina de la modesta casa de Thelma y, con pudor, coloco el grabador arriba de la mesa. No es casual que en ese momento me muestre el celular que le entregó el programa de monitoreo de testigos de los juicios por delitos de lesa humanidad. “A las dos y media me tienen que llamar para control”, me advierte. Noto la paradoja: el teléfono y el grabador tienen el mismo tamaño. Y en esa mesa, los dos se convierten en un arma.

Rezo

La memoria de todo sobreviviente es un arma cargada de recuerdos. Thelma los dispara sin orden. No hay relato: hay fragmentos. Son esquirlas que por su intensidad se precipitan sobre la mesa. “Mi cabeza ya no es tan clara. Hay cosas que no recuerdo y otras que no puedo olvidar. Por esas, rezo”.

Rupturas

Thelma es una princesa guaraní. Nació en Corrientes, se casó en Ushuaia, parió a sus 2 hijos en Buenos Aires y regresó al fin del mundo hasta que dijo basta. Desde entonces, se radicó en Carapachay, donde crió a sus varones, sola. Trabajaba de asistente dental. Era activa, moderna, decidida. Los 70 la encontraron sin tiempo para la política, pero alentando a sus hijos a volar tras sus sueños. El mayor, Daniel, se fue a México a estudiar cine. El menor, Gustavo, comenzó a participar en la agrupación Montoneros. El 10 de mayo de 1976 lo secuestraron en un operativo callejero. Había militado sólo seis meses. Tenía 17 años.

Madres

La desaparición de Gustavo convirtió a Thelma en una de las fundadoras de Familiares, la primera organización de derechos humanos nacida en plena dictadura. “Familiares era apenas un escritorio dentro del departamento de la Liga Argentina de Derechos Humanos, ahí en Callao y Corrientes, justo arriba de la confitería Odeón”, evoca ahora Thelma. “En esa época no entendía por qué no querían que vaya a Plaza de Mayo. Me escapaba igual y me quedaba un ratito, para hablar con otras madres. Ellas tenían muchas ideas, siempre pensaban qué hacer. Con el tiempo me di cuenta de que mis compañeros no querían que fuera por cuestiones de seguridad. Pero eso lo entendí mucho después: el peligro”.

Papa

La princesa guaraní se convirtió, entonces, en un cuadro montonero. En plena dictadura y con un coraje que la llevó hasta la mexicana localidad de Puebla, donde en febrero de 1979 se celebró una reunión del Episcopado latinoamericano. Logró entregarle al Papa Juan Pablo II las denuncias por las desapariciones en Argentina. De ahí, viajó a España a entrevistarse con la conducción de Montoneros. En todo el trayecto estuvo escoltada: la siguieron.

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Secuestro

Thelma fue secuestrada el 30 de abril de 1979 en la puerta del Hospital Español, en plena Capital porteña. Había ido a cuidar a su ex marido. “Lo trajeron desde Ushuaia en avión sanitario. Cáncer terminal. Moribundo. Son las 7. Lo sé porque justo entra un médico y se enoja mucho porque yo estoy ahí y no es el horario de visita. Salgo y veo una fila de autos en la puerta, uno detrás del otro. Atrás mío siento que hay alguien, caminando apurado. Hay algo raro en las luces de los autos. ¿Qué hago? Decido ir hacia la esquina porque hay una parada de colectivo, y veo mucha gente en la cola, esperando. Ahí, el que está atrás mío me agarra de los pelos, me pone la mano en la boca y me empuja adentro de un auto. Me llevan a un lugar. No sé dónde estoy. Es la ESMA, donde empieza todo el trajín de torturas.”

Daniel, el hijo mayor de Thelma, es quien pone en contexto este recuerdo. “En esa época en Familiares se había organizado un grupo de mujeres muy fuertes, decididas. Estaba Cata Guagnini (dirigente trotskista, dos hijos desaparecidos: Diego y el periodista Luis Guagnini), Lita Boitano (madre de Miguel y Adriana, ambos desaparecidos), Graciela Lois (su marido, Ricardo, tenía 24 años cuando lo secuestraron), Lilia Orfanó (también con dos hijos desaparecidos: Daniel y Guillermo), todas madres que trabajaban muy duro y con mucho carácter. Alguien me contó, no recuerdo quién, que la idea era secuestrar a alguna de ellas y eligieron a mi madre. Luego supimos por qué: Julia Sarmiento, que era miembro de Familiares, fue secuestrada y comenzó en la ESMA a colaborar con los militares. Ella la acompañó a Puebla, probablemente sabía que era la única de ese grupo de madres que integraba la conducción de Montoneros”.

Caramelo

Dispara Thelma: “Durante las primeras tres semanas me torturan. Un día por semana. No me acuerdo si lloraba, no me acuerdo si gritaba, no me acuerdo si sentía dolor. Nada, nada, nada: ya no me acuerdo. Me acuerdo que me sacan toda la ropa. Los gritos: ´Vieja de mierda, hablá´. ¿Cuánto tiempo dura? Un ratito no es, te aseguro”.

¿Rezabas?

No. Ahí no.

Ahí no hay dios

No. Ahí no hay nadie ni nada. Están ellos, 5 ó 6. Está Marcelo: le veo la cara cuando me levanta la venda y me dice: “Mirá”. Y se pone la picana en la mano. “La tengo dormida de tanto darte máquina, y vos nada”. Él se queja y la que recibe tortura soy yo. Después, unos sobrevivientes me contaron que mientras estaba en la sala de tortura, ellos estaban en un cuarto cercano y ahí la luz titilaba, porque cuando dan mucha máquina la tensión baja. También me contaron que una de esas veces lo vieron salir a Marcelo todo transpirado, con la ropa empapada en sudor, quejándose por el trabajo que yo le daba. Marcelo me secuestró y me torturó. Después supe que fue también el que me siguió a Puebla y a España. Fue también el que me acompañó a Uruguay para dar una entrevista a un diario y el que estaba en otra mesa, en ese bar donde hice la entrevista de la revista Para Ti”.

Marcelo es el represor Ricardo Miguel Cavallo, condenado el 26 de octubre de 2011, en el primer juicio por los delitos cometidos en la ESMA, a prisión perpetua.

Otros de los torturadores de Thelma eran el médico naval Carlos Octavio Capdevilla y el enfermero Juan Barrionuevo, que al momento de ser procesado se había convertido en diputado provincial a cargo de la comisión de salud de la legislatura de Tierra del Fuego.

Dispara Thelma: “Después de torturarme me tiran arriba de una frazada, en el piso. Dicen: a esta, nada de agua ni comida por 72 horas. Tengo los ojos vendados. Escucho el ruido de un papel de caramelo. Me acuerdo que uno de los guardias, el más joven, come caramelos de azúcar quemada, esos que se llaman Media hora. No dice nada. Sólo el ruido del papel, muy cerca, como si lo hiciera sonar al lado de mi oreja”.

La agencia

Fue el inefable José Alfredo Martínez de Hoz el que recomendó a la Junta Militar contratar los servicios de la agencia internacional Burson Marsteller para contrarrestar las denuncias que en foros y prensa internacionales lograron difundir Madres y familiares de desaparecidos. Su mano derecha, Walter Klein, por entonces titular de Coordinación y Planificación Económica, fue quien viajó a Nueva York para reunirse con Victor Emmanuel, el responsable de la “cuenta” argentina. Emmanuel admite su participación en el diseño de la campaña de la dictadura argentina en una entrevista que le realizó la investigadora Marguerite Feitlowitz y que publica en su libro A Lexicon of Terror, editado en 1998, y en el que cita extensamente el caso de Thelma. En ese entrevista, Emmanuel justifica: “La violencia era necesaria para abrir la economía proteccionista, estatista” de Argentina. “Nadie, pero nadie, invierte en un país envuelto en una guerra civil”, dice, admitiendo también que “muchas personas inocentes probablemente fueron asesinadas”. Y agrega: “Dada la situación, se requería una inmensa fuerza”.

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Crímenes

De aquella época en Burson Marsteller solo queda hoy el octogenario fundador, Harold Burson, quien en una reciente entrevista explicó cuál es la especialidad de su empresa: “Una agencia de publicidad compra espacios en los medios para dar un mensaje directo. Nosotros nos dedicamos a generar espacios de influencia. Ya sea a través de personas o de medios. Nuestro objetivo es narrar la historia de nuestros clientes de modo de imponerse sobre sus críticos y que las cosas se miren desde nuestro punto de vista”.

La especialidad de Burson Marsteller son los crímenes. Algunos ejemplos:

  1. El gobierno de Nigeria los contrató en la segunda mitad de los años 1960 para refutar las acusaciones de genocidio en Biafra.
  2. Durante el gobierno del dictador Nicolae Ceaucescu, asistió exitosamente a Rumania en sus gestiones para obtener el estatus de nación más favorecida en el comercio internacional por parte de Estados Unidos. La campaña incluyó una visita a Rumania del conocido programa de TV NBC Today. El show se extendió durante una semana.
  3. Representaron a la empresa Union Carbide Corporation, fabricante de las pilas Eveready, para afrontar su responsabilidad por el desastre ocurrido en 1984 en Bhopal, ciudad de la India, que causó la muerte de 2.000 empleados y pobladores vecinos a la planta.
  4. En la década del 90 se especializó en capacitar a los ejecutivos y gerentes de empresas multinacionales de la industria petrolera, sobre el modo de comunicar a la opinión pública desastres producidos por derrames y explosiones.

Credo

Harold Burson admite que tienen un límite: no aceptan trabajar en campañas a favor del aborto. Su entrevistador le recuerda entonces su pasado con la dictadura argentina. Harold Burson responde: “Cierto, pero no trabajamos para la política interna nacional”. Ejemplo típico del credo de Burson Marsteller: no es mentira decir solo algo de verdad.

El objetivo del trabajo de Burson Masteller para la dictadura argentina era otro: diseñar una campaña que desacreditara el informe que la Comisión Internacional de Derechos Humanos (CIDH) de la OEA, iba a difundir en el mundo luego de su visita a Argentina.

Silencios

La CIDH estuvo del 7 al 10 de septiembre de 1979 en Buenos Aires, del 10 al 14 en Córdoba, el 14 y 15 en Tucumán, pasó por Rosario y regresó a la Capital Federal. Visitó los campos clandestinos de detención de La Rivera y La Perla, en Córdoba, y El Atlético y el Olimpo, en Buenos Aires, que ya habían sido desmantelados. También visitaron la ESMA y por ese motivo los secuestrados allí fueron trasladados. Dispara Thelma: “Nos llevan al Tigre. Hay un grupo grande que está secuestrado en un pozo, bajo tierra. Ahí está el marido de una sobrina mía. Lo sé porque yo cocino para todos. Otras chicas también cocinan. Pero a la segunda o tercera vez que me toca cocinar a mí, escucho una voz que grita desde el pozo: ´Esto lo hizo Thelma porque tiene el sabor suave de sus comidas´. Es Eduardo, el marido de mi sobrina”. Estaban en El Silencio, la isla del Tigre que monseñor Emilio Graselli le vendió a la patota de la ESMA, según la investigación que publicó Horacio Verbitsky. “En ese libro –me dice Daniel, el hijo de Thelma- Vertbisky escribe tres veces que mi mamá le dio una nota a la revista Para Ti. Y no la dio: la obligaron, que es bien distinto. Lo llamé varias veces para aclarárselo, pero nunca me atendió”.

Falsedades

Thelma fue una de las últimas en llegar a la isla. Cavallo y la patota de la ESMA la habían trasladado con documentos falsos a Uruguay para posar en una falsa entrevista que fue publicada el 22 de agosto de 1979 en el falso diario World News, perteneciente la secta Moon. En esa nota le adjudicaban una frase: “Estoy secuestrada por los Montoneros”.

La nota fue reproducida por la agencia oficial Télam y varios diarios locales la publicaron como cierta. De esta manera la dictadura se anticipaba a la denuncia sobre la desaparición de Thelma que presentaría, días después, la organización Familiares en la cita que tenía pautada con la CIDH. Carlos Muñoz, otro de los sobrevivientes de la ESMA trasladado a la isla, declaró en el juicio: “Orlando González, alias Hormiga, que era fotógrafo del Centro de la Marina o Club la Marina, le tomó a Thelma las fotos en Uruguay, que yo revelé, donde se la veía en lugares típicos de Montevideo como si ella estuviera en una especie de exilio”.

Operación

El mismo día que llegó la CIDH a Buenos Aires, la revista Para Ti publicó en su tapa el falso reportaje titulado “Habla la madre de un subversivo muerto”. Cinco páginas, varias fotos y un argumento: una Madre desacreditaba las denuncias de las Madres.

Cuando Thelma declaró extensamente en el juicio a los ex comandantes de la dictadura, el 24 de julio de 1985, detalló que antes de esa entrevista la llevaron a una peluquería, que ubicó en la avenida Cabildo. Luego, le compraron ropa en Once. La entrevista se celebró en la confitería Selquet, en el barrio de Belgrano. El periodista que firmó el reportaje es Eduardo Scola y Tito La Penna, el fotógrafo que retrató a Thelma. Ambos declararon como testigos en la causa que investiga el delito cometido con ese falso reportaje.

Dispara Thelma: “No me dan ninguna explicación. Me dicen que la revista Para Ti quiere saber algunas cosas. Me arreglan un poco. El periodista pone un grabador en la mesa y me hace 2 ó 3 preguntas que no tienen nada que ver con nada. Todo muy seco. El fotógrafo está parado. Se mueve. Parece nervioso. Todo es muy rápido. Después, veo que en la ESMA todos tienen la revista en la mano. Se la pasan. Mirá, dicen. Ellos. A mí no me la muestran. Pero algo pasa después de ese reportaje. Me llevan a una oficina, donde todos los días tengo que copiar algo. Son recortes de diarios, que tienen párrafos señalados. Yo tengo que copiar esos párrafos, a mano. No tiene sentido. Una locura. Todos los días, copiar párrafos. Creo que es nada más que para tenernos ahí, obedeciendo, como esclavos. Dura mucho tiempo, unos cuantos meses. En esa oficina, siempre con la puerta cerrada. Un día abre la puerta así, de golpe, un oficial joven, y me grita: ´Vos nos debes odiar por todo lo que te hicimos´. Le contesto: ´No tengo ese pensamiento. No odio. Lo que siento es un gran dolor, por ustedes y por nosotros´”.

¿Qué te hicieron con ese reportaje?

No lo supe mientras estaba secuestrada ni mucho después de salir, porque no había leído Para Ti.

Heridas

Thelma se dio cuenta de lo que le habían hecho meses después de que la liberaran, el 7 de diciembre de 1979. Su hijo Daniel, que había regresado a Argentina como parte de la llamada “contraofensiva” fue detenido. A Thelma le avisó el represor Cavallo, quien viajó especialmente a Corrientes para darle la noticia. En la puerta de la cárcel, mientras hacía la fila para ver a su hijo detenido, la increpó un familiar de otro preso político. Le gritó: “Traidora”.

Había leído -y creído- la nota de Para Ti.

Bailes

Thelma cierra ahora los ojos y dispara: “A veces hacen bailecitos. Ellos quieren bailar: los guardias. Ponen la radio y discos también. Tango, y todo lo moderno. Los guardias se ponen a bailar. Las chicas, tan jóvenes, bailan. Y vienen los jefes, los que dan las órdenes, y bailan. Como en un comedor familiar, de club o de salón. Bailan. Y nosotros miramos, sin decir nada. Nunca sabemos cómo va a terminar nada. Nunca. Entonces, nos miramos entre nosotros, callados, como viendo un sueño, un sueño feo. Viendo esas caras, tan malvadas, repugnantes, procurando que eso no nos haga mal, no nos llegue al fondo. Esas caras, bien de película de terror. Tremendo, muy tremendo. Entonces, el esfuerzo por cuidar hasta la expresión, porque parece que todo gesto que hagamos nosotros puede servir de excusa para hacer más daño. Es muy raro lo que nos pasa. No hablar, observarlos. Sin hacer nada para no darles lugar a que hagan peores cosas. Aguantar, para que no se mate a nadie, para que no se torture a nadie. Aguantar, aguantar, aguantar… Pensar que ahora mi cuñada está yendo a la ESMA a bailar. Es jubilada. La pasan a buscar a las 9 de la mañana y la llevan a la ESMA y le dan el desayuno, charlas, conferencias, almuerzo, todo. Y baila”.

¿Vos no volviste?

Nunca más.

Diablos

Daniel, el hijo de Thelma, me pregunta si creo que es posible que un torturador, una bestia como el represor Cavallo puede haber ideado una estrategia mediática semejante como la que condenó a su madre. Relaciona entonces las fechas, la coincidencia de la campaña diseñada por Burson Marsteller y ese reportaje en Para Ti, en el contexto de toda la colaboración que prestó Editorial Atlántida a la dictadura. Dispara entonces hacia el corazón de las operaciones de prensa, que hoy gozan de excelente prestigio: Burson Marsteller acaba de ser nombrada Agencia Latinoamericana del Año 2013 por la publicación especializada en marketing The Holmes Report.

En Argentina, su flamante cliente es la multinacional Monsanto.

Plegarias

Thelma tiene un altar en su cuarto con las imágenes de Cristo, Sai Baba, la pirámide de Plaza de Mayo y la foto de su hijo Gustavo.

Su hijo Gustavo, 17 años

Reza allí todas las tardes una larga cadena de oraciones que ella misma escribe para una lista infinita de nombres que ella misma escoge. Tiene un atado con papelitos donde anota plegarias y personas. Le pido que anote mi nombre. La fotógrafa, también. Thelma los escribe a mano, en su lista infinita. Y dispara: “Mi hijo Daniel me pregunta qué encuentro en esta espiritualidad. Le respondo: tranquilidad. Eso es lo que necesito. Eso es lo que todos necesitamos”. Entiendo: el eterno rezo de Thelma es contra la impunidad. Y por la verdad.

Thelma

El juicio a los editores

La primera denuncia penal contra Editorial Atlántida y los responsables de la revista Para Ti por la publicación de la falsa entrevista a Thelma Jara de Cabezas se presentó en 1984 y fue archivada luego de la sanción de las leyes de impunidad. Su abogado era un profesor adjunto de Derecho Penal: Alberto Fernández, hoy más conocido como ex Jefe de Gabinete durante la presidencia de Néstor Kirchner.

El abogado y periodista Pablo Llonto, es ahora quien patrocina a Thelma en una nueva denuncia criminal contra los integrantes del directorio de Atlántida, “que estaban en conocimiento de la preparación y elaboración del reportaje y de otras notas sobre lo que sucedía en la ESMA y otros centros clandestinos”. La denuncia también involucra a periodistas “que en conocimiento del hecho realizaron el reportaje y con posterioridad no lo denunciaron”. La causa se tramita en el juzgado federal a cargo de Sergio Torres.

Ya declararon como testigos el periodista que realizó la nota y Tito La Penna, el fotógrafo. Dijo: “Hubo algo que me llamó la atención, y que después se lo comenté al periodista. Ella decía que buscaba a su hijo que estaba desaparecido. Y en esa época nadie hablaba de desaparecidos, nadie”.

El juez Torres citó, entre otros, al editor responsable de la publicación: Agustín Bottinelli. Comenzó así una serie de apelaciones con las que el periodista intentó eludir su declaración indagatoria. Concluyeron hace unos meses, cuando la Cámara Federal de Casación resolvió que Bottinelli debe presentarse ante la justicia. No lo hizo hasta hoy. Está esperando que el fallo sea confirmado por la Corte Suprema. En tanto, trabaja como jefe de la sección Sociedad del diario La Prensa.

Jara de Cabezas, Thelma

Juicio a las Juntas, 24 de Julio de 1985

Dr. López: Se llama al estrado a Thelma JARA de CABEZAS.

Dr. Ledesma: – ¿Alguno de sus hijos, señora, fue privado de su libertad?

Cabezas: Mi hijo Gustavo Alejandro.

Dr. Ledesma: ¿En qué circunstancias?

Cabezas: Bueno, el 10 de mayo.

Dr. Ledesma: ¿De qué año?

Cabezas: De 1976, salió de casa a la mañana muy temprano, a acompañar a una amiga.

Dr. Ledesma: ¿El nombre de esa amiga?

Cabezas: Mire ahora no recuerdo, pero le decíamos Kity.

Dr. Ledesma: ¿Le decían?

Cabezas: Kity.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Salió de casa, y en la plaza de Martínez hubo un operativo, mediante el cual detenían a los colectivos y hacían bajar a los pasajeros…

Dr. Ledesma: ¿Qué colectivo era, sabe qué línea era?

Cabezas: No estoy segura, pero creo que era el 314.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se enteró de eso?

Cabezas: Porque me vinieron a avisar, gente que había visto el operativo y que, casualmente, había un conscripto que conocía a mi hijo; el operativo era de Carapachay, donde vivíamos.

Dr. Ledesma: ¿Puede dar el nombre del conscripto?

Cabezas: No, porque no lo ubicamos después.

Dr. Ledesma: ¿Y otros datos para identificarlo?

Cabezas: No tengo ninguno.

Dr. Ledesma: Prosiga señora.

Cabezas: Y al bajar todos del colectivo, esta chica hechó a correr, le tiraron y la mataron, y a Gustavo lo subieron a un camión.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo después se enteró usted de este hecho?

Cabezas: A los pocos días.

Dr. Ledesma: ¿Efectuó alguna denuncia?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: Al respecto.

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿De quién recibió respuestas escritas?

Cabezas: Bueno, de los hábeas corpus, los hice en el Juzgado.

Ledesma: No, fuera de las…

Cabezas: De los hábeas…

Dr. Ledesma: Fuera de los hábeas corpus.

Cabezas: Bueno…

Dr. Ledesma: Usted personalmente, ¿recibió alguna respuesta escrita?

Cabezas: Por ejemplo, yo había presentado una carta al 1° Cuerpo del Ejército, y ahí me contestan que el paso no les correspondía a ellos, y pasaban al área correspondiente, eso es lo único que me dicen.

Dr. Ledesma: ¿Qué actividad desarrollaba su hijo?

Cabezas: Bueno, era estudiante, estudiaba en el colegio Emilio Lamarca de Ballester, estaba en 3° año.

Dr. Ledesma: ¿Qué edad tenía?

Cabezas: 17 años.

Dr. Ledesma: ¿Era estudiante secundario?

Cabezas: Estudiante secundario.

Dr. Ledesma: ¿Trabajaba?

Cabezas: No, estudiaba.

Dr. Ledesma: En el colegio, ¿desempeñaba alguna actividad en algún grupo estudiantil?

Cabezas: No, su actividad la desarrollaba cuando había algún festival, o algo así, cosas, digamos, muy infantiles, cosas de chicos…

Dr. Ledesma: ¿Y tenía alguna inquietud política?

Cabezas: Bueno, él decía que era peronista.

Dr. Ledesma: ¿Estaba afiliado?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿En algún grupo?

Cabezas: No estaba afiliado.

Dr. Ledesma: ¿Viajó al exterior?

Cabezas: ¿Mi hijo?

Dr. Ledesma: No, no, usted, ¿en procura de averiguar el paradero de su hijo?

Cabezas: Bueno, a raíz de la desaparición de mi hijo, yo comienzo a hacer todas las gestiones, y nos vamos reuniendo con otros familiares, y llego a la Liga Argentina por los Derechos del Hombre, donde nos ceden un lugar físico y ahí formamos la Comisión de Familiares de Detenidos y Desaparecidos por razones políticas.

Dr. Ledesma: ¿Usted desempeña algún cargo (inint.) en esa?

Cabezas: Yo era secretaria de organización de esa comisión, en el año ’79 viajé a México, y voy a Puebla.

Dr. Ledesma: ¿Viaja por decisión propia?

Cabezas: Por decisión propia.

Dr. Ledesma: ¿Con dinero particular?

Cabezas: Con dinero particular, y estando en México me integro a un grupo de madres y voy a Madrid para buscar una conexión con el Consejo Mundial de Iglesias, luego nos vamos a Roma.

Dr. Ledesma: ¿A través de quién hace esa conexión con el Consejo Mundial de Iglesias?

Cabezas: Era un pastor, cuyo nombre no recuerdo, y me dan una carta, entonces nos vamos a Roma a pedir una audiencia al Papa, pero en ese momento el Papa viajaba a México; nos recibe y volvemos a Puebla.

Dr. Ledesma: ¿A través de quién había hecho la gestión? ¿Desde México ideó toda la gestión para dirigirse a España, para ver, entrevistar a miembros del Consejo Mundial de Iglesias?

Cabezas: Bueno, este pastor era el que nos iba a dar las direcciones para encontrar, para comunicarnos con los miembros del Consejo Mundial de Iglesias.

Dr. Ledesma: Usted personalmente, ¿había hecho la gestión para comunicarse con él o alguna otra persona desde México?

Cabezas: Madres que vivían en Europa sabían el nombre de este pastor, entonces nos unimos y nos fuimos.

Dr. Ledesma: ¿Viajó usted sola o acompañada?

Cabezas: No, con otro grupo de madres.

Dr. Ledesma: ¿Puede mencionar algunas?

Cabezas: No recuerdo los nombres; en ese entonces, por razones de seguridad, no sabíamos los nombres, nada más que eso, sobrenombres, cosas así, pero sin importancia.

Dr. Ledesma: ¿Vuelve a Puebla?

Cabezas: Vuelvo a Puebla, y bueno en Puebla estábamos todo el tiempo en la reunión de los obispos del CELAM, y estoy ahí hasta marzo, y en marzo vuelvo, me reintegro a la Comisión de Familiares, mientras mi esposo trabajaba en Ushuaia.

Dr. Ledesma: Con relación a su viaje a Europa, y estando allí en alguno de los lugares en los que visitó, ¿tuvo algún contacto con integrantes de la organización ilegal Montoneros?

Cabezas: No señor, no señor, para nada.

Dr. Ledesma: Volvamos a Buenos Aires, ¿llega a Buenos Aires?

Cabezas: Llego a Buenos Aires; mi esposo trabajaba en Ushuaia, era empleado en Vialidad. El 7 de abril lo traen en un avión sanitario, con diagnóstico de cáncer de pulmón, paralizadas las piernas, y lo internan…

Dr. Ledesma: ¿Usted convivía con su esposo?

Cabezas: Desde la desaparición de Gustavo, bueno, él se quedó trabajando en Usbuaia y yo haciendo las gestiones acá.

Dr. Ledesma: Pero, ¿estaba separada?

Cabezas: No, él venía todas las veces que podía.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: El 7 de abril lo traen, lo internamos en el Hospital Español, y ahí me dedico a cuidarlo, era muy grave su estado, y entraba a las 8 y media de la mañana al hospital y salía a las 8 y media de la noche, y el 30 de abril…

Dr. Ledesma: ¿En dónde pernoctaba usted en esa época?

Cabezas: Me quedaba en la casa de un matrimonio mayor por comodidad, porque yo vivía en la casa de mi madre en Muñiz, y me quedaba muy lejos.

Dr. Ledesma: ¿En la casa de qué matrimonio?

Cabezas: Los dos ya no viven, la señora Carmen BONORA y el señor Emilio BONORA.

Dr. Ledesma: ¿Domicilio?

Cabezas: En Rivadavia. No recuerdo, creo que frente al Parque Rivadavia, al 4000 o no sé.

Dr. Ledesma: ¿Usted para esa época fue privada de su libertad?

Cabezas: El 30 de abril a las 8 de la noche, cuando salía del hospital.

Dr. Ledesma: 30 de abril, ¿de qué año?

Cabezas: De 1979.

Dr. Ledesma: ¿Hasta qué fecha permaneció privada de su libertad?

Cabezas: Hasta diciembre del ’79.

Dr. Ledesma: Prosiga, ¿en qué circunstancias es privada de su libertad, por cuántas personas?, ¿en qué es trasladada?

Cabezas: Estaba esperando en la calle Moreno el colectivo, creo que es el 118 que pasa por ahí, o el 115, no recuerdo bien ahora, y vi acercarse un auto, un Ford, un auto blanco.

Dr. Ledesma: ¿Marca?

Cabezas: Por el tamaño seria un Ford; tenía la puerta trasera abierta y cuando yo me fijé en ese detalle, una mano me tapa la boca y me introduce en el coche.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas personas iban?

Cabezas: Cuatro, y hay un detalle, cuando yo salía del hospital, que después de las 8 de la noche, el Hospital Español cerraba la puerta principal que da a la calle Belgrano y teníamos que salir por la calle Rioja, cuando voy a cerrar la puerta para salir, entra un hombre joven, y lo reconozco porque era el que estaba en el auto en el que me secuestran.

Dr. Ledesma: ¿Invocaron alguna autoridad?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Orden escrita le exhibieron?

Cabezas: Nada, nada, me tiraron, me pusieron esposa y capucha.

Dr. Ledesma: ¿La golpearon?

Cabezas: No, en ese momento no.

Dr. Ledesmmma: ¿La interrogaron en él?

Cabezas: Tampoco, nada.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo viajaron?

Cabezas: Y yo calculo que sería un poco más de media hora.

Dr. Ledesma: ¿Vestían de civil estas personas?

Cabezas: De civil.

Dr. Ledesma: ¿Exhibieron credenciales?

Cabezas: No, ninguna.

Dr. Ledesma: ¿Adónde fue conducida?

Cabezas: Bueno, supe después que era la Escuela de Mecánica de la Armada.

Dr. Ledesma: ¿Cómo lo supo?

Cabezas: Bueno, en el momento me llevan a una sala, me sacan la capucha y veo una sala que estaba tapizada, que después supe que era la sala de torturas.

Dr. Ledesma: ¿Tenía alguna denominación especial esa sala?

Cabezas: Y después supe que le decían la Huevera.

Dr. Ledesma: ¿Por qué le decían así?

Cabezas: Y, porque las paredes estaban tapizadas con cartones que sirven para envasar huevos.

Dr. Ledesma: Pero con posterioridad, ¿usted pudo apreciar personalmente a través de su vista que se trataba de la Escuela de Mecánica?

Cabeza.: No, no, en ese momento no, después supe.

Dr. Ledesma: Digo con posterioridad, no en ese momento.

Cabezas: Sí, después sí, además me preguntaron los otros secuestrados si sabía dónde estaba; yo me imaginaba que estaba ahí, por los ruidos, en el momento ese había fútbol, trenes, gritos de la cancha de fútbol y mucho tránsito.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasó allí?

Cabezas: Bueno, ahí, en ese momento, me revisan mi cartera, me muestran una pastilla, no era una pastilla, era como una cápsula negra, me dijeron que era veneno, que era mío; yo no tenía nada de eso, porque además no tenía por qué tenerlo; yo dije que no, después me preguntan quién era mi responsable, como asegurando que yo era militante de alguna organización. Yo digo que no tengo responsable, que yo no soy militante; bueno…

Dr. Ledesma: ¿Mencionan alguna agrupación concretamente?

Cabezas: No, en ese momento, bueno, quieren saber a qué fui a México, a qué fui a Roma, porque ellos ya sabían que yo habia ido a esos lugares porque había una chica que trabajaba con nosotros en la Comisión de Familiares, y estaba trabajando con ellos.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llamaba?

Cabeza.: Julia Estela SARMIENTO.

Dr. Ledesma: ¿Le preguntan algo sobre ella?

Cabezas: Me preguntaron, sí, por qué yo había cambiado con Julia.

Dr. Ledesma: ¿Y efectivamente usted había cambiado con ella?

Cabezas: Sí, yo tenía algo, que no sabia qué era, no sabia porque…

Dr. Ledesma: ¿Sospechaba algo de ella?

Cabezas Algo sí.

Dr. Ledesma: ¿Usted qué le responde?

Cabezes: Les digo que yo no tenía nada contra Julia, pero seguían insistiendo…

Dr. Ledesma: ¿En donde la había visto usted a Julia con anterioridad?

Cabezas: En la Comisión de Familiares, antes que viniera mi marido.

Dr. Ledesma: ¿Dónde se reunían?

Cabezas: En la Comisión, en la Liga.

Dr. Ledesma: ¿En dónde estaba ubicada?

Cabezas: Estaba en la calle Corrientes 1785.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas veces habrá concurrido Julia a dicho lugar?

Cabezas: ¿En ese año?

Dr. Ledesma: Sí.

Cabezas Todos los días, hasta que me secuestran.

Dr. Ledesma: Mientras la interrogan, ¿está encapuchada?

Cabezas: Bueno, no. Pero después me vuelven a encapuchar colocándome las manos a la espalda.

Dr. Ledesma: ¿Fue golpeada mientras era interrogada?

Cabezas: Sí, me dieron una cachetada, pero después, como no les decía qué había pasado, qué había hecho en Roma, entonces me desvisten, me ponen arriba de una cama y me torturan con picana eléctrica.

Dr. Ledesma: ¿Allí la seguían interrogando?

Cabezas: Me seguían interrogando; yo les decía que no sabía nada, no tenía nada que decir; preguntaban quién era mi responsable. Había muchas personas a mi alrededor que me interrogaban, aunque no las puede ver porque permanecía encapuchada; luego me sacan la capucha y me muestran fotografías.

Dr. Ledesama: ¿De quiénes?

Cabezas: Todas eran de organizaciones, decían ellos; yo no los conocía, sólo a Julia.

Dr. Ledesma: ¿Y fotografías individuales?

Cabezas: Individuales, yo conocí a Julia, a PUIGROS porque, bueno por la fotografía de los diarios, por todo el renombre que tenía, a FIRMENICH, por la fotografía de los diarios, y después a los demás no.

Dr. Ledesma: ¿Le quedaron secuelas de los tormentos recibidos?

Cabezas: Bueno, yo creo que no, creo que ésa fue la primera vez, después volvieron a torturarme, después de esa noche; bueno, me preguntan si yo tengo un responsable, yo digo, como me seguían torturando, digo, bueno sí, porque…

Dr. Ledesma: ¿Ese mismo día?

Cabezas: ¿Esa misma noche?

Dr. Ledesma: Esa misma noche.

Cabezas: Esa misma noche.

Dr. Ledesma: ¿Todo el tiempo, usted permaneció en ese subsuelo que mencionó?

Cabezas: Si.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Yo pensaba; quería saber dónde estaba, y se me ocurrió decir que si, que tenía un responsable, para ver si paraban la tortura, y me preguntaron cómo era, dije, morocho, alto, de traje, pantalón gris y campera azul; entonces…

Dr. Ledesma: ¿Sin nombrarlo?

Cabezas: Sin nombrarlo. Entonces paran la tortura, y me dicen dónde me van a mandar, y me llevan a Capucha.

Dr. Ledesma: Cuando dijo usted que tenía un responsable, ¿no le preguntan cómo hacía contacto con él?

Cabezas: Bueno, yo le dije que a través de un teléfono, y di un número de teléfono cualquiera, que conservo en la memoria pero no sabía de quién era, con el fin de poder conservar la vida, y poder llegar a saber dónde estaba y bueno, si estaba mi hijo…

Dr. Ledesma: ¿Adónde fue alojada entonces?

Cabezas: Me llevaron a Capucha; allí había 16 secuestrados.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a ese detenido que le informó esto?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Quién era?

Cabezas: Osmar LECUMBERRI.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Estaba al lado mío, por eso, fue el primero que habló conmigo. Y varios vienen a…, a preguntarme; ellos averiguan el número de teléfono y se dan cuenta de que es mentira, y viene un…, después supe que era un oficial, y me pregunta el número de teléfono; yo vuelvo a recordarles el mismo teléfono, se lo digo y se dan cuenta de que es mentira, entonces vuelven a torturarme.

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar?

Cabezas: En el mismo lugar, y ese señor a quien le doy el número de teléfono y se da cuenta de que no es verdad, cuando me están torturando, me dice “Señora, yo mato”, y tenía un olor a vino que impresionaba, y esa noche son muchas horas de tortura, no recuerdo porque no sé tampoco la hora que me llevaron; me llevaron a la noche y me tuvieron ahí, pienso que toda la noche, no sé cuánto tiempo.

Dr. Ledesma: ¿En qué consistió la tortura?

Cabezas: Picana eléctrica.

Dr. Ledesma: ¿Algún otro dato le pedían en ese momento?

Cabezas: Bueno, como había mentido tenían que saber por qué había mentido, por qué me había burlado de ellos, ellos lo sintieron así.

Dr. Ledesma: ¿Mantuvo usted su versión del responsable o la cambió?

Cabezas: No, dije que no, que era mentira, no, no, eso era mentira, después de esa vez…

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a alguno de sus torturadores?

Cabezas: En ese momento no, después sí, después me vuelven a llevar a Capucha, y estoy 48 horas sin comer ni beber.

Dr. Ledesma: Después, ¿se refiere a otra sesión de tormentos, o pudo identificar a éstos?

Cabezas: La tortura no es nada más que eso, la tortura física.

Dr. Ledesma: ¿Son dos veces que la torturaron?

Cabezas: Dos veces, sí.

Dr. Ledesma: ¿Quiénes fueron sus torturadores y cómo los identificó con posterioridad?

Cabezas: Bueno, después de esa sesión de tortura pasan unos días, y el 5 de junio me llevan a Pecera, eso durante el mes de mayo, pasé a en Capucha, sé la fecha porque los guardias escuchaban radio, y ahí sabíamos los días que eran. El 5 de junio me llevan a Pecera, antes de eso me llevan a conversar con uno de ellos y durante el tiempo que estuve supe los sobrenombres que tenían, uno era Juan, es el que habla conmigo y me dice que ellos tienen un método de recuperación y que me van a llevar a trabajar a un lugar para que yo pueda reintegrarme a la sociedad.

Dr. Ledesma: Sin entrar en detalles posteriores, para no perder la cronología del relato, yo sólo le pedía que mencionara quiénes fueron las personas que la atormentaron, y cuáles eran sus nombres.

Cabezas: Bueno, uno es Marcelo, el que le decían Juan, alguien que le decían Daniel, según me dijeron los otros secuestrados también estaba Abdala; el que me decía “señora, yo mato”, se llama Ricardo ESPEJAIME, eso lo supe…

Dr. Ledesma: ¿Puede repetir el nombre?

Cabezas: Ricardo ESPEJAIME.

Dr. Ledesma: ¿En dónde vio a estos señores?

Cabezas: Venían a Pecera.

Dr. Ledesma: ¿Todos?

Cabezas: Todos.

Dr. Ledesma: Prosiga con su relato.

Cabezas: Bueno, en Pecera…

Dr. Ledesma: Con posterioridad a esa última sesión de tortura, ¿adónde la conducen?

Cabezas: Me llevan a Capucha.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo permanece en Capucha?

Cabezas: Todo el mes de mayo, hasta que me llevan a Pecera el 5 de junio.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar detenidos que se hallaban en Capucha?

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿Quiénes?

Cabezas: Estaban Osmar LECUMBERRI, estaba Topo, que es un muchacho que no lo volvimos a ver; en ese momento yo sabía nada más que los sobrenombres, Mogo, Cachito, Mario…

Dr. Ledesma: De los que después supo el nombre, dígalos con el nombre, también.

Cabezas: Bueno, perfecto, estaba Roberto RAMIREZ, que era arquitecto; Osvaldo ACOSTA, abogado; Alejandro FIRPO, y a la esposa le decían Betty; estaba Lucía DEON; habla un médico que le decían Víctor o Caballo Loco.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si colaboraban de alguna manera con las fuerzas que los tenían detenidos?

Cabezas: Yo no vi nada…

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Bueno, después, me llevaron a hablar con una periodista; me sacaron entre Marcelo, Juan y otro, no sé si oficial o suboficial, no sé quién era, no conocí el nombre, y… a hablar con una periodista…

Dr. Ledesma: ¿Dentro de la Escuela de Mecánica…?

Cabezas No, me sacaron a la calle, era de noche…

Dr. Ledesma: ¿Estaba en Capucha cuando esto ocurrió?

Cabezas: Estaba en Capucha.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasó?

Cabezas: Me llevaron a un lugar que no sé dónde es, no pude ver nada; eran lugares desconocidos para mí, era como una oficina, pero desocupada, no había personal. Entramos por unas puertas donde no había ninguna persona, y me llevaron a una oficina, donde apareció una muchacha joven que dijo ser periodista. Entonces ellos me instruyeron y me indicaron lo que yo tenía que decir, que yo había buscado el refugio, el amparo de las Fuerzas Armadas, porque la banda de Montoneros me buscaba para matarme.

Dr. Ledemuma: ¿Pero era una entrevista periodística ésta?

Cabezas: Era una entrevista periodística; eso era para mandar al exterior, para desinformar, según me dijeron; que yo le diera esos datos nada más, y que la periodista iba a hacer una nota.

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: De todas las cosas que se estaban…

Dr. Ledesama: ¿Cumplió este requerimiento usted?

Cabezas: Sí, ellos estaban detrás de mi, así se lo dije a la periodista y…

Dr. Ledesma: ¿Tomaba nota o grababa?

Cabezas: Tomaba datos nada más para luego armar la nota, después me enteré, eso habrá sido 15 minutos más o menos…

Dr. Ledesama: ¿Esto en qué fecha fue?

Cabezas: Y, no sé exactamente si fue una semana o dos semanas después del secuestro; no tengo noción de la fecha.

Dr. Ledesma: ¿Pero poco después de ser secuestrada?

Cabezas: Estando en Capucha, sí.

Dr. Ledesma: ¿Se enteró si salió algún…?

Cabezas: No, era tanto lo que estaban haciendo por mi desaparición, yo tenía a mi hijo y a mi nuera en México, y ellos se movían pidiendo a todos los organismos y a todas las personalidades, tratando de conocer mi paradero; entonces era mucho lo que se hacía en el exterior.

Dr. Ledesma: ¿En relación con ello le pidieron algo?

Cabezas: ¿Por mi hijo?

Dr. Ledesma: Sí, en relación con las gestiones que estaba efectuando su hijo.

Cabezas: No, no me decían nada, yo me entero después; cuando llegué a Pecera no me dejan ver los diarios, y los que estaban en contacto con los diarios tenían prohibido que me hicieran comentarios.

Dr. Ledesma: ¿No efectuó usted ninguna llamada a México, a su hijo o a algún conocido?

Cabezas: Sí, después de esa entrevista, me llevan a una central telefónica.

Dr. Ledesma: ¿Quién la lleva?

Cabezas: Me llevan Daniel y otras personas que en este momento no sé quiénes eran, no las volví a ver, no pude saber quiénes eran, pero a Daniel sí lo vi.

Dr. Ledesma: ¿Pudo ubicar en dónde estaba la central telefónica?

Cabezas: No, también era por lugares donde no había ninguna persona, había algunos dentro de ese lugar que eran los que tenían contacto…

Dr. Ledesma: ¿Qué llamado hizo?

Cabezas: Llamé a México, a la casa de una amiga…

Dr. Ledesma: ¿Una amiga de quién?

Cabezas: De mi hijo.

Dr. Ledesma: ¿De nombre?

Cabezas: Le decíamos Tipi, un sobrenombre.

Dr. Ledesma: ¿Usted la conocía?

Cabezas: No, hablé por teléfono nada más con ella, era sobrina de una madre de acá, de la comisión, y por ese motivo…

Dr. Ledesma: ¿Qué le dijo?

Cabezas: Entonces me hicieron decirle, de que si llamaba Daniel, mi hijo, que le dijera que yo estaba muy cansada, y que no hiciera nada, y esa noche cuando me llevaron lo primero que me dijeron…

Dr. Ledesma: ¿Recuerda el número al que llamó?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿Usted lo recordaba ese número?

Cabezas: No, yo lo tenía anotado en la cartera en un papel, porque, como mi marido estaba tan grave, bueno, era el único número adonde podía llamar por si pasaba cualquier cosa, lo que tenía que pasar, y ellos lo encontraron y entonces me hicieron llevar…

Dr. Ledesma: Esto aproximadamente, ¿en qué fecha sería?

Cabezas: Y esto tiene que haber sido… porque yo estaba muy agotada, pienso que habrá sido en la semana o dos semanas.

Dr. Ledesma: ¿Todavía estaba en Capucha?

Cabezas: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: ¿Muy cercana a la entrevista periodística?

Cabezas: ¿Cómo?

Dr. Ledesma: ¿Cercana en el tiempo a la entrevista periodística?

Cabeza: Sí, sí, sí.

Dr. Ledesma: Por esa época, ¿se le exigió alguna otra conducta?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: Prosiga con su relato.

Cabezas: Bueno, eso fue todo estando en Capucha, y ahí no me hicieron…, no hice más nada, hasta que me llevan a Pecera, que es en junio.

Dr. Ledesma: ¿Quién dispone su traslado a Pecera, dónde está Pecera, con qué fin la trasladan?

Cabezas: Bueno, digamos el responsable de Pecera era Marcelo, el que me lleva es Juan, con el consentimiento de todos los demás, porque después, a medida que iban viniendo me iban diciendo, en Pecera me llevan, me dicen que tengo que hacer trabajos administrativos, o sea Pecera estaba, digamos, en el entretecho, no le podría decir el Norte, Sur, Este, Oeste, no, sé que es en el mismo piso, pero digamos en otra punta del entretecho.

Dr. Ledesma: ¿En el mismo piso que está qué?

Cabezas: Donde estaba Capucha, pero es en otro sector.

Dr. Ledesma: ¿Cómo era? Descríbala.

Cabezas: Bueno, al entrar era un pasillo muy largo, y a los costados había pequeñas oficinas, donde cada secuestrado tenía un escritorio donde se trabajaba, las paredes eran de acrílico.

Dr. Ledesma: ¿A quién pudo ver allí en Pecera?

Cabezas: Bueno, ahí estaba un secuestrado que yo lo conozco por Coco, no sé el apellido, Ramón, Luis, Guille, le decían Duque, Hernán, y creo que nadie más, en ese momento eh, en ese momento…

Dr. Ledesma: ¿Puede señalar de alguno de ellos qué labor desempeñaban?

Cabezas: Bueno, por ejemplo Guille hacía el análisis de los artículos del exterior, sobre los negociados, sobre todo la parte política del exterior; había… Duque estaba en la parte archivo, que era archivar todos los recortes donde se hacían esos resúmenes que iban en carpetas; Coco hacia análisis de los artículos que se mandaban en el país, o sea a nivel nacional.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo estuvo en Pecera?

Cabezas: En Pecera estuve hasta diciembre.

Dr. Ledesma: Hasta diciembre, ¿hasta que salió en libertad?

Cabezas: Hasta que salí, sí.

Dr. Ledesma: Usted mencionó más de una vez en el curso de esta declaración, proceso de recuperación, ¿quién le mencionó esa palabra?

Cabezas: Marcelo, Abdala, Juan.

Dr. Ledesma: ¿En qué consistía el proceso de recuperación?

Cabezas: En que trabajáramos; poder demostrar digamos buena voluntad a la política de ellos, que era, según lo que nos decían, la política de MASSERA, de recuperar…, que aceptemos, trabajando y con buena voluntad, lo que ellos querían hacer, y aceptar lo que habían hecho, o sea a través de las muertes que entendiéramos que si ellos habían matado era por el bien de la Patria.

Dr. Ledesma: ¿Esto se lo expresó quién?

Cabezas: Eso era el comentario de que…, de Juan y de Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Delante de alguien le expresaron esto?

Cabezas: No, las conversaciones siempre eran individuales.

Dr. Ledesma: ¿En algún momento envió cartas al exterior o dentro del país?

Cabezas: Sí, eso fue en la segunda sesión de tortura, después que me recupero un poco en la misma noche de la tortura, no…, pasa esa noche de tortura, me llevan, me vuelven a traer otro día y otra vez me van a torturar, pero me dicen de que si escribo…, si acepto mandar unas cartas no iba a haber más torturas, bueno yo ya no tenía más fuerzas para sostenerme. Entonces dije que sí, y esas cartas fueron dirigidas a VIDELA, ARAMBURU, a la Asamblea Permanente, a GISCARD D’ESTAING, al presidente de Italia, a la Comisión de Familiares, y no recuerdo más.

Dr. Ledesma: ¿Eran manuscritas por usted todas esas cartas?

Cabezas: Eran copiadas, ellos hicieron las cartas, yo las tuve que copiar, en esa carta…

Dr. Ledesma: ¿La copia manuscrita?

Cabezas: Manuscrita, copia manuscrita.

Dr. Ledesma: ¿Los sobres los llenó usted tanibién?

Cabezas: No, eso lo hacían… mi letra sí, pero ellos los mandaban.

Dr. Ledesma: Por eso, ¿pero los sobres contenían su letra?

Cabezas: También, también.

Dr. Ledesma: ¿Qué remitente contenían?

Cabezas: Eso lo ponían ellos, del Uruguay, porque cuando… El primer día de tortura me dicen que yo voy a ir al Uruguay, entonces me hacen hacer las cartas; primero me hacen hacer cartas a mi familia, a mi madre, diciendo que yo estoy en el Uruguay, y que la policía me buscaba por montonera.

Dr. Ledesma: ¿Qué dirección tenía ese remitente en el Uruguay, lo recuerda?

Cabezas: No, no porque yo no lo veía, porque había un oficial o alguien del servicio de inteligencia del Uruguay que trabajaba con ellos, y era el que llevaba las cartas y las despachaba…

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar de la Escuela de Mecánica efectuó estas cartas?

Cabezas: ¿Dónde las escribí?

Dr. Ledesma: Sí.

Cabezas: En la sala de tortura.

Dr. Ledesma: ¿Alguien más había?

Cabezas: No, yo sola; venían los oficiales nada más.

Dr. Ledesma: Puede proseguir con su relato en Pecera o con relación a su trabajo, ¿puede relatar algo?

Cabezas: Bueno, yo era encargada de pasar en una tarjeta los titulares, diario y día que salían los artículos del exterior sobre política; me los pasaba Guille, que estaba a cargo de esos recortes.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar a los guardias, tanto de Capucha como de Pecera, por nombres y apellidos?

Cabezas: Los guardias y…, no, apellidos no; sabía los de… por ejemplo, había 3 cargos o funciones, Pablo, Pablito, y después los verdes les decían a los chicos que eran muy jovencitos y que no tenían cargos, digamos rango.

Dr. Ledesma: ¿Qué funciones cumplían cada uno de ellos?

Cabezas: Y ellos cumplían la custodia nuestra, repartir la comida, desayuno y merienda y Pablito, por ejemplo, era el encargado de llevarnos a las duchas cuando era la hora del baño, algunas veces.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar, estando en Pecera, a algún otro detenido además de los que mencionó?

Cabezas: Después estaba el sector 4, que estaba abajo, en el sótano. Bueno, ahí fueron a trabajar Alejandro FIRPO, y la señora, Betty, ahí estaba Danielo, otro…
Dr. Ledesma: Repita este nombre por favor.

Cabezas: Danielo, estaba Carlos MUÑOZ…

Dr. Ledesma: ¿Quién más, señora?

Cabezas: Lucía DEON; iban a trabajar también Roberto RAMíREZ, bajaban de Capucha, a 4…, Víctor, el médico, después, había otro, Andrés, que no recuerdo el apellido…

Dr. Ledesma: ¿Había algún otro Víctor?

Cabezas: Había Víctor…

Dr. Ledesma: ¿Sabe el apellido?

Cabezas: No, no sé, le decían GUIDINI, no sé si era un sobrenombre o si era el apellido.

Dr. Ledesma: ¿Le decían?

Cabezas: GUIDINI, ZURITA…

Dr. Ledesma.: ¿Sabe si había alguna familia detenida?

Cabezas: ¿Familia?… No, supe después, cuando detuvieron a Victor BASTERRA, a la esposa y a la hijita, cuando a los pocos días que yo estaba en Capucha trajeron a una señora Rosa, que era una señora de Ciudadela que la habílan traído según dijeron por confusión, y esa señora estuvo hasta que se recuperó de las quemaduras de la picana, porque la habían torturado muchísimo.

Dr. Ledesma: Mientras estuvo detenida, ¿tuvo alguna noticia de su marido?

Cabezas: Bueno, yo pedí si podían decirme qué había pasado con mi marido, eso fue en junio…

Dr. Ledesma: ¿A quién le pidió?

Cabezas: A Pablo, a Juan, que era el oficial, y pasaron 15 días más o menos, y me dijeron que había fallecido el 23 de mayo.

Dr. Ledesma: ¿Con posterioridad pudo comunicarse con algún familiar en forma telefónica?

Cabezas: Después… antes de eso, en junio, un domingo me sacan para hacerme fotografías por la Panamericana, me saca un… uno del servido de Inteligencia al que le decían Hormiga, y me llevan junto…, él y 3 más, y 2 personas más…

Dr. Ledesama: ¿A los otros no los identifica?

Cabezas: No, no los vi más.

Dr. Ledesma: ¿Quién le saca las fotografías?

Cabezas: El Hormiga. Me llevan por la Panamericana y me sacan varias fotos con la intención de empalmarlo, no sé cómo es el término correcto, con algún edificio del Uruguay, para hacer… para mandar al exterior y hacer creer que yo estoy en el Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Con qué fin?

Cabezas: Para desmentir que estoy secuestrada.

Dr. Ledesma: En la comunicación que tuvo con su familia, ¿pudo corroborar la veracidad de la muerte de su marido?

Cabezas: Sí, después…

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha?

Cabezas: Pienso que habrá sido en julio, creo que habrá sido en julio.

Dr. Ledesma: ¿A qué teléfono llamó?

Cabezas: Llamaba al de unos vecinos.

Dr. Ledesma: ¿Qué familia era?

Cabeza: La familia DOTI.

Dr. Ledesma: ¿Y con quién habló en esa ocasión?

Cabezas: Bueno, hablaba con los vecinos pidiendo que… ellos llamaban, ya sea por ejemplo de Inteligencia de la ESMA llamaban, uno de los oficiales que estaba ahí.

Dr. Ledesma: ¿Qué persona?

Cabezas: Creo que uno se llamaba Julio, Julio, Juan…

Dr. Ledesma: ¿Ellos dispusieron que usted llamara o usted pidió que le concedieran?

Cabezas: No, no, ellos dispusieron, llamaban y decían del Uruguay, llamado del Uruguay de persona a persona.

Dr. Ledesma: ¿Con qué periodicidad efectuó llamados a su familia?

Cabezas: Y, al principio fue cada 15 días, y después fueron todas las semanas.

Dr. Ledesma: A usted, al ingresar o con posterioridad en la Escuela de Mecánica, ¿se le asignó algún número o apodo?

Cabezas: No, yo fui Thelma y nada más.

Dr. Ledesma: ¿Le pidieron sus datos?

Cabezas: ¿Como qué?

Dr. Ledesma: Sus datos personales, ¿le hicieron firmar alguna declaración?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: ¿Le sacaron alguna fotografía fuera de ésta que acaba de mencionar?

Cabezas: Sí, estando en Pecera, a los poquitos días me llevaron al laboratorio, donde me sacaron fotografías para el documento que me hicieron, documento falso a nombre de Magdalena Manuela BLANCO, para viajar al Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha viajó al Uruguay y por qué motivo?

Cabezas: Bueno, la primera vez, pienso que habrá sido julio porque hacía mucho frío, a sacarme fotografías.

Dr. Ledesma: ¿Sabe quién le sacó la fotografia?

Cabezas: Hormiga.

Dr. Ledesma ¿En qué lugar físico le sacó la fotografía?

Cabezas: Me sacó en la plaza, caminando… varias…

Dr. Ledesma: No, no, le estoy preguntando, la fotografía para el documento a que acaba de hacer…

Cabezas: En el laboratorio me sacó… estaba Carlos MUÑOZ, estaba Andrés y Víctor, al que le decían GUIDINI… Y me sacó, creo que fue Carlos MUNOZ el que me sacó la foto también.

Dr. Ledesma: Relate el viaje al Uruguay.

Cabezas: Viajo con Marcelo, el Hormiga y el… no estoy segura si, no, la persona que es del servicio de inteligencia del Uruguay nos espera en el aeropuerto.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio viaja?

Cabezas: Esa vez creo que viajamos por Aerolíneas.

Dr. Ledesma.: ¿Desde dónde sale?

Cabezas: Desde Aeroparque.

Dr. Ledesma: ¿Y adónde llega?

Cabezas: A Carrasco.

Dr. Ledesma: ¿Qué pasa allí?

Cabezas: Bueno, ese día me llevan a sacar fotografías en la plaza, sentada en un banco leyendo, en el monumento a Artigas, cuando vamos hacia el aeropuerto en la playa Pocitos…

Dr. Ledesma: ¿Quién le saca las fotos?

Cabezas: Hormiga.

Dr. Ledesma: ¿Vuelven el mismo día?

Cabezas: Volvemos el mismo día.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio?

Cabezas: Creo que esa vez vuelven por Austral, a la vuelta, me parece.

Dr. Ledesma: ¿El pasaje a nombre de quién estaba expedido?

Cabezas: Pienso que debe ser al de Magdalena Manuela BLANCO, porque presentaba ese documento y porque me llamaban por ese nombre.

Dr. Ledesma: ¿Usted portaba ese documento?

Cabezas: No, lo tenía Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Marcelo tenía algún apellido o…?

Cabezas Marcelo… no sé cómo iba el documento de él, si había un apellido no sé.

Dr. Ledesma: ¿Efectuó algún otro viaje al Uruguay?

Cabezas: Sí. Esa vez de la fotografía, después, bueno, se acerca el viaje de la comisión de la OEA, entonces nos van a llevar a todos, nos avisan que nos hacen hablar a nuestra familia de que por todo el mes de septiembre no vamos a estar; a mí me hacen decir que por razones de seguridad.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha estamos aquí?

Cabezas: Y eso fue en agosto, que nos hacen decir… A mí me hacen decir que por razones de seguridad no voy a llamar más desde el Uruguay, y nos avisan que, vamos a ir a una isla, todos, y que los que estamos en Pecera y los que están en Cuatro vamos a tener tareas en la cocina, nos vamos a turnar para cocinar para todo el personal.

Dr. Ledesma: ¿Por qué medios los llevan a la isla?

Cabezas: Salimos del canal de San Fernando en lancha.

Dr. Ledesma: ¿Y desde la Escuela de Mecánica hasta San Fernando?

Cabezas: En camión, cerrado, con lona. A mí me avisan que no voy a viajar con todo el grupo a la isla porque hay un periodista de “Para Ti” que desea verme…

Dr. Ledesma: Prosiga.

Cabezas: Entonces se van todos y yo me quedo sola en Pecera, y esa mañana viene Marcelo, todavía no estaba confirmada la entrevista con “Para Ti”, y me pregunta si yo tengo una sobrina, yo le digo que si, que tengo varias sobrinas, y me dice él: “Pero Norma Cristina COSE”. “Sí, es mi sobrina -le digo-. ¿Por qué? ¿Qué pasa?”. “La tenernos nosotros. Después te la voy a traer para que la veas, pero hay algo más importante que es el periodista de ‘Para Ti’, que desea verte, y vamos a arreglar para que salgas con Ruso -que era otro secuestrado-… haciéndose pasar por tu sobrino, y la entrevista va a ser confirmada al otro día.” Una cosa así me dice; esa mañana me traen a mi sobrina y al marido, que estaban secuestrados.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llama el marido?

Cabezas: Eduardo… Héctor Eduardo PICHINI. Bueno…

Dr. Ledesma: ¿Habla con ellos?

Cabezas: Hablo con ellos por separado…

Dr. Ledesma: ¿Recibe alguna amenaza?

Cabezas: No, no había una amenaza, digamos… evidente, tácita, era una cosa así como, bueno, “está tu sobrina, está el periodista”; algo así como un trueque ¿no? Era algo velado.

Dr. Ledesma: ¿Qué instrucciones se le dieron sobre la entrevista?

Cabezas: Bueno, que tengo que decir al periodista,como le dije a la otra periodista, pero ahora en diferente forma, que yo estuve con la banda de Montoneros, que fui engañada por los organismos de derechos humanos, que Amnesty Internacional también me engañó, o sea… todo era como para desprestigiar a los organismos de derechos humanos y desmoralizar a los familiares, tal cual sale con la revista después, y que…

Dr. Ledesma: ¿Quién le da estas instrucciones?

Cabezas: Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Delante de alguien?

Cabezas: No, sola, siempre sola.

Dr. Ledesma: ¿El Ruso no estaba tampoco en esa circunstancia?

Cabezas: Tampoco. Bueno, y creo que es al otro día, no recuerdo bien, no estoy segura…

Dr. Ledesma: ¿Puede precisar la fecha?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Aproximadamente? Con referencia al viaje a la isla…

Cabezas: Claro, creo que… no estoy segura si es el 24 de agosto que los 11 van a la isla, no estoy segura, pero más o menos por la fecha que sale la entrevista con “Para Ti”.

Dr. Ledesma: ¿Pero a usted en qué fecha la llevan a la isla?

Cabezas: A mí me llevan después de “Para Ti”.

Dr. Ledesma: Cuando usted dice el 24 de agosto llegan a la isla, ¿se refiere a cuál grupo?

Cabezas: Al otro grupo, a los demás.

Dr. Ledesma: Perfecto. ¿Con qué fin se hacía esa entrevista? y ¿se lo expresaron a usted o no?

Cabezas: No, para confirmar lo que ellos decían que yo estaba en el Uruguay para que se siga creyendo que yo no estaba secuestrada, que era una supuesta desaparición, y así fue…, me llevan a la peluquería, me compran ropa…

Dr. Ledesma: ¿Quién la lleva a la peluquería?

Cabezas: Me lleva un muchacho de Inteligencia que le decían Mario, y…

Dr. Ledesma: ¿Por qué medio la lleva a la peluquería?

Cabezas En coche, de la ESMA salíamos en coche.

Dr. Ledesma: ¿Encapuchada o…?

Cabezas: No, no, con anteojos ahumados.

Dr. Ledesma: ¿Pudo identificar en qué peluquería estuvo?

Cabezas: No, no, porque era cerca de Cabildo, pero una calle que cortaba Cabildo, así que no conozco el lugar.

Dr. Ledesma: ¿Cerca de Cabildo, en la Capital Federal?

Cabezas: Sí, Capital Federal era.

Dr. Ledesma: ¿Y la vestimenta en dónde la compraron?

Cabezas: La compran en Once.

Dr. Ledesma: ¿Acompañada por quién?

Cabezas: Esa vez voy acompañada por otro, no sé si oficial o suboficial, no conozco el grado, que le decíamos Willie…

Dr. Ledesma: ¿Se la hicieron probar a la vestimenta, o se la compraron directamente?

Cabezas: No, me hicieron probar.

Dr. Ledesma: Relate dónde fue la entrevista, si es que se realizó.

Cabezas: Sí. Me avisan que voy a salir con Ruso, solos los dos, a Ruso le dan un micrófono muy chiquitito que lo lleva en el bolsillo de la camisa, y me avisan de que van a ir dos coches con armas, y que tenemos que ir a la confitería de Figueroa Alcorta y Pampa.

Dr. Ledesma: ¿Usted en qué medio tenía que ir?

Cabezas En un coche, solos los dos.

Dr. Ledesma: ¿Qué vehículo era?

Cabezas: Creo que era un Renault, pero no recuerdo bien.

Dr. Ledesma: ¿Recuerda cómo se llamaba la confitería a la que concurrieron?

Cabezas No sé el nombre, sé que es Figueroa Alcorta y Pampa.

Dr. Ledesma: Bueno, relate.

Cabezas: Llegamos ahí, estaciona el coche, hay unas escaleritas para subir, entramos en la confitería y nos ponemos a la derecha de la entrada, nos sentamos y en eso se acercan dos señores, que eran el periodista y el fotógrafo; entonces me preguntan si yo soy Thelma JARA de CABEZAS, y que él es el periodista de “Para Ti”, que querían hacerme una nota, si podíamos ir al…

Dr. Ledesma: ¿Se acreditaron de alguna manera?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Exhibieron alguna credencial o algo así?

Cabezas: Yo creo que la credencial de periodista nada más. Y si podemos ir al otro ángulo de la confitería, entonces piden al mozo que corra las cortinas; no había nadie en la confitería y después entra…

Dr. Ledesma: ¿Que las abran o que las cierren las cortinas?

Cabezas: Que la cierren; después entran ABDALA, Julia, Juan, en otra mesa está Marcelo y no recuerdo con quién otro, que está a mi espalda…

Dr. Ledesma: ¿Marcelo y quién más?

Cabezas: No sé con quién estaba Marcelo, y el periodista pone…

Dr. Ledesma: ¿Qué actitud adoptan ellos?

Cabezas: Bueno, el periodista bastante… digamos, no sé si agresivo, en el sentido de querer desprestigiar a los organismos de derechos humanos, y todo el trabajo y la lucha de los familiares ¿no?, haciendo mucho hincapié de que yo voy a la liga, ¿por qué Amnesty Internacional, por qué recurro; por qué hacemos tanto movimiento, por qué tantos pedidos?

Dr. Ledesma: ¿Efectúan grabación de la entrevista o efectúan notas?

Cabezas: Hay grabador.

Dr. Ledesma: ¿Pudo determinar cómo se llamaba de apellido el Ruso? Con posterioridad me refiero.

Cabezas: Lo supe hace poco.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llama?

Cabezas: Lázaro BRASTEIN.

Dr. Ledesma: ¿Qué actitud adoptaron mientras se desarrollaba la entrevista periodística Julia, ABDALA, Juan y Marcelo?

Cabezas: Estaban en una mesa atrás nuestro, y Marcelo tenía el retorno del micrófono, así que escuchaba toda la conversación.

Dr. Ledesma: ¿Usted respondía conforme a las instrucciones que había recibido?

Cabezas: Sí, conforme a las instrucciones y en algún… por ejemplo hubo detalles, que los.., ellos no me dijeron que yo dijera…, cuando fui a la entrevista con la primera periodista me dijeron: “no menciones a tuhijo, que está en México”, y esta vez me dijeron: “Hacé igual que con la periodista”, entonces me pregunta el periodista si yo tenía otro hijo y yo le dije que no; luego me pregunta si yo creo en Dios, yo le contesto que para mi lo único verdadero y real es Dios y la justicia divina, y ellos me preguntan qué pienso de los culpables.

Dr. Ledesma: ¿Usted vio con posterioridad ese reportaje?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿No lo leyó nunca?

Cabezas: No, porque no podía, porque pensé que era…, sabía que era todo fraguado porque después se desvirtuaba todo lo que yo había dicho…

Dr. Ledesma: ¿No declaró judicialmente sobre ese reportaje?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿No le fue exhibido en esa ocasión?

Cabezas: En esa ocasión sí, lo leí; sí, sí, en ese momento lo escuché…

Dr. Ledesma: ¿Recuerda en qué lugar le fue exhibido?

Cabezas: Sí. ¿Puedo decirlo? En el juzgado del doctor OLIVIERI.

Dr. Ledesma: ¿Lo que ahí aparece concuerda con las expresiones vertidas por usted en la ocasión…?

Cabezas: No sale lo que me preguntan, si tengo otro hijo, sale que yo me voy al Uruguay después que muere mi marido, y eso no es cierto; no salen las respuestas mías sobre los culpables y sobre la justicia divina, son detalles que yo iba poniendo como para… pensando siempre que mi familia tuviera un…

Dr. Ledesma: ¿Y lo que sale positivamente se ajusta más o menos a lo expresado por usted?

Cabezas: No, nada.

Dr. Ledesma: ¿En qué aspecto?

Cabezas: Bueno, no salen esos detalles, y no salen…

Dr. Ledesma: Señor secretario, un segundito por favor; señor secretario exhiba a la compareciente. Señora, se le va a exhibir la fotocopia de la causa del Juzgado de Instrucción N° 3, que el secretario va a individualizar, y con el reportaje a la vista usted nos va a señalar en qué lugares se aparta de lo que expresó.

Cabezas: Perfecto.

Dr. López: Bueno, se trata de fotocopia certificada del expediente 39.426 del Juzgado de Instrucción N° 3, caratulado “VARELA CID, Eduardo”, su denuncia las fotocopias que se le van a exhibir son las correspondientes a las fojas 7 a 11 de la numeración original del expediente y, como número de fotocopia, 12 a 16.

Dr. Ledesma: Señor secretario, alcance a la testigo la respuesta recibida según su informe del día de la fecha que contiene el mismo elemento, y exhíbaselo directamente desde este…

Dr. López: Perfecto, a continuación se le va a exhibir idéntica… otra copia de la misma nota periodística que es la que se recibió ayer en secretaría.

Dr. Ledesma: Señora, la oigo, léalo, y al tiempo que lo va leyendo, no lo lea en voz alta, sino señálenos las diferencias que encuentra entre lo que usted afirmó y lo que aparece en el reportaje. A partir de su declaración, por favor, sin introducción ¿no? Señora…

Cabezas: Bueno, es todo mentira, es espantoso, yo no recibí amenazas, yo estuve.., ellos hacen publicar que Gustavo fue muerto en un enfrentamiento.

Dr. Ledesma: Más cerca del micrófono negro, por favor.

Cabezas: Ellos hacen publicar en los diarios que Gustavo fue muerto en un enfrentamiento…

Dr. Ledesma: Prosiga señora, por favor…

Cabezas: Yo no recibo amenazas, es mentira lo que… sobre la liga, en qué momento puedo decir eso, si ellos nos ayudaron siempre; además el funcionamiento y el trabajo de los familiares era por motivos tan dolorosos que de ninguna manera podía pensar eso… en ningún momento está, yo decido hacer, pensar que la solicitada era mentira, en ningún momento se acerca nadie a mí, en ningún momento mi hijo tiene ninguna actitud de ese estilo que dice acá, con los periodistas que sacan, me llevan ellos al Uruguay, el abogado McBRAIT menciona mi caso porque los familiares van a España en donde se realiza el congreso, de ninguna manera es…

Dr. Ledesma: ¿Qué familiares van a…?

Cabezas: De la Comisión de Familiares, no sé quiénes son las personas que viajaban…, es todo espantoso y mentira.

Dr. Ledesma: Señora, usted afirma que el contenido de esta entrevista es falso, la pregunta que le formula el Tribunal es si la respuesta que usted dio en esa entrevista en la confitería de Pampa y Figueroa Alcorta se ajusta a lo que dice ahí, o tampoco se ajusta.

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Las instrucciones que usted había recibido de Juan, Marcelo, etc., sobre las respuestas que debía dar, no son éstas?

Cabezas: No, está todo cambiado, todo cambiado, o sea, yo no digo que estoy secuestrada, no digo en ningún momento que estoy… sí, cómo podría explicarle, el periodista en lo que insiste es por qué yo recurro a los organismos de derechos humanos, Amnesty Internacional para pedir por el paradero de mi hijo, él hace hincapié y persiste en la pregunta, él dice que los organismos son usados por las organizaciones terroristas, eso es lo que dicen…

Dr. Ledesma: En concreto, señora, ¿sus respuestas grabadas por el periodista son las que aparecen en la revista o no?

Cabezas: No, no.

Dr. Ledesma: Prosigamos. Luego del reportaje, ¿qué es lo que pasa?

Cabezas: Luego del reportaje, bueno, volvemos a la Escuela y de ahí al otro día me llevan a la isla… esa noche…

Dr. Ledesma.: ¿Pudo identificar la isla?

Cabezas: No, no sé el lugar.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo permanecen en la isla?

Cabezas: Estamos hasta fines de setiembre, pero yo vuelvo a viajar al Uruguay, me llevan más o menos, creo que pasan 3 días más, ya estaba la comisión, dos veces más viajo al Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Con qué fin la llevan al Uruguay?

Cabezas: Para entrevistarme con dos periodistas de Nueva York para desinformar sobre mi desaparición, me llevan…

Dr. Ledesma: ¿Con quién viaja?

Cabezas: Con Marcelo.

Dr. Ledesma: ¿Con qué medios?

Cabezas: Avión… creo que Austral.

Dr. Ledesma: ¿Dónde se aloja en Uruguay?

Cabezas: En un hotel que está… no sé el nombre.

Dr. Ledesma: ¿No pudo identificarlo con posterioridad? ¿En qué calle está ubicado?

Cabezas: Bueno, los únicos detalles que tengo es que estaba cerca de la municipalidad y a la calle paralela de la avenida 18 de Julio -creo que es la avenida principal del Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Se realiza la entrevista?

Cabezas: Esa vez no. No se realiza porque no pueden viajar los periodistas, pero a mí me hacen conectar en una pizzería, estaba uno de los de servicios de Inteligencia del Uruguay, y viene otro que le hacen… dice llamarse Víctor CARRASCO. El era el encargado de recibir a los periodistas y hacerse pasar por mi amigo, que era el que me protegía en el Uruguay.

Dr. Ledesma: ¿Tiene lugar esa entrevista en esa ocasión?

Cabezas: En esa ocasión no, vuelvo a Buenos Aires y vuelvo a la isla; a los pocos días, creo que dos días más tarde, otra vez me llaman y viajamos al Uruguay nuevamente con Marcelo, ahí en el Uruguay nos recibe nuevamente el que se decía llamar Víctor CARRASCO y el otro señor que era del servicio de Inteligencia.

Dr. Ledesma: ¿Tuvo la entrevista?

Cabezas: Ese día llegamos de noche, al otro día a la mañana temprano llegan los dos periodistas…

Dr. Ledesma: ¿Dónde se aloja esa noche?

Cabezas: En el mismo hotel; me hacen poner anteojos ahumados, pañuelo en la cabeza, porque ya había salido “Para Ti”, y me llevan a un departamento que era de unos amigos de este señor uruguayo, y ahí están los dos periodistas o sea… pasan, yo tengo que estar en una esquina, en la avenida 18 de Julio, y a las 9 de la mañana pasa un coche con uno que se hacia llamar Víctor CARRASCO, los dos periodistas y un integrante del Centro Piloto de París, y en la entrevista…

Dr. Ledesma: En resumen, ¿cuáles son sus respuestas en las entrevistas?

Cabezas: Bueno, la entrevista es preguntarme en relación con mi desaparición, si es verdad que estoy desaparecida; bueno, yo digo que no, eso tenía que decir, que Víctor CARRASCO era mi amigo, que me había protegido en el Uruguay, que me daba ropas, alimentos, remedios, y que iba a estar ahí no sé por cuánto tiempo hasta que tuviera seguridad de volver a mi país.

Dr. Ledesma: ¿Se expide usted en esa entrevista en contra de las organizaciones de derechos humanos?

Cabezas: Ahí también ellos vuelven a indicarme de que ellos saben que los organismos de Derechos Humanos son usados por las organizaciones terroristas.

Dr. Ledesma: ¿Usted acepta eso; usted lo dice en esa entrevista?

Cabezas: No, ellos preguntan y yo digo que yo no sé, ellos me preguntan si es verdad eso, si yo sé eso, que yo no sé eso…

Dr. Ledesma: ¿Usted dice no saber?

Cabezas: Claro, era a través de un intérprete, o sea, ellos me preguntaban, el intérprete…

Dr. Ledesma: El intérprete quién…

Cabezas: El intérprete era del grupo del Centro Piloto de París.

Dr. Ledesma: ¿Cómo sabe que era del grupo del Centro Piloto de París el intérprete?

Cabezas: Porque me lo comenta después; termina la entrevista, me sacan fotografías, en la calle, al lado de un coche con chapa del Uruguay para publicar las fotos en Estados Unidos y en toda Europa, y se van ellos, y yo me quedo con el que decía ser Víctor CARRASCO.

Dr. Ledesma: ¿El intérprete era de idioma inglés?

Cabezas: Hablaba inglés.

Dr. Ledesma: ¿Usted sabe hablar inglés?

Cabezas: No, no.

Dr Ledesma: ¿Vuelve a la isla?

Cabezas: Vuelvo a la isla…

Dr. Ledesma: ¿Qué funciones cumple en la isla usted?

Cabezas: Cocino.

Dr. Ledesma: ¿Qué detenidos pudo ver en la isla?

Cabezas: En la isla había una casa en la que estabanlos “capuchas”. Habían trasladado a todos los que estaban en Capucha en ese momento…

Dr. Ledesma: ¿Cuántos eran, aproximadamente?

Cabezas: Eran más de 15… 17 eran.

Dr. Ledesma: ¿Pudo reconocer alguno de los que estaban en Capucha?

Cabezas: Después, cuando llegamos a Pecera; cuando volvimos a fines de setiembre.

Dr. Ledesma: ¿Cómo vuelven a la ESMA?

Cabezas: Volvemos nosotros primero en lancha y después nos espera un camión en el canal de San Fernando, un camión con toldo, y nos ponen a todos y nos distribuyen otra vez en la ESMA.

Dr. Ledesma: ¿Supo de la muerte o de la desaparición de alguna persona en la ESMA?

Cabezas: Sí; antes de ir a la isla, creo que fue en agosto, secuestraron a un matrimonio VILLAFLOR. Eran dos matrimonios: Josefina VILLAFLOR, José HAZAN, Elsa MARTíNEZ y Raimundo VILLAFLOR. En la madrugada en que los secuestran estábamos en Pecera un grupo de secuestrados y viene a decirme uno de Inteligencia, a quien le decían “Julio”, si podía cuidar a una nena, era la hijita de Josefina VILLAFLOR. La nena se queda conmigo; pienso yo que sería por la edad, pero se durmió pensando en su abuela. Yo duermo con la nena porque la nena lloraba mucho y a la otra mañana, a eso de las diez de la mañana, la llevan a la casa de la abuela. Uno de Inteligencia, a quien le decían “Fafa” y Lucía de OHN, se la entregan. Sabemos que la entregan en la casa de la abuela diciendo que eran compañeros de los padres. Además, esa noche traen elementos de la casa de los VILLAFLOR-HAZAN: máquinas de coser, licuadora, exprimidora y ropas.
Dr. Ledesma: Pero, ¿por qué usted afirma, concretamente que saben, que estas personas murieron o desaparecieron?

Cabezas: Yo no vi que los mataran, sabemos que no están…

Dr. Ledesma: ¿Hay algún personal de la ESMA que se lo refirió?

Cabezas: No, no. Lo que sé, si, es que muere Raimundo VILLAFLOR porque nosotros, en ese momento, teníamos el dormitorio entre Capucha e Inteligencia, y cuando los llevaban a torturar, tenían que pasar por ese lugar para Capucha y yo veía y podía mirar cuando los llevaban los guardias y que los arrastraban y los golpeaban y supimos que hubo mucho movimiento una noche. Corrían todos los guardias y era que había muerto; después supimos por los guardias, los chicos -los verdes que les decían-, que habla muerto realmente…

Dr. Ledesma: ¿Sabe en qué condiciones murió?

Cabezas: Después de una torrura dijeron que era un paro cardíaco por los golpes recibidos.

Dr. Ledesma: ¿Le consta la aplicación de tormentos a otros detenidos en la ESMA, aparte de los que acaba de mencionar?

Cabezas: Me consta a través de los dichos; o sea, me decían, me contaban cómo fueron torturados, pero no lo he visto.

Dr. Ledesma: ¿No oyó a alguien a quien torturaran o vio signos de esas torturas en alguien?

Cabezas: Eso fue cuando recién estuve en Capucha. Esa señora. Rosa, que estaba torturada hasta en la boca: eso sí lo vi.

Dr. Ledesma: ¿Visitó usted a su familia?

Cabezas: Sí; después que volvemos de la isla me lleva a La casa de mi madre, una noche, una tarde, a las 7.30 de la tarde, en un taxi que era de la ESMA, con un guardia al que le decían “Mario” y me deja dos horas en la casa de mi madre. A las nueve de la noche pasa a retirarme.

Dr. Ledesma: ¿Con posterioridad se repitió esto?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Cuántas veces?

Cabezas: Y… después me llevaban, por ejemplo, a las 8 de la noche y me iban a retirar a las 8 de la mañana del domingo; después fueron llevándome a las 8 de la noche del sábado y me iban a retirar a la noche del domingo.

Dr. Ledesma: ¿En qué condiciones recuperó su libertad?

Cabezas: Ellos me dijeron que yo estaba ahí por la acción psicológica que desempeñaba, que creían que estaba en condiciones de salir en libertad.

Dr. Ledesma: ¿Quién la dispuso?

Cabezas: ABDALA

Dr. Ledesma: ¿El personalmente se la comunicó?

Cabezas: El, personalmente, delante de todos.

Dr. Ledesma: ¿Y sabe cómo se decidía una libertad?

Cabezas: Mire, no sé exactamente cómo, concretamente. Sabemos -se decía-, se reunían y decidían. Eran decisiones por mayoría.

Dr. Ledesma: ¿Quienes?

Cabezas: Los oficiales, o sea, el equipo de ABDALA se reunían y, bueno, decidían quién iba a salir y quién no iba a salir. Eso era como una votación, pero no es nada concreto.

Dr. Ledesma: ¿Esto cómo lo supo?

Cabezas: Y… eso se decía por los guardias, pero…

Dr. Ledesma: ¿Con relación a la decisión de alguna muerte o traslado de alguna persona?

Cabezas: También; todo se decidía así.

Dr. Ledesma: ¿No sabe cómo estaba estructurado el grupo de tareas que usted mencionó, ABDALA y ese asunto de la votación, etcétera. Si había divisiones de tareas dentro del grupo?

Cabezas: No sé exactamente. Como para decirle algo concreto, no se.

Dr. Ledesma: Mientras permaneció en la ESMA, ¿estuvo a disposición de alguna autoridad civil o militar?

Cabezas: Cuando sale la revista Para Ti, va el…

Dr. Ledesma: Me refiero a algún proceso civil o militar.

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿Y a disposición del PEN?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: Aparte de las salidas que mencionó en el curso de la declaración, ¿fue conducida en alguna oportunidad a algún otro lado?

Cabezas: No. A la isla, a la quinta; había una quinta en Del Viso.

Dr. Ledesma: ¿Cuánto tiempo estuvo allí?

Cabezas: A la quinta me llevaron cuando me traían del Uruguay para dormir; ahí tenían una quinta de fin de semana.

Dr. Ledesma: Y aparte de la declaración judicial que mencionó, ¿efectuó alguna denuncia por estos hechos?

Cabezas: No

Dr. Ledesma: ¿Ante la CONADEP?

Cabezas: Sí, ante la CONADEP sí.

Dr. Ledesma: ¿Tenía usted militancia política?

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: ¿Qué actividades desarrollaba?

Cabezas: Estaba en la comisión de los familiares como secretaria de esa organización; era asistente dental y no estaba en ningún partido.

Dr. Ledesma: En qué trabajaba, me refiero…

Cabezas: Trabajaba en el Instituto de Odontología de Olivos como asistente dental.

Dr. Ledesma: ¿Sabe de algún matrimonio que haya estado detenido en la ESMA, aparte de los que ya mencionó?

Cabezas: Matrimonio… Yo veía a los guardias que venían con las alianzas de los secuestrados. Una vez vino un guardia y me dijo: “Miré…”

Dr. Ledesma: ¿Los nombres de algún matrimonio que no haya mencionado en el curso de su declaración?

Cabezas: No. No recuerdo en este momento.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si había algún detenido de sobrenombre “Pisco”?

Cabezas: Sí, a “Pisco” sí. “Pisco” estaba en Pecera, en Capucha cuando yo estuve en Pecera. A “Pisco” lo vi estando en el lavadero porque los de Capucha teníamos un lavadero común y a “Pisco” lo trajeron a lavar los platos, por ejemplo, y yo fui a lavar ropa.

Dr. Ledesma: ¿Sabe el nombre de “Pisco”?

Cabezas: Pablo LEPISCOPO.

Dr. Ledesma: ¿Sabe de alguna persona apodada “Kuky” que haya estado detenida mientras usted también lo estaba?

Cabezas: Sí.

Dr. Ledesma: ¿Sabe el nombre?

Cabezas: Susana de BARROS. No sé el otro apellido de ella.

Dr. Ledesma: ¿El marido estaba detenido?

Cabezas: También.

Dr. Ledesma: ¿Cómo se llamaba?

Cabezas: Osvaldo BARROS.

Dr. Ledesma: ¿Tenía algún apodo?

Cabezas: Yo lo conocí por Osvaldo, pero creo que los guardias le habían puesto ahí “Anteojito”.

Dr. Ledesma: ¿Sabe si había alguna persona de edad que…?

Cabezas: Estaba la señora a la que le decían “Tía Irene”. Yo la vi en el lavadero también.

Dr. Ledesma: ¿De alguna profesora de inglés que hubiera estado detenida?

Cabezas: Sí. Mariana. Se llamaba Nora Irene WALSHON, estuvo en Pecera con nosotros también.

Dr. Ledesma: Aparte de las personas parientas suyas que estaban detenidas, ¿algún conocido o familiar suyo fue privado de su libertad, aproximadamente para la fecha en que Ud. fue privada?

Cabezas: No.

Dr. Ledesma: ¿La Fiscalía alguna pregunta?

Dr. Moreno Ocampo: Sí señor presidente, si supo que hubiera algún detenido que se especializaba enarreglar aparatos electrónicos.

Cabezas: Sí, Mario VILLANI.

Dr. Moreno Ocampo: Si puede explicar cómo sabe que estaban “Kuky” y “Anteojito”.

Cabezas: Porque estaban en Pecera conmigo

Dr. Ledesma: ¿Recuerda qué trabajo desarrollaban?

Cabezas: Ellos hacían el análisis de los artículos que salían en los diarios, no se si eran políticos o si eran culturales, me parece que eran culturales.

Dr. Moreno Ocampo: Si sabe ¿cómo lograron los oficiales que allí trabajaban que se publicaran los reportajes que le hicieron en las diferentes revistas?

Cabezas: ¿Si sé cómo los oficiales hicieron para publicar el reportaje en Para Ti?

Dr. Ledesma: No, en la primera entrevista.

Dr. Moreno Ocampo: Si conoce alguno.

Cabezas: No sé porque eso lo manejaban desde el exterior, ellos con el…

Dr Ledesma: ¿Dijeron qué contacto tenían ellos?

Cabezas: El Centro Piloto de París hacía todas las cosas.

Dr. Ledesma: ¿También con la revista Para Ti?

Cabezas: Y no, de eso no.

Dr. Moreno Ocampo: Para complementar esta pregunta que se hace, si le podíamos repreguntar si supo que tuviera alguna conexión con algún medio de prensa, la gente que trabajaba en ese lugar, o que estaba en ese lugar.

Cabezas: ¿Sí había alguna conexión? No, no recuerdo.

Dr. Moreno Ocampo: Si la entrevista que le hicieron en Figueroa Alcorta el periodista que la entrevistó, le dio un nombre o se identificó de algún modo.

Cabezas: No.

Dr. Moreno Ocampo: Si lo puede describir.

Cabezas: La descrípcíonn no recuerdo bien exactamente. Hace muchos años.

Dr. Ledesma: ¿No puede dar ningún dato?

Cabezas: No; joven de unos treinta y algo de años…

Dr. Ledesma: ¿Del fotógrafo tampoco?

Cabezas: Del fotógrafo, también joven, alto, creo que tenía bigotes, no sé, no sé.

Dr. Moreno Ocampo: Si supo algo del secuestro de HIDALGO SOLA y Elena HOLMBERG, estando ella detenida en la ESMA.

Cabezas: No, nada.

Dr. Strasera: Si supo que hubiera algún detenido de apodo Nando.

Cabezas: Sí, Fernando BROSKI, lo vi en el lavadero también.

Dr. Strasera: Si puede decir por qué medio, en qué forma, fue liberada.

Cabezas: Me llevaron en un coche a mi casa.

Dr. Ledesma: ¿Quién la llevó?

Cabezas: Un guardia, no…

Dr. Ledesma: ¿No sabe el nombre?

Cabezas: No, en este momento no.

Dr. Strassera: ¿Dijo en qué vehículo?

Dr. Ledesma: No, no dijo. ¿En qué vehículo?

Cabezas: En un Ford Falcon blanco.

Dr. Strassera: Si supo algo estando detenida, de Rodolfo WALSH o vio unos efectos.

Cabezas: No, nada.

Dr. Strassera: Ninguna más.

Dr. Ledesma: ¿Las defensas? Dr. GOLDARACENA.

Dr. Goldaracena: Si cuando recuperó su libertad y la llevaron a su casa era la misma de Carapachaay que nombró al principio de la declaración.

Cabezas: No, la casa de mi madre, en Muñiz.

Dr. Goldaracena: Si desde ese día volvió a ver a alguna de las personas con las cuales compartió el cautiverio.

Cabezas: No, solamente a los BARROS; Susana BARROS y Osvaldo BARROS; solamente a ellos.

Dr. Ledesma: ¿En qué circunstancias?

Cabezas: Porque se hicieron muy amigos de mi sobrino, por el cumpleaños de las nenas, en esa fecha nos encontrábamos.

Dr. Goldaracena: Si cuando hizo su primera denuncia, si su primera denuncia fue la que hizo ante la CONADEP.

Cabezas: Ante la CONADEP.

Dr. Ledesma: Fue la primera, ¿en qué fecha?

Cabezas: Aproximadamente en julio del año pasado, o antes de julio.

Dr. Goldaracena: Si formuló alguna otra denuncia o declaración.

Dr. Ledesma: Esta respondida, doctor.

Dr. Goldaracena: Esa denuncia señor presidente y hablo de una causa por el tema de Para Ti. Si fuera de ésas ¿hay alguna más?

Dr. Ledesma: Declaró en elJuzgado de Instrucción N° 3.

Dr. Goldaracena: En la causa de VARELA CID, si fuera de esas dos…

Dr. Ledesma: Respondió negativamente a la existencia de otra denuncia.

Dr. Goldaracena: Perdón, señor presidente; en las dos últimas oportunidades que fue al Uruguay, ¿cuántos días permaneció allí?

Dr. Ledesma: Surge del contexto, sólo pernoctó una vez en ambos casos.

Dr. Goldaracena: Dijo la declarante que el 10 de mayo del ’76, su hijo Gustavo Aieiandro salió temprano a la mañana a acompañar a una amiga. Si esa amiga vivía en la casa de la declarante.

Cabezas: No señor, estaba de visita.

Dr. Ledesma: ¿Adónde la acompañaba?

Cabezas: A la casa de ella.

Ledesma: ¿Sabe dónde vivía?

Cabezas: Era San Isidro, no recuerdo la ubicación.

Dr. Goldaracena: Si había ido de visita esa misma mañana temprano.

Cabezas: No, había ido a la noche y como era muy tarde se quedó.

Dr. Goldaracena: Si con posterioridad, fuera de lo que ha dicho, se enteró de alguna causa o motivo por la cual haya sufrido su hijo el episodio que describió.

Cabezas: Lo único que supe de Gustavo fue, creo que lo dije, a través del conscripto, después no supe más nada, nunca, ni vinieron a casa ni nada, no sé nada.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo haber viajado a México, a Roma y a Madrid con otras madres. Si esas madres eran las mismas que integraban la comisión en la que dijo haber ocupado un cargo.

Dr. Ledesma: ¿Puede decir si integraban la comisión?

Cabezas: No.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo también que esas personas por razones de seguridad se manejaban con sobrenombres. Si recuerda cuál era el sobrenombre que utilizaba la declarante.

Cabezas: No recuerdo.

Dr. Goldaracena: Si se hospedaban en los mismos hoteles.

Cabezas: Sí.

Dr. Goldaracena: Si el grupo fue integrado de la misma forma durante todo el viaje por estos tres lugares o si se fue cambiando en su integración.

Dr. Ledesma: Si el grupo que fue a España y a Roma, estaba integrado de la misma manera por las mismas personas.

Cabezas: Sí, sí.

Dr. Goldaracena: Si en los diferentes registros en los distintos hoteles no tuvo oportunidad de conocer los verdaderos nombres de las restantes integrantes del grupo.

Cabezas: No, porque no tenía interés en saberlo.

Dr. Goldaracena: La declarante dijo que cuando fue interrogada, por primera vez en ocasión de su detención se le preguntó por qué había cambiado su actitud con Julia Estela SARMIENTO; anteriormente ante la comisión dijo que obviamente Julia Estela era una infiltrada de los servicios. Si esta conclusión la sacó antes o después de ser detenida.

Dr. Ledesma: ¿Usted efectuó esa afirmación?

Cabezas: No sé si exactamente dije eso, lo que sí me pareció extraña fue la actitud de Julia.

Dr. Goldaracena: Si recuerda cómo hizo su viaje a México. Si fue un viaje directo de Buenos Aires a México, o si hubo escalas intermedias.

Cabezas: Sí, creo que sí.

Dr. Goldaracena: Si obtuvo con motivo de ese viaje su pasaporte o lo había obtenido con anterioridad.

Cabezas: Tenía pasaporte.

Dr. Goldaracena: Si fue necesario tramitar visa.

Cabezas: Bueno, cuando llegué a México.

Dr. Ledesma: Afirmativamente, respondió doctor.

Dr. Goldaracena: No me queda claro si la visa la obtuvo aquí o en México.

Cabezas: En México.

Dr. Goldaracena: La declarante, la segunda vez que fue interrogada, reconoció haber mentido en los datos que había dado en la oportunidad. Si recuerda qué explicación dio teniendo en cuenta que también se le preguntaba por qué había mentido.

Dr. Ledesma: En la primera oportunidad no fue doctor.

Dr. Goldaracena: En la primera oportunidad dice haber dado un número telefónico que en realidad no sabía, en la segunda oportunidad se le preguntó si había mentido y por qué reconoció haber mentido.

Dr. Ledesma: Efectivamente, pero fue en la tercera en la que se rectifica. ¿Cuál es la pregunta concreta al respecto doctor?

Dr. Goldaracena: Eran dos las preguntas que se le hacían, si había mentido y porqué la testigo dijo que reconocía haber mentido en ese momento, pero no sé si se le siguió preguntando por qué y en su caso qué respondió.

Dr. Ledesma: Esto ha sido respondido.

Dr. Goldaracena: Yo no lo he advertido señor presidente…

Dr. Ledesma: La testigo refirió que había pergeñado esa suerte de reconocer que tenía un responsable para sustraerse al castigo, y con posterioridad cuando fue descubierto que el número telefónico no correspondía, admitió que había sido una idea personal para evitar el castigo.

Dr. Goldaracena: Si en esos interrogatorios se le preguntó si en sus viajes a México, a Madrid, fundamentalmente en Madrid y en Roma, se había entrevistado con miembros de la organización Montoneros.

Dr. Ledesma: Ya le preguntó el Tribunal al respecto, y negó.

Dr. Goldaracena: El Tribunal le preguntó si ella se había entrevistado, no si se le había preguntado sobre esa supuesta entrevista.

Cabezas: ¿Si me habían preguntado?

Dr. Goldaracena: Sí, si en el interrogatorio a que fue sometida se le preguntó sobre posibles entrevistas con miembros…

Cabezas: Sí me preguntaron, me preguntaban eso.

Dr. Ledesma: ¿En qué lugar?

Cabezas: En la ESMA.

Dr. Ledesma: No, no ¿en qué lugar habían tenidolugar las entrevistas sobre la que la interrogaban?

Cabezas: Si yo había tenido entrevistas…

Dr. Ledesma.: Con miembros de la cúpula de la organización ilegal Montoneros y en dónde la había tenido, si le mencionaba el lugar.

Cabezas: Claro, ellos decían de que era en Roma.

Dr. Goldaracena: Si este episodio recuerda haberlo comentado con Carlos MUNOZ.

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: ¿No recuerda o no lo comentó?

Cabezas: No lo comenté.

Dr. Goldaracena: Si conoce a FIRMENICH.

Dr. Ledesma: Con la aclaración que si Ud. encuentra alguna respuesta que pueda ser autoincriminante, puede negarse a contestar, puede responder.

Cabezas: Me niego a contestar.

Dr. Ledesma: No le oí, la pregunta es si tuvo entrevistas y conoce a FIRMENICH, personalmente, no a través de su actuación pública.

Cabezas: No señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a María Antonia BERGER.

Cabezas: A María Antonia sí, porque estaba en Puebla.

Dr. Goldaracena: Si puede decir qué hacía Antonia BERGER en Puebla o puede explicar en qué circunstancia la conoció.

Cabezas: En Puebla había un salón muy grande donde había un mostrador donde nos acercábamos a pedir una audiencia con los obispos, María Antonia estaba entre el público, no sé exactamente lo que ella hacía ni lo que ella hablaba porque era uno más entre todo el público; sé que me señalaron que era María Antonia.

Dr. Ledesma: ¿Diálogos con ella tuvo?

Cabezas: …

Dr. Ledesma: ¿Algo con ella tuvo o alguna conversación con alguna sustancia?

Cabezas: Bueno, había conversaciones, como era todo general dentro del público que estaba ahí, eramos muchos, y si se hablaba en un momento, bueno, por equis circunstancia, uno se acercaba y conversaba pero nada, nada personal, nada individual.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si puede dar alguna precisión, sobre por qué, si era simplemente una persona más del público, se acuerda de haberla visto a Maria Antonia AVALLAY.

Dr. Ledesma: Puede contestar.

Cabezas: Sí, porque me acuerdo de que la vi, y bueno porque la señalaron y porque estábamos muchas horas ahí.

Dr. Ledesma: Recuerda, ¿quién la señaló, quién le dijo que era ella?

Cabezas: Bueno, recuerdo que cuando hablábamos con periodistas, los periodistas la conocían, creo que fue, habrá sido algún periodista, no, no sé precisar la persona.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si en esa oportunidad, se le dijo algo sobre las actividades de María Antonia AVALLAY.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, no señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a una persona de apellido VACA o VACA NARVAJA.

Cabezas: No señor.

Dr. Goldaracena: Si conoce a una persona de apellido OBREGON u OBREGON CANO.

Dr. Ledesma.: Puede responder.

Cabezas: Por los diarios.

Dr. Goldaracena: La testigo dijo que, en ocasión de su entrevista con un periodista y un fotógrafo en Figueroa Alcorta y Pampa, estando ellos sentados, ella con el Ruso, aparecen el periodista y el fotógrafo, si le quedó claro cuál fue la forma por la cual el periodista y el fotógrafo los identificaron a ellos.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Quedaba algo así, como explícito; si me habían dicho que eran periodistas de Para Ti, bueno, era una situación, no podía pedir documentos.

Dr. Goldaracena: Si en algún momento se enteró de cuál fue el motivo, o la imputación por cuya virtud estuvo privada de su libertad.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: ¿Si se por qué estuve?

Dr. Ledesma: Efectivamente

Cabezas: Me dijo ABDALA que era por la situación psicológica que desempeñaba.

Dr. Ledesma: ¿Doctor?

Dr. Goldaracena: Si se enteró de cuál fue el motivo o la imputación por la cual habían estado en parecida situación o en la misma situación, su sobrina y el marido de ella

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Suponemos que ha sido por mi situación, por lo que ellos se movían buscándome y haciendo averiguaciones, pero yo personalmente no sé.

Dr. Goldaracena: Si su sobrina o el marido tenían alguna militancia política activa, o en alguna organización.

Cabezas: No, no tenían.

Dr. Goldaracena: Si puede precisar, cuál es el grado de parentesco, entre la declarante y su sobrina.

Dr Ledesma: No le alcancé a oir doctor.

Dr. Goldaracena: ¿Cuál es la relación de parentesco?

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Es la hija de mi hermana.

Dr. Goldaracena: Nada más señor presidente, gracias.

Dr. Ledesma: ¿Alguna otra defensa? Doctor BUERO…

Dr. Buero: Señor presidente, el doctor GOLDARACENA acaba de aludir al pasaporte que había necesitado la declarante; mi pregunta es, si tiene ese pasaporte, el pasaporte que ha usado.

Dr. Ledesma: ¿Puede fundamentar la pertinencia de la pregunta doctor?

Dr. Buero: Sí, señor presidente.

Dr. Ledesma: (inint.)

Dr. Buero: (inint.) como anoche, con la fundamentación, ¿puede fundamentarlo en presidencia?

Dr. Lodesma: Acérquese. Señor fiscal, puede acercarse por favor… ¿Posee el pasaporte, senora?

Cabezas: No señor.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si puede decir, en esas oportunidades, en qué fecha salió y en qué fecha volvió a entrar en el país, si lo recuerda.

Dr. Ledesma.: ¿Se refiere a…

Dr. Buero: A ese viaje que hizo a México.

Dr. Ledesma: Si lo recuerda, señora, responda.

Cabezas: Mire, sé que era en enero y volví en marzo.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: ¿Del año?

Cabezas: Pero no recuerdo la fecha.

Dr. Buero: Perdón, ¿de qué año? Me interesa que lo diga la testigo.

Dr. Ledesma: El año, señora.

Cabezas: 1979

Dr. Buero: Si cuando viajó a España e Italia usó el mismo pasaporte que había empleado para ir a México.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Dr. Buero: Si estuvo en Brasil.

Dr. Ledesma: ¿En qué fecha, doctor?

Dr. Buero: En oportunidad de ese viaje.

Dr. Ledesma: Con motivo de este viaje, ¿estuvo en Brasil?

Cabezas: No.

Dr. Buero: Movimiento Peronista Montonero, con una serie de personas, quiero aclarar que no le pregunto si ella estuvo, o si alguien le preguntó sobre eso mismo, ¿si sabía que en Roma, en la época de su viaje, efectivamente, había una reunión del Movimiento Peronista Montonero?

Dr. Ledesma: Puede responder, señora.

Cabezas: No, señor.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si a la fecha de los hechos referidos en su declaración, la declarante tenía bienes de fortuna.

Dr. Ledesma: No ha lugar a la pregunta; inconducente, doctor.

Dr. Buero: Señor presidente, pido reposición basada en que la testigo, si mal no recuerdo, dijo que ella había pagado estos viajes.

Dr. Ledesma: Efectivamente, lo dijo, doctor.

Dr. Buero: Por eso, sí.

De. Ledesma: Insisto en el no ha lugar.

Dr. Buero: Muy bien, señor presidente. Si a la fecha de su liberación quedaban muchos prisioneros en la ESMA. Aproximadamente qué número.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: Sí, quedaban más, creo que más de 20 personas.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si con posterioridad a su liberación se entrevistó con algún otro prisionero.

Dr. Ledesma: Ya lo contestó, doctor.

Dr. Buero: ¿Dijo con quién?

Dr. Ledesma: Sólo, sólo el matrimonio BARROS.

Dr. Buero: Gracias. Si el marido de su sobrina, que dijo que era Héctor Eduardo PICCINI, tenía algún sobrenombre y si puede, si lo recuerda.

Dr. Ledesma: ¿Tenía algún sobrenombre PICCINI?

Cabezas: Ahí, dentro de la ESMA, le decían “Tata”.

Dr. Ledesma: Doctor BUERO.

Dr. Buero: Si sabe si Norma Irene WOLSHON tenía militancia en alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No sé, señor.

Dr. Buero: Si sabe por qué la detuvieron, entonces.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No sé, señor.

Dr. Buero: Si sabe si BASTERRA integraba alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Buero: Si sabe por qué lo detuvieron

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Buero: Si Carlos MUÑOZ integraba alguna organización subversiva.

Dr. Ledesma: Puede responder.

Cabezas: No, señor.

Dr. Ledesma: ¿Sabe por qué lo detuvieron?

Cabezas: No sé, no sé.

Dr. Buero: Por último, señor presidente, solicito que, con la prevención del caso, se le pregunte si la declarante, que dijo no tener filiación política o actuación política, integraba, en cambio la rama femenina del Movimiento Peronista Montonero.

Dr. Ledesma: Con la prevención de que puede negarse a contestar si considera la pregunta autoincriminante, puede contestar, señora.

Cabezas: No contesto.

Dr. Buero: Nada más, señor presidente, gracias.

Dr. Ledesma: ¿Alguna otra defensa? El Tribunal dispone de un cuarto intermedio de 15 minutos. Señora, su testimonio ha terminado.

Seminario Interdisciplinario Sobre Archivos en Chile. Londres 38

Londres 38 participa en Seminario Interdisciplinario Sobre Archivos en Chile

En el espacio, que contó con la presencia de invitados internacionales, Londres 38 planteó la necesidad de definir un marco legal sobre archivos y acceso a documentos que hoy se encuentran bajo secreto.

Publicado el 12 de junio de 2017
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Este 9 de junio se realizó la tercera versión del Seminario Interdisciplinario de Archivos en Chile, organizado por Archivo Fech, la Dibam y el Archivo Nacional, donde también participó Londres 38, a través de su coordinador de Archivo Digital, Juan René Maureira.

Bajo el título ” “Del diálogo a la acción”, el seminario contó con la presencia de expertos nacionales e internacionales, quienes compartieron también sus experiencias frente a distintos archivos, su uso, liberación y política en torno a su publicación.

Las temáticas abordadas fueron “Organización de Archivos de Derechos Humanos”, a cargo de Stella Segado,quien fue directora del Archivo Nacional de la Memoria de Argentina, directora de Derechos Humanos del Ministerio de Defensa de Argentina y encargada de crear el Sistema de Archivos de la Defensa; “Valoración, selección y eliminación en los archivos”, por parte de Norma Fenoglio, de la Escuela de Archivología de la Universidad Nacional de Córdoba; “Conservación y restauración en archivos”, dictado por Gemma Contreras, Subdirectora del Instituto Valenciano de Conservación y Restauración de España; y “Didáctica y Educación de los archivos”, dictado por Christophe Barret, Coordinador del Servicio Educativo de los Archivos Nacionales de Francia.

“El trabajo de archivos tiene relación con la memoria, la documentación de hechos que dan valor a la verdad y para encontrar justicia. El punto de partida del trabajo con archivos tiene que ver con la empatía con los usuarios, que son las víctimas o sus familias”, señaló en su presentación Stella Segado.

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Segado contó los avances en administración y difusión de archivos clasificados, desde la creación de la CONADEP, en el gobierno de Raúl Alfonsín, con el objetivo de investigar casos de víctimas de la dictadura; hasta el gobierno de Néstor Kirchner y Cristina Fernández, donde se creó y funcionó una política de liberación de archivos clasificados en el Ministerio de Defensa y otras reparticiones del Estado, archivos que fueron pruebas para muchas víctimas en juicios contra agentes de la represión y que hoy se encuentran abiertos a disposición de la ciudadanía, e incluso fondos completos digitalizados y subidos a internet en la plataforma “Archivos Abiertos

La charla de Segado fue comentada por Patricia Huenuqueo del Archivo Nacional de Chile, quien se refirió, entre otras cosas a las dificultades que enfrentan en relación al secretismo y un marco legal débil que otorga pocas atribuciones y recursos para el tratamiento de archivos de derechos humanos; y Juan René Maureira, refiriéndose al trabajo de liberación de archivos clasificados de militares en la dictadura argentina y los aprendizajes y desafíos en Chile frente al mismo tema. Una de las diferencias que establecieron entre ambos países es que en Chile aún hay cientos de archivos secretos, a los que no se ha podido tener acceso, como los de la Comisión Valech, de la Colonia Dignidad, de las fuerzas armadas y policiales, y de agencias de inteligencia como la DINA y la CNI, tal como evidenció Londres 38 en su campaña “No Más Archivos Secretos“.

“El acceso a la información de la represión no solo es una herramienta para encontrar la verdad y la justicia, sino también para el ejercicio del derecho a la verdad y la memoria, para la construcción de un Estado democrático fundado no en el secretismo y la impunidad, sino en la transparencia, la verdad y la justicia.. Por eso es necesario avanzar a un marco legal estable sobre archivos de memoria y derechos humanos, que haga de su recuperación, conservación y difusión, una política permanente del Estado”, comentó Juan René Maureira.

 

 

EL ARCHIVO FECH, LA DICTADURA Y LOS DERECHOS HUMANOS

 

 

Desde su fundación en 2008, el Archivo y Centro de Documentación de la Federación de Estudiantes de la Universidad de Chile (AFECH) ha mostrado un compromiso férreo con la defensa y promoción de los Derechos Humanos. Se trata de un asunto que no ha sido buscado de forma intencionada, sino que es ineludible, forzoso e inexcusable. Está en el nervio mismo de su cuerpo documental y, por lo mismo, forma parte de su identidad y de su valor como institución. El archivero francés Michel Duchein ha planteado que el Archivo es el corazón de las instituciones. En ese caso, los documentos del AFECH palpitan y en cada uno de sus latidos resuenan las luchas estudiantiles y los costos humanos y materiales que han sufrido por defender la vida y la libertad. Conjuntamente, han marcado el ritmo de su devenir y condicionado varias de sus iniciativas en sus seis años de existencia.

Originado como un proyecto estudiantil, la historia del AFECH representa un recorrido por recuperar y centralizar el patrimonio documental de los estudiantes de la Casa de Bello. Un material desperdigado y destruido producto del descuido y la inconsciencia, pero, principalmente, por los constantes ataques y las continuas destrucciones de sus diversas locaciones.

Cuatro momentos para ejemplificar. Primero. 21 de julio de 1920. Una turba de estudiantes conservadores y nacionalistas asoló el local de Ahumada 73. Hubo una quema pública de su biblioteca y de los archivos de las revistas Claridad y Juventud. También de su Imprenta. Segundo. 2 de abril de 1957. Fuerzas policiales ingresaron al local, rompieron las cañerías y desmantelaron una inundada casa de Alameda 341. Tercero. Julio de 1971. Un incendio provocado terminó con el local en llamas, el mismo que escogió Salvador Allende para proferir un discurso para celebrar su llegada a la Presidencia. Cuarto y final. El golpe de Estado del 11 de septiembre de 1973. La FECH clausurada y, más tarde, declarada ilegal.

Un Tánatos archivístico ha acechado históricamente la producción documental y patrimonial estudiantil. Así, la historia del Archivo FECH se puede caracterizar como un constante recabado de huellas, cuyo recorrido se orienta a contrapelo y en racconto a esa destrucción, desaparición y desperdigamiento al que lo ha querido destinar tantas veces la historia. He ahí el mayor valor de esta iniciativa. También, la de sus documentos recuperados en esta operación centrípeta. En Archivística, los archivos son una consecuencia inevitable de la actividad práctica de una institución. Sus documentos, entonces, materializan una serie de funciones y actividades de la FECH: los papeles están unidos y reflejan el actuar de la Federación. De ahí la posibilidad de recuperar las memorias e hilvanar las historias de sus protagonistas durante y después del golpe de 1973.

En su mayoría, los documentos del Archivo FECH evidencian la lucha estudiantil por democratizar la Universidad de Chile en un contexto de represión e intervención militar y, también, sus intentos infructuosos y exitosos por fomentar y hacer respetar los Derechos Humanos: a la vida, a la libertad y al de asociarse libremente.

Después del 11 de septiembre de 1973, el régimen militar clausuró la Federación. En su reemplazo se estableció la Federación de Centros de Estudiantes de la Universidad de Chile (FECECH). En 1976-77,  apareció la ACU: la Agrupación Cultural Universitaria, organización de estudiantes que, por medio del arte y la cultura, intentó suplir su ausencia y trató de hacer Universidad en las peores condiciones.

En 1979, en un congreso clandestino se restableció la Federación, compitiendo de forma paralela con la organización oficialista. En 1984, tras largas luchas y dolorosas muertes, los estudiantes lograron recuperar la institución de los embates de la dictadura. Durante esa década, la FECH se dirigió críticamente contra las políticas educacionales de Pinochet, al punto de que en 1987 logró convocar a un paro general de dos meses contra el rector designado José Luis Federici.

Estas y otras acciones le han dado sentido y marcado el rumbo de varias de nuestras iniciativas. Primero, al intento de organizar y digitalizar la Colección de Derechos Humanos. Se trata de cerca de 700 documentos que oscilan entre 1976 y 1984. Además de permitir reconstruir las historias mencionadas más arriba, incluyen las listas de detenidos y diversos recursos de amparo. También, cartas de solidaridad nacional e internacional producto de la persecución a diversos líderes estudiantiles. Contiene, además, la querella interpuesta a Pinochet por la FECH en 1998. En ella es posible de ver el proceso de construcción del libelo y la persecución contra 75 alumnos que terminaron como detenidos desaparecidos y una información sumaria sobre su desaparición.

Segunda iniciativa. Como registrar y archivar era peligroso, los documentos recuperados han sido pocos y escuetos: vacío y silencio. Con la finalidad de paliar esa situación se origina el Archivo Oral y Audiovisual de las Memorias Estudiantiles. Nos percatamos que cada estudiante es un potencial documento: un soporte de información que aglutina vivencias y experiencias. Así lo experimentamos en nuestros encuentros, donde las diversas generaciones de estudiantes de la Universidad de Chile generan un diálogo. Por lo mismo, hemos buscado a los testigos para provocar el registro y archivar su memoria, transformando el silencio de los papeles en la voz de sus protagonistas.

Ambas iniciativas nos han vinculado con otras instituciones afines. De ahí nuestra participación en la Red de Archivos de Memoria y los Derechos Humanos, instancia colaborativa y de reflexión donde sus miembros reconocemos los archivos como herramientas de importancia radical para elaborar políticas de memoria. El Archivo se torna, así, en un espacio pedagógico: sus documentos posibilitan elaborar narrativas con potencial educativo y ejemplificador sobre la promoción y defensa irrestricta de los Derechos Humanos. Se refuerza, además, su calidad de repositorios de evidencias jurídicas, cuyos documentos son claves para la apertura y/o avance de litigios para alcanzar la verdad y la justicia.

 Archivo de Memoria y de los Derechos Humanos, el Archivo FECH ha colaborado activamente con el Colectivo Patricio Manzano, agrupación de estudiantes de la generación de los 80, quienes no han descansado por  reconstruir las circunstancias de la muerte del estudiante de Ingeniería Patricio Manzano en los Trabajos Voluntarios de Aconcagua 1985, primer mártir de la FECH democrática. Y, también, por clamar justicia. Celebramos la apertura del caso judicial contra Alberto Cardemil y, también, expresamos nuestra profunda felicidad y un enorme agradecimiento por el libro (próximo a ser publicado) de Marcela Campos, integrante del Colectivo, que indaga sobre los luctuosos sucesos que llevaron al fallecimiento de Patricio Manzano.

Actos y no gestos. Escrituras que son fundamentales para mantener viva la historia de la FECH y tomar conciencia de los costos humanos y sociales que enfrentó una generación universitaria para recuperar de la dictadura a la misma institución que hoy está intentado ser deslegitimada. Pato Manzano es uno. Faltan más. Como Archivo FECH hemos querido contribuir a saldar la deuda que tiene la Universidad de Chile con su memoria. Sin embargo aún falta sistematizar la información que está desperdigada en los diversos repositorios de la Universidad. Escasea un trabajo en conjunto. Un esfuerzo archivístico mancomunado y decidido. Falta una voluntad global de la Universidad con un proyecto íntegro a largo plazo donde realmente exista un reconocimiento de lo sucedido y, a la vez, una investigación al respecto que permita saldar esa deuda tanto con los docentes exonerados, como con los estudiantes en Dictadura.

El 17 de septiembre de 1843, en el discurso de instalación de la Universidad de Chile, Andrés Bello, su primer Rector, planteaba el rol que debía cumplir esta institución en su relación con la sociedad y el país. “Será como un cuerpo eminentemente expansivo y propagador”, declaró. Con la dictadura de Pinochet, este cuerpo recibió una herida que no ha cicatrizado y cuyo impacto y profundidad aún falta aquilatar. Mutilado su cerebro por la fuga de académicos y, también, por el asesinato y persecución de varios estudiantes. Mutilado su corazón y su espíritu en cuanto, desde entonces, se impuso una nueva idea de Universidad, de cultura, de arte y de país.

Claudio Ogass Bilbao

Director y Archivero

Leonardo Cisternas

Coordinador de Investigación y Extensión

Finalmente presentamos un documental, desarrollado en el marco de un proyecto financiado por la Universidad de Chile, que buscaba la creación del primer Archivo de Memoria Oral del Movimiento Estudiantil, mediante el registro de 7 testimonios que relataron su experiencia en una Universidad intervenida por los rectores designados durante la Dictadura cívico-militar.

El eje central del documental estuvo puesto en la Recuperación de la FECH entre 1976 y 1984, preguntándonos ¿Es válido interrogar desde el presente al movimiento estudiantil durante la Dictadura cívico-militar?  ¿Cuáles son las memorias que subyacen del recuerdo individual y colectivo de diversos momentos y espacios? ¿Qué se ha escrito y cómo han mirado y/o leído el rol que cumplieron los hijos de Bello en la lucha por la democratización interna y externa?

Las entrevistas apuntaron, precisamente, a revelar estas preguntas, interrogando e intencionando la fuente. A continuación los invitamos a visualizar nuestro documental que refleja uno de los periodos más duros del movimiento estudiantil de la Universidad de Chile.

Documental sobre la Recuperación de la FECH: de la ACU a la FECH

 

En la actualidad, la Red está conformada por las siguientes instituciones:

Memorias de PRIGUE de Chacabuco. Épica de los Campos de Concentración.

Memorias de  PRIGUE de Chacabuco. Épica de los Campos de Concentración.

                   

 
“Para que nadie se olvide”.
“Para ti, papá, que perdiste tu juventud (en Chacabuco). Pero no olvides que ese fue el precio de la libertad del individuo”.

Chacabuco. Angel Parra

 

Campamento de Prisioneros “Chacabuco”

Antofagasta; II Región

Cerca de 110 kms de distancia de Antofagasta, en medio del desierto de Atacama  fue instalado el Campo de Prisioneros Chacabuco, ubicado en la Oficina Salitrera Chacabuco, al costado este de la Ruta CH-5. En la antigüedad era un pequeño pueblo minero donde funcionaba la compañía minera de nitrato, Sociedad Química y Minera de Chile (Soquimich). El pueblo se encontraba abandonado desde 1938 y se usaba para prácticas militares del ejército. El Campo de Prisioneros Chacabuco fue utilizado desde principios de noviembre de 1973, hasta abril de 1975, con  más de 1.000 presos políticos. Este Campamento era sólo de hombres. El sector de prisioneros fue delimitado con alambradas de púas, minas antipersonales y torres de vigilancia con personal armado de metralletas. El Campo de Prisioneros Chacabuco fue uno de los más grandes campamentos de prisioneros no sólo de la región, sino del país. Los presos políticos concentrados en este campo venían de diferentes recintos militares especialmente de la Primera y Segunda Región, así como de Santiago y Valparaíso. Los detenidos no sólo habían sido torturados en los diversos lugares donde anteriormente habían permanecido recluidos sino también durante el trayecto a Chacabuco. En especial todos aquellos que fueron trasladados en trenes de carga desde Iquique, en barcos desde Valparaíso (el Andalién), y en camiones militares desde Pisagua.

El Campo de Prisioneros Chacabuco estaba a cargo de la Primera División del Ejército de Antofagasta, pero la guardia rotaba entre el ejército, la Fuerza Aérea y personal de Carabineros. Muchos presos fueron dejados en libertad a principios de 1974, período en el cual nuevos prisioneros fueron traídos a Chacabuco. El campo empezó a vaciarse gradualmente en julio de 1974, en la medida que los internos eran trasladados a diferentes campos de Santiago y Valparaíso (Tres Alamos, Ritoque y Melinka). De acuerdo a los testimonios recibidos, la guardia rotaba entre personal del Ejército, Fuerza Aérea y Carabineros. Vigilando el campo, había un tanque militar que transitaba continuamente alrededor de éste. Los testimonios señalan, además, que era frecuente que los sobrevolaran aviones en vuelos rasantes. El Comité para la Paz informó a fines de 1974: Los presos vivían en corredores de adobe que contenían diez casas pequeñas. Cada una era de dos o tres pisos y mantenía a seis presos. Había un comedor de uso común y no contaba con luz eléctrica hasta julio de 1974.

Hay testimonios que coinciden en señalar que, al ingresar al campamento, los prisioneros eran obligados a tenderse desnudos por horas sobre la cancha de fútbol; normalmente eran recibidos con maltratos, amenazas y golpizas de pies, puños, objetos contundentes, como las culatas de los fusiles.

Los detenidos vivían en corredores de adobe que estaban formados por diez casas pequeñas como pabellones. Cada una era de dos o tres pisos y mantenía a seis presos. Había un comedor de uso común y no contaba con luz eléctrica.

El maltrato fue constante. Las condiciones de vida, a juicio de los declarantes, eran amenazadoras e inciertas en alto grado. Según las denuncias presentadas ante la Comisión Valech, las malas condiciones de vida incluían una denigrante situación alimenticia y el hostigamiento permanente. Bajo cualquier pretexto, los detenidos eran sacados por las noches a la intemperie, dejándolos hasta la madrugada bajo el intenso frío del desierto; y en otros momentos, durante el día, eran forzados a permanecer bajo el sol.

Es importante notar que la arbitrariedad del castigo que denuncian los ex presos fue una fuente de constante amenaza y tortura psicológica. Los efectivos inventaban motivos para interrogarlos, supuestas planificaciones de fugas o sabotajes por parte de los presos. Consta por los testimonios que también se practicaron de manera permanente las amenazas de acciones contra las familias de los prisioneros.

Los ex prisioneros experimentaban una presión adicional al ser sometidos a intensas jornadas de ejercicio de tipo militar y tener un régimen de trabajos forzados, en especial, trabajos, sin utilidad ni sentido. Asimismo consta de algunas declaraciones que hubo prisioneros que eran mantenidos por algún tiempo separados del resto, en un régimen carcelario con maltratos más severos. Otros eran mantenidos en continuos interrogatorios, con aplicación de torturas. Los testimonios indican que muchos de los prisioneros recibieron golpizas de pies, puños y con objetos contundentes, como las culatas de los fusiles, además de simulacros de fusilamiento.

Algunos de los ex presos políticos denunciaron haber sido llevados desde este recinto hacia Antofagasta para ser interrogados, en medio de torturas y golpes, por el fiscal militar de la zona. Otros fueron interrogados en medio de golpes en el campamento, por agentes de civil y agentes del Servicio de Inteligencia Militar (SIM).

Testimonios:

“…el desierto, lo veíamos más grande y extenso, el calor seguía aumentando, la velocidad era lenta. No podíamos conversar. La caravana recorrió más de una hora cuando empezamos a ver una chimenea alta que indicaba la presencia de la antigua oficina salitrera Chacabuco de la Anglo Latauro (Compañia Inglesa). Llegamos a unos murallones y entramos por una abertura grande. Se pusieron al lado de los buses, unos tanques que nos apuntaban amenazadoramente con sus cañones. El nerviosismo aumentaba más y más, casi tiritábamos de miedo. Los buses pararon frente a unas rejas. Los carabineros nos entregaron contados al Ejército.”  (Sadi Renato Joui Joui, en su libro “Chacabuco y Otros Centros de Detención”, 1994)

“..en el campo de concentración de Chacabuco a cargo del Ejército, fuimos nuevamente víctimas de trato inhumano, degradante y humillante además de constantes amenazas y amedrentamiento psicológico y físico. Inmediatamente que nos recluyeron dentro del cercado de alambre-púa, electrificado y con altas torres de vigilancia, el comandante a cargo del campo, capitán Carlos Minoletti Arriagada, nos hizo formar en un lugar abierto, ordenó desnudarnos, esparcir las pertenencias personales en el suelo y esperar así inmóviles su inspección que iba a efectuar a cada uno. El capitán Minoletti demostrando su brutal prepotencia e impunidad por cualquier delito, realizó dicha inspección agrediendo a cada ciudadano detenido con insultos, trato ofensivo y afirmaciones calumniosas, agrediéndolo con golpes y comentarios humillantes. Terminada su inspección, que tomó horas bajo el ardiente sol y aire de la pampa, nos hizo agrupar para vejarnos otra vez con falsas acusaciones, calumnias y amenazas de todo tipo. Con ínfula de juez divino nos notificó que estábamos allí “por las huevadas que han hecho y las que pensaban hacer”(sic). Personal del Ejército y Fuerza Aérea se turnaban en la vigilancia del campo y en imponer el arbitrario régimen de cautiverio a los ciudadanos allí detenidos. Otros oficiales que cometieron trato inhumano fueron los capitanes Santander y Alexander o Alejandro Ananias. El capitán Santander, quien se vanagloriaba de ser campeón panamericano de tiro al blanco y amenazar a los prisioneros con eso de donde ponía el ojo ponía la bala, en más de una ocasión nos hizo comer bajo un enorme despliegue de soldados fuertemente armados y apuntando directamente a las cabezas de las personas. En otra, interrumpía abruptamente la hora de comida para hacernos formar sin razón específica. En otra oportunidad nos agrupó para reprendernos humillantemente y acusarnos falsamente de rayar las murallas con consignas políticas. Por otra parte, pilotos de la Fuerza Aérea, en aviones de combate, hacían vuelos rasantes sobre el campo de concentración cotidianamente, provocando inquietud y temor en la población reclusa.

 “..en Chacabuco fui obligado a recoger los excrementos con las manos […]. Además fui golpeado en las plantas de los pies descalzos con un palo solamente porque mi segundo nombre es Augusto” (Comisión Valech)

[…] de pie todo el día a pleno sol (40°C) y de noche los hacían correr para sentir el frío del desierto” (Comisión Valech)

Criminales y Cómplices

Capitán Alejandro Ananías (Ejercito); Capitán Carlos Minoletti Arriagada (Ejército); Capitán Victor Santander Veliz (Ejercito); Capellán Varela; Capellán Jorquera; Capellan Zenteno;

Capitán Zabala; Teniente Canals

 

Fuentes de Información: Informe Rettigg; Informe Valech; Coordinadora de Ex-presos Políticos de Santiago: “Nosotros los Sobrevivientes acusamos”; Libro: “La Represión Política en Chile: Los Hechos”; Diarios: “Punto Final”; “Fortín Mapocho”; “La Nación”; “El Siglo”; Chipnews.com; Libros:Chacabuco y Otros Centros de Detención“, “La Represión Política en Chile”; Archivo memoriaviva.com.

La Nacion

9 de Noviembre 2003

Monumento nacional: ¿Cómo era Chacabuco?

El sector alambrado, que fue donde vivimos y penamos, tenía más o menos seis cuadras de largo y tres de ancho. Había pabellones para obreros y para los empleados. Todas eran casas pareadas, de adobes y techos de calamina. Durante el día, cada casa era un horno y de noche, una nevera. Cuando llegamos ninguna casa tenía puertas ni ventanas. Les habían clavado arpilleras, que el viento las sacudía a su antojo. Se improvisaron dos grandes letrinas, con duchas y lavatorios. Los servicios higiénicos eran dos o tres grandes acequias con tablones encima para solo poner los pies.
Jorge Montealegre es poeta, escritor y sobre todo, un hombre hecho y derecho, yo diría intachable. Estuvo preso junto conmigo en Chacabuco, cuando la dictadura de Pinochet empezó a cargar su mano cruel y no paró más. Jorge tenía entonces 19 años.
Escribió poemas en su carácter de preso político y después, cuando recuperó la libertad y salió al exilio, siguió escribiendo como condenado. Recién publicó el libro “Frazadas del Estadio Nacional”.
Voy a reproducir algunas líneas donde describe lo ocurrido el 9 de noviembre de 1973, hoy hace 30 años, cuando se avisó a los presos del estadio que serian trasladados a la salitrera de Chacabuco:
“Nos metieron en buses, nos amenazaron por enésima vez y designaron a tres soldados, con fusiles ametralladoras para custodiarnos en el vehículo. También estaban los jardineros del estadio que miraban estupefactos, impotentes, con los ojos brillantes. Salimos en caravana hacia Valparaíso. Al cruzar la ciudad vimos cientos de pañuelos que apenas asomaban por las ventanas. Los carabineros cortaban los caminos. Muchos jeeps y camiones militares eran parte del convoy. Ya en la carretera, aparecieron los helicópteros.
Nos llevamos el Estadio en el recuerdo. Íbamos a Chacabuco. No es fácil deshacerse del Estadio. Sigue aquí adentro”.

HAZAÑAS DE FILISTOQUE:
Mario Benavente, profesor, filósofo, master en ciencias políticas, dictó clases durante 40 años en la Universidad de Concepción, también cayó preso. De notable educador, la dictadura lo convirtió en peligroso extremista.

Estuvo detenido en Investigaciones, en la cárcel pública y el estadio Regional en Concepción. Después pasó a Chacabuco, campo Melinka de Puchuncaví y campo de Tres Alamos. Más de 20 meses sin libertad y luego exiliado a Suecia.
Escribió un libro notable: “Contar para saber”. De Chacabuco, describe este simpático episodio en la página 53: ” Todas las actividades programadas por los detenidos, llevaban el sello de la rebeldía. El poema, el canto, el show semanal, la escuela, el deporte, el circo, eran algunas de sus manifestaciones. Filistoque fue un ser peculiar. Rubicundo, grandullón y fornido. Su sonrisa permanente lo acompañaba a todos los rincones. Cuando reía, mostraba sus cuatro poderosos dientes, dos arriba y dos abajo.

Todos los demás fueron volados a culatazos por los torturadores. Era generoso y siempre dispuesto a ayudar. Se ganó el aprecio de todos. Sabía de sus limitaciones. Hombre de pueblo, de población, le gustaba conversar con los más cultos. Nadie conocía su nombre real. Le hacia gracia que así fuera, le daba otra personalidad, se sentía importante.

Fue duramente torturado, porque había integrado el grupo de seguridad del PS y Altamirano. Por eso afirmaba que vivía de yapa. No sabemos cómo ni cuándo, fue nombrado jefe para formar con los presos una banda de guerra. Lo hizo tras largas sesiones y cumplió. Salió a desfilar un día con su banda fuera del campamento dejando la sensación de que era fuga. Un camión con soldados armados hasta los dientes, los fue a buscar a todos.
La banda fue disuelta y los castigaron en forma ignominiosa. Filistoque estuvo en tela de juicio hasta el final, salió de Chacabuco, fue trasladado a otros lugares de prisión y finalmente expulsado del país. Se radicó en Inglaterra”.
En 1984, cuando la dictadura estaba en su apogeo, nadie se atrevía a levantar la voz. Por eso resultó casi desafiante que la revista Hoy, dirigida por Emilio Filippi, se atreviera publicar un libro que abriera de par en par las puertas del oprobioso campo de prisioneros de Chacabuco.
En esa aventura, lo acompañé sin titubeos, arriesgando la libertad y ¿por qué no?, hasta la vida. Se editó el libro “Un viaje por el infierno” que relató descarnadamente como vivieron casi diez mil presos que pasaron por la salitrera.

¿Cómo era Chacabuco?

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El sector alambrado, que fue donde vivimos y penamos, tenía más o menos seis cuadras de largo y tres de ancho. Había pabellones para obreros y para los empleados. Todas eran casas pareadas, de adobes y techos de calamina.
Durante el día, cada casa era un horno y de noche, una nevera. Cuando llegamos ninguna casa tenía puertas ni ventanas. Les habían clavado arpilleras, que el viento las sacudía a su antojo. Se improvisaron hasta el final, dos grandes letrinas, con duchas y lavatorios. Los servicios higiénicos eran dos o tres grandes acequias con tablones encima para solo poner los pies.

Allí vivieron los presos chacabucanos, pero todo se hizo más llevadero porque el Consejo de Ancianos, nombrado por los propios detenidos, creó servicios médicos, asistencia judicial y social, bibliotecas, pulpería, salas para los conjuntos artísticos y un diario mural. Fuimos gente de buena ley”.
¿A qué vienen estos recuerdos que asaltan y enternecen? El viernes pasado, a las 19 horas, en el salón de honor del viejo Congreso Nacional, llegaron de todos los rincones de Chile los presos que pasaron por Chacabuco. Pronunciaron discursos, lloraron a mares, repartieron abrazos y pidieron que la vieja salitrera, el fatídico campo de concentración, sea por angas o por mangas, un Monumento Nacional.
Creo que se lo merece…

El Siglo
Ex Presos Políticos de Concepción: “Derrotados … No vencidos”

El Auditorio de la Universidad de Concepción repleto por un público conmovido, fue el escenario en que Mario Benavente Paulsen y su esposa Nimia Jaque Peña presentaron la semana pasada sus relatos testimoniales “Contar para saber” y “El árbol que florecía hijos”, de uno y otra, respectivamente, en sendas ediciones costeadas por ellos mimos como ejemplar contribución a la “memoria histórica” de la brutal represión fascista en Chile y la dignidad y fortaleza con que la afrontaron sus “prisioneros políticos”, entre ellos los narradores.
Son decenas de breves testimonios de sus propias vivencias y de las de otras y otros ex presos políticos de los “campos” de reclusión y torturas de Chacabuco, Puchuncaví, Los Alamos precedidos del paso inicial por cuarteles Isla Quiriquina y Estadio Regional de Concepción. Incluso, la narración de la niña, hija de una madre presa; la visión de Nimia desde el patio de la cárcel penquista de su hijo encaramado en un árbol del parque vecino para verla por sobre los muros. Ocho de las ex prisioneras “reportadas” por ella se hicieron presente en el acto.
El abogado de Derechos Humanos Nelson Caucoto, ex alumno de la U. de Concepción, inició el acto con una esperanzada exposición de avances en cuanto al aumento de los procesamiento de coautores, cómplices y encubridores de crímenes contra la humanidad en Chile.
En el acto, auspiciado por el Colegio de Profesores de Concepción, presentó a los autores la dirigenta nacional Olimpia Riveros, que compartió con ellos desde antes de los sucesos del 73 en la actividad y lucha gremial y política de izquierda. La acompañaron en la misión Patricia García y Alberto Carrasco, maestros colegiados.
Benavente y Nimia cerraron el acto. El señaló que los ex presos políticos “fuimos derrotados… pero no vencidos”, reafirmando sus decisiones pese a la exoneración de sus cátedras, los maltratos y torturas y el largo exilio. Destacó los cursos de variados estudios y certámenes literarios en el campo Chacabuco como expresión de la dignidad con que se afrontó la represión en ellos.

CHACABUCO, MEMORIA DEL SILENCIO

Por Dr. Luis Cifuentes S.

La película “Chacabuco, memoria del silencio”, de Gastón Ancelovici, refleja una realidad distinta, y en consecuencia adopta un enfoque diferente, al film “Estadio Nacional” al punto que es difícil y acaso injusto intentar compararlas. Mientras el Estadio Nacional, junto al Estadio Chile, Villa Grimaldi, Tejas Verdes y varios otros lugares fueron centros de tortura y exterminio, Chacabuco fue, en sentido estricto, un campo de concentración. Fuimos enviados allí prisioneros políticos que ya habíamos sido interrogados en espera de que el aparato administrativo dictatorial decidiera qué hacer con cada uno de nosotros. La tortura y el asesinato, entonces, no fueron fenómenos de ocurrencia diaria ni frecuente en la antigua oficina salitrera. Este hecho, sin excluir la tragedia (hubo un suicidio en el tiempo que yo permanecí en el campo, al que me refiero más abajo), por si solo generó un distinto tipo de convivencia y de comunicación, con un fuerte contenido comunitario.

La película refleja esta situación: no se trata de testimonios en forma de monólogos, como en “Estadio Nacional”, sino de conversaciones colectivas, filmadas tanto en Santiago como en el campo mismo. El poeta Jorge Montealegre, quien, siendo un adolescente escribiera su primer poema en Chacabuco, hace de ancla del documental y habría sido muy difícil, sino imposible, encontrar una persona con mejores aptitudes para la tarea. Su poema “Así es el choquero”, recitado por el autor en su vivienda chacabucana, despertará viejas y nuevas emociones.

El film comienza con impresionantes vistas aéreas del desierto y de Chacabuco. La belleza de los cerros, cielos y crepúsculos constituyó el trasfondo majestuoso de todo lo sucedido. Las conversaciones entre Montealegre, el poeta Rafael Salas y Angel Parra abren los fuegos, en un primer reconocimiento del campo. Allí estaba la pulpería… ¿o era acá ? Allá la bella iglesia de madera, destruida por el fuego en 1982; acá el templo evangélico; más allá, el “barrio cívico”, donde los abogados, médicos y artistas presos tenían sus locales de atención y creación. Yendo más al hueso, aquí fue donde nos recibieron con insultos, golpes y amenazas cuando “inauguramos” el campo, donde nos dijeron que “NO requisarían las hojas de afeitar, por si queríamos suicidarnos”.

La película esta cargada de emotividad e ilustrada por trozos de una filmación realizada por un equipo de la RDA que llegó a Chacabuco engañando a los militares con el recurso de hacerse pasar por holandeses. De fondo, aparte de la música compuesta para el film por Angel Parra hijo, hay extractos del concierto de despedida de Angel Parra padre, grabado en cassette por Alberto Corvalán Castillo, hijo del entonces secretario general del Partido Comunista. Alberto murió en el exilio antes de cumplir los 30, producto de las torturas sufridas en el velódromo del estadio nacional. Es su voz la que se escucha narrando aquella grabación, que apareció en forma de disco en Italia en los 70. En una escena llena de ternura, Angel canta la canción que compuso en el campo a su pequeña hija Javiera, ahora en presencia de la adulta homenajeada.

Las muchas anécdotas de Chacabuco están bien representadas. En especial, la protagonizada por el popular Filistoque, un preso que, dada su experiencia, fue encargado por el comandante para entrenar a la banda de los militares. Filistoque aprovechó la ocasión de uno de sus tantos ensayos para dirigirse a la puerta del campo a la cabeza de sus hombres, dio orden de abrirla y luego salió marchando por la carretera en dirección a Calama seguido de los disciplinados militares. Por cierto, no llegó lejos, pero esta debe ser la anécdota más sabrosa en la historia de los campos de concentración, no sólo de Chile.

Me impactó ver el teatro restaurado, aunque eché de menos los maltrechos pero elegantes asientos de fierro y tapiz y las imponentes aunque añosas cortinas del escenario, que colgaban ahí desde los años 20. El teatro era el lugar donde en ocasiones se nos autorizó a recibir visitas.

Una serie de otros ex-prisioneros agregan sus recuerdos. De especial valor son los de Mariano Requena, primer presidente del Consejo de Ancianos, que cuenta de las difíciles, y a veces hilarantes, relaciones con los militares. Otros mencionan los cursos de nivel primario, secundario y universitario impartidos entonces por los mismos prisioneros en la “universidad del desierto”. Yo dicté uno de Termodinámica Química, aprovechando como texto el libro de Fisicoquímica de Castellan, que en forma casi milagrosa alguien había llevado al campo. También contribuyen al testimonio colectivo un ex-oficial destacado en Chacabuco y un ex-capellán.

La película me dejó un buen sabor, de fraternidad y esperanza. A la salida, entre las pocas personas presentes en la sala, me encontré con un viejo amigo, ex-chacabucano. Nos fuimos a tomar una cerveza, tratando de hacer durar la fraternidad recién revivida.

¿Qué podría yo agregar a este sólido testimonio fílmico ? Tan sólo una anécdota: cuando llegó al campo el primer grupo de presos provenientes del estadio (luego llegarían de todo Chile) nos formaron en la calle principal y el capitán a cargo salió del perímetro enrejado hacia su oficina. A los pocos segundos se escuchó, de lo alto de una torre de vigilancia, el grito: “¡Alberto Corvalán Castillo !”. El interpelado, que estaba en el grupo, en un acto de valor inolvidable, corrió hacia la torre sin saber si lo ametrallarían. Al llegar al pie, le dejaron caer un saco con pan, reunido por los conscriptos para los presos. “¡De la base de la Jota!”, le gritaron.

Lo asombroso de esta historia, de la que fui testigo presencial, no consiste tanto en que hubiera una organización de izquierda entre los militares que nos custodiaban como en el hecho – que hasta hoy me cuesta explicarme – de que ellos actuaran a vista y paciencia del resto de los conscriptos sin ser denunciados; esto, sin que me quepa ni la más remota sombra de una duda, les habría valido la muerte por despedazamiento. Los panes fueron rápidamente distribuidos (ignoro si también fueron multiplicados) y el saco lanzado dentro de una casa; los oficiales nunca se enteraron. Esta anécdota refleja un aspecto de la realidad de aquellos días que es bueno no desechar.

Expreso mi gratitud a Gaston Angelovici y a todos los que contribuyeron a hacer realidad esta película. Junto a los films de Guzmán y Parot, ella contribuye a rescatar memoria en un país amnésico que mira para otro lado.

Vayan mis recuerdos hacia mi amigo Marcelo Concha, hacia el profesor Francisco Aedo y otros, que luego de salir de Chacabuco fueron nuevamente aprisionados y hasta la fecha están desaparecidos. Rindo homenaje al obrero Oscar Vega, que había vivido y trabajado en Chacabuco en su juventud. Anciano, solo y destruido, por haber sido asesinada toda su familia, buscó su vieja casa y se colgó de una viga. Los que no nos colgamos tenemos, en consecuencia, ciertos deberes de humanidad de los que, tarde o temprano, tendremos que rendir cuentas.

Piensa Chile

29 noviembre, 2013

Mensaje de lucha desenterrado 39 años después en Chacabuco

En el encuentro de los ex prisioneros del Campo de Concentración de Chacabuco, la antigua oficina salitrera en la pampa de Antofagasta -el 23 y 24 de noviembre de 2013- un grupo de antiguos reclusos se dio a la tarea de encontrar una botella enterrada, con un mensaje escrito en octubre de 1974, cuando se cerró el campo.

Carta en botella 1974Tras un debate acerca de la locación exacta, y con gran emoción, excavaron en el pequeño patio de la vivienda y encontraron una botella intacta. En la parte exterior, uno de los presos -un químico- escribió “VENENO”, y una fórmula terrorífica, para espantar intrusos.

La carta aun legible en el papel amarillento, está firmada por cuatro partidos de izquierda, y es un testimonio de moral revolucionaria y compromiso de lucha que la asamblea de los ex prisioneros adoptó el mismo día como “Declaración de Chacabuco” en el teatro de la antigua oficina salitrera.

El mensaje conserva plena vigencia. A continuación el texto completo y el registro audiovisual de su lectura a viva voz, por uno de sus redactores, minutos después de la excavación, realizado por el equipo de HispanTV-Chile:

    ………………A la caída del Gobierno Popular encabezado por Salvador Allende, se instaura en Chile una feroz dictadura que estremeció al mundo por su crueldad y terror. Miles fueron los muertos a lo largo del país; otros tantos los desaparecidos.

Asimismo llenaron las cárceles y los campos de concentración más de diez mil presos políticos. Sólo por este campo pasaron 1.284 escogidos dirigentes de izquierda, incluyendo jóvenes menores de edad y ancianos en extremo. Vivieron y sufrieron aquí hombres de diferentes regiones del país. De Copiapó, Antofagasta, Valparaíso, Santiago, Colchagua, O’Higgins, Linares, Chillán, Biobío, Concepción, Arauco, Osorno llegaron a este desolado lugar, símbolo de la explotación de los obreros del salitre. Obreros, campesinos, empleados, intelectuales, profesionales y estudiantes que se distinguieron por su alta moral, y solidez en sus principios.

La soledad de la pampa cobró vida con la activa creatividad de los artesanos y artistas que nacían al amparo de la soledad de los días de cautiverio. Memorables fueron los shows que alegraron domingo a domingo los días de cautiverio. Nadie olvidará la chingana, la fogata, las obras teatrales, el circo, la fecunda actividad de los talleres artesanales, sus variadas exposiciones de cobre, madera, telar, onyx, como tampoco nadie olvidará las torres, con sus uniformados y fusiles apuntando a la alambrada, las odiosas formaciones a pleno sol o al frío de la noche, los allanamientos, el pillaje, la canción nacional y su agregado irónico, nuestros nobles… Como tampoco nadie podrá olvidar el escuálido rancho, las migajas de pan, la rosca y sus derivados, las úlceras y neurosis.

Pero todo se superaba con dignidad y moral. Se organizaron por casa, pabellón y campo, en todo unidos. El Consejo de Ancianos, que era la máxima organización, creó servicios públicos para los detenidos, tales como el bienestar, el policlínico, la escuela, la biblioteca, la asociación deportiva, departamento de aseo, administración, cooperativa artesanal, etcétera.

Son acontecimientos memorables para cada uno: en homenaje a la memoria de los compañeros mártires, el digno minuto de silencio el día 11 de septiembre de 1974; la lealtad y nobleza de los compañeros que viajaron miles de kilómetros; el fusilamiento de los perros llegados al campo; las misteriosas explosiones de las minas que rodeaban el campo; los días sin agua.

Aunque permanecieron sólo en este lugar más de un año, nadie se consideró más o menos libre que el resto de sus hermanos de la calle, pues era la patria una inmensa cárcel. El compromiso con la libertad tampoco fue un anhelo individual, sino un compromiso de combate junto al pueblo.

Hasta ellos llega el aliento constante, creciente, de la solidaridad de los trabajadores del mundo y sus vanguardias políticas, y de los países y pueblos democráticos y organizaciones internacionales, por medio de la voz amiga y hermana de Radio Moscú, Habana, Progreso, Berlín, etc.

Hoy, al ser …….(ilegible)…… y otros campos de concentración, se marchan con la convicción inevitable del triunfo de la revolución socialista para días no lejanos. Compañeros, en sus mentes está presente la necesidad de la victoria inevitable. Necesitamos sólo una victoria: la final.

Partido Comunista de Chile
Partido Socialista de Chile
Movimiento de Izquierda Revolucionaria
Movimiento de Acción Popular Unitaria

Chacabuco, Octubre de 1974

 

Palabras de Guillermo Torres Gaona
Presidente Nacional del Colegio de Periodistas de Chile

Santiago, 7 de noviembre de 2003 Sala de la ex Cámara de Diputados

Estimadas amigas, amigos, compañeros:

Impregnados de la solemnidad de este recinto que representó, por tantos años, la tradición republicana de nuestra nación y que fue escenario de tantas decisiones trascendentes para el pueblo chileno, nos reunimos esta noche con el impacto vigente de todo aquello que nos involucró, exactamente, hace 30 años. Lo hacemos con una mixtura de emociones, entre el dolor y la esperanza, entre el recuerdo del pasado y la mirada hacia el porvenir, y entre los sueños interrumpidos y las certezas de nuestras convicciones. Nos acompañan nuestras familias, esposas, hijos, nietos; en fin, muchas y muchos seres queridos que compartieron con nosotros las consecuencias del cautiverio de entonces, o que se han integrado años después en el transcurrir inevitable del tiempo como nuevas familias.

Pero todo, hoy, inmerso en una común gratitud:

Nuestro agradecimiento a quienes hicieron de la solidaridad internacional un gigantesco movimiento que comprometió a millones de personas en los cinco continentes y que permitió salvar tantas vidas y, a la vez, aislar de la comunidad de naciones al régimen terrorista encabezado por Augusto Pinochet. Movimiento que incluyó a estados, naciones y a organizaciones de todo tipo, a gobiernos de países amigos que dispusieron para la comunidad de chilenos exiliados, hasta de radioemisoras, como fueron los casos de la URSS, Alemania Democrática, Cuba, Checoslovaquia, Hungría, Argelia, y tantas otras para informar de la situación y estimular el apoyo a la causa democrática de los chilenos. Gobiernos que, como los de Suecia, tuvieron embajadores de la más noble lealtad y fiereza para defender a loa asilados, y que rompieron relaciones con la dictadura. A todos ellos, eterna gratitud.

Esta noche, nos rodea el ejemplo de coherencia de nuestro presidente mártir, el compañero Salvador Allende, y en su legado buscamos el recto camino hacia una sociedad más justa, más democrática, más pluralista; en definitiva, más humana y al servicio de las causas justas y libertarias que ennoblecen a la persona.

Siempre con la esperanza de construir un país en que prevalezca la justicia, esa primera virtud de todo sistema social; solidario, en que se instale la verdad, que satisfaga las aspiraciones legítimas y tan postergadas del pueblo, en que haya respeto irrestricto a los derechos humanos para impedir cualquier aventura antidemocrática en contra de nuestras naciones. Y que las víctimas del régimen militar alcancemos una justa reparación

Hace 30 años justos, desde diversos lugares del país, los militares que asaltaron a sangre y fuego el sistema democrático preparaban las caravanas de la muerte y, a la vez, finiquitaban sus operativos para trasladar a numerosos prisioneros políticos, que permanecían como rehenes en estadios y diversos centros de reclusión, a campos de concentración que instalaron en apartadas regiones del país. Desde la gélida isla Dawnson en la zona más austral del planeta hasta el desierto de Atacama.

Lo que nos habría parecido como una pavorosa imagen sobre el nazismo alemán, y que formó parte de un pasado acercado por el cine, la literatura y el análisis político, se convertía en una violenta y cruel realidad para tantos miles de chilenos. Así, nos hicieron trasladar para continuar como prisioneros de una guerra inexistente, sólo justificatoria del asalto al poder, en el campo de concentración situado en el desierto más árido del mundo, con temperatura sobre 30 grados en el día y de cinco grados bajo cero en la noche.

La oficina salitrera de Chacabuco, declarada monumento nacional durante el Gobierno del Presidente Allende para resguardar la historia épica de los obreros de las salitreras a comienzos del siglo 20, se convertía en un lugar elegido, montado y equipado para negar la vida y todas las libertades humanas.

Por Chacabuco, en su año de existencia, pasamos más de tres mil prisioneros, procedentes de distintas zonas del país. El primer grupo lo constituímos, básicamente, 736 prisioneros que procedíamos del Estadio Nacional, y posteriormente fueron llegando compañeros de Valparaíso, Concepción, Linares, Colchagua, Copiapó, y de diferentes provincias y ciudades de la zona norte, hasta Arica. Todos sobrevivientes de experiencias muy duras por la represión.

A treinta años de hechos imborrables en nuestras vidas y de tantas consecuencias personales, pero que deben pertenecer a la memoria colectiva de nuestro país, a la memoria histórica de la nación, nos hemos esforzado por convertir estas historias personales en testimonios que trascienden, que revelan verdades que todavía permanecen ocultas y que corren el riesgo de quedar sepultadas.

Así, hay decenas de obras de compañeros chacabucanos que ilustran y detallan la tragedia, pero que también dan cuenta testimonial de ese enorme amor a la vida de todos, el sentido de supervivencia y de ganarle a la muerte, como prisioneros políticos que no pierden el sentido más profundo de nuestras existencias.

Mario Benavente, Rolando Carrasco Moya, Santiago Cavieres, Luis Alberto Corvalán, Adolfo Cozzi, Virgilio Figueroa, Alberto Gamboa, Sadi Joui, Jorge Montealegre, Alejandro Wittker, entre otros, han narrado los avatares como prisioneros de la dictadura, han publicado antologías poéticas y han dejado testimonios imborrables de sus historias personales y también colectivas como Chacabucanos.

Todos ellos, y muchos otros más, han contribuid al fortalecimiento de una cultura reconocida de la verdad histórica.

Porque, básicamente, se trata no sólo de no olvidar, porque el olvido es la cesación de la memoria que se tenía, el descuido de lo que se debía tener presente.

De lo que se trata es, primariamente, como testigos y víctimas, de revelar, informar, narrar, escribir, aportar a la sociedad chilena que sepa que hubo campos de concentración, que hubo miles de detenidos a lo largo de todo el territorio nacional. Que el golpe de estado puso en práctica una política de aniquilamiento de todo un pueblo, que se operó con la lógica –actualizada a la época– de la política nazi de exterminio y de la devastadora doctrina de la Seguridad Nacional propugnada por los Estados Unidos.

Fue una política de Estado, con todo lo que ello implica, para echar abajo al Gobierno del Presidente Allende, destruir la institucionalidad democrática, para eliminar a todos quienes profesaban o eran partidarios de la Unidad Popular y para instaurar una dictadura con la violencia de las armas.

Por eso que hoy, a 30 años del golpe militar y del día exacto en que fue abierto el campo de Chacabuco, es justo hablar de sobrevivientes. Y no por un afán de martirizarnos, de flagelarnos con la memoria, de ser autorreferentes o de agudizar la condición de víctimas.

Sí, es cierto. Los que pasamos por los campos de concentración y estamos vivos, somos sobrevivientes.

Lo que primero nos hermanó en los centros de torturas y campos de prisioneros fue el sobrevivir en las durísimas condiciones a que fuimos sometidos. Ganarle a quienes, con la tortura, el maltrato y las humillaciones querían aniquilarnos; a ellos, ganarles con la vida. Seguir viviendo.

En Chacabuco, organizados con nuestras propias capacidades y competencias para soportar el cautiverio, formando el Consejo de Ancianos y su estructura grupal por pabellones, debimos soportar las privaciones; buscar y ser dignos en nuestra condición de prisioneros políticos aislados en el desierto más árido del mundo, sometidos a un régimen en que se buscaba el abatimiento psicológico y la destrucción ideológica. Y mantener en alto la honra y el orgullo, esos dos valores de la verdadera patria que nos habla el Premio Nobel de Literatura, José Saramago. Honra y orgullo que se manifestaron en la vida que se logró desarrollar en Chacabuco

Básicamente, nos esforzamos por entregar a los demás, lo que sabíamos hacer. Así como los médicos se organizaron en la policlínica y constituyeron un valiosísimo grupo humano y profesional que resguardó nuestra salud, también los 18 periodistas que estuvimos allí partimos con un noticiero oral, que se leía a la hora del rancho en los comedores, con noticias de lo que ocurría en el campo y con recomendaciones. Cuando ya estaba afianzada la organización del Consejo de Ancianos, comenzamos con la edición semanal de Chacabuco-73, diario mural con noticias, crónicas y entrevistas. Todo, obviamente, pasaba por la censura estricta de la oficialidad. Pero siempre logramos pasar “goles”, tanto que el editorial de la edición del 18 de septiembre fue el Cuándo de Chile, de Pablo Neruda, sin que los censores se percataran de qué estaban autorizando para su publicación.

Los profesores, hicieron una enorme contribución educativa y pedagógica con la escuela con más de 400 alumnos, y tantos otros profesionales, artistas, técnicos, trabajadores que entregaron sus conocimientos y experticias. Hubo alumnos que aprendieron a leer hasta quienes desarrollaron sus capacidades para hablar otros idiomas.

Los shows dominicales, aunque censurados previamente, nos daban un hálito más de vida, empujando la necesaria creatividad para convertirlos en verdaderas comedias musicales y la animación de conductores que nos transmitían ánimo y exacerbaban nuestras esperanzas. Y la astucia para no vernos privados de poner allí, también, contenidos ligados con nuestra identidad valórica. Los concursos literarios y musicales pusieron a prueba el torrente de creatividad que es posible redescubrir en tan difíciles condiciones. El choquero es así, de Jorge Montealegre, Nuestro canto, Sin tu luz, ambas de Rafael Eugenio Salas, las canciones de los cuatro elefantes y otras han permanecido en el tiempo y han atravesado tantas fronteras.

Los tallados y la artesanía desplegada en cuero, ónix y otras pequeñas producciones permiten transmitir a las generaciones presentes y futuras los mensajes de nuestros sueños.

Es la cultura que se aloja en el alma de una nación y que también provino de un campo de concentración.

El conjunto Chacabuco, con Ángel Parra, la peña folclórica La Chingana, el grupo de teatro, cantantes y solistas en instrumentos musicales, expresaron notablemente nuestra vital ansia por recuperar la libertad.

Las competencias de fútbol y las olimpíadas, con diferentes pruebas atléticas, incluyendo torneos de vóleibol y tenis, también fueron expresiones de una vitalidad arrancada desde la esperanza

La organización del correo, cuyas piezas postales también eran censuradas por la oficialidad del campo, nos permitían una brizna de comunicación y de inmenso amor con nuestros familiares.

La recolección y préstamo de libros era parte de nuestras necesidades y su satisfacción, así como también la discusión y el debate político sobre la historia vivida y la proyección de un futuro tan difuso, que podía ser tan lejano como tan cercano. Incierto, para ser más precisos.

No nos derrumbaron. Aunque siempre lo quisieron y cuántas veces destruyeron todo lo que habíamos logrado con tenacidad y astucia. Pero se encontraron con una barrera cuyo sostén fue el apego a la vida y a los valores implícitos en nuestra condición de prisioneros políticos.

Somos individuos que teníamos enormes sueños, proyectos de vida, de futuro con nuestras familias, de un país más justo, solidario, con el pueblo como protagonista de su propio porvenir y nuestras vidas se vieron tan radicalmente cambiadas. Como sobrevivientes, nos compromete también la memoria de nuestros compañeros que ya no están. Y cuántos ya no están con nosotros.

Cuantas vivencias compartidas con el profesor Francisco Aedo, con el ingeniero agrónomo Marcelo Concha Bascuñán, detenidos desaparecidos tras ser liberados de Chacabuco; o quienes murieron al poco tiempo después producto de lo que padecieron en las torturas, como Luis Alberto Corvalán: o aquellos como el ex subsecretario de Educación Waldo Suárez, el jefe de la Oficina de Emergencia del Ministerio del Interior, Atilio Gaete, el periodista Virgilio Figueroa, el ex vicepresidente de la Corfo, Kurt Drekman, o tantos otros como el “tata” Luis Font, que murieron sin jamás recuperar los sitiales que tan merecidamente ocuparon con su idoneidad y capacidad profesional: o algunos como el “Negro” Eduardo Rojo que puso trágico fin a sus días al no superar los traumas de la prisión.

Cuántos debieron partir al exilio, a tierras solidarias; pero extrañas, al fin al cabo, a rehacer sus vidas; a recomponer aquello que los carceleros y sus mandantes destruyeron.

Cuántas familias se quebrantaron, cuántos se vieron obligados a la clandestinidad para poder darle continuidad a sus convicciones políticas, y fueron muertos -tras Chacabuco- al ser coherentes con su posición, como el caso de Raúl Valdés, ya a fines de 1988. Cuántos perdieron su trabajo tras ser liberados y sufrieron la persecución, la discriminación, o el olvido.

Los daños son enormes. Quizás no hay cuantificación posible. Sólo la labor interdisciplinaria de muchos profesionales comprometidos podrá acercarse cada vez más a un análisis al que muchos debemos contribuir. Pero que es necesario acometer en profundidad, como parte de la verdad histórica, de la justicia, de la reparación y de la sanación social que algún día Chile alcanzará.

Cuando el presidente Lagos planteó que la reparación para los presos políticos debía ser “simbólica y austera”, la doctora Paz Rojas comentó algo tan verídico y profundo como que “la tortura no fue ni simbólica ni austera”. La lucha por el conocimiento de la verdad, la difusión del verdadero Chile tras el golpe militar y la justicia y la reparación, nos compromete.

Hoy, aún con todo el avance que hemos observado en reportajes, crónicas, entrevistas y materiales inéditos con la conmemoración de los 30 años, queda mucho por alcanzar para ser éticamente justos con esos principios del periodista que debe estar siempre al servicio de la verdad, de los principios democráticos y de los derechos humanos.

La épica de los campos de concentración, y de tantas batallas en torno a los derechos humanos que no se conocen, tiene un amplio margen para ser abordado en creaciones que deberán dar a la luz y sumarse a todos los esfuerzos que ya se han hecho. La declaratoria del estadio nacional como monumento histórico, el bautizo del estadio Chile como estadio Víctor Jara, las placas instaladas en el mismo estadio nacional y en la puerta de ingreso en Chacabuco en homenaje a los prisioneros políticos, la denominación de sala Waldo Suárez a la sala principal de la subsecretaría de Educación, el documental de Chacabuco realizado por Gastón Ancelovici, constituyen también signos muy positivos de reencuentro con la historia y marcan también hechos destacables que permiten seguir instalando la necesidad de un reencuentro con la verdad histórica y con la difusión de la memoria histórica.

Amigos, amigos, compañeros todos:

Recordar es tener presente, y tener presente es mirar al futuro.

Muchos de nosotros entramos a una etapa de nuestras vidas en que es necesario apurar la entrega de aquello que debemos testimoniar. Entregar a las generaciones futuras, las experiencias de hechos que, para curar las heridas, deben ser conocidas y
convertidas en parte de la memoria histórica. Es por ello que esta noche de recuerdos, de dolor, pero de mucha esperanza, nos comprometemos a seguir trabajando para que Chacabuco persista como testimonio, reforzar las entidades que como la Agrupación de Ex Presos Políticos de Chacabuco y la Corporación Histórica y Cultural Memoria, puedan echar raíces en la sociedad civil y proyectarse para poner en el centro dos ideas esenciales y comunes:

Promover la memoria histórica para que nunca más en Chile tengamos que vivir experiencias tan horrendas con el paso por los centros de torturas y campos de concentración, y que haya justicia y reparación.

Esa debe ser parte de nuestra contribución al legado del recto camino que nos dejó el presidente Salvador Allende.

Crónica de un ex prisionero político

Regreso a Chacabuco

LECTURA DE FOTO: El arquitecto Francisco Aedo es el autor de esta escena de la vida en Chacabuco. El profesor Aedo al salir en libertad fue nuevamente detenido por la Dina. La última vez se le vio en Cuatro Alamos. Hasta hoy es un detenido desaparecido.

Luego de un descanso reponedor, tras el maratónico viaje a Chacabuco, intento ordenar mis pensamientos y aplacar mis emociones. Cuesta resumir todo lo que viví durante esos dos días -23 y 24 de noviembre de 2013- junto con decenas de ex prisioneros políticos que regresamos, pero esta vez de visita y acompañados de familiares, al antiguo campo de concentración en el desierto de Atacama. El propósito era conmemorar el 40º aniversario de la apertura de esta enorme ciudadela-prisión en que cerca de mil hombres escribieron un apasionante testimonio de valor y dignidad.
A comienzos del siglo pasado, Chacabuco fue una oficina salitrera. El 26 de julio de 1971 el gobierno del presidente Salvador Allende la declaró Monumento Nacional. Pero en noviembre de 1973 se convirtió en un campo de concentración para casi mil chilenos que, en los hechos, eran rehenes de la dictadura militar. Muchos fueron trasladados desde el Estadio Nacional a Valparaíso para embarcarlos en las bodegas del barco salitrero Andalién. Un viaje de incierto destino en el oscuro vientre de la nave. Fueron casi tres días hasta Antofagasta. Desde allí los llevaron en un tren de trocha angosta hasta Baquedano y en ese lugar, apuntados por fusiles, los hicieron abordar camiones militares que los llevaron a Chacabuco. En una cancha de fútbol y desnudos -bajo observación de ametralladoras pesadas-, fueron revisadas las pocas pertenencias que traían. Les notificaron que los conatos de fuga serían castigados con fusilamiento, lo mismo cualquier intento de suicidio. Esas y otras sanciones estaban pautadas en un reglamento de “prisioneros de guerra” de 1879, que un oficial leyó con voz de trueno. Terminada esta elocuente recepción, se permitió a los prisioneros que tomaran posesión de las casas acondicionadas para recibirlos. Sacos vacíos de café brasileño servían de puertas y ventanas. En los dormitorios los esperaban camarotes de madera de dos y tres pisos con colchoneta y una frazada. Así comenzó nuestra nueva vida.
Como muchos que estuvimos en calidad de “prisioneros de guerra” en este campo de concentración a unos 100 kms. de Antofagasta, no había regresado a Chacabuco en 40 años. Luego de aterrizar en el aeropuerto de Cerro Moreno, y gracias a la buena voluntad de Hernán Contreras, también chacabucano, nos internamos por el desierto rumbo al antiguo campamento.
Reingresé al campo tratando de reconstruir el camino efectuado hace años en un camión militar… con las manos en la nuca, la mirada baja y el corazón apretado por el incierto destino que nos esperaba. Ahora crucé la primera alambrada -ya inexistente-, esta vez en libertad y dueño de mis actos. Giré a la derecha, tratando de encontrar un punto de referencia importante: la plaza de los pimientos que el profesor Mario Céspedes regaba a diario con el esmero de un jardinero de vocación. Un duelo con el árido paisaje para mantener viva esa mancha de opaco verdor en el polvoriento lugar.
La plaza apareció ante mí con toda su humilde majestuosidad. Allí recibí las dos visitas de mi fiel compañera, Gilda, mientras estuve preso en Chacabuco. La plaza de los pimientos está frente al antiguo teatro de la oficina salitrera donde en alguna época -dicen- se interpretaban óperas con célebres cantantes europeos. Esta vez encontré la plaza llena de abrazos, risas y la emoción desbordante de los ex prisioneros, sus familias y amigos que llegaron a Chacabuco procedentes de todo Chile y del extranjero.
Seguí mi camino para reconstruir en la memoria los sitios que recorría hace cuatro décadas. Me habían dicho que el campo se encontraba tan destruido que sería muy difícil orientarse en los escombros. Pero luego de avanzar unos metros, dí con el emplazamiento de la reja que entonces cercaba el campo. Antes de traspasar, imaginariamente, el portón de ingreso con sus torres de vigilancia servidas por soldados con ametralladoras, ubiqué el lugar donde nos inyectaban la vacuna que nos mantuvo semiatontados durante una semana. Ahora sí, ya estaba en el interior de lo que fue el campo de concentración de Chacabuco, entonces rodeado por una reja electrificada y un campo minado que de vez en cuando hacía volar, hechos pedazos, a los perros vagabundos del desierto que se aventuraban por esos terrenos.
En Chacabuco, conducidos por el Consejo de Ancianos, nuestra máxima autoridad -elegida entre los jefes de pabellones que a su vez eran elegidos por los jefes de casas-, transformamos la prisión en una trinchera de resistencia y dignidad que se regía por nuestros propios códigos, basados en la solidaridad y hermandad de los seres humanos(1).
Ante los ojos de mi memoria apareció la primera pulpería con que contamos en el campo -a cargo de Dante Sirandoni- que nos abastecía de cigarrillos y papas que el compañero pesaba en una antigua romana huesera. Doblando hacia la calle principal estaba el llamado “barrio cívico”. Al frente la segunda pulpería creada con aportes de los prisioneros. Eso permitió que un camión nos trajera víveres desde el vecino pueblo de Baquedano. Nos abastecía de alimentos como azúcar, tallarines, café, té, chancho chino y -a veces- algunas frutas, así como barniz y pinceles para la artesanía en madera. Esa pulpería la atendían, por encargo del Consejo de Ancianos, Mario Agliatti Fernández, Domingo Chávez Navarro y Guillermo Orrego Valdebenito.
En la casa contigua vivían Hugo Salvatierra, encargado de la biblioteca, un dibujante técnico de apellido Muñoz que elaboraba los diplomas de reconocimiento que se entregaban a compañeros destacados en diversas labores, y otros compañeros.
Como Chacabuco era una verdadera ciudadela, contábamos con una gama de servicios creados por los prisioneros. Por ejemplo, una oficina de correos, cuyo encargado era el compañero Zañartu; un policlínico con numerosos médicos dirigido por el doctor Rolando Álvarez; una oficina de registro de los forzados habitantes de Chacabuco, a cargo del “Tata” Víctor Calvo, un coronel de ejército en retiro, tan prisionero como el resto; un departamento de bienestar social, a cargo de Atilio Gaete; la universidad popular con su rector, Patricio Corbalán Carrera; una suerte de peña folclórica, La Chingana, donde al calor de papas fritas, sopaipillas y té, canturreábamos para distendernos. Pero lo más significativo era el show dominical, para el cual trabajaban decenas de compañeros durante la semana: cantantes, actores, directores, iluminadores, tramoyistas, etc., que ensayaban durante la semana para presentar un espectáculo que alcanzó alto nivel de calidad. La actividad cultural fue intensa en Chacabuco. Concursos de poesía y cuentos, con decenas de participantes. Exposiciones de artesanía en madera, fierro, huesos, alambre, etc. Un diario mural atendido por un grupo de periodistas profesionales.
Mi propósito mayor en el recorrido por Chacabuco era llegar a la casa en que habité: la Nº 26 del Pabellón 5. Ninguna casa tenía agua potable ni alcantarillado. Nuestras necesidades las hacíamos colectivamente en unas letrinas abiertas, donde la fetidez competía con el mosquerío. Al principio las letrinas estaban separadas una de otra por una plancha de madera terciada. Pero con el auge que tomaron los trabajos artesanales, esas planchas desaparecieron para convertirse en diversas expresiones del arte cautivo. Los baños entonces quedaron abiertos, sin ninguna privacidad y desafiando todo pudor.
Las piezas de mi antigua casa en Chacabuco me parecieron ahora tan pequeñas, que me impactaron. Recordaba que además de los tres camarotes por pieza, el “Tata” Sánchez, nuestro jefe de casa, había construido un clóset. Pese a la estrechez fui capaz de recordar nítidamente la distribución de los camarotes de tres pisos y sus ocupantes.
El periodista Alejandro Kirk, de HipanTV, canal iraní en español, me acompañó en este recorrido que iniciamos en la escotilla 7 del Estadio Nacional y que culminó en Chacabuco.

En la antigua casa dejamos una ofrenda de rosas rojas a nombre de los sobrevivientes de la casa 26 del pabellón 5: Manuel Cabieses Donoso, Julio Vega Pais, Milton Lee Guerrero, Roberto Soto Pérez, José Urzúa Prieto, Domingo Chávez Navarro, el “Puntúo” Riquelme y quien escribe este relato. La ofrenda fue en honor de los compañeros que ya murieron, como el “Tata” Jorge Sánchez, obrero de la construcción; Luis Alberto Corvalán Castillo, el inolvidable Coné; Marcelo Concha Bascuñán, asesinado por la Dina. Y también en recuerdo de nuestros vecinos de entonces: el arquitecto Francisco Aedo, y Rabito, el técnico en radio, ambos asesinados después de salir en libertad de Chacabuco. También recordamos al compañero Oscar Vega, que no pudo soportar la prisión en el mismo lugar donde había trabajado como obrero del salitre, y se colgó de la viga en la que había sido su casa familiar.

En la cancha de fútbol, donde diariamente nos hacían formar para contarnos y nos hacían cantar la Canción Nacional, se realizó un homenaje a todos los compañero que ya partieron de esta tierra. Especial mención se hizo a Marcelo Concha, Francisco Aedo y Elías Martínez.
Un momento de particular emoción lo protagonizaron los compañeros Esnaldo Sanhueza, Iván Salazar y Eduardo Godoy, que en el patio de la casa Nº 7 del pabellón 23, desenterraron una botella que allí ocultaron en octubre de 1974 con un mensaje firmado por los partidos Comunista, Socialista, Mapu y MIR. Las palabras finales de ese mensaje, en hojas amarillentas, dice: “Compañeros, en sus mentes está presente la necesidad de la victoria inevitable. Necesitamos solo una victoria: la final”.
Yo encaminé de nuevo mis pasos hacia la casa 26 del Pabellón 5, esta vez a petición de María Victoria Corvalán y Mario Urzúa. Llevaban un ramo de flores para depositarlo en la casa en que habitó Luis Alberto Corvalán. Fue un momento muy emotivo cuando María Victoria depositó las rosas rojas en el lugar en que estuvo el camarote donde dormía su hermano, que más tarde murió en Bulgaria a consecuencia de las torturas con electricidad que le aplicaron en el Estadio Nacional. Después de ese momento de recogimiento y recuerdo nos dirigimos a la antigua puerta del campo, donde nos esperaban los buses que nos llevarían de regreso a Antofagasta. Respiramos hondo el aire de la libertad pensando en tantos compañeros admirables que conocimos en Chacabuco.

GUILLERMO ORREGO VALDEBENITO(2)

Notas:
(1) El primer presidente del Consejo de Ancianos de Chacabuco fue el médico Mariano Requena. También presidieron el Consejo de Ancianos el periodista Manuel Cabieses, los ex diputados Patricio Hurtado y Vicente Sota; Sergio Astudillo, Patricio Castro, Hernán Miranda, Héctor Benavides, Francisco Díaz, Vicente Poblete, Dagoberto Reyes y Héctor Mellado.
(2) El autor tenía 25 años cuando estuvo prisionero en el Campamento de Chacabuco. Militante de las Juventudes Comunistas, Orrego trabajaba como dibujante técnico en la compañía Standard Electric, filial de la ITT. Fue activo participante en los shows dominicales de Chacabuco. Su nombre artístico: Memo Bronson. Participó en la fundación de la Corporación Memoria Campo de Prisioneros Políticos de Chacabuco |1(chacabuco@gmail.com) y fue su primer presidente. El actual presidente es Gabriel Reyes Arriagada.

corporacion.memoria.chacabuco@gmail.com

 

(Publicado en “Punto Final”, edición Nº 796, 20 de diciembre, 2013)

1 Ver El propósito de la Corporación es contribuir a la construcción de la memoria de nuestro país a través de la recuperación de lo vivido por los presos políticos de Chacabuco y sus familiares, visibilizando y compartiendo nuestra historia. Por ello, intenta ser una organización solidaria, que una y acoja a los ex prisioneros de Chacabuco y que rescate y proyecte la experiencia vivida como un aporte a la reflexión del Chile del presente y del futuro.

 

Ángel Parra y el disco grabado en un campo de concentración

Así recuerda a Parra el poeta Jorge Montealegre, quien fue prisionero político junto al cantor en 1973 y, muchos años después, compartió con él un retorno al mismo lugar: un reencuentro con Ángel Parra hombre y niño al mismo tiempo.

Sábado 11 de marzo de 2017

Ángel Parra estuvo con las manos en la nuca después del golpe y se lo llevaron los milicos al Estadio Nacional. Así –Manos en la nuca– se llama la novela con claves autobiográficas en que cuenta esa experiencia. Su literatura fue recogiendo la memoria de prisión. Sin embargo, en el mismo cautiverio, especialmente en el campo de prisioneros Chacabuco, en el desierto de Atacama, se registraron vestigios del paso de Ángel Parra por la prisión política que reflejan una vivencia colectiva.

Estos rastros fueron plasmados en soportes materiales de un inmenso valor documental. El primer documento que recordamos es una entrevista para el diario mural “Chacabuco ‘73”. La nota, manuscrita, pegada con alfileres sobre una arpillera, se titulaba “Ángel en la pampa”. Leyéndola, el lector ajeno a la vivencia de entonces se enteraba de las misas cantadas y oratorios para el pueblo que Ángel ya había hecho antes “en la catedral, en la UC y en algunas parroquias”.  El periodista le pregunta por “Alma de Chacabuco”, su composición para guitarra creada en ese campo de prisioneros: “Nació de la observación, de la musicalidad cósmica de este desierto impresionante, sus noches estrelladas, sus infinitos horizontes, de la gigantesca presencia del sol, de sus tierras áridas y de los arpegios del viento, todo eso para mí es musicalidad. El variado color de los cerros distantes, tiene su tono musical. ‘Alma de Chacabuco’ es sencillamente un paisaje con música…”. El testimonio fue rescatado por Gerardo García y Sadi Joui, quienes transcribieron y publicaron después en un libro el material de ese precario y valioso diario.

En prisión Ángel organizó el conjunto Los de Chacabuco, junto a Ernesto Parra y Ricardo Yocelevzky, con quienes ya había trabajado en la Peña de los Parra, y otros compañeros entre quienes estaban Marcelo Concha, Víctor Canto, Manuel Castro, Luis Cifuentes, Luis Corvalán Márquez, Antonio González, Manuel Ipinza y Julio Vega. El grupo, con su repertorio de folclor latinoamericano y con la Misa criolla, del compositor argentino Ariel Ramírez, contribuyó a elevar la moral de los prisioneros y se ganó la gratitud y la admiración del, literalmente, público cautivo. Ángel, por su parte, compuso un Oratorio de Navidad y la obra La pasión según San Juan. Lo hizo Biblia en mano. Al capellán de Carabineros, contó Ángel, “le pedí una Biblia y le dije que le iba a mostrar, a través de la lectura del Evangelio, que lo que nosotros habíamos sufrido no estaba lejos de la vida, pasión, persecución y sufrimiento de Cristo”. La acogida que tuvo La pasión fue con el público aplaudiendo de pie. Además de la ovacionada interpretación, el mensaje entregaba una protesta evidente, permitida gracias al resquicio que ofrecía el hecho de que las palabras eran del Evangelio; en el pasaje de tortura y crucifixión de Cristo hay reiteradas menciones a los soldados y se escucha –a  modo de intertextualidad o cita musical– la melodía de “Alma de Chacabuco”.

Con méritos propios el hijo de Violeta Parra gozaba del cariño de sus compañeros y fue una alegría cuando se anunció que podría salir en libertad. Esto fue  en enero de 1974. Sus compañeros de grupo lo agasajaron con un recital de despedida. En la oportunidad por primera vez Ángel cantó solo para todos los prisioneros: “Canción de amor” y dos canciones dedicadas a sus hijos Angélico y Javiera. Por su parte los prisioneros le brindaron el aplauso más grande que –según él– había recibido en toda su trayectoria. Aplaudían al artista, pero también al compañero y amigo. Con una grabadora facilitada por un sacerdote, Luis Alberto Corvalán –acompañado de Domingo Chávez y Guillermo Orrego– registró el acto escondido bajo el escenario. Con la cinta, Ángel publica un disco en el exilio (Chacabuco, en 1974) preservando así el valioso documento sonoro. No fue fácil lograr la edición, pero se hizo y debe ser el único o uno de los pocos documentos sonoros grabados en una prisión, que den cuenta de la resistencia cultural en esas condiciones y también de una acción de testimonio y solidaridad en el exilio.

Recuperada la democracia, Ángel vuelve a Chacabuco; a un pueblo abandonado. En la plaza desierta, atrae la mirada un pimiento cuyas ramas, abiertas al sol, semejan un pobre cristo torturado. Tiene la cabeza inclinada, desfalleciente, como el que pintara su madre en el óleo “El gavilán”. Lo talló un prisionero político –Orlando Valdés, en 1974– cuando la antigua salitrera fue un campo de concentración. En segundo plano está la glorieta, el quiosco donde la banda del pueblo tocaba los domingos para la familia pampina. Es el año 2000. Ya no hay obreros del salitre ni presos políticos. Estamos grabando el documental “Chacabuco, memoria del silencio”, de Gastón Ancelovici. Ángel se aparta discretamente del grupo y de las cámaras. Desde lejos, lo sigo con la mirada. Sube al quiosco y camina en círculos pensando no sé qué cosa. De a poco, el viento trae lo que canta. Estamos en un pueblo fantasma, en medio del desierto. Y arriba quemando el sol. Cada vez más fuerte: Paso por un pueblo muerto / se me nubla el corazón / aunque donde habita gente / la muerte es mucho mayor. / Enterraron la justicia / enterraron la razón. / Y arriba quemando el sol. Repetía el último verso, a contraluz. ¿Una canción de la célebre Violeta Parra? No, pensé para mí, este hombre está cantando una canción de su mamá. O ella le está cantando a él. Era una escena muy íntima, al aire libre. Había que dejarlo solo. Al viejo y al niño. Pocas veces he visto, escuchando una canción y mirando a un amigo, cómo los distintos pliegues de las historias de una persona y de un lugar se entretejen con tanta densidad. Y con tanta emoción.

Hoy, sábado 11 de marzo de 2017, me cuentan que Ángel Parra falleció. Y llegaron los recuerdos, estos y otros. Y encontré algunos que ya había escrito, porque Ángel -además de su obra y amistad- nos dejó su memoria. No podremos olvidarlo.

*Jorge Montealegre Iturra es poeta y periodista, autor de libros como Bien común (1995) y, junto a Antonio Larrea, Rastros y rostros de un canto (1997). En 1973 fue detenido en el Estadio Nacional y el campo de concentración de Chacabuco, donde compartió la prisión política con Ángel Parra.

http://www.diarioantofagasta.cl/el-pais/14756/el-campo-de-prisioneros-politicos-mas-grande-de-chile-durante-la-dictadura-militar/Relacionado

La voces de las Hijas de los Genocidas. Liliana Furio.

La voces de las Hijas de los Genocidas. Liliana Furio.

Liliana Furio es hija de un represor de la última dictadura cívico-militar y eclesiástica. En este tiempo, fue tejiendo con otras hijas un espacio para el encuentro y los abrazos.

La palabra de una historia desobediente

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Lilliana Furio es hija de un represor de la última dictadura cívico-militar y eclesiástica en Argentina. En este tiempo, se organizaron con otras hijas en un espacio común para el encuentro y los abrazos necesarios.

Testimonio valioso y valiente. Y una vez más, son ellas -las mujeres- quienes se animan y lo arriesgan todo por la Memoria, la Verdad y la Justicia.

Para conocer un poco más de estas historias y sumar aportes, se puede visitar el sitio https://www.facebook.com/historiasdesobedientes/

El Puente conversó con Liliana y aquí está su palabra.
https://www.podomatic.com/podcasts/elpuente/episodes/2017-05-29T04_41_56-07_00

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