Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

La Primavera de Chile. Documental completo

La Primavera de Chile. Documental completo
Publicado el 13 jul. 2013

Título Original: La primavera de Chile
Título en Inglés: Chilean spring
Duración: 102 minutos
Soporte: Digital

Producción: Cristián del Campo — Gastón Muñoz

Dirección y Guión: Cristián del Campo Cárcamo

Producción Ejecutiva y Distribución: Elena Varela

Producción en terreno: Marcelo Dauros, Mauricio Castro, Mario Venegas, Cristián del Campo
Investigación periodística: Julio Candia
Colaboración Guión: Marcia Pozzo, Julio Candia, Hugo Fuentes
Cámara: Mauricio Castro, Juan Pablo Araneda, Alex Ramírez, Cristián del Campo
Edición y Montaje: Hugo Fuentes, Cristián del Campo
Arte y Diseño: Marcelo Dauros Pantoja
Postproducción: Marcelo Arriagada

Agradecimientos:

Radio Universidad de Chile
Asamblea Coordinadora de Estudiantes Secundarios, ACES
Confederación Nacional de Estudiantes Secundarios, CONES
Confederación de Estudiantes de Chile, CONFECH
Federación Nacional de Pobladores, FENAPO
Confederación de Trabajadores del Cobre, CTC
Colegio de Profesores de Chile A.G.
Fundación Progresa

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    La Primavera de Chile o el bloqueo cognitivo
    Por Colectivo Miope

    La Primavera de Praga fue un momento crucial en la liberación política y social donde Checoslovaquia le hizo frente al avasallador totalitarismo comunista que le pretendía imponer la ex-URSS.  Ahora, ésta alusión floral, respecto a Chile, estaría básicamente en consonancia con la misma idea de resistencia social pero en función a otro sistema económico –basado en el libre mercado– impuesto, mantenido y defendido por todo el espectro político -con intereses en juego- a lo largo de los últimos 30 años.

    La Primavera de Chile despliega a lo largo de casi dos horas un desfile de rostros queribles, como lo son los voceros estudiantiles. También otros más rabiosos, aquellos portadores de cierta misión con causas puntuales, más que con la trinidad de conceptos que defiende el estudiantado.

    Y, aunque el movimiento aludido como tal efectivamente posea todas las características de la analogía desenfundada en torno al replanteamiento duro del paradigma económico en ejecución, el largometraje logra escasamente aportar algo más a la reflexión profunda del asunto, confiando escuetamente en el abanico de argumentos cercados y por lo tanto, mucho menos aún, plantear -o al menos insinuar- rutas para los desafíos futuros del estancado embrollo. Es más bien una constatación sintética y cadenciosa, y pulcra eso sí. Una tibia cronología de sucesos con la expositiva intervención del dirigente, vocero, intelectual o experto afín.

    Evidentemente las autoridades oficiales son retratadas mediante un menesteroso material de prensa como -lo que supuestamente son- figuras rígidas, ultraconservadoras, opacas, poco dispuestas a escuchar, con discursos y planteamientos mecánicamente enarbolados. Sujetos poco empáticos, sin alma. Ontológicamente despreciables. Todo legítimo, pero claro, sin permitirse acceder a su voz en ninguna distendida conversación frontal que si gozan el resto de los participantes. Es decir, se hace imposible siquiera osar cuestionar lo fríamente dispuestos o al menos a darle una vuelta, darle un respiro y acceder a ideas que los discursos oficiales por su misma lógica eficiente y sobria no lo permiten. En definitiva, en La Primavera de Chile se asume que la repetición -a modo de mantra- fortalece esa hipótesis de trabajo que jamás se pone a prueba, ni menos aún, obvio, con el latente riesgo que involucra un debate.

    Aquí los razonamientos son unilaterales, su fuerza –como en la acción popular– al final del día se basa en la presión física, la ocupación y la soberbia convicción de que “lo que hacemos es lo correcto” y por tanto requiere radicalizaciones múltiples, eventuales atropellos, aceptación per se. Todo la disposición de elementos en este simulacro narrativo hace suponer –paradójicamente- que La Primavera de Chile no cree en su pueblo, no cree que éste pueda ejercer el pensamiento crítico, no cree que sea conveniente entregarle las elementos que -a través de un medio popular como lo es el cine- el individuo pueda sacar sus propias conclusiones, oxigenar su juicio, ser ciudadanos y no un par de piernas y gargantas útiles en determinado momento.

    Sin duda que el metraje apunta certeramente los aspectos fundamentales del movimiento acaecidos durante el 2011 a modo de reporte “objetivo” y además toca tangencialmente aspectos incluso más interesantes y particularmente idiosincrásicos que le dan personalidad al problema, como lo fueron las performances creativamente pop en público, las marchas carnavaleras, los eventos pachangueros masivos, el majadero uso retórico del rock pesado en la represión policial, y bueno, no mucho más.

    No adherir cabalmente a estas alturas a esta amalgama de fuerzas sociales que abogan por una educación de calidad, gratuita y sin lucro es prácticamente considerado una herejía, es decir, atreverse a ponderar la información, las circunstancias, los argumentos… básicamente pensar por sí mismo. Al parecer lo que se necesita hoy es el vitoreo instintivo, el apoyo irrestricto y acrítico a cualquier slogan que apele a la olvidada familia linchada por los pagarés de una institución que no le garantiza nada al educando, que lo ve como un número y mano de obra barata estratégicamente funcional a la nación en supuesto desarrollo.

    Más allá de que sea el “primer” documental sobre el movimiento –un término que en sí induce a desconfiar de la fuerza interna del despliegue de los contenidos–, sería saludable que esto sirviera para profundizar en base a lo que se supone que el cine puede lograr y que lo diferencia de otras manifestaciones audiovisuales, es decir, lograr acompañar un proceso determinado en base a una cierta intimidad, a un acceso único, nunca antes visto, en la profundización de los anhelos y desafíos más particulares. En las revelaciones que puede otorgar enfrentar una oposición específica, en encontrar aquella pulsión y valor en personajes en los que nadie confía ni conoce. La Primavera de Chile no roza en más de un par de escenas algo de esto. No construye personajes (pues los personajes están construidos ya), no revela nada que no sepamos ni se propone poner a prueba la tesis con la que parte y nunca se atreve a problematizar.

    De esta manera la propuesta aquí planteada tal vez sirva para expandir el “espíritu” reformista que reacciona efectivamente ante el abuso ejercido contra los más desprotegidos y, con ello, decirle al mundo que Chile se moviliza, que se une en torno a una serie de prácticas y que no tolera la prepotencia del capital. Pero, internamente, cinemáticamente, narrativamente, es apenas un primer y tibio paso respecto este gran tema. Luego, entonces, y por eso mismo, solo puede ser una formidable oportunidad para no anquilosarse en el irrelevante acopio de los hechos e imágenes que hoy por hoy abundan, redundan, cansan y sobran.

    Algunas interrogantes que quedan:

    ¿Qué pasa con los carabineros encapuchados? ¿De donde surge esa infame estrategia de boicot, si es que existe? ¿Cómo enfrenta un carabinero su función para con los estudiantes sabiendo que su profesión nace -por lo general- de la carencia de medios para un futuro que realmente desarrolle sus aptitudes? ¿Cómo se entrena un carabinero para abordar la represión? ¿Cree en su rol, puede optar? ¿Cómo aborda el dilema un estudiante con la necesidad de manifestarse si carga una tradición uniformada? ¿A qué le teme tanto la elite dominante? ¿Sólo a perder su poder, su influencia y sus negocios? ¿Por qué ésta cree con –supuesta– reflexiva convicción que su modelo ofrece más oportunidades de desarrollo integral a los ciudadanos? ¿Se niegan al cambio por que creen que una población educada, reflexiva, crítica abusará de su nuevo estatus a modo de venganza clasista?

El Patio 29. Una historia de Chile

DestacadoEl Patio 29.  Una historia de Chile

sábado, 11 de julio de 2015

Todo está clavado en la memoria

Patio 29
 
El Patio 29 es un terreno del Cementerio General de Santiago de Chile, que fue usado durante el Régimen Militar para enterrar clandestinamente a ejecutados políticos.
Este lugar estaba destinado como fosa común para sepultar a personas indigentes, pacientes psiquiatricos y quienes morían en la calle sin ser identificadas por sus deudos (NN). Sin embargo, desde septiembre de 1973 hasta 1982, sus tumbas fueron usadas para ocultar a víctimas de la Dictadura Militar.
En 1991 comienzan las primeras exhumaciones de los restos y se da inicio a las investigaciones orientadas a identificarlos. El total de sepulturas exhumadas fueron 107, encontrándose en ellas 124 restos óseos.

https://youtu.be/PDtLyK2w09Q

Destacado

‘Memorias de militancia en el MIR’.

Autor del libro ‘Memorias de militancia en el MIR’

Sergio Salinas: “Creo que actualmente no hay ningún espacio para la vía armada como opción política”

Che-Miguel Enríquez

El próximo 7 de noviembre, el periodista y cientista político chileno Sergio Salinas presentará su segundo libro dedicado a la historia del Movimiento de Izquierda Revolucionaria, titulado Memorias de militancia en el MIR (RIL Editores, 2014). El texto será comentado por Marco Enríquez-Ominami y Andrés Pascal Allende, a partir de las 17 horas en el Centro Cultural Estación Mapocho, en el marco de la 34º Feria Internacional de Santiago (Filsa).

El autor es doctor en Estudios Latinoamericanos y magíster en Ciencia Política de la Universidad de Chile; diplomado en Cultura de Paz de la Universitat Autònoma de Barcelona, y Periodista de la Universidad Católica de Chile.

Su primer libro sobre este tema fue El tres letras. Historia y contexto del Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR) (RIL Editores, 2013). Salinas, además, es coautor de Del regreso del Inca a Sendero Luminoso (RIL Editores, 2009) y Bolívar según Chávez. Ensayo de una tendencia (RIL Editores, 2013), y coeditor del libro Conflictos de identidades y política internacional (RIL Editores, 2005). Próximamente, publicará su última investigación: Conflictos y Nuevos Movimientos Sociales, ganador del Fondart Creación Ensayo 2014, y se encuentra preparando Pajarillos Libertarios: Ensayo sobre el Movimiento Estudiantil Chileno 1980-2011.

MOTIVACIONES

-¿Qué te motiva a investigar la historia del MIR?

portadamemoriasmir-Hay una frase de Marc Bloch que puede resumir la primera motivación que tuve para escribir estos dos libros (El tres letras y Memoria de Militancia en el MIR): “La incomprensión del presente nace fatalmente de la ignorancia del pasado. Pero no es quizás menos vano el hecho de preocuparse en comprender el pasado si no se sabe nada del presente”[1].

Y es que la vida de este historiador francés, uno de los intelectuales más destacados de la primera mitad del siglo XX, es el fiel reflejo de una parte de la política a la que siempre se le esconde, sobre todo en América Latina y Chile en particular: el uso de la violencia. Y si se acomete el desafío intelectual de escribir sobre ella se lo hace, mayoritariamente, en medio de la dicotomía de endiosar o demonizar. Recordemos que Marc Bloch, combatiente de la Resistencia Francesa, murió fusilado, tras ser torturado durante varias horas por la Gestapo, un 16 de junio de 1944, en Saint-Didier-de-Formans, cerca de Lyon.

Pero también hay una segunda razón coyuntural, la conmemoración de los 40 años del golpe militar el año pasado y también los 40 años de la muerte del secretario general del MIR, Miguel Enríquez Espinoza, este 5 de octubre de 2014. Es decir, momentos importantes de nuestra historia que reflejan mucho del pasado para comprender el presente. El primero, que rompía el “mito” patrio del país pacífico y con Fuerzas Armadas respetuosas de la institucionalidad. Y, el segundo, que mostraba que un grupo de jóvenes, en su mayoría, pasaba del discurso a la acción tratando, armas en la mano, de “tomar el cielo por asalto”.

Por último, una tercera motivación, también coyuntural, proviene de los enfrentamientos que se registraron el año 2011 en Europa, África y Asia y que recibieron nombres tan diversos como “la primavera árabe”, “revolución democrática árabe” o “el movimiento de los indignados”. A los que se le sumaron nuevas y más violentas protestas en Grecia y Ucrania y una guerra desatada en Siria. Estas movilizaciones presentaron características interesantes, como la capacidad de autoconvocarse a través de las redes sociales, por la participación juvenil y de cesantes, del movimiento sindical y de inmigrantes, y por el sentimiento común de no sentirse representados por los partidos y la forma de hacer política en la actualidad. Y, fundamentalmente, nos trajo de vuelta algo que para muchos había desaparecido luego del fin del enfrentamiento ideológico enmarcado en la Guerra Fría y que, parafraseando y jugando con Francis Fukuyama, podemos resumir como: “El no fin de la historia y el no fin del uso de la violencia política”. Esa es la tercera motivación, la violencia política sigue presente en la actualidad.

Víctor Fernando Krauss Ruz

Debemos recordar que la violencia política constituye, en la modernidad occidental, un concepto límite que ha sido poco estudiado. Sólo autores como George Sorel, Vladimir Ilich Lenin y Walter Benjamin, entre otros, que han mantenido una posición crítica con el proyecto moderno, han desarrollado una reflexión sustantiva acerca de la misma.

En síntesis, escribir sobre el uso de la violencia política en Chile y sobre el MIR, en particular, sigue siendo polémico pero es ineludible para entender (nos) a la sociedad chilena y a nosotros mismos.

Es por esto que me enmarco en el estudio de la historia reciente. A la que hay que entender como referida a un pasado cercano que, de alguna manera, no ha terminado de pasar y que por tanto todavía interpela e involucra a los individuos en la construcción de sus identidades individuales y colectivas. La historia reciente designa un campo de investigación de características difusas, que si bien en los últimos tiempos ha experimentado un importante desarrollo, aún no está consolidado como tal y que involucra un importante conjunto de problemas éticos, políticos, metodológicos y epistemológicos que reclaman una profunda reflexión y un permanente diálogo entre especialistas de diversas disciplinas abocados a su estudio.

Además pretendí, en este estudio sobre la memoria social, no centrarme únicamente en los grandes líderes del MIR sino que también en personas comunes que, desde distintas esferas y militancias de base, compartieron ese ideario de la política armada.

Por ellos me centré fundamentalmente en el período de la llamada “militancia revolucionaria”, buscando profundizar tanto en las racionalidades de los actores (individuales y colectivos) y del propio conflicto, como en la comprensión de los aspectos subjetivos de quienes emprendieron la lucha armada en las décadas de los setenta y ochenta en nuestro país. Como afirma Walter Benjamin, el recuerdo es capaz de corregir el pasado y la experiencia rememorativa es capaz de modificar aquello que la ciencia ha establecido. De ahí la posibilidad de la redención (Erlösung).

Clotario-Maroto

En el capítulo 1 analizo el liderazgo de Miguel Enríquez Espinoza y algunos elementos de su biografía. En el capítulo 2, denominado El MIR y los cristianos: el caso de Rafael Maroto, el sacerdote de los campamentos, se analiza la relación entre cristianismo y revolución, reflejado en la vida de este sacerdote que tenía un futuro brillante en el mundo eclesial. Y el capítulo 3, El MIR y la AGP: militancia revolucionaria y comunicaciones, en el apartado 3.8 titulado: Algunas historias de los miembros de Radio Liberación: persecución, sacrificio y muerte, se analiza, brevemente, la militancia revolucionaria de Fernando Vergara (Jesús); Patricia Bravo(Olga) y Gregory Randall (el gringo revolucionario). Y, por último, en el capítulo 4, denominadoSentimientos, sacrificios y abandonos. Algunas historias de militancia, se analiza brevemente la militancia revolucionaria de Fernando Krauss, madrugando la vida; Lucía Vergara, pariendo un corazón; Los guerrilleros de Neltume; Hugo Riveros, dibujando esperanzas, y de uno de los prisioneros políticos más antiguos en América Latina: Jaime Castillo Petruzzi, de Neltume a una cárcel peruana.

LA VIOLENCIA POLÍTICA

-¿Por qué es importante analizar las causas históricas o raíces del fenómeno de la violencia política?

-Porque, como afirman Marina Franco y Florencia Levín, fundadoras de la Red Interdisciplinaria de Estudios de Historia Reciente (RIEHR), es un dato de nuestros tiempos que el pasado cercano se ha constituido en objeto de gran presencia y centralidad, casi de culto, en el mundo occidental. Se trata de un pasado abierto, de algún modo inconcluso, cuyos efectos en los procesos individuales y colectivos se extienden hacia nosotros y se nos vuelven presentes. De un pasado que irrumpe imponiendo preguntas, grietas, duelos; de un pasado que, de un modo peculiar y característico, entreteje las tramas de lo público con lo más íntimo, lo más privado y lo más propio de cada experiencia. De un pasado que, a diferencia de otros pasados, no está hecho sólo de representaciones y discursos socialmente construidos y transmitidos, sino que está además alimentado de vivencias y recuerdos personales, rememorados en primera persona. Se trata, en suma, de un pasado “actual” o, más bien, de un pasado en permanente proceso de “actualización” y que, por tanto, interviene en las proyecciones a futuro.

VIABILIDAD DE LA VÍA ARMADA

-Después de todos los fracasos guerrilleros en Latinoamérica y el mundo, ¿es viable la vía armada para lograr transformaciones profundas en sentido democrático-socialista?

Radio Liberación-Creo que actualmente no hay ningún espacio para esta opción política. Como señalé anteriormente las épocas no se repiten nunca. En los setenta existía –como afirman las académicas argentinas Alejandra Ciriza y Eva Rodríguez en un trabajo sobre elPRT-ERP–  un contexto de certeza respecto del porvenir, a diferencia de la incerteza en el futuro que vivimos actualmente, “la revolución anunciada exigía la construcción de subjetividades capaces de enfrentar una coyuntura marcada por la militarización, las condiciones de excepcionalidad y guerra, y las necesidades de templar el ánimo para la acción heroica”[2].

En aquellos años se apostaba a la construcción de un sujeto revolucionario en la vida cotidiana, sin embargo esa vida cotidiana estaba marcada por la excepcionalidad del tiempo ahí, el tiempo frágil y urgente de construcción de la revolución. Un tiempo exento de dudas, como decía una canción de la época: ‘No podemos ser amigos del mal, al mal hay que dar maldad[3]’”[4].

Actualmente, como también sostienen estas historiadoras argentinas, nos encontramos con un contexto de incerteza respecto del porvenir, por lo que las formas de articular política, ética y subjetividad es diferente. “Incertidumbre respecto del futuro percibido como amenaza, de la relación con la naturaleza, cuyos límites aparecen bajo la forma de crisis ecológica, desertificación o agotamiento de recursos naturales, incerteza respecto de las posibilidades de supervivencia de la humanidad misma, en un continente en el cual las desigualdades se han profundizado y el hambre y la desocupación causan estragos inenarrables. Si algo caracterizó, en cambio, la militancia de los años 70 fue la certeza, a menudo arrasadora, de que el futuro advendría y sería, seguramente, mejor”[5].

LECCIONES

-¿Qué lecciones deja esa experiencia para la Izquierda latinoamericana?

El Rebelde-No solo para la Izquierda sino para todas las sociedades latinoamericanas, nuestros propios “años del plomo”[6] nos confirmó que durante toda la historia de América Latina, la violencia política ha estado siempre presente, pero sólo en la década del sesenta se apoderó del imaginario de miles de personas, la creencia en que la vía armada era el único camino para alcanzar el poder y realizar las grandes transformaciones estructurales de la sociedad.

Esta praxis política, si bien presenta diferencias contextuales y por cierto de magnitud, afectó la gobernabilidad y estabilidad de democracias que eran frágiles[7], con un modelo económico en crisis y que se veían desbordadas por las demandas de cambio político y social. Los discursos rupturistas provenían de un lado y otro del espectro político, del lado revolucionario y del lado contrarrevolucionario. Finalmente, fue este último el que se impuso, con dictaduras militares que se instalaron en media docena de países con los resultados por todos conocidos.

No hay que olvidar tampoco que, a escala internacional, la Guerra Fría es un componente esencial de este cuadro. América Latina no escapó y ni podía escapar, al enfrentamiento planetario entre los dos proyectos geopolíticos entonces dominantes.

La llegada del autoritarismo y las dictaduras militares a un número importante de países de América Latina y la consecuente represión contra el “enemigo interno”, provocó –además de las derrotas parciales de los primeros grupos partidarios de la vía armada- el inicio de la crisis de esta opción de cambio, la que se alargaría y se ahondaría en los procesos de transición a la democracia.

En ese momento, el balance de la lucha –puesta en marcha en medio del fervor revolucionario- era dramático para sus participantes. Miles de muertos, desaparecidos, exiliados y un imaginario político hecho trizas. No se puede hablar de la historia de América Latina en los últimos setenta y cinco años[8] sin analizar esta experiencia.

IZQUIERDA DE INTENCIÓN REVOLUCIONARIA

-¿Cuál debería ser el aprendizaje para quienes todavía persisten en construir una Izquierda de intención revolucionaria en nuestro país?

Lucía Vergara Valenzuela

-Creo que el mensaje sería, como lo señaló Albert Camus en su libro El hombre rebelde, que “el pensamiento rebelde no puede, por lo tanto, prescindir de la memoria: es una tensión perpetua. Al seguirlo en sus obras y sus actos tendremos que decir siempre si permanece fiel a su nobleza primera o si, por cansancio y locura, la olvida contrariamente, en una embriaguez de tiranía o de servidumbre”. Pero siempre en el entendido de que las épocas son distintas en sus características y en sus afanes. Es por eso que juzgar el pasado desde el presente es muy difícil e incorrecto, como también intentar “desde nuestras subjetividades” construir una realidad falsamente que nos permita replicar formas de acción colectivas sin vigencia desde la racionalidad política en la actualidad. Ya que en los setenta incluso si el zeitgeist[9] era propicio para la lucha armada, por el contexto internacional y cultural imperante, ésta era una opción política y no una necesidad histórica.

Comprendo lo polémico pero también necesario que es decir, como historiadores y cientistas políticos, que las épocas históricas no son repetibles. Además, que la generación de militancia en la Nueva Izquierda Revolucionaria (NIR) latinoamericana, reflejada en la figura del Che, enfatizaba el “voluntarismo”[10], entendido como la capacidad de los seres humanos de “construir” su propia historia y no esperar el cumplimiento de leyes objetivas del desarrollo de la naturaleza y de la sociedad, tal como lo afirmaba el materialismo histórico. Citando a uno de los poetas favoritos de Ernesto Guevara, León Felipe: “en la aventura de parirse a sí mismo”[11].

Esta decisión trágicamente colocó a esta generación de militantes revolucionarios en un camino sin vuelta atrás que, por una parte, les permitía anticipar -a partir de sus análisis- la inevitabilidad del enfrentamiento armado, probablemente a través de los golpes de Estado, y por otra, tener la conciencia de que no estaban en condiciones político-militares para enfrentarlo. De cierta manera, no podían escapar de la predestinación, no en el sentido religioso, sino que por su propia elección racional. Y, políticamente, no les quedaba más que confirmar en el discurso y la acción el camino escogido.

NEOMIRISMO

-¿Cómo ves el surgimiento de agrupaciones políticas nuevas que retoman el ideario mirista, como la Juventud Guevarista?

portada el tres letras-Creo que la lucha por la búsqueda de la “memoria oficial” en Chile ha sido fuerte en los últimos años. Pienso que se avanzó desde los primeros momentos en que solo participaban familiares de desaparecidos y ejecutados políticos hasta el momento catártico que se vivió en la conmemoración de los 40 años, que marca, incluso a nivel de los canales de televisión, el triunfo de una sola “memoria” por sobre la otra.

En este sentido, no resulta extraño que el pasado se haya hecho presente con mucha fuerza en el presente. Pero no es un fenómeno solo de los últimos años. Creo que el movimiento estudiantil, como sostiene Gabriel Salazar, es el único movimiento social que ha tenido una memoria histórica ininterrumpida desde la lucha por el retorno a la democracia hasta la actualidad. Lo que pasa es que por lo minoritario que eran los colectivos neomiristas estaban invisibilizados para la opinión pública. Pero ahí está la experiencia de la Surda, principalmente en la Universidad de Chile, en los años noventa. Incluso si ustedes analizan diferentes documentos, la web oficial y las redes sociales, se encontrarán que la Izquierda Autónoma utiliza la consigna “Adelante con todas las fuerzas de la historia” que pronunció el secretario general del MIR, Miguel Enríquez, en su discurso en el Teatro Caupolicán el 17 de julio 1973.

Sin embargo, es notorio el resurgir de las banderas rojinegras en el marco de las movilizaciones estudiantiles del año 2011, como es innegable el avance que han tenido los diversos colectivos neomiristas a nivel de elecciones estudiantiles y en su influencia en la Confech en los últimos dos años. Pero, hasta el momento, tiene un contenido más bien simbólico, es decir, del rescate de una cultura, una historia y una moral política, y no de una praxis en que la opción armada esté contemplada como una herramienta válida para alcanzar los objetivos políticos. Pero desde un punto de vista académico sólo puedo señalar que lo que analizo es el pasado y el presente, y no especulo sobre el futuro.

CASO BOMBAS 2.0

-¿Que moraleja debería dejar a quienes estuvieron colocando bombas de ruido y a los ‘encapuchados’ de las movilizaciones, el efecto contraproducente del nuevo ‘caso bombas’? ¿No deberían pensar que -independiente de quienes hayan puesto la bomba en el Metro Escuela Militar- sus acciones terminan favoreciendo a la derecha más reaccionaria?

bombazoenestacionmetro-Podríamos incluir este tipo de acciones en lo queCharles Tilly conceptualiza como “ataques dispersos” que son una forma de violencia colectiva que se manifiesta cuando en el curso de una interacción bien extendida, de pequeña escala y generalmente no violenta, un cierto número de participantes responde a los obstáculos, los desafíos o las restricciones con actos que provocan daños. Entre los ejemplos están el sabotaje, los ataques clandestinos esporádicos a objetos o lugares simbólicos, el asalto a los agentes del gobierno, los ataques incendiarios e incluso explosivos. Estos ataques dispersos se caracterizan por una baja centralidad de las interacciones violentas, y cuyos protagonistas se movilizan a través de redes pasivas: comunicación de carácter instantáneo entre individuos atomizados que se establece por el reconocimiento tácito de una identidad común y que está medida por el espacio geográfico[12].

Efectivamente este tipo de acciones desvirtúa, en la mayoría de los casos, el accionar legítimo de los Nuevos Movimientos Sociales y muchas veces provoca que las demandas iniciales escalen rápidamente hacia posturas maximalistas, complejizando la dinámica de los conflictos. Este tipo de accionar obedece a lógicas más individualistas que colectivas, sirviendo de argumentos políticos para los sectores más conservadores de la sociedad chilena.

Lamentablemente, como afirma Javier Couso, integrante de la Comisión Asesora Presidencial para reformar la Ley Antiterrorista y doctor en Derecho de la Universidad de Berkeley, hemos transitado desde una sucesión de actos menores, que ni siquiera calificaban de atentados, a uno cometido en contra de civiles inocentes en el subcentro de la estación Escuela Militar del Metro, tomando un cariz que lamentablemente no había tenido en los últimos 25 años.

nechaevY, en este punto, es necesario recordar, que los colectivos nihilistas rusos de fines del siglo XIX y comienzos del XX, incluso el considerado más radical por los expertos occidentales: Naródnaya Volia (La Voluntad del Pueblo), tenían una elaborada “moral revolucionaria”, en la que se trataba de evitar “los daños colaterales”, en otras palabras, la existencia de víctima civiles inocentes. La racionalidad política se puede encontrar en palabras del propio Sergey Gennadievich Nechayev, en su libro Catecismo Revolucionario: “uno debe guiarse por la cantidad de beneficios que le traiga a la causa revolucionaria su muerte (las autoridades, el Zar en este caso). De esta manera uno debe destruir primero a los que dañan la causa, y cuya muerte inmediata y violenta puede generar miedo en el gobierno, que así queda privado de una figura enérgica e inteligente”.

Es por lo anterior que el atentado del 8 de septiembre ha suscitado tantas suspicacias, ya que no se inserta en la propia racionalidad políticas que habían manifestado, durante 10 años, los colectivos anarquistas insurreccionalistas en Chile. De ser una decisión política, deberían justificar el porqué utilizarán la metodología terrorista.

Sin embargo, aquí no estamos frente a un “cisne negro” como conceptualiza Nassim Nicholas Taleb (The Black Swan, Second Edition, Penguin, 2010). Acá, al analizar lo sucedido en otras latitudes, como Grecia e Italia, uno podría pensar que en algún momento existiera una radicalización de algunas personas minoritarias dentro de la corriente anarquista insurreccional. Por ende, no es “un cisne negro” que se caracteriza por ser un caso atípico, que se encuentra fuera del ámbito de las expectativas regulares. No hay nada en el pasado que puede apuntar de manera convincente a su posibilidad. Además, tiene un impacto extremo y que pese a su condición de rareza, la naturaleza humana nos hace inventar explicaciones de su presencia después de los hechos, por lo que es explicable y predecible. En retrospectiva y no en prospectiva.

EZLN y PKK

-¿Qué te parecen las reflexiones que en cuanto al poder, al Estado, al medioambiente y al género, han realizado organizaciones guerrilleras como los zapatistas y los kurdos del PKK?

guerreras-kurdas-5-Creo que ambos grupos se diferencian claramente de los grupos revolucionarios de los años 70. De hecho, la opción por la vía armada es utilitaria y no prioritaria para ambos, pese a las enormes diferencias en cuanto a las características que tienen. Además ninguno pretende la toma del poder. El EZLN utilizó las armas, un corto lapso de tiempo, como una herramienta propagandística. Es la primera guerrillera postmoderna que no dispara tiros pero consiguió negociaciones políticas con el Estado mexicano. Y por otra parte, el PKK, tampoco tiene una centralidad en la vía armada sino que es una herramienta que les ha sido útil para su supervivencia como pueblo y en la búsqueda de constituirse en una nación organizada políticamente. Por ende, no es extraño las reflexiones que realizan en torno a temas que, en el mundo de incertidumbre que vivimos, son absolutamente atingentes, como son el poder, el Estado, la cuestión medioambiental y sobre el género. Insisto, pese a sus diferencias son parte de uno de los conflictos más importantes a nivel mundial luego de la caída del muro de Berlín, el étnico, que en muchos casos se ha convertido en un conflicto profundamente arraigado al interior de los países.

Además, debe haber una influencia desde el mundo de los llamados Nuevos Movimientos Sociales (NMS) hacia estos grupos “guerrilleros” (me complica llamarlos así). Actualmente opera una lógica en los NMS con ejes articuladores diferentes a aquellos que tenían los movimientos sociales clásicos en la década de los 70’. Por ejemplo, ya no se definen en términos ideológico-clasistas o económicos, sino más bien por coincidencias de objetivos sectoriales.

Los nuevos movimientos sociales ponen de manifiesto la crisis de legitimidad de los partidos políticos y las organizaciones tradicionales, y la emergencia de nuevos actores sociales debido a los cambios culturales producidos. Reaccionan a su vez a la injerencia cada vez mayor del Estado en la esfera privada. Los nuevos movimientos más que por organizaciones formales están protagonizados por redes o áreas de movimiento, como una red de grupos que comparten una cultura de movilización y una identidad colectiva.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAEsta forma de organización no es instrumental, sino un objetivo en sí misma, la forma del movimiento es su mensaje y constituye un desafío simbólico a los patrones dominantes. La elección de los medios de lucha constituye una finalidad política en sí misma. Los NMS tienen preferencia por formas de acción colectiva no convencionales como la desobediencia civil. La acción colectiva se dirige cada vez más a concientizar a la opinión pública a través de los medios de comunicación. Por último, la globalización facilita una mayor cooperación y relación entre grupos diversos que establecen alianzas estratégicas para enfrentarse a un enemigo común y construyen identidades comunes a nivel global.

MENSAJE

-¿Cuál es el mensaje del libro Memoria de Militancia en el Movimiento de Izquierda Revolucionaria (MIR) para las nuevas generaciones?

-Creo que no es mi papel entregar mensajes, ya que solo he tratado de escribir y subrayar las racionalidades e irracionales de una generación de militantes y de sus subjetividades, de sus esperanzas y desengaños. Como investigador para la paz he pretendido mostrar una época que nos marcó y que sigue marcando a la sociedad chilena. Siempre tratando de mantener la mayor objetividad posible en estos dos libros sobre el MIR y, espero seguir haciéndolo en los nuevos proyectos que se vienen en los próximos años.

Sin embargo me gustaría citar lo dicho en el libro, por el participante de Radio Liberación, Gregory Randall, ya que me parece muy clarificador y sincero: “Seguramente nos equivocamos en muchas cosas pero la esencia de la acción era justa y expresaba el coraje y la voluntad profunda de lo mejor de Chile. Si no somos capaces de trasmitir nuestra experiencia, es probable que en los nuevos procesos se repitan los mismos errores o se deba empezar de nuevo desde cero. La gesta de la Resistencia no era solo una acción defensiva, era también cada día una obra creadora, que en muchos gestos cotidianos intentaba prefigurar aspectos del mundo nuevo que queríamos construir. Todo ello debe ser discutido con franqueza, sin prejuicios, permitiendo a las nuevas generaciones beber de su propio pasado. Cuando pienso en el sacrificio generoso de tantos compañeros me parece necesario que el pueblo sepa por qué lucharon y murieron. Sepa lo que hicieron, por qué lo hicieron y cuáles eran las causas de sus acciones”.

Por Cristian Sotomayor Demuth

El Ciudadano

Fotografía de Miguel Enríquez, del Fondo “Armindo Cardoso” del Archivo Fotográfico de la Biblioteca Nacional.

Foto de El Rebelde, del Fondo Eugenio Ruiz-Tagle.

Fotografía de Clotario Blest con el padre Rafael Maroto recibiendo a detenidos en las afueras de laPenitenciaría de Santiago, octubre de 1985. Archivo de Inés Paulino

REFERENCIAS

[1] Marc Bloch, Apología de la historia, Barcelona, Editorial Empúries, 1984. 37p.
[2] Alejandra Ciriza y Eva Rodríguez Agüero, “Militancia, política y subjetividad. La moral del PRT/ERP”, Políticas de la Memoria N° 5, Anuario de Investigación CeDInCI, Buenos Aires, 2004-2005, p. 5, en:http://bdigital.uncu.edu.ar/objetos_digitales/1493/militanciaprt.pdf
[3] Yo vivo en un tiempo de guerra, letra: Bertolt Brecht, adaptación: Gianfrancesco Guarnieri, música:Edu Lobo.
[4] Alejandra Ciriza y Eva Rodríguez Agüero, Militancia, política y subjetividad.
[5] Ibid.
[6]  “Anni di piombo”
[7] “La estabilidad del sistema, a diferencia de la gobernabilidad, dice relación con la vigencia de la institucionalidad democrática. La estabilidad apunta a la permanencia y proyección del sistema democrático por sobre los cambios de gobierno a que dé lugar la alternancia en el poder, demostrando la capacidad de absorber, canalizar y resolver por medio de los mecanismos institucionales los diversos conflictos societales que se dan en su interior. Siendo distintos los conceptos de gobernabilidad y estabilidad, entre ellos hay una estrecha relación en cuanto a que el primero se cimentará en el segundo”. Sergio Salinas,  “Consolidación Democrática, Gobernabilidad y Violencia Política en América Latina”,Centro de Estudios Miguel Enríquez, 1997:http://www.archivochile.com/America_latina/al_vg/america_latina_dg_00023.pdf (consultado el 01 de octubre de 2012).
[8] Algunos autores como Habermas denominan a este período como “Un breve siglo XX”. Ver Jürgen Habermas, “Nuestro breve siglo”. Revista Nexos N°248, agosto 1998, México D.F., 41p.
[9] Término alemán que literalmente significa “espíritu de la época”. Alude a la atmósfera intelectual  y cultural de un período histórico.
[10] “Al rechazar el voluntarismo, el marxismo-leninismo señala el carácter relativo del libre albedrío, examina la voluntad de las personas como derivada de las leyes objetivas del desarrollo de la naturaleza y de la sociedad (Factores objetivos y subjetivos de la historia)”. Definición de “voluntarismo” en DiccionarioRosenthal-Yudin (XXII Congreso PCUS): http://diamat.es/
[11] Ver Sergio Ramírez, “Consecuencia  revolucionaria: Desmitificar al Che para que siga combatiendo”:http://www.lafogata.org/che/nuevos/che_10-3.html
[12] Charles Tilly, Violencia colectiva, Barcelona, Editorial Hacer, 2007. Veáse un análisis del libro en Política Comparada, Charles Tilly,  Violencia colectiva: http://policycritica.blogspot.com/2011/04/comentario-critico-lectura-violencia.html

* Biblioteca Popular «14 de Enero», un intento de Historia Oral.

jueves, 5 de julio de 2007

* Biblioteca Popular «14 de Enero», un intento de Historia Oral

 

Por: Patricia Arroz Cecarelli – Mauricio Cajas Díaz.

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Organización y organizado

Este texto no podrá preservarse como la memoria oficial de la “Catorce de Enero”, no por carecer de veracidad en su contenido o por no considerarse sujetos con historicidad a quienes aquí se menciona. La razón es simple: no haber contado con una participación más amplia en el proceso de reconstrucción de la memoria histórica de la organización. Nuestro entrevistado es sólo uno de los muchos que han resistido y construido en ella.

 

Faltan personajes de indudable trascendencia dentro de este relato. En este texto se entretejen distintas existencias, distintas dignidades que van conformando un corpus y se van constituyendo como un ínfima parte de un proyecto político que se construye en los márgenes de la institucionalidad, en los márgenes de la sociedad. Un proyecto político esbozado por miles de militantes rebeldes como Rafael, quien le debe mucho a la “Catorce de Enero” porque en ella encuentra una razón de vivir, es su trinchera de vida.

 

Pero también la “Catorce” le debe mucho a él. Ambos se han fortalecido. Justamente por esta razón es que esta historia, escrita a través del relato oral, se enmarca dentro la historia de vida como de la historia de organización. Existe entre ambos, el individuo y la organización, una relación dialéctica tal que no se puede estudiar a uno prescindiendo del otro.

Historia de vida

No se puede abordar la Historia de la “Catorce de Enero” sin conocer previamente una parte de la historia de Rafael, nuestro entrevistado. Es que irremediablemente, ambos –la organización y él- están íntimamente ligados. Han sabido proyectarse a través de la resistencia y construcción, ello los ata indisolublemente.

“Yo estaba chico, tenía como 9 años y un día andaba Pinochet en Filipinas y le hicieron un boicot, y le digo a mi mamá «sabe qué, al presidente le hicieron un boicot -yo cabro chico no sabía ni que era un boicot- ¡el presidente Pinochet, presidente de todos los chilenos!» y ahí ella me contó la historia, me dice «ese conchesumadre no es nuestro presidente, es un golpista, mató a tantos…» y ahí empecé a cachar; empecé a cachar a los tíos que llegaban a la casa; cuando la vieja no estaba; cuando se desaparecía tres o cuatro meses porque andaba arrancando…”

Rafael nació en el año 1972, creció en un Chile cargado de violencia y represión, marcado profundamente por la dictadura militar encabezada por Augusto Pinochet Ugarte. Su vida transcurre en una población del sector sur de la ciudad de Santiago, El Almendro 1, actual comuna de El Bosque. En la ‘pobla’, como él la denomina. Su paso de la infancia a la adolescencia transcurre al calor de las protestas que ya en los 80’ ponía de relieve al movimiento popular como uno de los actores fundamentales de la escena política nacional:

“…siempre violento […] cuando hacían marchas salían las monjas, lo curas […] toda la gente con velas y con puros cantos […] nosotros, cabros chicos, ahí tirándole piedras a los pacos, cachai siempre encendido con la violencia de pueblo, de no saber porque estai tirando piedra, pero sabí que tení que tirar porque son los pacos, porque de chico, de que tengo uso de razón tenía que levantar las manos, andar manos arriba, reprimido”

El historiador Pedro Rosas, señala que la mayoría de los rebeldes de la transición chilena a la democracia -generación a la cual pertenece Rafael- que previamente lucharon por derrocar a la dictadura, iniciaron su militancia en organizaciones de tipo social, poblacionales, juveniles, culturales o de trabajo infantil, vinculados fuertemente con las Iglesias Católicas y Evangélicas1. Los inicios de su contribución en algún movimiento social, nos remontan a los primeros años de la década de 1980 cuando participaba en comunidades cristianas de la Iglesia Católica además de ser integrante de un Centro cultural de la población llamado “Libertad Unión y Progreso”, organización vinculada a la Iglesia Católica. En este sentido, Rafael, no escapa al perfil esbozado por el académico para el militante rebelde:

“surge la necesidad de hacer weas […] ahí empecé a destacarme en las colonias urbanas […] fui coordinador de las colonias que nacen al alero de la Iglesia Católica…”

Ya en esta etapa de su vida, además de encontrarse activo socialmente, germinaba en él una conciencia crítica que lo llevaría a cuestionarse algunos planteamientos de la institución eclesiástica:

“Mira, hacían unas jornadas en la Iglesia, donde todos se juntaban a rezar y hablar temas, entonces todos terminaban hablando del perdón y yo decía «pero ¿por qué tenemos que perdonar poh weon?»”

En marzo de 1986, “El Rodriguista”, órgano difusor del Frente Patriótico Manuel Rodríguez publicaba entre sus páginas:

De un modo o de otro todos los sectores políticos han planteado que 1986 es un año decisivo, una etapa de definiciones y de movilización social, de enfrentamiento y radicalización de lucha.”2

Efectivamente, no se equivocaban al plantear que ése sería un año decisivo. En julio, aparatos oficiales de seguridad militar, detectarían y desbaratarían la internación en el país de un cargamento de armas provenientes de Cuba, operación conocida como “Carrizal Bajo”3. En septiembre, fracasaría también la emboscada que el FPMR había tendido a Pinochet. Sin embargo, éste sería igualmente un año decisivo y de definiciones para Rafael:

“[a los 14 años] me toman preso y me torturaron los de la CNI … estuve dos noches y tres días detenido…”

Las circunstancias en las que cae detenido, casi por accidente, las explica de la siguiente manera

“[un día estando en la casa] me mandaron a comprar el diario, habían unos locos haciendo una barricada y yo –casi como juego- les ayudé poh. Llegaron los pacos y me llevan en cana. Pensé «me van a soltar porque soy cabro chico» y no poh, la pelota venía pa’ otro lado: andaban detrás de mi mamá…”

En este escenario, Rafael, adolescente ya lleno de dudas e inquietudes sociales, que más tarde, quizá acrecentadas por la detención sufrida, desembocarían en inquietudes políticas que lo llevarían a militar en el FPMR, organización que le “abre la ventana” para que proyecte toda su rebeldía y, a través de la acción directa, logre encauzar su “violencia de pueblo”

“ya me hago militante a los 14 años [después de la detención] Ahí tomo la decisión de militar y empecé a buscar. Me demoré como siete meses. Por ahí me encontré con unas gentes que me invitaron a una reunión, yo pensé que eran del MIR, después caché que eran del PC y le digo al compañero que me invitó «sabí que, buena onda pero no me gusta na’ el PC a mi, porque que yo quería estar en el MIR» y él responde «pero hay algo mejor, podí ayudar y trabajar con esta gente»… y ahí conocí a los viejos, empecé a trabajar con puros viejos en el tema logístico. En ese tiempo le llamaban ‘pasarse por la ventana’ , me pasé por la ventana al Frente […] porque no milité en la Jota antes…”

“Ahí trabajé en una unidad del Frente, trabajamos de torreros […] me llevan a una escuela [instancia de instrucción], me llevaron a una casa y con unos palitos de fósforos me enseñan «así se botan las torres» ¡corta y precisa!”

“empecé a trabajar con viejos comunistas que habían trabajado con mi abuelo, él me los entregó […] ellos me guardaban las weas; un viejo me tenía 20 kilos de amogelatina, otro me tenia 30 kilos de plástico, el otro me tenía no se poh 30 kilos de dinamita y mechas. Todos tenían cordón detonante, mechas, estopines, eléctricos, pirotécnicos, de todo… Yo iba a buscar las cargas y las entregaba, armaba -aprendí a armar las cargas- las armaba y las entregaba, ese era el tema del sabotaje…”

Durante 1986, cuando pasa a formar parte de las filas del FPMR, Rafael se ve enfrentado a una situación de triple “militancia”: participaba paralelamente en este organismo político-militar, en la Iglesia Católica y en el Centro Cultural “Libertad Unión y Progreso”. Estas dos últimas instancias serían utilizadas como plataforma de lanzamiento del trabajo territorial. Luego, durante ese mismo año, cuando la situación se hace insostenible y la comunidad cristiana no representa ninguna significación –política ni espiritual- para él y sus compañeros rodriguistas, comienzan a dedicarse exclusivamente al trabajo territorial desplegado a través del Centro Cultural, abandonan la comunidad cristiana. Sin embargo, el escenario se haría más difícil ya que esta organización, que contaba con alrededor de 50 integrantes activos, por definición, debía cumplir sólo una función social. Según la visión de algunos integrantes del Centro Cultural, el trabajo no debía politizarse, por lo tanto quedaba como tarea la sutil labor de convencer a los no convencidos. ¡Menudo desafío para los compañeros rodriguistas que no representaban el total del colectivo!:

“hasta que nos fuimos de la Iglesia y tuvimos que trabajar de lleno en la pobla. ¡Ahí fue difícil! Porque juntar 50 weones un una casa, en una mediagua de 6 x 3, donde todos querían hablar […] Asumo como presidente […] la palabra ‘política’ para ellos en ese tiempo era terrible, y empecé a instalar otra wea, había que hablar de política, la palabra ‘política’ no era mala, había que entender y empezamos a hacer política juntos”

Con respecto a la dirigencia que asume, explica que las circunstancias en las que se produce, justifica su proceso autodidacta de aprendizaje:

“a pesar de la niñez siempre tuve que enseñar, pero nunca vinieron a enseñarte, hubieron weas que aprendí solito poh weon, el camino me fue enseñando…”

EL contexto histórico en que crece Rafael lo empuja fuertemente a tomar decisiones más arraigadas en su dimensión política que movidas por su ímpetu de joven:

“no tenía opción, o erai un conchesumare, que habían muchos en la pobla, o la hacíai […] habían momentos en que tuve ganas de estar en el carrete pero tenía que estar acuartelado […] eso significó un abandono de un montón de weas […] asumiendo tareas de grande pero nunca dejando de ser niño, por ejemplo, la primera vez que le disparé a los pacos, fue como… me cagué, me cague poh, literalmente!”

En el 87, el Partido Comunista Chileno rompe nexos con el FPMR. Esta división se produce, entre otras cosas, porque los oficiales del FPMR habiendo recibido instrucción en Escuelas Militares y Academias de Guerra en el extranjero, tienen grados de militares de carrera que difícilmente se declararán obedientes a una Dirección del PCH que no tenía experiencia militar. Aunque públicamente el PCH mantuvo su Política de Rebelión Popular de Masas, se propuso desmantelar el aparato militar en un corto plazo. Se producía el cisma entre el FPMR y el PCCH4.

“…se separa el Frente del Partido y yo quedo ahí al medio, entonces rompo con mis compañeros que eran todos comunistas y quedo solo. Después me sumo al Frente que el PC denominaba «la fracción»”

Con esta escisión, el FPMR debía readecuar su organización de aparato armado para convertirse, aunque sin declararlo así en el momento, en un partido político. Con esto debía iniciar una campaña de captación de masas. Se aprecia, en este periodo una actitud de mayor pragmatismo:

“Organizamos en primer núcleo rodriguista de la comuna. Éramos tres compañeros […] asumimos nuestra militancia […] llegamos a juntar 100 compadres y había que darles una grado de organización, disciplinarlos ”

“la gente del núcleo eran los militantes del Frente, los demás eran milicianos [quienes no participaban del núcleo]. Entonces pa’ hacer una pega [acción directa] yo, como integrante del núcleo, era el primero en entrar y el último en salir. Hacíamos milicias de 9 o 10 y pa’ hacer una pega específica esos 10 se separaban [tácticamente].”

En esta política de pragmatismo del Frente, se derrama en los militantes de base como Rafael, la posibilidad de ejercer cierta autonomía con respecto a un órgano central:

“La decisión política pasaba por el núcleo. El núcleo hacía análisis. El miliciano debía cumplir la tarea no más. Dentro del contexto político en que se daba esa situación era aceptable. Hoy no lo haría porque hoy la situación es distinta, hay que formar, hay que fortalecer. No había mucho tiempo para pensar, había que hacerla no más poh. En el camino iban aprendiendo los cabros.”

Así transcurre la agitada vida de Rafael, entre acciones de propaganda armada, la formación de milicias y su permanencia en el Centro Cultural “Libertad Unión y Progreso”. En el ámbito Nacional, nos hallamos en 1988 con un plebiscito que dirimiría la continuidad del Pinochet en el gobierno, además de las elecciones presidenciales y parlamentarias en el año 89: la democracia retornaría al país.

Democracia cargada de impunidad

En una transición a la democracia que debe hacer justicia “en la medida de lo posible”, que para perdurar debe imponer un manto de olvido; una transición pactada y controlada desde las FFAA, en donde éstas realizan demostraciones de fuerza para manifestar al gobierno su molestia por la tentativa de hacer de justicia. En este contexto nos encontramos, por ejemplo, el 28 de mayo de 1993 con un “Boinazo” como medida de presión que el ejército, no hacia solamente al gobierno, sino hacia todo un país que aún teme, que aún no logra superar el velo de oscuridad tendido por 17 años de dictadura. ¿Acaso esto no es terrorismo?. ¿Acaso con estas acciones no se juega con el miedo de todo un pueblo para “llamar la atención” acerca de problemas no resueltos como la vulnerabilidad de personal militar ante la justicia?. Estas y otras interrogantes, rondarían en el pensamiento de los militantes rebeldes de la transición.

En este escenario, “la mayoría de los grupos políticos rebeldes habían orientado sus acciones contra símbolos y fuerzas de seguridad del antiguo régimen para denunciar la continuidad política y económica del modelo”5

Transición pactada, transición cobarde. Lapsos de eterna transición a la democracia, de justicia “en la medida de lo posible”, precisamente allí podemos descubrir a Rafael ya joven, aún militante, aún soñador, levantando su voz, construyendo y resistiendo. Cuando un 12 de agosto del año 1991, a las tres de la tarde cae detenido por segunda vez, pero esta vez ya no era el niño que pensaba que iba a ser dejado en libertad pronto:

“Después del caso Guzmán se hizo un proceso contra el Frente y ahí nos encanamos justo en ese proceso […] ”

Esta vez estaría seis meses y medio recluido. Este, a pesar de ser un proceso doloroso, de cuestionamientos, de soledades, de definiciones, para Rafael fue significativo y, de alguna manera, iba a influir en su futuro quehacer. Conoce gente nueva. Conoce a quien denomina como un “verdadero revolucionario”:

“En ese proceso conocí al Pedro [Ortiz], al Palito [José Miguel Martínez] al Pum-pum [Mauricio Gómez Lira] 6 […] el Pedro era, intelectualmente, un hombre muy capaz… muy inteligente y nos hicimos muy amigos […] él me decía «este es el cabro chico» […] yo, de los rodriguistas, era el menor. Yo participaban en el núcleo interno con él. Cuando llegué a una reunión, él empieza a hacer un análisis de coyuntura, pero me habla como intelectual, me eleva los términos y yo quedé más colgao’, yo le dije «que wea me estai hablando hermano, yo soi de la pobla, si no me aterrizai los términos me presento inorgánico» […] esa fue una gran lucha que dio él, por enseñarme y yo enseñarle lo que sabía […] en el fondo todos tenemos algo que enseñar […] ése fue el gran paso que dimos juntos: desde toda su capacidad intelectual, desde la claridad política que él tenía [luchaba] por aterrizar el concepto, que lo entendiera […] ahí fue como se fue dando el cariño […] si yo conocí a un hombre revolucionario, ése fue el Pedro […] entonces qué mejor, cuando yo se que se muere empiezo a enganchar gente pa’ la «Pedro Ortiz»…”

“Al Pedro [Ortiz Montenegro] lo conocí como el jefe, como el amigo, como el compañero, como el hermano. Yo siendo un cabro de 17 o 18 años que cae a la cárcel […] ahí que te dai cuenta que soi’ o no soi’, porque ahí es cuando […] me ofrecen entregar a mis compañeros y yo digo «no poh me quedo acá no más», me dicen [en tribunales] «bueno, entonces vai a hacer 15 años preso» yo digo «será, lo que sea». Entonces yo andaba en esos días muy cagao’ de onda llorando porque quería irme pa’ la calle, porque echaba de menos mi pobla, a mi mamá, a los cabros de la población y toda la wea poh; se acerca el Pedro y me dice «a mi me condenaron a 33 años y aquí estoy cagao’ de la risa ¿por qué andai llorando hermano si todavía ni te condenan? […] hermanito Usted va a trabajar conmigo» y ahí empecé a trabajar con él”

A pesar del intento de la Concertación de restar legitimidad política a toda acción de las organizaciones revolucionarias, criminalizando su existencia, en el interior de la cárcel aún se seguía operando como colectivo Al respecto, Rafael relata:

“Nos tenían en la calle de los [presos] comunes, en la calle 13, ahí yo como weón de la pobla tenía amigos, me sentía «cómodo» […] empezamos a hacer un taller de derechos humanos, enseñamos a leer a los presos comunes. Hicimos un acto pal’ 11 de septiembre, hablamos del tema con los presos […] la dirección interna del Frente en la cárcel que eran el Pedro y otros compañeros definen que los a compañeros que estábamos ahí, tenían que sacarnos a la calle 15 que era la de los presos políticos. Nos contacta un compañero y nos dicen «tal día van a venir y los van a llamar al abogado y Ustedes tiene que ir no más poh, tienen una semana pa’ que saquen la ropa o sus cosas de más importancia», sacamos alguna cosas. Entonces llegó un día y nos llaman al abogado […] ahí entra el Pedro y dice «ya, se van con nosotros», se toman la calle, pescan al paco que estaba con nosotros que era un teniente de inteligencia de gendarmería, le quitan la gorra, el sable y pa’ fuera… ahí nos tomamos la calle y nos fuimos a la calle de los presos políticos. Esa fue una acción del Frente. Una decisión política que toma la organización”

La militancia además de entregarles un fuerte componente identitario, les otorga cierto estatus dentro del mundo de reclusión. El prisionero político se diferencia del prisionero común:

“Había una diferencia en el trato de gendarmería con respecto a los presos comunes, por ejemplo, en la formación, en la cuenta […] nos separaban de la población común…, los presos comunes pasaban con las manos atrás y nosotros con las manos al lado, con short, con un libro en la mano; siempre desafiando a la autoridad porque los presos comunes no desafían a la autoridad, se someten, nosotros no. Es una cuestión de dignidad que te va manteniendo […] Hacíamos uso del derecho de preso político, que pa’ ellos valía callampa pero nosotros hacíamos uso de éste […] estábamos todos convencidos.”

Los abusos de autoridad, por parte de Gendarmería, también son enfrentados con el coraje que otorga la militancia y la certeza de no encontrarse solo frente a un mundo hostil:

“Le decíamos a los pacos [gendarmes] «yo estoy preso pero mis compañeros están todos en la calle»”

Si el guardián no cree, hay que convencerlo:

“«Ya, entonces la próxima semana vai a tener una bandera en la casa» y a la otra semana, había una bandera del Frente puesta en su casa, era el aviso, o le daban algún papel del Frente al hijo «toma una carta pa’ tu papá» […] teníai ese peso porque teníai organización. Una vez el alcaide de la cárcel mandó a que nos golpearan los gendarmes… al otro día le volaron la puerta de la casa, todos los vidrios quebrados, a las 7 de la mañana le estaban volando la casa. El nivel de organización era super grande.”

Del Centro Cultural a la “Pedro Ortiz”

Rafael es puesto en libertad aproximadamente el mes de marzo de 1992. Explica que, por razones de seguridad, se desvincula del FPMR como militante activo, sin embargo, mantendría contacto con los compañeros que aún seguían recluídos en calidad de prisioneros políticos, con quienes había estrechado tanto lazo afectivos como de índole políticos.

“Yo salgo de la cárcel y estuve un año sin militar, por un tema de seguridad.”

“Entonces, cuando salgo de la cárcel empiezo a estar vinculado con los PP, en mi situación de ex preso político”

El 15 de octubre de ese año 1992, Amnistía Internacional publicaba un documento titulado “Posible ejecución judicial y malos tratos”, en el cual expresaba su “preocupación por las denuncias del homicidio de al menos un preso político en circunstancias que sugieren su ejecución extrajudicial, y por los fuertes malos tratos infligidos a otros dos durante un intento de fuga llevado a cabo por ocho presos políticos del Centro de Detención Preventiva Santiago Sur el 10 de octubre de 1992. Otros dos presos resultaron muertos en circunstancias que aún no se han aclarado. Otros tres lograron escapar.” 7

Efectivamente, en la fecha señalada en el documento, 10 de octubre, ocho prisioneros políticos del FPMR, se fugaban de la ex-Penitenciaría. Tres de ellos logran escapar, tres caen abatidos por las balas de gendarmería – Pedro Ortiz Montenegro, José Miguel Martínez y Mauricio Gómez Lira- y dos fueron recapturados. Estos dos últimos, protagonizarían 4 años más tarde la cinematográfica fuga desde la Cárcel de alta Seguridad, operación denominada “Vuelo de Justicia”.8

La fuga protagonizada el 10 de octubre del 92 era una operación militar y como tal, sólo un selecto grupo estaba en conocimiento de ella, motivo por el cual Rafael solo tenía indicios de que “algo iba a ocurrir”:

“El 10 de octubre del 92’ tenía vínculos con los presos políticos. Cuando se empieza a planear el proceso de fuga en la cárcel, a mi me toca comprar algunos materiales […] estaba al tanto que iba a pasar algo, pero no sabía qué […] me pasaron una plata, compré unas cosas y se las hice llegar a quien tenía que hacérselas llegar […] estaba ahí [involucrado], de una u otra manera enganchado…”

Acontecidos los hechos, Rafael, comienza a movilizarse para acompañar a “sus hermanos” caídos en la fuga:

“Yo estoy viendo la televisión y veo que está el Pedro muerto y digo ¡no!, mi hermano, mataron a mi compañero y ahí empiezo con la organización… ”

“Al Pedro lo mataron las diez o doce del día […] y las 4 de la tarde ya estaba armando la wea, haciendo banderas pa’ ir a los funerales…”

Con la muerte de estos tres compañeros rodriguistas, el Centro Cultural ya se muestra a la población como una organización abiertamente política, popular, revolucionaria:

“Ahí empezamos a trabajar el tema de los derechos humanos, nos tomamos la Municipalidad, hicimos un ayuno por la ley de punto final en ese tiempo, participamos en foros, un montón de acciones de propaganda, pero no firmábamos como Frente, firmábamos como «Pedro Ortiz», en todos lados, donde tu ibai en El Bosque había un rayado nuestro, esa fue como la salida pa’ la calle”

“en la primera acción, estaba el alcalde de El Bosque entregando la cuenta anual y aparecemos con un cajón hecho de cartón con unas mascaras de bufones gritando «no a la amnistía, no a la impunidad…»”

Desde aquel momento el tipo de integrante de “Centro Cultural Pedro Ortiz”, es atravesado por una identidad única: el rodriguismo.

“Después me encuentro con el Francisco Díaz Trujillo, «El Chino» que es uno de los que se logra fugar cuando mataron al Pedro […] yo no milité nunca con «el Chino», pero yo obedecía a mis principios […] entonces se genera una relación.”

Transcurren alrededor de dos años, desde que se funda el Centro Cultural Pedro Ortiz, dos años de denuncia, de acción directa, de propaganda. Hasta que se instala en la mesa, la posibilidad de legalizar el colectivo, de obtener personalidad jurídica, con lo que se arriesgaban a pasar de ser una organización que se definía como antisistémica, a una organización funcional al modelo. Rafael, recuerda que el tema lo instala un par de personajes, a quienes él acusa como traidores.

“Hasta que se integra a la organización un compadre que había caído cuando yo estaba preso, siempre tuvimos dudas con él, y ella [su mujer], terminaron entregándonos, trabajaban pa’ la Oficina. Yo los heché y [ellos] van a la Municipalidad y entregan una lista con los nombres de todos nosotros…”

“Ellos no tenían casa, entonces el precio de ellos fue una casa, y sapearon poh […] Son el John Tavorga y la Ana Guerra”

“Ellos querían hacer una fundación y hacer todo un negocio”

Lamentablemente, la decisión de obtener la personalidad jurídica ya había sido tomada en conjunto, producto de las discusiones propuestas por Tavorga y Guerra, quienes concentra el poder -administrativo- puesto que, una vez legalizados, ostentan los cargos de tesorero él y presidenta ella:

“Instalan el tema de la legalización […] empiezan a engrupir a la gente hablando de proyectos pa’ alla , proyecto pa’ acá y una serie de weas extrañas [..] los hechamos, pero como ellos tenían la personalidad jurídica se la llevaron”

“Hubo un momento en que pensamos en la legalidad, pero como un tema estratégico, lo que nosotros no sabíamos era lo que ellos venían haciendo; en el proceso los fuimos pillando, porque se enrolan en los aparatos de inteligencia del Gobierno y le hacen toda la pega y se van encaminando. Nosotros no cachamos, cuando cachamos ya era tarde. Entonces ahí nos separamos para conformar el comité de DDHH «Pedro Ortiz»”

Una vez escindida la organización entre la facción institucionalista y la autónoma, esta última tendencia opta por conformar el comité de DDHH. Organización que funcionaba en casas y en locales, es decir, no se encuentra asentada en un territorio específico, se reunían en diversos lugares dentro de la comuna. Hasta que, en el año 1997, se “toman” una casa que está ubicada en la población “14 de Enero”, colindante a la población El Almendro 1, lugar donde creció Rafael.

La que, para efectos de este relato, he denominado facción institucionalista, por su parte, postula a una serie de proyectos, entre los cuales está la adquisición de una cantidad determinada de libros. Durante el proceso de separación, la facción autónoma se apropia de estos implementos y los instala en la casa que se habían “tomado” en la población “14 de enero”. Dando inicio a lo que sería la actual Biblioteca Popular 14 de Enero.

“nosotros vinimos y nos metimos a la casa que estaba abandonada, no tenía puertas, ventanas, nada […] sin permiso de la dueña ni nada. Hasta que llegó la dueña y nos cede el terreno […] nos cede el terreno y la casa pero de palabra, no formalmente.”

“como empiezo yo a vincularme nuevamente [con el FPMR] nos pasan unas mesas, unas sillas”

El cambio de nombre desde “Comité de DDHH Pedro Ortíz” a “Biblioteca Popular 14 de Enero” se produce en este mismo proceso de instalación de la biblioteca en la población del mismo nombre. Al contrario de lo que podría pensarse, el nombre no responde tanto a una situación de arraigo con el territorio en el que se instalan–recordemos que habían vivido como organización nómada- , sino que responde a la idea de desvincularse de la facción institucionalista que representaba serios peligros ya que Tavorga y Guerra habían entregado una lista con los datos de los integrantes de la facción autónoma.

“ahí definimos que nos vamos a quedar aquí [en la población «14 de Enero»]”

“Cuando no entregan, nos sapean, ahí nos denominamos como «14 de enero», por seguridad, pero no por la historia de la pobla, sino como «ya que estamos en esta pobla, hagámoslo aca»”

Es importante destacar la metamorfosis que este asentamiento provocaría en el colectivo, puesto que a sus actividades se sumaría el trabajo territorial, el vínculo directo con la población. Echaban raíces en un lugar que los proyectaría en el tiempo.

Lo que hoy constituye la sede de la biblioteca, es justamente esa casa abandonada que hace una década, se “tomaran” este grupo de compañeros para continuar su labor reivindicativa del movimiento popular, su labor de denuncia, de concientización de “la pobla”. Dicha sede limita con un sitio eriazo que, con el correr del tiempo, y el esfuerzo conjunto de “la Catorce” se ha ido transformando en la Plaza “Francisco Díaz Trujillo”9. Tanto este sitio como la casa abandonada, pertenecen al Laura Moya, doctora psiquiatra, activa militante por la memoria y los Derechos Humanos en Chile.

“lo que hoy es la plaza, era un espacio lleno de basura […] comenzamos a construir la plaza, conseguimos máquinas y todo con plata que pasaban los compañeros [del FPMR]”

El aporte que el rodriguismo, específicamente el FPMR Autónomo, realiza a la naciente organización territorial, se ve graficado y se le hace más patente a Rafael a partir de un episodio cotidiano:

“un día, yo estoy con un compañero, se rompe una silla [de la biblioteca] y yo digo «ah esta silla, está mala hay que botarla» y él me dice «¿cómo vai a botar esa silla? No vei que hay un compañero preso por esa silla» yo le pregunto por qué y el me responde «si poh hermano, estas weas no son gratis, los cabros están presos por estas weas, secuestraron al Edward por esa mesa y esa silla», ahí me despabilé…”

En el año 1997 se da inicio a un nuevo proyecto impulsado por “la catorce”, este proyecto sería el que legitimaría territorialmente a la organización: la colonias urbanas, elemento rescatado de la lucha antidictatorial de los 80, cuando la Iglesia Católica promovía estas iniciativas:

En el 97 hicimos las primeras colonias urbanas «Se precisan niños para amanecer» que respondían a la «Pedro Ortiz»10, éramos nosotros”

Con esta apertura hacia la población, el perfil del integrante de la organización se hará más heterogéneo, comienza participar el joven poblador, “hijo de la transición” que no tendrá el mismo grado de politización que poseía el militante del proceso anterior. Se abre la organización al sujeto que no fue curtido por la lucha que tenía un objetivo claro: derrocar a la dictadura, y en beneficio de este objetivo, debía hacer, sin preguntar.

“empieza a entrar más gente a participar, a hacer […] nos encontramos con un montón de compañeros nuevos que comienzan a cuestionarte”

Este permanente cuestionamiento, el ir y venir de nuevos y antiguos integrantes, la reflexión siempre presente y la búsqueda constante de nuevos caminos han sido permanentes en la “Biblioteca Popular 14 de Enero”.

Con la desarticulación de las organizaciones rebeldes, llevada a cabo por la Concertación de Partidos por la Democracia a través de la criminalización, desmovilización y encierro de sus cuadros operativos, “la Catorce”, para subsistir, debe recurrir a un nuevo elemento, una nueva forma de financiar las actividades que exigen recursos: la autogestión. Este concepto se encuentra muy ligado a la concepción de autonomía que persiguen estas nuevas organizaciones del periodo de eterna transición a la democracia.

“En todas la organizaciones de la comuna han participado en proyectos [financiados por entes gubernamentales], menos en la Catorce y eso ha significado el quiebre y el derrumbe de estas otras organizaciones, porque el camino más fácil es generar una organización, obtener personalidad jurídica y conseguir un proyecto […] la gente empieza a cachar que las weas no les cuestan […] todo lo contrario ocurre acá, cada cosa que hay ha costado”

La autogestión es concebida como forma de resguardarse de dos elementos que son considerados nocivos para la organización, a saber, la intervención de organismo oficiales fijando las líneas de acción a seguir y, por otra parte, la desmovilización de sus integrantes dada la comodidad y facilidad de obtener recursos de un ente externo. En este sentido, y considerando la similitud de circunstancias que se aprecian entre esta forma de recibir recursos y el haberlos recibido del FPMR, Rafael la explica planteando que la “recuperación”11 de recursos es una gestión propia de la organización: el órgano militar y la organización son percibidos como un todo, un complemento. El FPMR es también “la catorce”:

“para las Colonias urbanas, empezamos vendiendo papas fritas, juntamos 50 lucas, pero necesitábamos 500 lucas para una semana… tuvimos que ir a buscar la plata poh […] Nosotros gestionamos la plata […] los cabros fueron y trajeron pan, trajeron helados y no preguntí de donde los sacaron: los recuperamos. Por eso planteamos que es importante el elemento militar.”

La “14 de enero” hoy

“La ‘Catorce de Enero’ es organización de carácter popular […] después de un proceso (de reflexión interna) se hace una definición [..] de carácter revolucionario, aquí no se esconde el tema de la Revolución […] somos un colectivo que discute cuestiones de corte político”

Hoy “la catorce” se encuentra ubicada en el mismo lugar donde se asentó hace diez años, en la que fue la casa abandonada colindante con un sitio eriazo lleno de desperdicios. Claro que en el presente, la casa es sede y el sitio es plaza, construcciones, sin duda, valiosas para la preservación de la memoria.

El trabajo se realiza principalmente en función de los niños:

“se desarrolla trabajo con los niños que son quienes nos han abierto la puerta y son los que [en el futuro] van a generar la crítica ¿Quién más que los niños que viven la discriminación, la mala educación , la mala salud, la mala alimentación, el hacinamiento?. Todo lo que vivimos los pobre ellos lo viven más profundamente….”

“estai instalando en ese niño la idea de que él tiene el derecho de tomarse la calle para reivindicar sus derechos, no es necesario irse de aquí para cambiar la situación, la pobla se cambia con organización”

A través de sus catorce años de existencia, por “la catorce” han pasado un sin fin de personas, cuál de todas más valiosas, que de una u otra manera sostienen un fuerte vínculo con la organización, a su vez, ésta mantiene un siempre nuevo contingente:

“De los antiguos que habíamos en la Catorce habemos 2, uno que estuvo en la fundación que es el Pato y yo [Rafa], los demás son pura gente nueva, pura semilla…”

Las líneas de acción que hoy se han definido para proyectar el trabajo hacia la población y, de paso, generar una instancia de concientización, social y política, de sus nuevos integrantes, son:

Colectivo, es la instancia de discusión, de encuentro, de reunión donde se forma, se propone y se organiza el quehacer. Está compuesto por cerca de 10 integrantes.

“La decisión política se toma en colectivo,¡pero se argumenta! […] se discute“

Radio “Venceremos”, es el órgano difusor por excelencia utilizado para llegar a la población.

Biblioteca “14 de Enero”, esta instancia sirve a los niños para realizar sus tareas escolares. A través de ésta se realiza, también, apoyo pedagógico:

“veo a los papás que vienen a ayudar a la tía a hacer clases o se ponen con sus ‘moneas’ pa’ la fotocopia”

“hoy día son los niños que fueron parte de las colonias lo que están participando. Hoy en día el Nicolás [que participó en las colonias urbanas] está abriendo la Biblioteca”

Escuela de fútbol “Manuel Rodríguez”. Aprovechando el espacio administrado por la organización, es decir, la Plaza “Francisco Díaz Trujillo”, se realiza un escuela de fútbol con los niños del sector.

“los niños vienen a jugar en nuestra escuela de fútbol”

Plaza “Francisco Díaz Trujillo”. En una zona que no cuenta con áreas verdes habilitadas como instancia de esparcimiento, la plaza constituye un espacio de diversión para niños y adultos que, incluso, realizan asados en ella.

Identidad del sujeto

“El sentirse revolucionario […] es la cuestión de innovar, de soñar […] si a un compañero se le ocurre realizar una actividad, vamos y la hacemos […] no todo se explica políticamente porque [cada acción] tiene que ver con un compromiso, con entender de dónde somos, tiene que ver con un compromiso de clase. Un día, un compañero que yo creo que estaba muy equivocado, dijo «hacer plazas no es hacer revolución» y yo creo que sí. Es importante el tema de invitar a soñar a los compañeros, porque efectivamente cuando hablamos de la revolución y la organización revolucionaria que pensamos construir para el día de mañana, estamos diciendo también «compadre, en esta wea nos van a matar, nos van a meter presos o nos van a exiliar» por tanto hay que enamorarse de lo que estamos haciendo para mantenernos en esto. Tiene que ver con la acción de vida de cada uno de nosotros”

Durante la entrevista, Rafael tiende a relatarlo todo en plural. El “nosotros” está muy arraigado en su vocabulario, signo evidente de una fuerte vocación –y puesta en práctica- por lo social, por lo colectivo. Síntoma extraño en esta era en que la predisposición del común está cargada hacia el individualismo. Este rasgo, marca en él una poderosa identidad, primero de poblador, luego de militante rebelde, revolucionario, de rodriguista:

“Nosotros nunca nos olvidamos de nuestro origen de pobladores. No había que ser marxista-leninista pa’ darse cuenta que éramos pobres, que éramos pobladores”

Esa “mística rodriguista” es atribuída al carismático “Comandante Rodrigo”, quien manifestaba ”una permanente preocupación e interés por el bienestar y cultivo de un espíritu de cuerpo entre sus subordinados12:

“Todavía queda ese nexo, hay como una cuestión cultural con la que nuestra gente se identifica. […] en palabras super simples: ¿que pasaría con Manuel Rodríguez hoy día?¿tu creí que estaría por la elecciones? […] por esencia somos violentos, somos revolucionarios […] la transformación, la identidad, la mística. Hoy hay un grupo de gente, rodriguista y todo el cuento, pero no tienen la mística. Por ejemplo, si entro a la clandestinidad y tengo que andar disfrazao’ de paco, me voy a disfrazar de paco, si tengo que andar de milico, me disfrazo de milico, si tuviera que andar de cura, de evangélico, de mujer, de lo que sea, lo voy a hacer. Es la identidad lo que nos hace distinto a otras organizaciones. Tiene que ver con un tema de creer…“

También habla en plural para referirse a sus “hermanos” caídos. Frentistas que lucharon junto a él. El yo se diluye en el nosotros:

“Yo hablo en plural por los que no están. No es un capricho, porque los que no están, están siempre con uno […] siempre están mis hermanos presentes, están ahí conmigo. Lo más terrible fue la muerte… vivir la muerte. Tampoco creo que la wea sea sufría, era lo que debía pasar no más poh […] Hoy yo soy el que está aquí y debo hacerla, y hacerla lo mejor posible. Eso me lo ha dado la reflexión…”

Como pudimos apreciar a través de todo este relato, la relación simbiótica generada entre nuestro entrevistado Rafael y “la catorce” marca fuertemente el crecimiento y desarrollo de ambos. Si bien, el presente trabajo no ha tenido como objetivo sobredimensionar el rol revolucionario de nuestro entrevistado, tampoco pretende proponer que “la catorce” nunca hubiera existido sino es por la mediación de Rafael. Como él, pudieron haber muchos, quizá están muertos, quizá están detenidos, quizá exiliados.

“Hoy ni siquiera lo hago tanto por la gente, es porque es mi necesidad […] me siento identificado en cada árbol, en cada wea nueva que se ha hecho, aquí he estado. Por ejemplo, si traen algo nuevo a la plaza y yo no estoy pa’ mi sería terrible…”

“mi vida que ha girado en torno a la organización”

“una amiga me decía «¿No entendís que la wea pasó?» yo le respondí que «mientras exista un cabro chico cagándose de hambre en la calle, mientras exista alguien comiendo del Hogar de Cristo, alguien con mala salud, alguien con mala educación, mientras existan los sin techo […] la revolución es necesaria, no hay otro camino»”

Santiago, Junio de 2007.

Bibliografía

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  • Sitio Web de Amnistía Internacional. Sección Documentación.

  • Zapata Valderas, Victoria. CARCEL DE ALTA SEGURIDAD. INHUMANIDAD, REPRESION Y REBELDIA. Editorial Mare Nostrum. Santiago, 2005.

1 Rosas Aravena, Pedro, REBELDÍA, SUBVERSIÓN Y PRISIÓN POLÍTICA. CRIMEN Y CASTIGO EN LA TRANSICIÓN CHILENA 1990 – 2004. Ed. LOM, 2004

2 “Marzo. Se aproxima la gran batalla”.El Rodriguista Nº 13. Marzo, 1986. Pp 5.

3 “La historia inédita de los años verde olivo”. Especiales – La Tercera. 27 mayo 2001.

4 Vidal Hernán. FPMR. EL TABÚ DEL CONFLICTO ARMADO EN CHILE. Mosquito Editores. Santiago, 1995.

5 Rosas Aravena, Pedro, REBELDÍA, SUBVERSIÓN Y PRISIÓN POLÍTICA. CRIMEN Y CASTIGO EN LA TRANSICIÓN CHILENA 1990 – 2004. Ed. LOM, 2004

6 Los tres personajes citados por Rafael, caerían abatidos por personal de Gendarmería, en un intento de fuga desde Centro de Detención Preventiva Santiago Sur, ex Penitenciaria; realizado el 10 de octubre de 1992.

7 Sitio Web de Amnistía Internacional. Sección Documentación. http://web.amnesty.org/library/Index/ESLAMR220141992?open&of=ESL-CHL. Revisado el 01 de junio de 2007.

8 Zapata Valderas, Victoria. CARCEL DE ALTA SEGURIDAD. INHUMANIDAD, REPRESION Y REBELDIA. Editorial Mare Nostrum. Santiago, 2005.

http://www.editoramarenostrum.cl/catalogo_categoria12.htm

9 Díaz Trujillo es uno de los rodriguistas que logró escapar en la fuga de 10 de octubre del 92. Según el relato de Rafael, pasado un par de años desde la fuga se encuentra con él que estaba, por razones obvias, en condición de clandestinidad. “El Chino”, como lo llamaban al interior del recinto penitenciario, se hospedaría en la casa de Rafael por un periodo aproximado de 6 meses, hasta que el 22 de diciembre de 1997, cae herido de muerte en un enfrentamiento con una patrulla de carabineros.

10 Cabe destacar que, a pesar de haberse constituído ya como la “Biblioteca Popular 14 de Enero” en el año 1996, Rafael, al relatar las actividades realizadas en el año 97 aún las atribuye a la “Pedro Ortiz”. El cambio de nombre forzado, no instaura un olvido de los orígenes de ésta. En la actualidad, año 2007, esta circunstancia se sigue dando, aún se habla de “la Pedro Ortiz” para referirse a la “Biblioteca Popular 14 de Enero”.

11 El concepto de “recuperación” asociado a acciones que escapan al marco legal, como asaltos y secuestros, se sustenta en la idea de que el capital, a través de la explotación de la clase trabajadora, extrae las ganancias generadas en el proceso de producción. Esta plusvalía, en una concepción marxista, es apropiada de forma ilegítima por la clase dominante. El trabajador debiese percibir parte de esta ganancia.

12 Vidal Hernán. FPMR. EL TABÚ DEL CONFLICTO ARMADO EN CHILE. Mosquito Editores. Santiago, 1995. Pp. 144.

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ROMERÍA POR PEDRO ORTIZ

 

PASAJEROS DEL TREN ELQUINO

Federico no hacía gimnasia. «Me quiebro con mucha facilidad». Así se disculpaba ante nuestros profesores del Liceo de Hombres de La Serena. «Tengo una deficiencia ósea y con cualquier caída me luxo o me quiebro». Y le creían porque parecía que su excusa era verdadera, aunque no por eso a él se le viera enfermo o triste. Al contrario, contento se le podía ver mientras leía al borde de la cancha u observaba cómo el resto nos esforzábamos por encestar en el marcador de los campeones.

Así era Federico, y qué leía: Por quién doblan las campanas, Bestiario, Crítica a la razón pura, El manifiesto, La rebelión de las masas. Vaya las lecturas de Federico que hablaba pausado y con quien, intercambiándolos libros, nos contagiamos del deseo de cambiar el mundo. Y así, elegidos delegados por La Serena, partimos juntos al congreso de la Federación de Estudiantes Laicos de 1966 al Tabo. Maravilloso el congreso. Había sólo gente brillante, cuánta claridad. No puedo asegurar que yo haya estado a la altura, pero Federico sí lo estaba, no cabía duda; por ese tiempo es cuando yo lo empiezo a reconocer como mi maestro.

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Y pasamos muchas otras aventuras juntos. Nos fuimos un jueves con viernes feriado en el tren Elquino a la casa de sus padres, en Vicuña. Ese tren se convertía los fines de semana en una verdadera fiesta en que cientos de muchachas y muchachos del Valle que estudiaban en La Serena, bailaban y cantaban y, la vez de la que hablo, ese tren que avanzaba paciente, fue testigo de cómo dos liceanos de quinto o de sexto, se enamoraron de dos liceanas de tercero o de cuarto y las besaron en el entre carro sin que les importara el frío y la furia del viento, ni tampoco las miradas de los pasajeros mayores, quienes, más que censurarnos, nos observaban con la expresión de los que envidian a los enamorados.

 

En su casa me presentó a su hermano que sí hacía gimnasia, que sí jugaba al básketbol y, para nuestra condenación de intelectuales que considerábamos al músculo de tercera importancia, llevaba en los brazos muñequeras de cuero negro y se jactaba de las flexiones que era capaz de hacer en un barrón que había instalado al fondo del patio. Intelectuales y físico culturistas, vaya hermanos disparejos, me dije. Su madre, mientras tanto, matrona, nos invitó a asistir a una cesárea, una experiencia espantosa tras la cual, Federico y yo desistimos de nuestras expectativas para llegar a convertirnos en médicos, algo que ambos habíamos considerado como una posibilidad para el futuro.

 

Y no sé qué fue de esas muchachas de faldas breves que amamos en el tren Elquino, pero sí sé, que tanto Federico como yo vencimos a la represión del setenta y tres, a la del setenta y cuatro, y a la del setenta y cinco, y nos encontramos mucho después, en paradoja, frente a La Moneda. Fue cuando supe que él ya era padre y que su oficio era el de maestro, y más específico, el de profesor de Química. Además, supe que conservaba sus convicciones y continuaba resistiendo. Yo le hice saber por mi parte, que seguía también igual porque en eso no podría haber cambios: a la dictadura había que derrotarla y no se podía esperar a que muriera por sí sola. Nos abrazamos despidiéndonos, pero no pasaron seis meses o quizá ocho o diez; el caso fue que lo atraparon y lo castigaron duro y lo pasaron a la CNI donde le siguieron pegando hasta que vieron que se les moría. Fue entonces cuando lo llevaron a la posta central, quizá sólo para que muriera en un lugar fuera de sus porquerizas donde a ellos no los comprometiera.

Y así ocurrió: pocas horas después partió Federico Álvarez que no hacía gimnasia, que leía a Marx, a Kant, a Cortázar, que fue iniciado en los clanes, que amaba muchachas en el tren Elquino. Nos encontramos con su hermano en avenida La Paz el día de su entierro, al ataúd de Federico las floristas lo habían tapizado de pétalos. Nos abrazamos y lloramos —el hermano de Federico llevaba todavía sus muñequeras de culturista físico—. «Lo quebraron por completo », me contó sollozando, «mi hermano tenía una deficiencia en los huesos, prácticamente lo molieron por dentro».

 

Sucedió sin embargo un hecho milagroso: unas bestias, en su afán de que acabara pronto ese sepelio que los avergonzaba —aún en las manadas de hienas se manejan códigos de honor—, nos arrebataron la urna y se la llevaron a empujones. A pesar de eso, créanme que nadie vio que un pétalo cayera del ataúd de Federico o siquiera se moviera del lugar donde las floristas lo habían puesto, y eso, considerando el zamarreo y los golpes y toda esa brutalidad desatada. Hablo de un milagro para Federico Álvarez Santibáñez, maestro de piedra pulida que hoy decora el oriente eterno. Quizá en homenaje a Federico Álvarez Santibáñez, el tren Elquino, el que marchaba por su valle, al poco tiempo dejó de pasar.

 

MARTÍN FAUNES AMIGO

La Ultima lección del profesor

 

 

 

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Declaracion. LOS MÉDICOS, PSIQUIATRAS, PSICÓLOGOS, ASISTENTES SOCIALES Y PERSONAL DE SALUD ANTE LA CONVOCATORIA DE LA MESA DEL DIÁLOGO. 10septiembre 1999

Tlahui-Politic. No. 8, II/1999

Médicos emiten declaración ante la Mesa del Diálogo
CODEPU Valdivia: La armada posee antecedentes sobre los desaparecidos

Información enviada a Mario Rojas, Director de Tlahui. Chile, a 10 de Septiembre, 1999. Chl – Profesionales médicos emiten una declaración pública ante la Mesa del Diálogo.

LOS MÉDICOS, PSIQUIATRAS, PSICÓLOGOS, ASISTENTES SOCIALES Y PERSONAL DE SALUD ANTE LA CONVOCATORIA DE LA MESA DEL DIÁLOGO.

Ante la creación de la denominada Mesa de Diálogo, y conocida sus finalidades y objetivos, los médicos, psiquiatras, psicólogos, asistentes sociales y personal de salud en general que, desde pocos días después del golpe de Estado en Chile, hemos atendido profesionalmente a numerosas personas, familias y niños afectados por la violencia política en Chile, nos sentimos en la obligación ética y moral de hacer pública la siguiente Declaración:

Hemos conocido muy de cerca en toda su magnitud los graves y profundos trastornos provocados tanto, en la esfera física y mental como a nivel de las relaciones familiares y afectivas en cientos de chilenos y chilenas que pasaron por la experiencia de la prisión, la tortura, el desaparecimiento y ejecución de uno o más de sus familiares. Igualmente, hemos atendido a miles de exiliados, exonerados y retornados al país, todos los cuales en diversos grados, han presentado importantes trastornos individuales y grupales, destacando las rupturas familiares.

Respetando el secreto profesional y fieles a la confianza depositada en nosotros por aquellos que fueron y son nuestros pacientes, queremos dar testimonio aquí de la profundidad de sus duelos y sufrimientos, de las enfermedades orgánicas y psicosomáticas, de los trastornos familiares, y en fin, de las severas repercusiones a nivel físico, psicológico y social, determinadas directamente por los hechos represivos de que fueron víctimas.

Pese a que la Comisión de Verdad y Reconciliación (más tarde Corporación Nacional de Reparación y Reconciliación) dejó al margen innumerables casos de violaciones a los Derechos Humanos, en particular los miles de sobrevivientes de la tortura, reconocemos el mérito de dichas Comisiones al certificar que en Chile se cometieron graves, masivas y sistemáticas violaciones a los Derechos Humanos, causados por agentes del Estado, -cuyos nombres fueron omitidos- entre el 11 de septiembre de 1973 y el 11 de marzo de 1990.

Hoy vemos, con dolor y sorpresa, que la Mesa de Diálogo se ha constituido con la finalidad fundamental de saber donde se encuentran los restos de los detenidos desaparecidos, pero sin manifestar ninguna voluntad de esclarecer los hechos criminales y hacer pública la identidad de sus autores. Esto ha provocado impotencia, desestabilización, confusión e incluso dolor en las Agrupaciones de Familiares quienes sin embargo, han reaccionado con claridad y valentía, reafirmando sus históricas demandas.

No apreciamos ningún avance en la que debiera ser la tarea central en materia de Derechos humanos: establecer la verdad de lo ocurrido entre 1973-1990. Ya las Comisiones de investigación que sobre las violaciones de los Derechos Humanos impulsó el propio Estado con posterioridad a 1990 no hicieron públicos los nombres de los responsables, pese a que los familiares de las víctimas y los organismos de derechos humanos les hicieran entrega de dicha información. Como queda dicho, somos testigos directos del trauma humano causado por los agentes del Estado, al que se ha sumado la impunidad. Ella, como lo hemos demostrado a través de documentos avalados científicamente constituye una nueva agresión a la Salud Mental de todo el país.

Finalmente queremos enfatizar el hecho de que en Chile se cometieron Crímenes de Lesa Humanidad y al decir crimen estamos obligados a identificar los dos aspectos fundamentales que lo define: quién fue el agredido y quién fue el agresor. Es esta última figura la que nos preocupa, porque en ella se concretiza la etiología de estos trastornos. Los relatos de nuestros pacientes informan de conductas del agresor desprovista de toda ética y que van desde el abuso de poder hasta el ensañamiento y la bestialidad, lo que nos obliga a prevenir en el futuro este tipo de comportamiento humano. Es por tanto una obligación, para nosotros, para los agentes del Estado que fueron responsables y para todo el país, conocer la integridad de la Verdad y la transparencia absoluta de la Justicia.
Santiago, septiembre 9 de 1999.

FIRMANTES:

Paz Rojas Baeza Médico Neuropsiquiatra – Ramiro Olivares Médico – María Inés Muñoz Briceño Psicóloga – Katia Reszczynski Padilla Psquiatra – María Soledad Espinoza Cuevas Asistente Social – Sergio Pesutic Pérez Médico – Patricia Barceló Amado Psiquiatra – Rosella Baronti Barella Psicóloga – Alfredo Estrada Larraín Médico Terapeuta Familiar – Emilia Beniscelli Troncoso Asistente Social – Natalia Alfaro Miyaki Psicóloga – Eduardo Pérez Arza Psiquiatra – Max Santelices Kinesiólogo – Vivianne Freraut Contreras Psicóloga – Laura Moya Díaz Psiquiatra – Sergio Pescio Suau Médico – Yolanda Muñoz Psiquiatra – Carlos Madariaga Psiquiatra – Margarita Mondaca Terapeuta Ocupacional – Mónica Díaz Terapeuta Ocupacional – Alejandro Guajardo Terapeuta Ocupacional – José Miguel Guzmán Asistente Social – Laura Millas Kinesióloga – Beatriz Brinckmann Educadora en Salud y Derechos Humanos – Simona Ruy-Pérez Educadora en Salud y Derechos Humanos – Luis Schlack Poblete Médico Neurólogo – Pedro Rodríguez Meneses Médico Traumatólogo – Patricia Herreros Mediavilla Enfermera – Elena Galvez Médico – Liliana Fajardo Dentista – Abelina Cisternas Médico – Ema Acuña Médico Ginecóloga – Miguel Vergara Médico Pediatra – Álvaro Reyes Bazán Médico Traumatólogo – Mónica Gómez Ramírez Médico General – Raúl Erazo Corona Médico Pediatra – Vilma Armengol Neirotti Médico Terapeuta Familiar – Ana María Labarca Oyanedel Edmundo Camus Mario Psicóloga – io Médico Traumatólogo – Ramón Rojas B. Médico Traumatólogo – Patricio Bustos Streeter Médico – Fanny Pollarolo Médico Psiquiatra – Diputada Cristina Arancibia Caballero Tecnólogo Médico – Eliana Ortiz Letelier Asistente Social – María Angélica Fuenzalida Tobar Asistente Social – Joel Espina Sandoval Psicólogo – Marión Cortés Asistente Social – Viviana Heller Gutiérrez Asistente Social – Mirtha Ossandón Vuskovic Dentista – Rosa Lizama Leiva Asistente Social – Claudio de la Fuente Pizarro – Psicólog-Terapeuta Familiar y de Parejas – Edgardo Condeza Vaccaro Médico – Patricio Cid Palacios Médico – Ana Vega Pais Médico – Max Roppert Contreras Médico-Psiquiatra – Ivania Blanco Gómez Médico-Psiquiatra – Karla Pellegrini Friedman Médico – Francisco Rivas Larraín Médico Neuropsiquiatra – Luz María Gómez Droguett Médico – Laura Bahamóndez Moya Psiquiatra – Mario Villanueva O. Médico – Carlos Zúñiga Soto Psiquiatra – Manuel Zúñiga Gajardo Médico-Epidemiólogo – Marta Rojas Esquivel Enfermera – Patricia Morgado Alcayaga Enfermera Matrona – David Villena P. Médico – Jaime Sepúlveda S. Médico – Estefanie Fleddermann Psicóloga – Lilian San Román Figueredo Psiquiatra – Juan Manuel Gálvez Villarreal Psicólogo – José Manuel Cárdenas Castro Psicólogo – Marcela Estrada Vega Psicóloga – José Ancan Morales Asistente Social – Alicia Varela Hidalgo Licenciada Psicología – Nayaret Saud Costa Licenciada Psicología – Ricardo Ernst Montenegro Licenciada Psicología – Carmen Gloria Acuña Asistente Social – Norma Rojas Cuéllar Asistente Social – Irma Rojas Moreno Enfermera – Ada Álvarez Campos Asistente Social – Graciela Castañeda Sánchez Asistente Social – José Quiroga Fuentealba Médico – Eduardo Troncoso Psicólogo – María Teresa Aránguiz Asistente Social – Karin Berkhoff Médico.

CODEPU VALDIVIA AFIRMA QUE LA ARMADA POSEE ANTECEDENTES SOBRE LOS DETENIDOS DESAPARECIDOS.

La armada si posee antecedentes sobre detenidos desaparecidos ya que fue ejecutora directa a algunas acciones que terminaron con personas desaparecidas, como es el caso de Lago Ranco. Así que a diferencia de lo que dijo el Almirante Alex Waghorn, en la Mesa de Diálogo, lo inverosímil es que esta institución armada diga que no tiene mas información que la ya proporcionada por el Informe Rettig.

Ejemplo de ello es la desaparición de 4 personas en el Lago Ranco en la X región, desde una embarcación de la Gobernación Marítima de Valdivia, a cargo de miembros de la Armada. El 16 de octubre de 1973 fueron detenidos por personal de Carabineros, en sus domicilios en Lago Ranco, Cardenio Ancacura Manquián, Teófilo Gonzalez Calfulef, Manuel Hernández Inostroza y Arturo Vega Gonzales, todos militantes socialistas. Luego de estar detenidos en la Tenencia de Lago Ranco fueron subidos al Vapor “Laja” de la Armada de Chile, donde fueron ejecutados y desde ahí hechos desaparecer en el lago.

La Armada perfectamente puede entregar antecedentes sobre los miembros de esta institución u otras que participaron de este operativo, ya que habiéndose realizado la acción a borde de una embarcación difícilmente no pudieron saber quienes estuvieron presentes y los ejecutores y que paso con los cuerpos de estas cuatro personas. Con ello harían un valioso aporte a la verdad de una de los casos de desapariciones ocurridas la X región.

Incluso si el Almirante quiere analizar el contexto histórico en que se dieron las violaciones de derechos humanos, ello no le permitiría justificar acciones de este tipo. Porque deberíamos conocer la trayectoria de estos dirigentes, conocer los motivos que llevaron a su detención luego del Golpe de estado, porque no se les hizo un juicio si consideraron que pudieron haber delitos, quienes dieron las órdenes y quienes de la Armada actuaron en la desaparición de estas personas. Con estos antecedentes si la Armada quiere puede perdonar la acción de su personal, pero no puede pedirles lo mismo a los familiares de estas víctimas, cuando ni siquiera han hecho un gesto mínimo de apoyo al esclarecimiento de este caso.

Para la Armada, como a las otras ramas de las FFAA no les queda sino el paso de reconocer su participación institucional en las graves violaciones de derechos humanos, y que como el caso de Lago Ranco y otros miles no fue producto de soldados que “violaron las normas”, ya que, al contrario, ellos cumplieron con las normas que la propia institución les había dado para la represión política. Proteger la acción de los miembros de las FFAA en acciones criminales bajo la ley de amnistía no va a limpiar al imagen que ya las FFAA tienen ante la sociedad. Porque ya nadie les cree que no saben nada o no tienen ninguna información. El primer aporte a la verdad es justamente reconocer la gran responsabilidad institucional que si tienen en las violaciones cometidas durante la dictadura militar.

José Araya Cornejo.
Secretario Ejecutivo – Codepu
Valdivia, 9 de septiembre de 1999.

From: Editor Equipo Nizkor nizkor@teleline.es
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Una mujer. Bachelet. La historia no oficial.

Bachelet. La historia no oficial

LibroBachelet_portadaEn febrero de 1975, Michelle Bachelet partió al exilio junto a su madre, Ángela Jeria, luego de que ambas fueran apresadas y torturadas por la Dina. En Alemania Oriental Bachelet se reencontró con su pareja, Jaime López, un brillante dirigente socialista que vivía clandestino en Chile. Meses después, el rastro de ese gran amor de juventud se perdió para siempre: López fue detenido y obligado a colaborar con la Dina. El joven hoy figura como detenido desaparecido. Esta es la historia de la traición que marcó para siempre a Michelle Bachelet, relatada en uno de los capítulos del libro Bachelet. La historia no oficial de Andrea Insunza y Javier Ortega, investigadores del Centro de Investigación y Publicaciones (CIP) de la Universidad Diego Portales. El libro, publicado en 2005 en Chile y 2006 en México, ha sido reeditado por la Escuela de Periodismo de la UDP y editorial Catalonia.

El miedo y la traición

Apenas se instalan en Sydney, las dos mujeres toman contacto con la numerosa colonia chilena. Gracias a la llegada de los primeros exiliados han surgido varias organizaciones de apoyo a la izquierda allendista en Australia.

A los pocos días, aceptan invitaciones para entregar su testimonio. Las circunstancias que rodearon la muerte del general Bachelet así como la detención de su esposa e hija han sido noticias destacadas para la opinión pública australiana. Declaman ante estudiantes de una universidad en Melbourne, ante trabajadores de un sindicato en New Port, y se reúnen con representantes del Parlamento de ese país en Canberra. El inglés de Michelle es un aliado: se comunica fácilmente y traduce el testimonio de su madre. Así consiguen el apoyo de los sindicatos australianos para declarar la prohibición de venta de trigo desde esa nación a Chile.

Hablar públicamente sobre lo que vivieron en Villa Grimaldi y Cuatro Álamos es una suerte de terapia. Ni entre ellas en el avión ni con Beto han comentado sus experiencias más lacerantes. Tampoco lo harán en el futuro. Evitar referirse a lo que sintió cada una durante su detención es una suerte de acuerdo tácito.

Las noticias sobre Chile llegan a diario. El MIR está cada vez más desangrado por su resistencia frontal contra la dictadura. Las bajas en sus filas, entre muertos y detenidos, alcanzan cifras impactantes. A principios de octubre de 1974, Manuel Contreras y sus agentes han logrado cercar y acribillar a su máximo líder, Miguel Enríquez. (1) Cuatro meses más tarde, en febrero de 1975, la Dina lanza un golpe psicológico: en una rueda de prensa, cuatro dirigentes miristas son obligados a leer una declaración en televisión Nacional. Bajo amenazas, los hombres dicen que el movimiento está acabado y llaman a sus compañeros a deponer las armas. (2) Con el MIR prácticamente neutralizado, la Dina fija sus ojos sobre la dirección clandestina del PS.

En marzo de 1975, el socialista Ariel Mancilla es detenido por los hombres de Manuel Contreras cuando se dirigía a un encuentro clandestino. Mancilla no es un simple militante. Integra el comité central del PS. La Dina llevaba meses tras sus pasos. Su detención abre la puerta para acercarse al  núcleo de Exequiel Ponce, Carlos Lorca y Ricardo Lagos Salinas. Sus captores lo llevan a Villa Grimaldi. (3)

* * *

La caída de Ariel Mancilla evidencia las precarias condiciones en que se mueven los principales cuadros del PS. Algunos se mentalizan con la idea de que su detención es cosa de tiempo. Tratan de vivir el día a día, intentando no retener direcciones, rostros y nombres que puedan servir al adversario en caso de que la tortura los doblegue.

Aun así, la directiva de Ponce, Lagos Salinas y Lorca prosigue en su esfuerzo por mantener en funcionamiento la estructura partidaria, articulada antes del golpe con cerca de mil células en todo el país. Los tres dirigentes también maniobran para conseguir el apoyo exterior de la cúpula de Carlos Altamirano, en Berlín Oriental. Necesitan con urgencia margen político, para poder adecuarse a las duras condiciones de la vida ilegal.

En abril de 1975 se celebra en La Habana el primer pleno del comité central del partido, con representantes que trabajan tanto fuera como dentro de Chile. En la jerga partidista, son los hombres del «exterior» y el «interior». El encuentro lo encabeza Altamirano. La reserva es casi absoluta. El régimen de Fidel Castro y sus aparatos de seguridad disponen de las más estrictas medidas para garantizar la integridad de los asistentes.

Como representante de la dirección «interior» viaja a La Habana Jaime López. El pololo de Michelle Bachelet tiene dos misiones delicadas. Primero, defender ante Altamirano el «documento de marzo» y lograr que el díscolo secretario general legitime a la cúpula clandestina. Segundo, viajar luego a Alemania Oriental y la Unión Soviética para conseguir los recursos económicos que Ponce y Lorca necesitan en forma cada vez más desesperada.

En medio de los preparativos del viaje, el joven se comunica telefónicamente con Michelle Bachelet en Australia. No han estado juntos desde que fue detenida por la Dina. Le dice que la extraña, que haga lo posible por viajar a Europa para reencontrarse con él en Berlín Oriental. Ella acepta con entusiasmo. Esa ciudad funciona como centro neurálgico de los partidos de la UP en el exilio. Allí podrá retomar su trabajo político, volver a ver a muchos de los suyos.

A sus 25 años, López sabe que en esa misión se juega la vida. Si es detectado por los servicios de seguridad es hombre muerto. Sale de Chile por vía terrestre, a través de la frontera con Perú, llevando consigo un pasaporte argentino. López imita bien ese acento. La fachada como hombre de negocios bonaerense es verosímil.

Su primera escala es Lima. En la capital peruana funciona desde hace un año uno de los principales centros de apoyo al PS en el extranjero, a cargo de Luis, el hermano menor de Carlos Lorca. (4) Luis Lorca está complacido de volver a ver al Guatón, quien se muestra como el tipo canchero, bromista y alegre de siempre. Pero una inquietud parece obsesionar al joven emisario: cómo prevenir a sus compañeros si llega a caer, a su regreso, en manos de la Dina. Habla de inventar un intrincado código de advertencia, que sea solo conocido por contados dirigentes. Además, conviene con Luis el nombre de los «correos» que enviará en adelante desde Santiago a Lima, cada uno rotulado con niveles de información distintos. Si algo no calza con esta plantilla, es porque algo muy grave ocurre.

Antes de despedirse de su amigo, le advierte que si llega a ser aprehendido, no soportará la tortura por mucho tiempo. Bastará que le toquen una uña para que suelte todo lo que sabe. De ahí la urgencia de un código secreto. Resume todos sus temores en una frase:

—A mi primera advertencia, cúbrete, porque va a llover a cántaros. Bajo su habitual desplante, López transpira miedo.

* * *

En La habana, López se planta ante Altamirano con el aplomo de los que se juegan la vida. El jefe del partido queda impresionado con sus palabras. Otros dirigentes presentes en la cita, entre ellos Clodomiro Almeyda y Rolando Calderón, le entregan inmediatamente su respaldo. (5) Lo mismo ocurre con los anfitriones cubanos, para quienes la proeza de salir y entrar a Chile clandestino es una muestra de que la dirección «interior» del PS está en manos de tipos con «cojones».

Dando por superada la disputa de poder, Altamirano otorga su apoyo a la directiva de Exequiel Ponce, Carlos Lorca y Ricardo Lagos Salinas. (6)

A fines de abril de 1975, López abandona Cuba y se traslada a Alemania Oriental, para cumplir con los siguientes encargos de su periplo. Llevando una ruta distinta, lo sigue otro joven dirigente socialista, radicado por entonces en La Habana. Su nombre es Camilo Escalona. Debe reencontrarse con López en Berlín Oriental. En la capital de la RDA, Escalona tendrá que asegurarse de que el emisario sea bien recibido.

A principios de mayo, en Berlín Oriental se celebran los 30 años del fin de la Segunda Guerra Mundial. La ciudad está cubierta de banderas y de carteles alusivos a la caída del Tercer Reich. Con ese ambiente se encuentra Michelle Bachelet cuando arriba a la urbe. Es su primer contacto con el socialismo real. La joven siente que entra a un mundo épico, muy distinto al Chile del toque de queda y las persecuciones que dejó atrás hace unos meses.

En el aeropuerto la reciben dos amigos, Mario Felmer e Isabel Margarita Loubat. Son viejos compañeros del PS que ahora viven exiliados en la RDA. Ambos la invitan a pasar unos días en su casa en Berlín Oriental. Michelle no entiende una palabra de alemán, pero se siente protegida y apoyada. Además, está ansiosa por reencontrarse con su pareja.

En suelo alemán, Jaime López recibe una bienvenida distinta. Viene del «interior» y la omnipresente contrainteligencia germano-oriental desea asegurarse de que no se trata de un doble agente. Solo después de esa exhaustiva revisión de los aparatos de seguridad puede iniciar su nutrida agenda de contactos políticos. Sus actividades incluyen reuniones con funcionarios del gobierno de Erich Honecker. El jerarca de Alemania Oriental es un activo sostenedor de la resistencia antipinochetista y está particularmente interesado en lo que ocurre en Chile. (7)

A Michelle Bachelet le avisan que deberá ser trasladada a las afueras de Berlín. La joven llega a una casa de protocolo oficial, ubicada en un pequeño pueblo cercano a un lago. Se trata de una de las residencias que la estricta Seguridad del estado de Honecker dispone para sus invitados especiales. Ahí se reencuentra por fin con Jaime López, con quien podrá conversar con calma sobre su paso por Villa Grimaldi.

Por esos días, visita a López una dirigenta comunista en el exilio. Antes de encontrarse a solas con el enviado del PS, la mujer comparte un almuerzo con los dos jóvenes en la residencia de protocolo. El tema central es la situación política en Chile. Su nombre es Gladys Marín y no oculta sus deseos de regresar clandestinamente al país, donde la esperan su esposo y sus dos hijos. (8)

Michelle también quiere volver. Con su pololo hace planes para reencontrarse en Santiago y así colaborar en la rearticulación del partido. Ella lo considera su deber como socialista. El ejemplo paterno pesa en esta decisión. Si el general Alberto Bachelet tuvo la posibilidad de exiliarse en Perú y no lo hizo, la hija —la misma que lo motivó a quedarse— tiene que hacer lo mismo.

En Berlín Oriental, López y Michelle se reúnen con miembros del secretariado exterior de la Juventud Socialista. El encuentro con esa instancia que lidera a la JS en el exilio es organizado por Camilo Escalona, en la residencia berlinesa del dirigente chileno Fernando Arraño. Asisten Enrique Norambuena, Mario Felmer, Enrique Sepúlveda y Rigo Quezada, entre otros. (9) Todos son gente de confianza. Por una norma de seguridad básica muy pocos pueden saber que López está en la RDA.

El joven emisario está inquieto por su regreso a Chile. Sus amigos del PS tratan de relajarlo y lo llevan a conocer la ciudad. Medio en broma, medio en serio, invariablemente termina hablando de la tortura, de los brutales métodos de la Dina, de por qué resultaría imposible para un detenido no colaborar. Muy pocos captan que habla en serio.

Cuando López deja la RDA, camino a la Unión Soviética, se despide de Michelle con el compromiso de reencontrarse en Chile.

* * *

Una vez que López se marcha, Michelle Bachelet formaliza sus nexos con el PS. Se entrevista con la dirigenta María Elena Carrera, jefa del partido en la RDA. Visita en su casa a Ricardo Núñez, miembro del secretariado exterior del PS. Las tareas son varias y urgentes. Será rápido hallar una para ella.

Mientras aguarda que el gobierno alemán-oriental le asigne una residencia, vive en casa de Mario Felmer e Isabel Loubat. Además, hace los primeros trámites para que su madre, quien permanece en Australia, pueda viajar a Berlín del este.

Cuando plantea formalmente sus ganas de regresar a Chile, en el PS están de acuerdo. No es la única con esos planes, pero el partido no cuenta con la capacidad operativa para hacer viable una operación de retorno masiva. Se requieren un aparato de apoyo, pasaportes falsos, rutas seguras. Ya se está trabajando en eso. Michelle Bachelet debe tener calma.

Una noticia la sorprende: Jaime López aparece de vuelta en Berlín Oriental. El retorno es mucho más rápido de lo esperado. Michelle se reúne con él en un Heim, una especie de refugio colectivo donde se recibe a los exiliados chilenos. El joven dirigente está nervioso. Le habla a su polola sobre un posible cambio de planes: le han propuesto quedarse en la RDA para trabajar en el aparato exterior del PS, simulando que continúa clandestino en Chile. Solo debe aceptar y no tendrá que reingresar al «interior». La decisión lo tiene muy angustiado. Quiere saber lo que piensa su pareja. A Michelle la idea no le gusta.

—Cómo se te ocurre. Hay gente en Chile que está muriendo. Si quieres dirigir el partido tienes que correr los mismos riesgos, ponerte a la altura—le recalca.

Por fin, López le confiesa que existe el riesgo de que sea detenido si vuelve. No es una simple corazonada: al regresar a Chile luego de pasar por Moscú, tuvo un percance con Interpol, la Policía Internacional. Nada grave, pero prefirió volver a la RDA y sopesar lo ocurrido. Quedarse en Berlín tal vez sería lo más razonable.

Su polola no puede entender que el peligro lo frene. Si ese fuera un argumento, ella podría haberse quedado en Australia o, antes, viajado a Perú con su padre. No estaría lamentando ni su muerte ni Villa Grimaldi. Para la joven su novio simplemente no puede flaquear.

Michelle termina la discusión con una frase lapidaria:

Mi papá murió por ser consecuente. De ti yo no espero menos.

Otros socialistas que se reúnen con López en Berlín Oriental también lo notan diferente. Quiere interiorizarse sobre temas especialmente sensibles, ajenos a las responsabilidades de un cuadro como él, demasiado expuesto. Cuando se encuentra con Mario Felmer —nexo entre las direcciones «exterior» e «interior» del PS— le pide visitar las escuelas de instrucción militar, abiertas en la RDA y la Unión Soviética para militantes del PS. El emisario está vivamente interesado en el tema.

Una noche, en Berlín, cuando conversa con otros compañeros, retoma su obsesión por los crueles métodos de la Dina y sus efectos.

—Ustedes no tienen idea de lo que es la tortura—les dice con seriedad.

Ante la mirada de sus amigos, López se tira al suelo y comienza a simular los estertores provocados por las descargas eléctricas de la «parrilla». La broma no cae bien. el humor es demasiado negro.

* * *

En junio de 1975, Bachelet consigue los pasajes para que su madre viaje a la RDA. Al principio son asignadas en un Heim. Pronto les entregan un departamento de un dormitorio en las afueras de Postdam, una ciudad ubicada a treinta kilómetros de Berlín.

Gracias a sus estudios de Antropología, Ángela Jeria halla empleo en el museo de prehistoria y Arqueología de la ciudad. Su hija trabaja como asistente de un médico en Berlín. Todos los días aborda un tren interurbano que tarda media hora hasta la capital.

Postdam es una bella urbe, rodeada de lagos y bosques. La joven y su madre no tardan en acostumbrarse. Berlín está reservado para la dirigencia de alto rango, a la que ellas no pertenecen. Pero están a pocos kilómetros de la capital, en un departamento cómodo, aunque pequeño. Su situación es mejor respecto de los militantes socialistas rasos, que son destinados sin apelación a las provincias.

El PS ha resuelto que a fin de año Bachelet podrá volver a Chile, junto a varios compañeros. Aún no está claro si lo hará con su nombre real o clandestinamente. Si se opta por lo segundo podría ser sometida a un profundo cambio de fisonomía. (10) Ser la hija del general Bachelet tiene un valor simbólico. El PS y los camaradas de la RDA no están para correr riesgos.

Michelle escribe informes de la coyuntura chilena para la dirigencia. Comienza a colaborar como encargada de formación del secretariado exterior de la JS. Junto a su madre viaja por varios países de Europa, entregando su testimonio en actos contra la dictadura chilena. Las dos mujeres ayudan a canalizar la solidaridad internacional a través de Chile democrático, una estructura de los partidos de la UP con sede en Italia. (11)

Ángela también trabaja para radio Berlín, en un programa emitido especialmente para ser escuchado en Chile; sin embargo, los acontecimientos desde el «interior» tienen otra dinámica.

El 17 de junio de ese año, agentes de la Dina irrumpen en la casa de seguridad donde se oculta Ricardo Lagos Salinas, el tercer hombre de la directiva clandestina. Junto a él cae su esposa, Michelle Peña, embarazada de ocho meses. Ambos son trasladados a Villa Grimaldi. (12)

La detención de uno de sus principales líderes no es detectada por el PS. Los hombres del coronel Manuel Contreras usan a Lagos como carnada para hacer caer a otros dirigentes. El demoledor golpe ha abierto una grieta en plena cúspide del aparato clandestino. Para el implacable Contreras, ha llegado el turno de los socialistas.

Ocho días más tarde, en la madrugada del 25 de junio, cae el máximo líder del PS en Chile, Exequiel Ponce, en una exigua pieza que arrienda cerca de avenida Matta. Con él es detenida la militante Mireya Rodríguez. Quince horas después es aprehendido Carlos Lorca, mientras llega a una casa de seguridad junto a la militante Modesta Wiff. En poco más de una semana, el aparato clandestino es decapitado por completo. Todos los detenidos son llevados a Villa Grimaldi. Luego de incesantes torturas, su rastro se perderá para siempre en ese recinto secreto de la Dina.

La caída de la dirección «interior» golpea como un rayo a la izquierda chilena. La noticia se siente mucho más fuerte en la RDA, donde están los máximos dirigentes del PS. Nadie esperaba una catástrofe de esa envergadura.

Michelle Bachelet se entera de lo ocurrido durante un viaje por Italia, donde visita varias ciudades asistiendo a actos de solidaridad con Chile. El remezón la toca muy íntimamente.

Carlos Lorca era su amigo y gurú, el hombre que marcó su vocación política. De Lagos Salinas y Michelle Peña también era amiga. Ambas jóvenes trabajaron juntas en el mismo equipo clandestino luego del golpe, cuando la hija del general Bachelet comenzá a hacer análisis de coyuntura para la cúpula socialista. Para su pololo, Exequiel Ponce era como un padre adoptivo.

Todas estas muertes se unirán a la de su padre. Juntas serán una pesada herencia que determinará gran parte de sus decisiones vitales y políticas.

* * *

La caída de la dirección «interior» aborta los preparativos para el regreso de Bachelet y otros militantes a Chile. Simplemente no hay garantías de seguridad. La incertidumbre es total. La joven está muy preocupada por la suerte de su pareja. Por esos mismos días Jaime López debería estar en Chile.

A mediados de julio de 1975, la Dina ha completado exitosamente su ofensiva contra el PS.

Los socialistas, no obstante, se reagrupan. Un conjunto de dirigentes muy jóvenes, casi todos estudiantes secundarios y universitarios, toma espontáneamente las riendas de lo que queda de la colectividad. Es una veintena de militantes con un promedio de veintidós años y escasa experiencia política. Con el tiempo serán conocidos como la dirección de los «Pantalones cortos». También se les llamará los «cooptados», pues el dramático momento que vive el PS hace muy difícil que alguno pueda negarse a dirigirlo.

En ese grupo hay un consenso: Jaime López es el único con la experiencia para asumir como nuevo secretario general. El joven emisario se ha plantado de igual a igual ante Altamirano y los viejos tercios en el exilio. Además, es el único sobreviviente de la segada directiva. Su llegada al máximo cargo sería una señal de continuidad. Pero López está inubicable. No hay señales sobre su paradero. A partir de junio de 1975, los pasos del joven dirigente entran en una nebulosa. En los años posteriores, en el PS se mezclarán versiones fragmentarias, mitos y suposiciones para explicar lo que realmente hizo la pareja de Michelle Bachelet a contar de esa fecha.

Se supone que la primera señal de López es una carta que envía a un miembro de la nueva dirección de emergencia, semanas después de la caída de la primera directiva. En la carta explica lo mismo que le dijo a su novia en Berlín Oriental, aunque ahora con más detalles: que al reingresar al país fue detectado por Interpol, con una fuerte suma en efectivo. Para que no alertaran a la Dina, debió «coimear» con parte del dinero a los detectives. Gracias a eso, asegura, fue puesto en la frontera y volvió a la RDA, donde explicó lo ocurrido. López asevera en su misiva que regresará a Chile una vez que pase el peligro. Los miembros de la dirección de los «Pantalones cortos» cuentan con eso.

En su ausencia, el núcleo de relevo celebra el llamado «Pleno de calle Amapolas», en un inmueble de Providencia. En la cita partidista el grupo asume formalmente las riendas del aparato clandestino. No es una directiva propiamente tal, sino una mesa amplia. Por unanimidad, y en su ausencia, Jaime López es designado número uno. (13)

La idea de la nueva dirigencia es que López, una vez de regreso, quede guarecido por un férreo dispositivo. El universitario deberá mantenerse por completo aislado de las tareas operativas, que quedarán en manos de otros cuadros. Así, en un encierro casi hermético, el sucesor de Ponce podrá pensar los caminos a seguir, sin el peligro de que la Dina le caiga encima.

Apenas aparece en Santiago, López toma contacto con la nueva directiva. Se reúne con su segundo hombre, el tercero, el cuarto, y así sucesivamente. Son reuniones cara a cara, que rompen los círculos concéntricos de la rigurosa compartimentación clandestina. Por inexperiencia o exceso de confianza, nadie en el PS capta el inminente peligro.

En cada contacto López se ve en extremo nervioso. Pide movimiento, no mantenerse en «puntos» específicos. En su afán por conversar en ambientes más privados convence a sus lugartenientes de reunirse en las residencias donde alojan. Así, conoce las direcciones exactas de casi todos los miembros de la cúpula.

Las más elementales reglas de la clandestinidad son desactivadas desde adentro. Sin necesidad de forzarla, la puerta del PS ha quedado abierta para una nueva embestida.

* * *

A fines de 1975, una fulminante ofensiva de la Dina barre con la dirección de los «Pantalones cortos».

El 27 de diciembre, los dirigentes Iván Parvex, Benito Rodríguez y Juan Carvajal caminan cerca de Irarrázaval. Este último observa un auto en que un hombre lee el diario, cubriéndose la cara. Lo reconoce. Es un agente de la Dina que meses antes allanó su casa. Advierte sobre el peligro y se retira. Pero Parvex y Rodríguez creen estar seguros. Ambos son detenidos esa misma tarde.

En pocas horas, entre cuarenta y cincuenta cuadros están en manos de la Dina. Varios participaron en el pleno de Amapolas: Iván Parvex, Carlos González, Gladys Cuevas, Eduardo Reyes, Vicente García, Saúl Belmar. Juan Carvajal es apresado la madrugada del 28 de diciembre. Tres días después viene el turno de Gregorio Navarrete, Jaime Solari y Hernán Monasterio. De la flamante directiva y su entorno solo se salvan cinco. (14)

Los detenidos son llevados a Villa Grimaldi. Uno de los caídos divisa ahí a Jaime López. Pero algo no calza. El secretario general no está maniatado, usa sus lentes ópticos y se mueve con cierta libertad por los patios. Ningún detenido tiene estos privilegios.

A otros apresados les intriga la reacción de los interrogadores cuando un torturado no colabora. En vez de seguir «parrillándolo», salen de la habitación con el carné de la víctima. Minutos después vuelven con una detallada lista de sus cargos y tareas clandestinas.

Los detenidos atan cabos. Carlos González repara en que al llegar a su domicilio los agentes fueron inmediatamente a un clóset donde escondía documentos y un carné del propio López. Solo este y el dueño de casa sabían de tal ubicación. Eduardo Reyes aporta otro dato: en su caso los agentes también sabían con precisión dónde escondía dinero del partido. Una suma que López le había pedido guardar.

Con horror, los dirigentes concluyen que López, el número uno, está colaborando con el enemigo. De todos los escenarios posibles es el más desquiciante. López conoce el partido como pocos. Si no se da inmediatamente la alerta, el PS será pulverizado.

Cuando intuye que lo trasladarán de Villa Grimaldi, un militante sin relevancia pregunta si la dirigencia apresada quiere enviar algún mensaje a través suyo. Iván Parvex no lo duda:

—Dile a todos que López nos traicionó.

Pronto, la noticia es traspasada a parte de la estructura del PS.

A principios de enero de 1976, un sobreviviente de la directiva se entera de que López está libre. Decide cerciorarse de las sospechas: logra programar un encuentro callejero con él. Cuando chequea el lugar de la cita, minutos antes de lo programado, descubre parapetado a un piquete de la Dina. Para él esta es la prueba definitiva.

La mala nueva no tarda en llegar a la RDA.

Michelle Bachelet se entera en Leipzig, una ciudad al sur de Berlín a la que se ha trasladado, dejando a su madre en Postdam. No puede creerlo. Finalmente, cuando lo acepta, hace un descarnado mea culpa. A otros socialistas les confiesa que su pololo tenía dudas sobre volver a Chile, pues intuía que era seguido. Y ella no acogió sus temores. Fue inflexible. Le dijo que debía cumplir con sus tareas.

Para la joven, la situación es casi calcada a lo ocurrido con su padre, cuando ella influyó directamente para que no se exiliara en Perú. En los años siguientes será recurrente en Michelle la idea de que, de haber sido más comprensiva, distinta sería la suerte de López.

Las reuniones de control de daños se inician con urgencia en Berlín Oriental. ¿Desde cuándo López está «quebrado»? Imposible saberlo con exactitud. Algunos piensan que pudo haber sido antes de su último arribo a la RDA, cuando estaba obsesionado por saber detalles de los cursos de instrucción militar. De ahí quizás su tétrica imitación de la «parrilla». Tal vez era una forma de avisarles.

Dos cartas que el propio López despacha por esos días a Michelle Bachelet confirman lo impensable. Antes de abandonar Chile, la joven y su novio habían convenido varias claves de advertencia, en caso de que alguno cayera. Era un código similar al que la muchacha había utilizado a principios de 1975, cuando le comunicó telefónicamente que ella y su madre estaban siendo secuestradas por la Dina.

Ahora, en sus misivas, López no deja lugar a dudas. Varias palabras que utiliza hacen evidente la advertencia de que está en manos de los hombres de Contreras. Y que quiere ponerla a resguardo.

Sin perder tiempo, Michelle da aviso a la cúpula de Berlín Oriental. Como evidencia, entrega las cartas. Otros socialistas aportan nuevos indicios recogidos en Chile. Son versiones transmitidas de boca en boca, difusas, en su mayoría imposibles de verificar. Pero todas apuntan a lo mismo: López está «contaminado», ha dejado de ser confiable.

Está el testimonio de un militante del «interior», quien por esos mismos días habría logrado contactar cara a cara al supuesto traidor. Según esta versión, López le advirtió con un gesto que llevaba una grabadora. Antes de marcharse le entregó un papel con una advertencia: «Estoy con la Dina. Saben todo. Que Michelle no vuelva».

Otra versión, mucho más imprecisa, surge del corazón de Villa Grimaldi. En el más temido centro de detención secreto de la Dina, López habría sido llevado al calabozo donde estaba Carlos Lorca, su gran amigo, en estado casi vegetal por la tortura. «Vai a quedar así si no colaborái», dicen que habría sido la advertencia que le dieron.

Con varios de estos antecedentes reunidos, la directiva exterior quiere saber qué piensa Michelle. La joven hace un análisis frío: cree que su pololo, forzado por las circunstancias, efectivamente está con el enemigo. Pero también destaca que le envió una advertencia para que no entrara a Chile.

En su exposición, ella recuerda que en Santiago López estaba cautivado con la lectura de un libro, La orquesta roja, de Gillies Perrault. El texto narra las peripecias de Leopold Trepper, quien dirigió una red de espías prosoviéticos enquistada en el Tercer Reich. Bajo la pantalla de colaborar con el nazismo, Trepper salvó la vida de muchos compañeros. López le había dicho que, en la misma situación, seguiría ese ejemplo.

Para la hija del general Bachelet su novio podría estar apostando a una colaboración segmentada. Entregar información a la Dina, pero sin dejar de alertar a los suyos. Ser un nuevo Trepper.

A principios de 1976, el propio López confirma las presunciones de su novia. En una carta que envía a su amigo Luis Lorca —el hombre del partido en Lima— le revela sin rodeos que va a jugar el rol de la «orquesta roja» con la Dina. «Voy a ser Trepper, voy a sacar información de ellos», señala textualmente en una línea.

En la misiva explica que no tiene otra opción, que ha visto en Villa Grimaldi a su «hermano» Carlos Lorca, a Exequiel Ponce y a Ricardo Lagos Salinas, los máximos encargados de la primera directiva: «Están agónicos; si no hago esto van a matarlos».

A Luis Lorca le propone seguir su juego: qué él desde Lima lo ayude a fabricar noticias que desinformen al enemigo para salvar a la mayor cantidad de gente. López propone que Lorca articule en el exterior una directiva de todos los partidos de la UP para que él pueda entenderse con ellos desde Santiago.

Luis Lorca envía inmediatamente la alerta. En Santiago se toman medidas urgentes. El ex diputado Albino Barra y su hijo Patricio surgen como cabezas de una nueva directiva. Bajo esta dirección de emergencia comienza el delicado proceso de aislar al dirigente contaminado y a su estructura, compuesta por varios militantes que siguen trabajando bajo sus órdenes. Solo unos pocos socialistas saben que López ha sido «quebrado», que ya no puede seguir como secretario general.

Desde Lima, Luis Lorca hace creer a López que sigue su juego. Cuando recibe a emisarios que llegan a Perú con mensajes embutidos de su puño y letra, Lorca invariablemente responde con información falsa, para desorientarlo.

Uno de estos mensajeros pide reunirse con Lorca en el Cabaret Crillón, en Lima. Es joven, viste de manera ostentosa y ordena varios whiskies. Domina casi a la perfección los nombres y cargos de la dirigencia clandestina; pero cuando su interlocutor le pregunta por gente que no existe, cae en la trampa: dice que de ellos no ha tenido noticias.

El ostentoso emisario le pasa un embutido escrito por López. En el mensaje, el dirigente hace un recuento de todos los compañeros caídos. No hay dudas, es su letra. Cuando menciona en la nota a los sobrevivientes, López le pide a su amigo que le ayude desde Perú a tomar contacto con ellos. Antes de despedirse, Lorca le dice al emisario que hará todas las gestiones para hacer el contacto.

Corre abril de 1976. Es el último correo que Luis Lorca recibe de López. Tiempo después, cuando su imagen salta en los periódicos, Lorca reconocerá el nombre del singular mensajero: el capitán de Ejército Armando Fernández Larios.

A partir de ese momento, el rastro de Jaime López Arellano se convierte en un secreto más de la Dina. Según la Comisión Nacional de Reparación y Reconciliación, fue detenido por la Dina en diciembre de 1975 y hoy está desaparecido. Lo mismo ocurre con la militante socialista Clara Rubilar Ocampo, miembro de su equipo.

El nombre del joven dirigente pasará a ser un tabú en la historia oficial del PS. Como traidor o víctima, de él solo se hablará en voz baja. Incluso décadas más tarde, en el partido circularán versiones de testigos que asegurarán haberse topado con él, que López sobrevivió a la tortura y que sigue oculto en alguna parte. (15) Otros preferirán darlo por muerto.

El mismo fantasma acompañará por años a Michelle Bachelet. (16)

* * *

En la RDA, la actividad política de la hija del general Bachelet no cesa. Está a cargo del boletín del secretariado exterior de la JS, donde escribe artículos políticos. Además, prepara informes de coyuntura sobre la realidad política chilena para sus dirigentes y continúa viajando por Europa, para dar a conocer su testimonio. En esos recorridos la acompaña su madre.

Aunque no ostenta cargos de dirección, es una militante reconocida. Su opinión es escuchada por dirigentes como Mario Felmer, Rigo Quezada y Enrique Norambuena, los máximos jefes de la JS en el exilio. Michelle Bachelet conoce el pensamiento de los militares chilenos, puede ayudar a prever escenarios.

En 1976, la joven se traslada a Leipzig, una ciudad ubicada 180 kilómetros al suroeste de Berlín, para estudiar alemán en el Herbert Institut. Consciente de que pasará un tiempo antes de que pueda regresar a Chile, la joven quiere dominar bien el idioma para retomar sus estudios de Medicina.

En Leipzig vive en una pensión con estudiantes de varias partes del mundo. Además, se reencuentra con socialistas amigos, miembros del mismo núcleo en la Universidad de Chile, entre ellos Gladys Cuevas y Jaime Lorca. A pesar de que lo ocurrido con López seguirá siendo por años una herida abierta, poco a poco recupera su optimismo.

En esa ciudad universitaria conoce un año después a Jorge Dávalos, un socialista exiliado que estudia arquitectura en la Universidad de Weimar. Los presenta Ángela Jeria.

El Guatón, como apodan a Dávalos, es un tipo alegre y simpático. Antes de salir de Chile tenía cercanía con el grupo de estudiantes de Medicina aglutinados en torno a Carlos Lorca. Pero a diferencia del líder de la JS y su grupo, su vida de partido no era tan intensa.

Los dos jóvenes comienzan a pololear. A fines de 1977, luego de un corto noviazgo, se casan en una ceremonia civil en Postdam. Ángela Jeria no asiste a la boda. Meses antes se ha radicado en Washington, luego de recibir una invitación de la escultora Isabel Morel, para apoyar desde ahí el trabajo de solidaridad con Chile. Morel tiene algo en común con Ángela: es viuda. Hace un año perdió a su esposo, el abogado socialista Orlando Letelier.

Letelier, ex canciller de Allende, murió en su automóvil, víctima de una bomba terrorista detonada en pleno corazón de la capital norteamericana. La explosión también mató a una ciudadana estadounidense, la joven colaboradora de Letelier, Ronnie Moffitt. Todo apunta a la Dina como responsable. (17)

En Washington, las dos mujeres trabajan en un intenso lobby orientado a denunciar los atropellos del régimen militar, ante Naciones Unidas y el Departamento de Estado norteamericano. Pronto, la labor recoge sus frutos. El 5 de diciembre de 1977, Naciones Unidas condena a la dictadura chilena por su «continua e inadmisible violación a los derechos humanos». Tres meses después, el régimen militar declara la Ley de Amnistía para los delitos políticos cometidos entre el 11 de septiembre de 1973 y el 10 de marzo de 1978. Ante la presión internacional, queda explícitamente fuera el caso Letelier.

Para Ángela Jeria esta es la posibilidad de que se levante la prohibición de ingresar a Chile. Sin nada que perder, consulta por su caso en la embajada chilena en Washington. La atienden bien. El funcionario que la recibe le dice que lo más probable es que estará entre los beneficiados, que podrá volver. La viuda del general Bachelet sale feliz del encuentro.

Al poco tiempo, sin embargo, recibe una carta del subsecretario del Interior de Pinochet, Enrique Montero Marx, donde se le notifica que no puede reingresar al país, por considerársela una figura altamente peligrosa para la seguridad interna. Ángela llora casi todo un día. Se comunica a Santiago con el general (r) Osvaldo Croquevielle y le cuenta la mala noticia. Su cuñado decide hablar con el general Fernando Matthei, quien en julio de 1978 ha asumido como nuevo comandante en jefe de la FACH, en reemplazo de Gustavo Leigh.

Matthei se compromete con Croquevielle a hacer lo que esté de su parte. Como oficiales de la FACH, el nuevo jefe aéreo y Alberto Bachelet habían sido buenos amigos en los 60. Gracias a este nexo, Ángela llegó a estimar a Matthei, a quien consideraba un hombre culto y honesto.

En su nueva vida de casada, Michelle Bachelet ha vuelto a radicarse en Postdam. Con Jorge Dávalos se traslada a un departamento en el mismo edificio donde vivía con su madre, en las afueras de esa ciudad. Viaja diariamente a Berlín, pues ha retomado sus estudios de Medicina, en la Universidad Alexander Von Hümboldt.

En junio de 1978 nace el primer hijo de la pareja, Jorge Sebastián Alberto. El segundo nombre —por el que lo llamarán— es un homenaje a Carlos Lorca. Sebastián era la chapa que el dirigente socialista utilizaba en su vida clandestina, antes de desaparecer a manos de la Dina. Alberto es en memoria de su padre.

A pesar de que tiene menos tiempo, Michelle sigue colaborando con el secretariado exterior de la JS en Berlín Oriental. El escenario es complejo al interior del partido. En el último pleno del comité central del PS, realizado en marzo de ese año, se ha acentuado la división interna que se arrastra desde el gobierno de la UP. (18) Por una parte está el sector del secretario general, Carlos Altamirano, quien de las posturas más ultras ha derivado a una posición revisionista, tras percatarse de la falta de libertades en la RDA. Por la otra, se planta Clodomiro Almeyda, más cercano al PC chileno y a la órbita soviética. (19)

Los socialistas jóvenes del núcleo de Michelle Bachelet se sienten espectadores de esta pelea entre grandes. Por trayectoria y visión política, están en la vereda de Almeyda, gracias a su sistemática defensa de los socialistas del «interior». No obstante, Michelle y sus amigos creen que cualquier división es un triunfo para Pinochet y hacen lo posible por mediar en esta pugna.

A fines de 1978, el dirigente Camilo Escalona se hace cargo del secretariado exterior de la JS en Berlín Oriental, tras un acuerdo de las dos fuerzas en pugna. Mario Felmer, Enrique Norambuena y Rigo Quezada dejan sus puestos. Michelle Bachelet hace lo mismo. Está muy frustrada por los ribetes que alcanza la disputa interna.

Poco después de la Navidad de ese año, en Washington, Ángela Jeria asiste a un almuerzo con un funcionario del Departamento de Estado. El hombre está muy informado de lo que ocurre en Santiago. Entre otras cosas, habla de lo cerca que han estado Chile y Argentina de entrar en guerra, pocos día antes.

También le habla de la prohibición de ingreso que la afecta. Le pide que tenga confianza, pues varios indicios apuntan a que muy pronto podrá regresar. Ángela es menos optimista. Sus tareas en Washington han concluido y tiene decidido establecerse en Perú. El destino es óptimo para sus planes: conoce a uno de los principales arqueólogos de ese país, lo que le permitirá trabajar en lo suyo. Además, estará muy cerca de Chile. De alguna forma, podrá seguir ayudando en tareas solidarias.

Con esa idea viaja a la RDA, para despedirse de su hija. En la visita conoce a su nieto Sebastián y piensa con calma en la vida que iniciará en Perú. A principios de febrero, sin embargo, recibe en Alemania Oriental una carta de la embajada chilena en Washington, donde se le comunica que puede volver a su país. Ángela se comunica con el general (R) Croquevielle, quien le confirma la esperada noticia.

Sin dudarlo, Michelle decide que acompañará a su madre en el retorno, junto a su hijo de ocho meses. Jorge Dávalos solo podrá viajar meses más tarde, pues quiere terminar el año en sus estudios de arquitectura.

No hay lágrimas de alegría ni emoción cuando las dos mujeres confirman la noticia. Simplemente, inician los preparativos para el viaje, luciendo la misma serenidad que aquel día en que debieron salir obligadamente de Chile, cuatro años antes.

Como no hay vuelos directos entre Santiago y la RDA, el retorno tiene varias escalas: Amsterdam, el norte de África, Brasil y, por fin, Santiago, donde las espera una nueva vida, en un país completamente distinto al que dejaron en 1975.

 

 

 

(1) El 5 de octubre de 1974, Miguel Enríquez fue emboscado en una casa de seguridad de la comuna de San Miguel por decenas de efectivos de la Dina. El líder mirista estaba acompañado por su pareja embarazada, Carmen Castillo, y por dos lugartenientes. Murió resistiendo y su figura se transformó en un mito para la izquierda.

(2) Los dirigentes miristas que aparecieron ante las cámaras eran Cristián Mallol, Héctor González Osorio, Hernán Carrasco y Humberto Menanteaux, quienes estaban desde diciembre de 1974 en manos de la Dina. La operación de inteligencia fue dirigida por el jefe de Villa Grimaldi, coronel Pedro Espinoza.

(3) Existen testimonios de varios detenidos que afirman haber visto a Ariel Mancilla en Villa Grimaldi. Estaba gravemente herido, pues intentó eludir su detención arrojándose a las ruedas de un microbús. Actualmente está desaparecido.

(4) Luis Lorca se trasladó en abril de 1974 a Lima. Desde esa ciudad se convirtió en el nexo entre la dirección socialista en Chile y la cúpula en el exilio, encabezada en Berlín Oriental por Carlos Altamirano.

(5) Clodomiro Almeyda fue canciller de Salvador Allende y uno de los próceres del PS. Rolando Calderón era miembro de la Comisión Política antes del golpe y líder de los llamados «Elenos». Ambos abogaban por un acercamiento con los comunistas. Esta y otras posturas los ponen en abierta tensión con Altamirano, gatillando el quiebre de la colectividad en abril de 1979.

(6) El documento del pleno de La Habana aboga por la creación de un Frente Antifascista para derrocar a la dictadura, sobre la base de una alianza entre comunistas y socialistas. De esta forma, el aparato exterior del PS se pliega a la postura planteada en marzo de 1974 por la dirección interior de Lorca, Ponce y Lagos Salinas.

(7) El apoyo de Honecker a la ex UP no de debía únicamente a razones ideológicas: su hija Sonia estaba casada con el chileno Leonardo Yáñez.

(8) Al exiliarse, Gladys Marín tuvo que dejar en Chile a su esposo, el dirigente comunista Jorge Muñoz, y a sus dos pequeños hijos. A su marido no volverá a verlo: en 1976 fue detenido por la Dina y hoy está desaparecido.

(9) Mario Felmer era el hombre de la dirección interior en la RDA. Enrique Sepúlveda era un destacado dirigente universitario del PS. Manuel Rodríguez era diputado. Fernando Arraño se desempeñó como subjefe de trabajos voluntarios de Allende. Antes del golpe, Rigo Quezada presidió la Federación de estudiantes Secundarios, Feses.

(10) El chileno Enrique Correa, dirigente del MAPU Obrero Campesino, sirvió como ejemplo de la destreza de los agentes de la RDA para modificar el aspecto físico. Gracias a tratamientos con corticoides y otros, Correa subía o bajaba violentamente de peso antes de ingresar clandestinamente a Chile. Incluso a sus amigos les costaba reconocerlo.

(11) Después del golpe militar, la primera reunión de todos los partidos de la unidad popular se realizó en La Habana y fue gestionada por Beatriz Allende. Ese grupo de partidos, denominado Izquierda Chilena en el Exterior, acordó establecer una oficina de coordinación de la solidaridad internacional en Roma, que fue denominada Chile Democrático.

(12) Ricardo Lagos Salinas y su esposa Michelle Peña integran las listas de detenidos desaparecidos. No existe certeza de si el hijo que la mujer esperaba pudo sobrevivir.

(13) Entre los asistentes al pleno de calle Amapolas están Eduardo Gutiérrez, estudiante de Odontología; Ricardo García, dirigente secundario; Iván Parvex, estudiante de Historia; Patricio Barra, dirigente secundario; Benito Rodríguez, estudiante de Biología; Carlos González, estudiante de Historia, y Eduardo Reyes, dirigente secundario.

(14) Los únicos dirigentes que no caen en manos de la Dina son Ricardo Solari, Patricio Barra, Ricardo García, Eduardo Gutiérrez y Raúl Díaz.

(15) En una entrevista concedida al diario La Tercera en diciembre de 2002, Michelle Bachelet afirmó que era tal la paranoia sobre lo ocurrido con Jaime López en el PS, que su ex novio había sido visto en Francia, España, Euilpué y Quillota. «Cuando regresé al país me dijeron que estaba vivo, pero la verdad es que nunca supe algo concreto.» En Paula Canales y Andrea Insunza, «La otra historia trágica de Michelle Bachelet», reportajes, La Tercera, 1 de diciembre de 2002.

(16) Años más tarde, Michelle Bachelet se consolará con la idea de que Jaime López protegió a militantes que trabajaban con él, sin ser jamás detenidos. Otro consuelo de la futura ministra, menos asible, es que López pudo no haber sido el único que colaboró con el enemigo y que todas las culpas se concentraron en el joven dirigente debido a que hoy está desaparecido.

(17) En agosto de 1978, la justicia norteamericana pidió la extradición del general Manuel Contreras, el coronel Pedro Espinoza y el capitán Armando Fernández Larios, todos ex miembros de la Dina, por su posible participación en el crimen de Letelier. Meses antes, el 8 de abril, el norteamericano Michael Townley —acusado de ser el autor material del crimen— fue expulsado del país, tras lo cual fue detenido por el FBI.

(18) En marzo de 1978 se realizó el denominado pleno de Argel del PS. A pesar de que su nombre indica que se realizó en la capital de Argelia, en realidad tuvo lugar en la RDA, lo que por razones de seguridad se mantuvo en secreto. En la cita, Altamirano fue ratificado como secretario general y se aprobó un voto de consenso, pese a lo cual las discrepancias internas persistieron.

(19) En 1975, Clodomiro Almeyda fue expulsado desde Chile a Rumania. Posteriormente se estableció en México, pero a fines de 1976 se trasladó a la RDA para integrarse al secretariado exterior del PS, comandado por Carlos Altamirano. La medida respondió, entre otros factores, a la persistente disputa entre la dirección exterior y la dirección interior del PS. Almeyda, en ese contexto, representaba una garantía de que el partido apoyaría a su equipo «interior» y no fortalecería a otra estructura surgida después del golpe militar de 1973, la Coordinadora Nacional de regiones, comandada por Benjamín Cares en Chile, además de Pedro Vuskovic y Belarmino Elgueta, desde México. Éstos desconocían la autoridad de la dirección interior y, paralelamente, mantenían contacto con Altamirano. Aunque la CNR entrará en crisis en 1978 y posteriormente se disolverá, esta situación agudizará la pugna interna en el PS y abrirá paso a su división.

 

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Miguel Enríquez Espinosa. (1944-1974).

Miguel Enríquez Espinosa. (19441974). Médico chileno. A los 23 años de edad, el IV Congreso del MIR lo elige su Secretario General, responsabilidad que asume hasta su heroica muerte.

Síntesis biográfica

Familia

Su padre el Dr. Edgardo Enríquez Frodden (19121997), descendiente de familias de clase media acomodada con fuerte arraigo a la zona de Concepción, médico especialista en Anatomía, director de hospital, profesor universitario, destacado miembro de la Masonería, Rector de la Universidad de Concepción (19691972), Ministro de Educación en 1973, durante el gobierno del presidente Salvador Allende.

Su madre Raquel Espinosa Towsend, oriunda de Temuco, egresada de la Escuela de Leyes de la Universidad de Concepción, mujer cariñosa y de gran sensibilidad humana.

Nacieron 4 hijos: Marco Antonio (noviembre 1939), Edgardo (diciembre 1941), Ines (1942), y Miguel. La familia vivió en un comienzo en la calle Caupolicán 112 de Concepción. En mayo de 1943 se mudan a la casa número 120 en la zona militar del Apostadero Naval de Talcahuano.

Estudios

Desde que Miguel inicia sus estudios secundarios, se manifiestan o afianzan en él, características que le acompañaron durante su breve vida. Contrario y tenaz en el enfrentamiento a las injusticias, interesado en los problemas sociales, inteligente y estudioso, rápido en sus razonamientos y en el hablar, facilidad para expresar sus ideas, disposición a enfrentar dificultades y buscarle solución, abierto a diversas manifestaciones culturales, estudiante destacado, franco, directo, hábil, alegre, lector multifacético y constante, gran simpatía, solidario y buen amigo, autodidacta, responsable, jugaba ajedrez, practica gimnasia, disfrutaba de la música clásica, gusta del excursionismo, etc. Sus inquietudes sociales y políticas se manifiestan ya a los 11 años.

Querido por los buenos educadores, detestado por los mediocres. Muchas fueron las oportunidades en que supo enfrentar con vehemencia y claros argumentos el actuar injusto de algunos profesores contra sus compañeros o él mismo; actitud que le acarreó dificultades, como en segundo año cuando un inspector superado en una discusión le pegó y él le respondió cuanto pudo con su fuerza física, o un injusto intento de expulsión en cuarto que lo anuló con sus argumentos. En el transcurso de sus estudios de enseñanza media, además de sus hermanos Marco Antonio y Edgardo conoce compañeros de su propio curso, y de otros que más adelante le acompañaran en su camino político.

En el tercer curso y cuando solo contaba con 13 años de edad tiene su bautismo inicial en la lucha callejera con ocasión de las movilizaciones populares del 2 de abril de 1957, estudiantes junto a obreros y pobladores salen a la calle en protestas contra la cesantía, la política de alzas del segundo gobierno de Carlos Ibañez y sus medidas represivas.

Durante la campaña presidencial de 1958, se interesa y participa con sus hermanos en algunas actividades políticos de la alternativa popular, asiste a masivas y combativas concentraciones, y comparte la frustración que produjo la estrecha derrota de Salvador Allende candidato del Frente de Acción Popular, FRAP, y el triunfo de Jorge Alessandri candidato de los patrones; le surgen allí las primeras interrogantes e intentos de respuestas iniciales para el cuestionamiento futuro a la política de los partidos de izquierda tradicional.

El 1 de enero de 1959 se produce el triunfo de la Revolución Cubana dirigida por el Movimiento 26 de julio encabezado por Fidel. Esta victoria remece y despierta a los explotados de Latinoamérica, crea una nueva situación que potencia el actuar revolucionario en sectores populares y en la juventud audaz e inquieta, que buscaba descubrir y trazar nuevos caminos para que junto a las masas oprimidas luchar por una revolución verdadera.

Vocación por la lectura

Miguel como todos sus hermanos desde muy niño le gustó estar informado. Leía periódicos, incluso las editoriales, revistas, etc. Le encantaba escuchar conversaciones de personas mayores.

Para que dispusieran de libros y revistas su padre les abrió una cuenta en una de las mejores librerías de Concepción. Quien en general dirigía las lecturas de sus hermanos, especialmente cuando estos eran pequeños, era su hermano mayor, Marco Antonio, de esta forma fue formando su propia biblioteca con obras realmente selectas, tenía desde la Biblia hasta El Capital de Carlos Marx. Textos de historia, filosofía, economía, sociología, biografías, libros de arte, de literatura, etc.

Muchos de estos libros le fueron robados cuando la policía allanó su domicilio. Para fomenta el interés de Miguel por la ciencia, las artes, la cultura en general y aún la política, su padre siempre se preocupó de llevar a la casa profesores, artistas, investigadores, conferencistas, profesionales, parlamentarios y hasta sacerdotes. En estas reuniones familiares, desde 1959, siempre estaba presente la conversación, él no sólo escuchaba sino que también intervenía, fuera para hacer preguntas, fuera para dar su opinión con el correspondiente respeto y mesura.

Vida universitaria

En marzo de 1961 Miguel es seleccionado e ingresa a estudiar Medicina en la Universidad de Concepción, allí estrecha sus lazos de amistad y coincidencia político ideológica temporal o permanente con compañeros de la carrera y otras facultades, Bauchi, Tranquilo Romero, Beatriz (Tati) Allende, J. Gutiérrez, Luciano, Edgardo Condeza, Juan Saavedra, Ariel Ulloa, y muchos otros.

El año anterior había ingresado a la Federación Juvenil Socialista de la cual ya su hermano Edgardo era miembro. El 17 de abril de 1961 y días siguientes es uno de los organizadores y conductores de las movilizaciones solidarias de los estudiantes y sectores del pueblo de Concepción contra la invasión mercenaria y de Estados Unidos a Cuba en Playa Girón. A fines de 1961 participa junto a otros dirigiendo los estudiantes en apoyo a la larga huelga del magisterio.

Antes de finalizar el año escolar enfrenta en asamblea de alumnos de primer año al rector de la Universidad, David Stitchkin, rechazando la forma en que trata a sus alumnos. En los años siguientes, además de sus estudios de medicina, la militancia política, el estudio teórico, asiste a clases o estudia por su cuenta materias que le interesan: economía, sociología, filosofía, historia. Gran impulsor del trabajo estudiantil voluntario en poblaciones de Concepción donde además de la agitación política se organizan cursos de alfabetización y se atiende a pobladores en policlínicos de salud.

Su participación creciente en la práctica de la lucha de clases, le fueron mostrando muy pronto el auténtico carácter del Partido Socialista donde militaba.

Actividad política

En el centro Universitario de Concepción, inició sus pasos como dirigente político estudiantil, inspirado en el ejemplo de la triunfante Revolución Cubana.

Militó en el Partido Socialista hasta 1963, posteriormente formó la Vanguardia Marxista (VRM), donde se agruparon jóvenes que en 1965 dieron vida al Movimiento de Izquierda Revolucionario (MIR).

Era un gran estudioso de cuestiones militares, económicas, políticas y psicológicas.

Su actividad política y sus responsabilidades como Secretario General del movimiento lo llevaron a abandonar la especialidad y asumir por completo las tareas de dirigente.

En 1967, en el Tercer Congreso del MIR presenta su tesis político militar de convertir el Movimiento en un Partido Revolucionario.

En 1969, el MIR es objeto de una intensa represión por parte del gobierno de Eduardo Frey y pasa a la clandestinidad, hasta que termina con el advenimiento de Allende como Presidente de la República.

El MIR apoyó la candidatura, chequeaba los actos de masa y se dedicó fundamentalmente a las tareas revolucionarias, a la información de las actividades del enemigo y a la protección de Salvador Allende.

Allí se formó el primer aparato de seguridad integrado por el MIR y el Partido Socialista, en donde el MIR capacitó y trasladó sus experiencias a los últimos. Miguel chequeaba este trabajo y vigilaba directamente estas actividades.

Miguel y el presidente Allende

La noche del 10 de septiembre de 1973 circula información sobre desplazamientos de tropas, cuestión reiterada en esos tiempos. La comisión política del MIR está a la espera del próximo día: Allende entregará un mensaje al país anunciando llamar a un plebiscito y ofrecerá su renuncia; se discutirá el texto de una declaración y plan del MIR y otros sectores de la izquierda, incluido el PS para impulsar una contraofensiva popular y revolucionaria. Demasiado tarde.

Contando con el factor sorpresa las clases dominantes a través de su brazo militar, las FF.AA habían iniciado el momento militar por la reconquista plena del poder. El 11 de septiembre, a las 7 de la mañana se reúne la CP en una casa de San Miguel. Alerta máxima: cada militante y unidad del partido en sus frentes y puestos de lucha, constitución de direcciones y fuerzas, desarrollar el plan militar definido, apertura de depósitos y distribución de las pocas armas disponibles y el armamento casero, desarrollar una ofensiva general concentrando los focos de resistencias en los cordones industriales y poblaciones e integrando a las masas y a la izquierda al combate. Poco se logra, muchos dispuestos a empuñar las armas, los medios de combate son escasos y falta experiencia combativa.

Miguel en varias oportunidades trata de contactar al presidente Allende. “Tati” entrega el mensaje a su padre: se le insta y propone un plan y los medios para salir del [[Palacio de La Moneda]] y pasar a dirigir la lucha de resistencia clandestina desde las poblaciones populares. Allende no acepta:

“Yo no me muevo de aquí, cumpliré hasta mi muerte la responsabilidad de presidente que el pueblo me ha entregado. Ahora es tu turno Miguel”.

Un par de horas después Salvador Allende presidente de Chile, gran patriota revolucionario pagaba con su vida, su lealtad a la causa de los trabajadores, levantando una eterna bandera de lucha, y ofrendando en el testimonio de su sangre, que el movimiento popular no se rinde ante los aparatos armados del estado burgués.

Miguel y otros miembros de la CP se reúnen después del mediodía con dirigentes del Partido Socialista y el Partido Comunista en el centro fabril metalúrgico Indumet del Cordón Cerrillos para coordinar un plan de resistencia armada, hay acuerdo con socialistas, los compañeros comunistas son contrarios, están a la espera si se cerrará el Congreso Nacional, se retiran. Los restantes junto a obreros son cercados. Combaten por horas. Rompen el cerco. Hay escaramuzas en diversos lugares. En la tarde con el país controlado por las FF.AA y el movimiento de masas pasivo y replegado era evidente la no contención del golpe. Con gran impotencia y rabia Miguel y la CP dan orden de repliegue, mantención de acciones de hostigamiento y el paso a la clandestinidad. La situación hacía evidente para el MIR que, a pesar de sus denodados esfuerzos, de transformarse en el curso de la crisis del sistema de dominación, de grupo en vanguardia revolucionaria del movimiento de masas, no lo logró y, allí residió una de las causas fundamentales de la derrota en el enfrentamiento de septiembre de 1973.

El último documento

El último documento conocido es una declaración pública. Fue redactada por el secretario general del MIR 25 días antes de su heroica muerte. No sólo tiene valor histórico por ese motivo, sino también porque da a conocer uno de los episodios más importantes de ese período: el intento de negociación con el MIR del jefe del SIFA, comandante Edgar Ceballos Jones, procesado por su responsabilidad en la desaparición de prisioneros políticos. La declaración fue publicada en número 101 de El Rebelde, órgano del MIR en la clandestinidad, y en el Correo de La Resistencia, números 3-4 de septiembreoctubre de 1974.

Carta

En los últimos años Miguel tuvo la certeza de que su vida sería corta. Por tal motivo no se permitió el lujo de perder el tiempo y escribió una carta a una persona muy especial.

En ella le decía que tenía que apresurarse en hacer las cosas porque cualquier día iba a caer y sus huesos probablemente quedarían esparcidos por ahí, blanqueándose al sol. En esa misma carta daba algunas indicaciones sobre lo que quería que hiciera con su mujer y su hija.

Daba algunas instrucciones hacia el futuro.En tiempo de la Unidad Popular, cuando ya había dejado la clandestinidad a que lo había llevado la persecución política e ideológica de Frei, fue un día a casa de sus padres y en esa conversación explicó a su madre cómo quería que fuera educada su hija Javiera, que entonces tenía unos dos años de edad.

Le dijo:

Que nadie me la vaya a presionar, que nadie pretenda orientarla hacia la política porque su padre dedicó prácticamente toda su vida. Quiero que sea una niña feliz, que crezca y se forme como todos los niños, despreocupada y libre, que ojalá practique una actividad artística. Si cuando más grande ella decide participar en política, que sea su decisión, que nadie la utilice para ningún fin que ella no desee o la motive. Si lucho por la libertad y felicidad de hombres y mujeres, cómo no voy a querer que mi hija sea feliz.

Muerte

El cerco represivo se estrechaba en torno a la dirección. Había que tomar decisiones rápidas y extremas. El 5 de octubre de 1974 un “grupo de tarea” de la DINA, continúa sus reconocimientos en un “sector posible y sospechoso” en San Miguel. Llegan a la calle Santa Fe esquina Chilo. Sin saberlo inicialmente, hacen contacto con el objetivo perseguido y buscado largo tiempo. La decisión de Miguel es combatir. Resiste solo los momentos más intensos del combate, al ser abandonado por otros que le acompañaban al creer que estaba herido de muerte. Enfrenta cerca de dos horas a centenas de efectivos de fuerzas militares combinadas que, al final logran darle muerte.

Diez balas acabaron con su vida, la cual había entregado completamente a los intereses del proletariado y las masas populares y, a la lucha por construir una sociedad distinta. Su sueño, ideario y aspiraciones camina en los senderos del porvenir histórico de su pueblo. Esa consecuencia y grito libertario irrumpió con fuerza en eternos combates populares, vestido de obrero, de campesino, de mapuche, de poblador, de estudiante, de miliciano, de mujer, de hombre y de joven en su lucha irrenunciable por la dignidad, la libertad, la justicia, la democracia y un sistema social justo en su patria.

La noticia de su muerte

La Sra. Laura Allende comunicó la noticia a los padres de Miguel y fue la primera en llegar al departamento a acompañarlos, no descansó hasta que Miguel estuviera sepultado. Laura era hostigada y agredida por el ejército, la DINA y la SIFA. Fue detenida, torturada y luego expulsada del país. Años más tarde moriría en La Habana, Cuba.

Entierro

Miguel fue enterrado el 7 de octubre de 1974, a las 07:30 de la mañana, en un nicho del Cementerio General de Santiago de Chile. Autorizaron acompañarle diez miembros de su familia, vigilados por cientos de hombres y armas de enemigos temerosos. Aunque el pueblo no pudo estar presente, una mujer representó el sentir de miles de ausentes, cuando su madre Raquel, en medio del silencio con voz fuerte y entera dijo:

” Tú no has muerto.
Tú sigues vivo,
y seguirás viviendo
para esperanza y felicidad
de todos los pobres del mundo.”

Fue sepultado con una simple cruz de cemento sin más inscripción que el número 2360 y la fecha que marcan en el folio 5 la tumba del luchador revolucionario.

Fuentes

NELTUME,CHILE. Retorno a la montaña.

Publicado el 5/02/2014

Antiguos guerrilleros chilenos del “Movimiento de Izquierda Revolucionaria” han subido nuevamente la escarpada montaña de Neltume, sur de Chile, donde se originó la primera insurrección armada contra la dictadura cívico-militar en 1981. Allí rindieron homenaje a los caídos y unieron su recuerdo a los desafíos de este siglo.

http://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=RyZ95ZTk_9k#t=3

En las montañas del sur de Chile se produjo el primer embrión de lucha armada contra la dictadura de Augusto Pinochet. Pero los eventos tomaron un curso trágico. Tras una delación, una patrulla militar encontró este campamento en junio de 1981 y los rebeldes, que estaban desarmados, se dispersaron en fuga.

Durante el Gobierno socialista de Salvador Allende, en Neltume se constituyó un complejo maderero estatal dirigido por los trabajadores. Los rebeldes subieron a la montaña contando con su apoyo, que nunca llegó.

Lo que sobrevino fue una masacre en etapas. Tres combatientes fueron denunciados por sus propios parientes y acribillados mientras dormían, por un comando que dirigía el hombre, hoy parlamentario.

En idioma mapuche, Neltume significa “hacia la libertad”. Hoy la montaña rebelde tiene propietario y los antiguos combatientes deben pedir permiso para entrar.

Alejandro Kirk, Neltume, Chile.

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