Terrorismo de Estado y libros para niños

Terrorismo de Estado y libros para niños

La infancia no es un paraíso como algunos creen: el miedo, el conflicto, la muerte, la política, también son cosas que atraviesan las infancias. Sí, me parece que hay que hablar. Sobre todo cuando hablamos de violencias que tienen continuidad en el presente. Trabajo en un ex centro clandestino de detención donde todos los días vienen niños y jóvenes. Ellos no piden protección, lo que manifiestan es que quieren saber qué pasó. Me parece que es bueno escucharlos. El humor es una vía, la poesía y la fantasía también lo son.

Linternas y bosques

¿Es necesario hablar a niños, niñas y jóvenes de otros niños, niñas y jóvenes torturados, desaparecidos y asesinados? ¿Escribir novelas, cuentos, poesías, libros informativos, ensayos que recreen la violencia, que la expliquen, que la transformen con una metáfora, que la nombren?

¿No era que debíamos proteger a los menores del mal en el mundo? ¿Darles historias felices, amables, justas?

¿Y si la realidad que escuchan, ven y sienten es otra? 

“Me siento destrozada… ahorita fue mi hijo, mañana puede ser otro niño inocente y no sabemos hasta cuándo va a terminar tanta violencia”. Roberta Evangelista Hernández era la madre de David Josué García Evangelista, “El Zurdito”, un jugador de futbol de 15 años de edad asesinado por miembros de la policía municipal de Iguala la noche del 26 de septiembre de 2014.

Esa noche, la policía mató también a Víctor Manuel Lugo, el chofer del autobús donde viajaban Los…

Ver la entrada original 3.330 palabras más

Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay,Le Monnier, 2015

 Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015 cambia Todo,

Todo-cambios

È in libreria la mia terza monografia: Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier 2015. Todo cambia, è un titolo che non ricorda solo la negra Mercedes Sosa, ma ancora di più, per chi avrà l’amabilità di leggere, testimonia che non ci sia un destino segnato né nel bene né nel male e come la Storia ci insegni che dalle più angosciose tragedie, la vita, la verità e la giustizia, possano tornare a fiorire facendo del passato e della memoria il seme del futuro.

Voglio lasciarvi alle righe della Scheda editoriale e poi alla mia Introduzione come invito alla lettura. Dovrei fare una lunga lista di ringraziamenti, li tengo nel cuore, di qua e di là dell’Oceano e mi limito a quelli istituzionali, non meno sentiti, Fulvio Cammarano, curatore della Collana e l’editor, Alessandro Mongatti.

Il libro può essere acquistato in libreria e online, per esempio quiqui o qui. In programma ci sono già presentazioni a Modena (5/3), Napoli (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) e in via di definizione Bologna, Torino, Cremona.

grazie,  #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Todo cambia. Figli di desaparecidos e fine dell’impunità in Argentina, Cile e Uruguay, Le Monnier, 2015

Cosa hanno in comune Sofia Prats, figlia di un alto ufficiale dell’Esercito cileno, e Jessica Tapia, figlia di un minatore comunista? Entrambi i loro padri furono assassinati da Augusto Pinochet e dal Terrorismo di Stato delle dittature latinoamericane. Attraverso la storia orale, la metodologia che aiuta a capire come le persone comuni abbiano affrontato i grandi passaggi delle loro epoche, leggiamo le testimonianze originali, a volte drammatiche, a volte serene, su come i figli dei desaparecidos in Argentina, Cile e Uruguay abbiano preso in mano le loro vite. La storiografia serve così a sciogliere stereotipi consolidati sul Continente. “Todo cambia”, come canta Mercedes Sosa. Decenni di lotte per la verità e la giustizia fanno sì che oggi molti dei torturatori e assassini che negli anni Settanta aprirono le vene dell’America latina, dopo processi esemplari, qui studiati attraverso fonti giudiziarie inedite, stiano pagando per i loro crimini suturando le ferite di una società intera.
“Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare – scrive l’autore nella sua introduzione – è una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti”.

Introduzione

«Rispetto al desaparecido, finché sta come sta, è un’incognita il desaparecido. Se apparisse avrebbe un trattamento ‘X’. Se l’apparizione si convertisse in certezza del suo decesso, avrebbe un trattamento ‘Z’. Però finché è desaparecido, non può avere un trattamento speciale. È un desaparecido, non ha entità. Non è né morto né vivo, è desaparecido. Di fronte a ciò non possiamo fare nulla».

Jorge Rafael Videla

Coloro che non sarebbero stati né morti né vivi, evaporati fino a non avere più uno stato giuridico, li ritrovo in un appartamento del centro di Buenos Aires. È una comune civile abitazione di un condominio dell’Avenida Rivadavia. Vi tocco con mano il fior di conio più cruento che la lingua spagnola abbia consegnato al mondo nel Novecento: desaparecido. In una stanza che potrebbe essere un soggiorno familiare mi accoglie una sequenza di scaffalature di metallo, che copre per intero le quattro pareti. Lungo i ripiani, dove regna un ordine pulcro, sono allineate 340 scatole di cartone: «Mele del Rio Negro, Produzione Argentina». Ognuna di esse contiene i resti di un essere umano.

Eccoli i desaparecidos, o almeno una centesima parte di questi; aspettano in quelle scatole di mele che sia loro restituita un’identità.

Molti di questi resti provengono da una grande fossa comune di un cimitero alle porte della capitale. È stato risparmiato loro «il volo della morte» descritto nel saggio omonimo di Horacio Verbitsky, che a metà anni Novanta illuminò il mondo sulle pratiche del Terrorismo di Stato in America Latina. Classificati come NN, il silenzio dei seppellitori all’inumazione era stato comprato con la moneta della paura. Al momento dell’incontro con il direttore dell’EAAF (l’équipe argentina di antropologi forensi), da quell’appartamento era uscita, per essere sepolta degnamente, appena una dozzina di desaparecidos ai quali era stata restituita l’identità e sono poche centinaia il totale degli identificati a oggi. Dario Olmo, il direttore, è un uomo dalla sensibilità rara che, partendo dall’Argentina, ha dedicato la vita a dare un nome alle vittime senza nome, dal Guatemala al Ruanda, dal Kurdistan all’ex Jugoslavia. L’esperienza degli antropologi forensi argentini, che hanno operato in 45 Paesi di tutti i continenti, coniuga metodologie di ricerca che vanno ben oltre il lascito di James Watson e Francis Crick, i due scienziati che rivoluzionarono anche gli studi penalistici, mettendo a disposizione l’elemento dell’analisi del DNA. Fin dal 1987, un’epoca precocissima per tali idee, in Argentina fu creata una banca dati genetica. Serviva per identificare i morti, ma soprattutto per cercare i vivi, quelle centinaia di bambini ai quali la dittatura aveva tolto l’identità, appropriandosene e affidandoli a terzi, in genere complici del regime, dopo averne ucciso i genitori.

A partire da quell’istanza si dimostrò anche come la genetica e la tecnologia da sole, senza il supporto delle scienze umane, non bastassero. Perché quei dati potessero servire, fu necessario affinare metodologie proprie dell’analisi storiografica, combinando, ove possibile, fonti giudiziarie, di polizia e d’archivio, testi a stampa, testimonianze orali, registri cimiteriali. Erano saperi indispensabili per poter avanzare nell’incrociare i singoli resti e associarli a uno delle centinaia di campi di concentramento argentini, dove la maggior parte degli assassinii furono commessi, e arrivare infine a dare ai resti un nome e una storia personale, interrotta da quel modello repressivo che chiamiamo Terrorismo di Stato.

Quella che con questa ricerca voglio contribuire a raccontare è dunque una storia successiva, un postumo, una conseguenza di quella lotta al calor bianco dell’epoca delle dittature. È una storia figlia delle dittature, che ha a che vedere con i sopravvissuti, con i percorsi dell’impunità e della giustizia, e con l’esperienza di vita dei figli dei desaparecidos, segnata sovente dalla ricerca, prima di genitori scomparsi, quindi dall’impegno per coronare una trentennale ricerca di verità e giustizia che è sia individuale sia collettiva e che nell’ultimo decennio ha permesso a una parte rilevante della regione di uscire dal cono d’ombra dell’impunità e dell’oblio nel quale era stata relegata nei vent’anni precedenti.

Oggetto centrale di questo saggio, che è parte di uno studio più ampio sulle opposizioni alle dittature civico-militari in Argentina, Cile e Uruguay, non è dunque lo studio delle dittature stesse al momento del loro potere assoluto sull’intera regione, soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, ma di alcuni aspetti delle conseguenze di esse. In particolare si affronta lo studio di come verità processuali sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle dittature stesse siano emerse nel corso del tempo, quindi occultate in un contesto d’impunità e poi di nuovo emerse. La ricerca avviene tentando di capire come questa alternanza risponda a percorsi egemonici all’interno delle società stesse. Tali percorsi finiscono per essere sottesi anche all’alternanza tra giustizia e impunità. Tutto ciò viene messo in filigrana attraverso lo studio dell’esperienza storica di essere figli di oppositori politici sottoposti a distinte forme di repressione da parte dei regimi militari in questione. Tale esperienza è trattata attraverso l’uso di fonti orali.

Sulle peculiarità della metodologia d’uso di queste fonti, nel contesto delle violazioni di diritti umani, torno nel primo capitolo. La scelta complessiva è giustificata con il tentativo di rispondere a una delle domande tipiche che la storiografia può e deve porsi rispetto a un problema storiografico dato: che cosa resta delle dittature, quali sono le conseguenze sulla società e come la memoria delle violazioni dei diritti umani si è mantenuta viva a ormai quarant’anni da quell’esperienza. Ciò in un momento storico nel quale, con i genitori decimati, le madri (e nonne) dei desaparecidos, a lungo testimoni della ricerca di verità e giustizia, si avviano alla fine del loro ciclo biologico. Sono così i figli (nipoti), che hanno raggiunto nel pieno la loro età adulta, e hanno raccolto il testimone delle generazioni precedenti. In qualche caso, da forze percepite come antisistema, esse hanno finito per istituzionalizzarsi. È accaduto con la più conosciuta associazione in difesa dei diritti umani, le madri di Plaza de Mayo argentine, per decenni represse violentemente o fatte passare per pazze anche in democrazia e giunte all’appoggio amplissimo alla politica dei diritti umani dei governi di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, un paradosso che pone ulteriori questioni all’attenzione degli studiosi. Ciò ha contribuito anche a modificare o superare questioni che nel corso dei decenni erano state poste in maniera diversa proprio rispetto agli slittamenti egemonici accennati.

Tra le vittime delle dittature civico-militari troviamo una gran maggioranza di persone comuni e militanti sociali. Vi è inoltre una minoranza – quantitativamente insignificante in Cile – di guerriglieri caduti in combattimento o assassinati a mansalva. I corpi della maggior parte dell’una e l’altra categoria furono fatti sparire. L’assenza del corpo, nell’impedire il lutto, ha conseguenze morali e materiali drammatiche sulla vita di chi resta e sull’intorno sociale, che finiscono per essere ben maggiori di quelle provocate dal ‘semplice’ omicidio. Tale differenza, sfumata dalle distanze geografiche e interpretative, si fa vita quotidiana, e come tale oggetto di attenzione storiografica. Le stesse storie delle forme repressive dei tre Paesi si intersecano e allo stesso tempo vivono di peculiarità che sopravvivono al corso del tempo. In Cile, il governo di fatto, incarnato da Augusto Pinochet, ha mantenuto le maggiori quote di consenso e di legittimità per spezzoni importanti della società, non limitati strettamente alle classi dirigenti. Ciò, insieme alla tetragona capacità del regime di difendersi anche a posteriori, e alla non particolare valentia della classe politica che ha governato dal 1989 in avanti, si è risolto in scarse – ma non nulle – possibilità di fare giustizia.

Ancora nel settembre 2014, nel rituale discorso per commemorare le vittime del golpe, la presidente Michelle Bachelet ha espresso il (mero) desiderio di abrogare l’amnistia del 1978 per le violazioni di diritti umani. Ciò non significa che non si sia avanzato su altri piani: nel corso del tempo molte famiglie hanno ottenuto alcune informazioni sulla sorte dei loro cari, in genere anche solo la conferma della morte. Questi erano quasi tutti militanti di partiti politici strutturati e legali, sovente di una generazione anteriore a quella repressa altrove.

Il colpo di stato dell’11 settembre 1973, infatti, abbatteva un legittimo e radicato governo popolare con partiti, sindacati e organizzazioni sociali che passavano da un giorno all’altro dalla piena legalità all’essere oggetto della repressione più feroce. In Argentina, un Paese dove la difesa del regime da parte di protagonisti e complici si è in più fasi rivelata meno efficace rispetto al Cile, i corpi delle vittime che non sono stati fatti sparire con i voli della morte o distrutti in altra forma, sono oggi oggetto di un difficile percorso di identificazione, un lavoro defatigante che sta richiedendo ulteriori anni di indagini. Sull’altra sponda del Río de la Plata, in Uruguay, i desaparecidos bisogna invece cercarli come un ago nel pagliaio di sterminate servitù militari. I numeri inferiori fanno sì che, una volta trovati i resti, l’identificazione degli stessi risulti meno problematica che altrove. Purtroppo, nell’assoluta mancanza di rimorso se non di collaborazione – anche in democrazia – da parte delle forze armate, che continuano ad addestrarsi a una guerra immaginaria marciando su cimiteri clandestini, la professionalità per tale ricerca potevano offrirla solo gli archeologi dell’Università della Repubblica coordinati da José María López Mazz. Hanno utilizzato per anni metodologie e tecniche della loro disciplina per recuperare evidenze che, senza un’omertà pervasiva, sarebbero state ottenute in pochi giorni. Continuamente beffati da informazioni false, filtrate ad arte per far perdere loro mesi di lavoro, dopo dieci anni di scavi, nei quali è stato possibile avanzare solo per piccoli frammenti di verità, il professor López Mazz si è dimesso nell’agosto del 2014. In dieci anni solo quattro sono stati i ritrovamenti di resti ai quali è stato possibile dare un nome: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente e Julio Castro. Nell’ultimo caso, si è dimostrato che quell’anziano maestro era stato assassinato con un colpo di pistola alla nuca. Era falso dunque affermare che ai militari se le pasó la mano en la tortura («avevano esagerato con la tortura» è l’assurda eppure comune giustificazione di tante morti), come filtrato – in assenza del corpo – dalla Commissione per la Pace creata nel 2000 dalla presidenza di Jorge Batlle.

Una cassa come le altre reclama la mia attenzione. L’etichetta, scritta a pennarello, recita: «bambino 1, bambino 2, bambino 3».

Sono lì conservati tutti insieme e, chissà, furono uccisi insieme allo scopo di salvare la «civiltà Occidentale e Cristiana». La battaglia anticomunista esigeva non solo le vite di quei bambini, ma anche la cancellazione della loro esistenza, della loro identità e il loro oblio. Dove necessario i militari nascosero la stessa nascita, come per il figlio di Laura Carlotto, alla quale distrussero il ventre per occultare ogni segno del parto in cattività. Fu ritrovato solo nell’agosto del 2014 con il nome di Horacio Hurban. Forse da qualche parte qualche abuela sta ancora cercando quei bimbi ‘uno’, ‘due’ e ‘tre’.

Magari un’altra nonna non ha mai saputo della loro esistenza, e forse neanche della gravidanza di una figlia desaparecida: nel maggio del 2014 è stata confermata una realtà che a tutti, per ragioni differenti, costava troppo ammettere. Con l’identificazione in contesti diversi di tre desaparecidas argentine, Mónica Edith De Olaso, Alicia Beatriz Tierra e Laura Gladys Romero, sequestrate e assassinate in avanzato stato di gravidanza, c’è stata la prova che non tutti i 500 figli che le nonne di Plaza de Mayo cercano sono necessariamente nati.

Suona il telefono in un’altra stanza e resto solo in quella catacomba in un grande condominio di una strada centralissima di Buenos Aires. Mi lascio andare al flusso della mia coscienza in queste Fosse Ardeatine senza nome. La frequentazione dei vivi e la raccolta delle testimonianze dei vivi sono il cuore del lavoro che mi sono proposto. Non avevo preso in considerazione l’idea di incontrarmi un giorno con loro, i morti, se non nella memoria di chi è sopravvissuto. L’assenza, in quel luogo ignoto ai più, si trasforma in presenza, e rende degno il mio lavoro. Ma tale dignità è un macigno, forse insopportabile.

Nella camera accanto mi attende un’antropologa forense. È una donna magra, sui cinquant’anni, la coda di cavallo, il camice bianco, l’aspetto quanto mai austero. Sta lavorando su uno scheletro ricomposto su una barella metallica. Mi dà molte spiegazioni tecniche. «È un giovane uomo tra i ventisette e i quarant’anni, alto circa un metro e settantacinque […]». Potrei essere io, mi ritrovo a pensare. «Frattura alla tibia destra […]». Accolgo il dettaglio che non mi riguarda con insensato sollievo. Mi sforzo di mostrarmi distaccato.

«La morte è stata causata da un colpo di pistola alla nuca». Improvvisamente, l’antropologa ha quasi uno scatto. Non so neanche bene come, mi fa ritrovare tra le mani quel cranio. Prende le dita della mia mano sinistra. Fa scorrere il mio indice nel foro d’entrata della pallottola che uccise l’uomo. È la stessa, rimasta nella testa e ritrovata nel teschio, che ora è tra le mie dita. Sono impreparato all’irruenza della donna, alla veemenza dell’imposizione tattile di quei resti. Avverto la mia riluttanza, e forse l’avverte anche lei. È più sorpresa che raccapriccio. È stata una mia scelta essere lì e basarmi per i miei studi su fonti storiche non tradizionali.

Avrei potuto lavorare nell’archivio del terrore di Asunción, in Paraguay, dove Martín Almada e Stella Calloni , un giurista e una giornalista prestati alla Storia, hanno portato alla luce le prove del Piano Cóndor, la joint venture del Terrorismo di Stato che, con la copertura di Washington, non diede quartiere ai democratici della regione e che, come segnala tra gli altri Martorell, divenne politica di stato dal 1973 alla metà degli anni Ottanta in almeno sei Paesi della regione (Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Paraguay, Bolivia e in parte il Perù), avendo come ideologi Henry Kissinger e Augusto Pinochet.

Avrei anche potuto lavorare nell’archivio della polizia di La Plata dove, con una metodica degna di un regime totalitario, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraverso governi di diversi colori, sono stati schedati tutti i movimenti di decine di migliaia di cittadini, come nella Repubblica Democratica Tedesca raccontata da Florian Henckel von Donnersmarck in Le vite degli altri, oppure in altri archivi del terrore, che in questi anni si stanno aprendo in tutta la regione. Ho invece scelto le fonti orali per lavorare sulla tradizionale capacità di queste di illuminare su voci non egemoni come le opposizioni alle dittature in Argentina, Cile e Uruguay e all’interno di queste. Il «racconto di vita» permette alla storiografia di allargare il proprio campo di osservazione verso un contesto esperienziale che rappresenta aspetti non coperti dalle fonti tradizionali. Il dato, positivo e positivista, sul numero dei morti, o sull’involuzione dei diritti sindacali durante le dittature civico-militari, o sulla variazione di potere d’acquisto dei quintili della popolazione cilena o argentina, è importante ma non esaustivo. In un contesto come quello del Terrorismo di Stato, che ha scelto di eliminare una parte della società, come afferma la sentenza della giudice Roqueta, applicando un «piano sistematico» con caratteristiche genocidiarie contro una parte della società, e ne ha cancellato non solo la vita ma finanche i corpi, la ricostruzione del vissuto delle vittime e le conseguenze del genocidio (termine sulla legittimità del quale mi estenderò più avanti nel testo) permettono, forse più di altre metodologie storiografiche, di fare emergere quello che i repressori volevano annientare.

Anche se la battaglia per la verità e la giustizia non si è mai fermata dagli anni Settanta a noi, né in Argentina né nel resto della regione, i regimi neoliberali ereditati dalle dittature si caratterizzarono per la difesa dell’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse. Nel merito, alla caduta del governo De la Rúa, determinata dal default economico del 2001, l’epoca caratterizzata dalla figura di Néstor Kirchner si configura come svolta, con la cancellazione delle leggi di impunità e la celebrazione di centinaia di processi, ai quali è dedicata parte del primo capitolo.

Il caso argentino si impone per radicalità tra quelli che si possono includere nel dibattito sulla giustizia di transizione, sia rispetto ai casi di Cile e Uruguay qui trattati, sia rispetto al resto del mondo e al dibattito delle scienze giuridiche. La stessa Corte Suprema sostiene che la giustizia per i crimini di lesa umanità è ormai consolidata parte del «patto sociale» degli argentini e il direttore del CELS, Horacio Verbitsky può affermare che:

il processo di memoria, verità e giustizia per i crimini di lesa umanità è una delle basi sulle quali si è consolidato lo Stato democratico e i processi ai repressori ne sono una componente fondamentale, insieme alla ricostruzione della verità, la promozione della memoria, la ricerca dei bambini appropriati e le politiche di riparazione alle vittime.

La retorica pubblica, soprattutto in Occidente, considera – in modo compiuto a partire dalla fine della guerra fredda – la cosiddetta ‘giustizia universale’ come un punto irrinunciabile verso un mondo di rispetto dei diritti umani, salvo poi declinare ripetute eccezioni da alcuni denunciate come espressioni di una sorta di colonialismo giudiziario. Il caso argentino – attraverso molteplici passaggi storici – rappresenta oggi un’anomalia forse a livello mondiale per il fatto che una forma assertiva se non radicale di giustizia endogena, dunque non imposta dall’esterno, si sia affermata in una società in grado di emendarsi senza pressione internazionale se non spesso con lo scetticismo di parte della comunità internazionale.

Pur nella coscienza della diacronicità e della diversità degli esempi di seguito appena citati, ma cosciente che siano già state tentate classificazioni dall’antica Atene a Soweto, come quelle di Elster, altrove, da Norimberga alla ex Jugoslavia, è stata quasi sempre la forma esogena dei Tribunali penali internazionali a prevalere.

Quando sono gli Stati nazionali a farsi carico della giustizia di transizione per violazioni di massa dei diritti umani da parte di deposti regimi più o meno autoritari, da Palmiro Togliatti al Sud Africa, questa è stata in genere esercitata attraverso forme diverse di compromesso, con indulti, amnistie, soluzioni originali o più spesso cadendo nel nulla dell’impunità come nel caso della transizione spagnola. Per quello che ci concerne in questa sede introduttiva, è chiarificatore il confronto tra il caso argentino e la coeva dittatura brasiliana, alleata e con caratteristiche simili. Solo nel 2014, a trenta anni dalla pubblicazione del Nunca más, il primo rapporto argentino che chiariva i termini del Terrorismo di Stato, si arriva in Brasile a un rapporto completo sulle violazioni dei diritti umani commesse durante quel regime civico-militare. Il rapporto viene però rappresentato come una sorta di punto d’arrivo. Resta tuttora vigente la legge di autoamnistia dei militari del 1979; la Corte Suprema di Brasilia non ha mai preso atto delle molteplici sentenze della Corte Interamericana dei diritti umani che condannano il Brasile per non averla abrogata e la presidente Dilma Rousseff assicura (piangendo, lei vittima in gioventù di tortura e carcere politico) che non ci saranno processi penali per i crimini descritti nel rapporto. È una posizione simile a quella di Barack Obama per il rapporto, diffuso anch’esso a fine 2014, sulle torture autorizzate dal suo predecessore George Bush figlio e commesse dalla CIA.

Il caso argentino dunque, con la sua capacità, sia pur tardiva, di non lasciare impuni neanche i pesci piccoli tra i repressori, oscura le titubanze dei nostri ‘armadi della vergogna’, o il fatto che per i franchisti che nel 1936 assassinarono a Granada Federico García Lorca, desaparecido ante litteram, giustizia non fu mai fatta, neanche in democrazia. Così per alcuni è un paradosso, se non una provocazione, che oggi sia la giudice di Buenos Aires María Servini de Cubría a investigare sui crimini del franchismo. Il caso argentino interroga dunque noi storici, i giuristi, il mondo dei diritti umani: si può? Si deve? Non sfuggono i rischi di una giustizia penale a posteriori, ma sono anche chiari i guasti causati dall’impero dell’impunità, sia sulle vittime e sulla loro necessità di suturare le ferite, sia sulla società tutta, che continua a vedere i suoi processi democratici messi a rischio dalla pervasività del potere, politico ed economico di chi ha ucciso, stuprato, torturato. L’estremo biopolitico di cancellare il corpo del nemico ucciso da parte del Terrorismo di Stato, se complica il panorama per la giustizia, legittima ancor di più, anche per la storiografia, il valore della testimonianza come fonte storica a partire da almeno due peculiarità regionali. Una prima caratteristica originale è quella dell’immediata e costante presenza di voci e testimonianze, tanto in contesti pubblicistici, quanto giudiziari e terapeutici intorno a forti nuclei associativi, in particolare di familiari delle vittime, che rivendicano e ottengono una forte anche se contrastata legittimità. È un protagonismo delle vittime che fa venire in mente, come opposto, il lungo silenzio, studiato tra gli altri da Annette Wieviorka, che caratterizzò per molti anni la Shoah, e che impediva ai sopravvissuti di dire la propria, fino a entrare a far parte della ben più complessa riflessione sull’indicibilità della stessa. In quell’ambito il punto d’inflessione, dopo il quale inizia la produzione di una messe importantissima di testimonianze, sarebbe il processo Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961.

Da Norimberga, dove a nessun testimone fu permesso di narrare la propria esperienza, erano già passati quindici anni. In America Latina, per quanto di difficile comparabilità, l’esperienza della violazione di massa dei diritti umani trova nella parola tanto la testimonianza quanto un modello di sanazione, privata e collettiva. Infatti, la seconda peculiarità è il molteplice interesse per la testimonianza che accomuna la storiografia ad altre discipline che usano con proprie specificità metodologiche l’intervista. La psicologia vi arriva per prima, alla ricerca della sanazione del danno. Con essa vi giunge la sfera sociologica, con le diverse commissioni di verità e riparazione – ma raramente giustizia – che sono, fin dagli anni Ottanta, i primi collettori ufficiali di testimonianze orali di vittime e familiari.

Infine vi è l’ambito giuridico-processuale, a lungo ostacolato dal sistema d’impunità che ha caratterizzato molti degli anni trascorsi. Vi è poi un campo sterminato, quello pubblicistico, giornalistico e memorialistico, con la produzione e l’autoproduzione di migliaia di libri, articoli e documenti, che hanno utilizzato nel corso del tempo memorie, testimonianze, interviste. Ognuna delle tipologie citate arriva dunque alla testimonianza/narrazione dal proprio punto di vista, con i propri interrogativi, per testimoniare o censire l’orrore, renderlo notizia, oppure, nel caso dell’attenzione psicologica, di iniziare a curarlo. In un contesto nel quale familiari e vittime hanno vissuto per anni nel terrore e nella negazione, la convocazione in sé è spesso un inizio di cura.

La mente corre su questi ragionamenti. Continuerò a sentire sul polpastrello del mio dito indice l’orlo del foro d’entrata che ha ucciso quel giovane uomo. Il fardello di quello scheletro mi accompagnerà, mi peserà, ma non potrò evitare di portarlo, magari lungo un percorso tortuoso. Nella mia ricerca, quella sensazione tattile si è fatta discrimine tra un necessario interesse intellettuale, con il quale nel mestiere di storico ci si misura con il passato, e la ricerca come impellenza sociale e collettiva, scrupolosa, regolata, verificabile, ma che parte da un imperativo etico. Se le domande e le risposte della Storia vanno e vengono dal nostro presente, è dal presente che interroghiamo il passato, qualunque fonte del passato, e queste continuano a mutare per il mutare della nostra prospettiva. Così, anche le inquietudini che da quei resti umani provengono rispondono ai miei interrogativi da e per un presente che è il nostro, ma in qualche modo continua a essere il loro. Come ben afferma per la realtà cilena Elizabeth Lira, non è un caso l’insistenza di vittime e familiari su un concetto altrimenti sfuggente quale la ‘verità’. Dopo anni e a volte decenni di tergiversazioni e menzogne, i familiari considerano «che si sappia la verità» altrettanto risarcitorio quanto la giustizia – la fine dell’impunità – e le riparazioni materiali.

Alejandra López è la figlia di un militante comunista cileno, tuttora desaparecido, e una delle fonti di questa ricerca. Nel 1990, al momento della compilazione dell’Informe Rettig, il primo rapporto sulle violazioni di diritti umani in Cile, accompagna la madre a testimoniare.

«C’era un gruppo di professionisti, psicologi, avvocati, e c’era la bandiera cilena. E per me era la prima volta che mi trovavo in un luogo dove c’era la bandiera cilena. Sto parlando del 1990. Era la mia prima esperienza con le istituzioni. […] E io ricordo che non chiesi di trovare mio papà. Io risposi che l’unica cosa che m’interessava era che [quello che era successo] lo sapessero tutti i cileni».

es un título que no sólo recuerda el Negro a aquellos que tendrán la amabilidad de leer Mercedes Sosa, pero aún más, testifica que no hay una fatalidad, ya sea para bien o para mal, y como la historia nos enseña que la tragedia más grave, la vida, la verdad y la justicia, que puede volver a florecer al hacer el pasado y la memoria del futuro semilla.

Me quiero ir a las filas de la junta editorial y luego a mi introducción como invitación a leer. ¿Debo hacer una larga lista de agradecimiento, los guardo en mi corazón, aquí y en todo el océano y lo haré únicos institucionales, no menos sentir, Fulvio Cammarano, curador de la Colección y el editor, Alessandro Mongatti.

El libro se puede comprar en las librerías y en línea, por ejemplo, aquí , aquí  o aquí . El programa incluye presentaciones ya en Módena (5/3), Nápoles (15/4), Bolzano (21/4), Bergamo (23/4), Roma (15/5) y en el proceso de definición de Bologna, Torino, Cremona.

gracias, #TodoCambia

Gennaro Carotenuto

Sobre Gennaro Carotenuto

historiador contemporáneo de la Universidad de Macerata, periodista. PhD Universidad de Valencia, España. El ex investigador Paris3-Sorbonne Universidad IHEAL – Instituto de Altos Estudios l’Amérique latine de la enseñanza y su compañero en la Universidad Bocconi de Milán. El blog, en línea desde 1995 se trata de América Latina, medios de comunicación, italiano y la política internacional.

 

Traducción on line

Todo cambia. Hijos de desaparecidos y el fin de la impunidad en Argentina, Chile y Uruguay, Le Monnier, 2015

Lo que tienen en común Sofia Prats, hija de un oficial del ejército chileno superior, y Jessica Tapia, hija de un minero comunista? Ambos de sus padres fueron asesinados por Augusto Pinochet y el Terrorismo de Estado de las dictaduras de América Latina. A través de la historia oral, el método que ayuda a entender cómo la gente común han abordado los principales pasos de su edad, que lee los testimonios originales, a veces dramáticas, a veces sereno, como los hijos de los desaparecidos en Argentina, Chile y Uruguay tienen recogido sus vidas. por lo tanto la historiografía sirve para disolver los estereotipos consolidadas en el continente. “Todo cambia”, cantada por Mercedes Sosa. Décadas de lucha por la verdad y la justicia significa que muchos de los torturadores y asesinos que en los años setenta abrieron las venas de América Latina, después de juicios, aquí estudiados a través de nuevas fuentes judiciales hoy en día, están pagando por sus crímenes sutura de heridas de toda una sociedad.
“Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar – escribe el autor en su introducción – es una historia más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores “.

introducción

“En comparación con los desaparecidos hasta que siendo como es, es lo desconocido desapareció. Si él aparecería un tratamiento ‘X’. Si el aspecto sería convertir en certeza de su muerte, que tendría un tratamiento ‘Z’. Pero hasta que desapareció, no puede tener un tratamiento especial. Es una persona desaparecida, no entidades. No es ni muerto ni vivo, ha desaparecido. A la vista de lo que no podemos hacer nada “.

Jorge Rafael Videla

Los que no eran ni muerto ni vivo, se evaporó a ya no tener un estatus legal, encuentran a mí mismo en un apartamento en el centro de Buenos Aires. Es una casa de parroquia civil de un condominio de ‘ Avenida Rivadavia . Me siento con la mano fuera de circulación más sangriento que el idioma español ha dado al mundo en el siglo XX: desapareció. En una habitación que podría ser una estancia de la familia me saluda una secuencia de estanterías metálicas, que cubre en su totalidad las cuatro paredes. A lo largo de los estantes, donde reina un orden pulcro, están alineados 340 cartones: ‘Manzanas del Río Negro, Argentina Producción”. Cada uno de ellos contiene los restos de un ser humano.

Aquí están los desaparecidos, o al menos la centésima parte de éstos; esperar en esas cajas de manzanas que se devuelva a ellos una identidad.

Muchos de estos restos son de una fosa común en un cementerio en las afueras de la capital. Se guardó su “vuelo de la muerte” que se describe en el ensayo homónimo de Horacio Verbitsky, que a mediados de los años noventa se iluminó el mundo en las prácticas del Terrorismo de Estado en América Latina. Clasificado como NN, el silencio del enterramiento enterradores había sido comprado con la moneda del miedo. En el momento de la directora dell’EAAF (el equipo argentino de antropólogos forenses), la salida de ese apartamento iba a ser enterrado con dignidad, sólo una docena de los desaparecidos que fueron devueltos a su identidad y son unos pocos cientos del total identificado hasta la fecha. Dario Olmo, el gerente, es un hombre de rara sensibilidad que, a partir de Argentina, ha dedicado su vida a dar un nombre a las víctimas sin nombre, de Guatemala a Ruanda, la antigua Yugoslavia Kurdistán. La experiencia de los antropólogos forenses argentinos, que han operado en 45 países de todos los continentes, combina métodos de investigación que van más allá del legado de James Watson y Francis Crick, los dos científicos que revolucionó los estudios de derecho penal, proporcionando la ‘análisis de elementos de ADN. Desde 1987, la edad muy temprana para tales ideas, en la Argentina se creó una base de datos genéticos. Sirvió para identificar a los muertos, sino también para encontrar a los vivos, esos cientos de niños a los que la dictadura había tomado la identidad, apropiándose de él y confiar en ellos a terceros, por lo general cómplices del régimen, después de haber matado a sus padres.

A partir de esa instancia también mostró cómo la genética y la tecnología por sí sola, sin el apoyo de las humanidades, no fueron suficientes. Debido a que los datos se podría utilizar, era necesario refinar sus metodologías de análisis historiográficos, combinando, en lo posible, las fuentes judiciales, la policía y de archivo, textos impresos, historias orales, registros de los cementerios. Habían conocimientos necesarios para avanzar en el mejoramiento de los restos individuales y asociarlos con uno de los cientos de campos de concentración argentinos, donde se cometieron la mayoría de los homicidios, y, finalmente, llegar a dar a los restos de un nombre y una historia personal, interrumpido por el modelo represivo que llamamos el Terrorismo de Estado.

Lo que esta investigación Quiero ayudar a contar una historia es, pues, más tarde, después de su muerte, a consecuencia de la lucha contra al rojo vivo era de las dictaduras. Es una historia de dictaduras hija, que tiene que ver con los sobrevivientes, con impunidad y caminos de la justicia, y la experiencia de vida de los hijos de los desaparecidos, a menudo marcados por la investigación, antes que los padres muertos, a continuación, a partir el compromiso para coronar una búsqueda por treinta años para la verdad y la justicia que es a la vez individual y colectiva, y la última década ha permitido que una parte significativa de la región a salir de la sombra de la impunidad y el olvido en que había sido relegado en las dos décadas anteriores.

objeto central de este ensayo, que es parte de un estudio más amplio sobre las objeciones a las dictaduras cívico-militares en Argentina, Chile y Uruguay, por lo tanto, es el estudio de estas dictaduras en el momento de su poder absoluto sobre toda la región, especialmente entre los años setenta y ochenta, pero algunos aspectos de las consecuencias de los mismos. En particular, se ocupa del estudio de la verdad de procedimientos acerca de cómo las dictaduras de los mismos violaciónes de derechos humanos cometidas han surgido con el tiempo, a continuación, ocultos en un contexto de impunidad y de nuevo surgido. La búsqueda está tratando de entender cómo responder a esta alternancia caminos hegemónicas dentro de las propias empresas. Estas rutas finalmente también ser sustenta la alternancia entre la justicia y la impunidad. Todo se pone en filigrana a través del estudio de la experiencia histórica de ser hijos de disidentes políticos sometidos a diferentes formas de represión por parte de los regímenes militares en cuestión. Tal experiencia es tratada mediante el uso de fuentes orales.

En peculiaridades del método de uso de estas fuentes, en el contexto de violaciónes de derechos humanos, de vuelta en el primer capítulo. La elección general se justifica con el intento de responder a una de las típicas preguntas que los historiadores pueden y deben pararse frente a un problema historiográfico desde: lo que queda de la dictadura, ¿cuáles son las consecuencias para la sociedad y como la memoria de violaciónes de derechos humanos se mantuvo con vida en los últimos cuarenta años a partir de esa experiencia. Este es un momento histórico en el que, con los padres, madres diezmadas (y abuelas) de los testigos de investigación desaparecidas, largas de la verdad y la justicia, están llegando al final de su ciclo de vida. Estoy tan a sus hijos (nietos), que llegaron a la altura de su vida adulta, y se recogió el testigo de las generaciones anteriores. En algunos casos, ser percibido como fuerzas anti-sistema, han terminado institucionalizada. Ocurrió con la conocida asociación en defensa de los derechos humanos, las madres de Plaza de Mayo de Argentina, desde hace décadas violentamente reprimidos o empujados por una locura incluso en la democracia y se unió al apoyo a la política muy amplia de los derechos humanos de los gobiernos Néstor Kirchner y Cristina Fernández, una paradoja que plantea problemas adicionales para la atención de los estudiosos. Esto también ha ayudado a cambiar o superar los problemas en las décadas habían sido colocados en una manera diferente que sólo se desliza hegemónico mencionado.

Entre las víctimas de las dictaduras cívico-militares hay una gran mayoría de personas comunes y activistas sociales. También hay una minoría – cuantitativamente insignificante en Chile – los guerrilleros muertos en combate o asesinados mansalva. Se hicieron los cuerpos de más de la una y la otra categoría a desaparecer. La ausencia del cuerpo, evitando el duelo, tiene consecuencias morales y material dramático en la vida de aquellos que permanecen y sull’intorno social, que terminan siendo mucho mayores que las causadas por el asesinato ‘fácil’. Esta diferencia, desapareció del mapa y distancias de interpretación, que la vida diaria, y como tal, el tema de la historiografía atención. Las mismas historias de formas represivas de los tres países se cruzan, y al mismo tiempo viven las peculiaridades que sobreviven a lo largo del tiempo. En Chile, el gobierno de facto, encarnado por Augusto Pinochet, ha mantenido las mayores acciones de consenso y legitimidad para los segmentos importantes de la sociedad, no es estrictamente limitados a las clases dominantes. Esto, junto con la capacidad tetragonal del régimen de defenderse incluso en retrospectiva, y no particularmente destreza de la clase política que ha gobernado desde 1989 en adelante, se ha convertido en algo – pero no cero – la oportunidad de hacer justicia.

Todavía en septiembre de 2014, en el discurso ritual para recordar a las víctimas del golpe, la Presidenta Michelle Bachelet ha expresado un (mero) deseo de derogar la amnistía de 1978 por violaciónes de los derechos humanos. Esto no quiere decir que no hemos avanzado en otros planos: con el tiempo muchas familias han conseguido alguna información sobre el destino de sus seres queridos, por lo general sólo la confirmación de la muerte. Estos eran en su mayoría militantes de los partidos políticos estructurados y legales, a menudo de una generación anterior a la represión en otros lugares.

El golpe fue, de hecho, 11 septiembre de 1973, derribando a un gobierno popular legítimo y arraigada con los partidos políticos, sindicatos y organizaciones sociales que pasaron de la noche a la legalidad plena a ser objeto de la represión más feroz. En Argentina, un país donde la defensa del régimen por parte de los protagonistas y cómplices fue más resultó medidas menos eficaces con respecto a Chile, no se han hecho los cuerpos de las víctimas a desaparecer con los vuelos de la muerte o destrucción de alguna otra forma, son ahora objeto de un difícil proceso de identificación, un trabajo agotador que exige más años de investigación. En el otro lado del Río de la Plata, Uruguay, los desaparecidos debe en lugar de mirar por ellos como una aguja en un pajar de la servidumbre militar sin fin. Los números más bajos significan que, una vez encontrado los restos, su identificación es menos problemática que en otros lugares. Por desgracia, en la absoluta falta de remordimiento si no colaboración – incluso en una democracia – por las fuerzas armadas, que siguen a entrenar en una marcha guerra imaginaria en cementerios clandestinos, profesionalismo para dicha investigación podría ofrecer sólo para los arqueólogos de la Universidad de República coordinado por José María López Mazz. Se han utilizado durante años metodologías y técnicas de su disciplina para recuperar evidencia de que sin un’omertà generalizada, supuestamente obtuvo en unos pocos días. Continuamente engañado por información falsa, consejos sobre la finalidad hacerles perder meses de trabajo, después de diez años de excavaciones, en las cuales es posible avanzar únicamente pequeños fragmentos de verdad, el profesor López Mazz renunció en agosto de 2014. En sólo cuatro de diez años han sido el descubrimiento de los restos que era posible dar un nombre: Ubagesner Chávez Sosa, Fernando Miranda, Ricardo Blanco Valiente y Julio Castro. En este último caso, se demuestra que ese maestro de edad avanzada había sido asesinada con un disparo en el cuello. Por consiguiente, era falso decir que los militares si la mano Paso en la tortura ( “había exagerado por la tortura” es la excusa absurda pero común de tantas muertes), filtrada – en ausencia del cuerpo – la Comisión para la Paz creada en 2000 por la presidencia de Jorge Batlle.

Un cajón como otra demanda mi atención. La etiqueta, escrito en marcador lee: “Child 1, Niño 2, Niño 3”.

Ellos están allí todo mantuvieron juntos y, quién sabe, fueron asesinados junto con el fin de salvar a la “civilización occidental y cristiana”. La batalla contra exigió no sólo la vida de los niños, sino también a la cancelación de su existencia, de su identidad y de su olvido. Cuando sea necesario, los militares se ocultó el nacimiento, como el hijo de Laura Carlotto, que destruyó el vientre para ocultar cualquier signo de dar a luz en cautiverio. Sólo fue descubierto en agosto de 2014 con el nombre de Horacio Hurban. Tal vez en algún lugar alguna abuela todavía está buscando a los niños ‘uno’, ‘dos’ y ‘tres’.

Tal vez otro abuela nunca supo de su existencia, y tal vez incluso el embarazo de una hija desaparecida en Mayo de 2014 se confirmó una realidad que a todos, por diferentes razones, era demasiado caro para admitir. Con la identificación de diferentes contextos de tres desaparecidas Argentina, Mónica Edith de Olaso, Alicia Beatriz y Laura Tierra Gladys Romero, secuestrado y asesinado en un avanzado estado de embarazo, no había pruebas de que no todos los 500 niños que abuelas Plaza de Mayo se buscan necesariamente nacido.

El teléfono suena en otra habitación y se apoyan sólo en las catacumbas en un gran edificio de apartamentos en una céntrica calle de Buenos Aires. Me entrego al flujo de mi conciencia en estos Fosse Ardeatine sin nombre. La asistencia de los vivos y la recogida de los testimonios vivos son el corazón de la obra que he propuesto. No había considerado la idea de reunirse con ellos un día, muerto, excepto en los recuerdos de los que sobrevivieron. La ausencia, en ese lugar desconocido para la mayoría de la gente, se transforma en presencia, y hace que valga la pena mi trabajo. Pero esta dignidad es un Boulder, tal vez insoportable.

En la habitación de al lado me espera antropólogo forense. Es una mujer delgada, de unos cincuenta años, la cola de caballo, camisas blancas, el aspecto aún más austera. Él está trabajando en un esqueleto reconstruido de una camilla de metal. Me da una gran cantidad de explicaciones técnicas. “Él es un joven entre veinte y cuarenta años, de aproximadamente un metro de altura y setenta y cinco […].” Podría ser, me encuentro pensando. “La fractura de la tibia derecha […].” Doy la bienvenida al detalle que no me afecta con alivio tonta. Me esfuerzo para mostrar que me envió.

“La muerte fue causada por un disparo en el cuello.” De repente, el antropólogo tiene prácticamente un solo clic. No sé cómo, puedo encontrar en mis manos ese cráneo. Toma los dedos de la mano izquierda. Deslice mi índice en el orificio de entrada de la bala que mató al hombre. Es lo mismo, se mantuvo en la cabeza y que se encuentra en el cráneo, que ahora está entre los dedos. Son ímpetu sin preparación de la mujer, la vehemencia imposición táctil de esos restos. Tengo la sensación de mi resistencia, y quizás también le advierte. No es de extrañar que el horror. Fue mi decisión de estar allí y baso para mis estudios sobre las fuentes históricas no tradicionales.

Podría trabajar en los archivos del terror Asunción, Paraguay, donde Martín Almada y Stella Calloni, un abogado y un periodista proporcionado a la historia, han descubierto evidencias del Plan Cóndor, la empresa conjunta de Terrorismo de Estado que, con la cobertura de Washington, dio cuartel a los demócratas en la región y que, como se ha señalado, entre otras Martorell, se convirtió en el estado desde 1973 la política a mediados de los años ochenta en al menos seis países de la región (Argentina, Chile, Uruguay, Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú en parte), teniendo como ideólogos Henry Kissinger y Augusto Pinochet.

También hubiera sido capaz de trabajar en el archivo de la policía de La Plata, donde, con un método digno de un régimen totalitario, desde los años treinta a los años ochenta, a través de los gobiernos de diferentes colores, se han presentado todos los movimientos de decenas de miles de ciudadanos, la República Democrática alemana dicho por Florian Henckel von Donnersmarck para la vida de otros , o en otros archivos del terror, que en los últimos años se están abriendo en toda la región. En lugar de ello, he elegido las fuentes orales para trabajar en la capacidad tradicional para amenizar estos artículos no hacen hegemónica como la oposición a las dictaduras de Argentina, Chile y Uruguay, y dentro de éstos. La “historia de vida” permite a los historiadores para ampliar su campo de observación a un contexto experimental que representa aspectos no cubiertos por las fuentes tradicionales. Los datos, positivo y positivista, el número de derechos sindicales muertos o sull’involuzione durante la dictadura cívico-militar, o el cambio en el poder adquisitivo de los quintiles de la población chilena o argentina, es importante, pero no es exhaustiva. En un contexto como el terrorismo de Estado, que ha optado por eliminar una parte de la sociedad, como el juicio del juez Roqueta, la aplicación de un “plan sistemático” con características genocidas contra un sector de la sociedad, y ha borrado no sólo la vida, pero incluso los cuerpos, la reconstrucción de la experiencia de las víctimas y las consecuencias del genocidio (que la legalidad de las cuales voy a extender más adelante en el texto) permiten, quizás más que otros métodos históricos, para llevar a cabo lo que querían aniquilar a los represores.

Aunque la batalla por la verdad y la justicia nunca ha parado desde los años setenta a nosotros, ni en Argentina ni en el resto de la región, los regímenes neoliberales heredadas de la dictadura se caracterizaron por la defensa de la impunidad de violaciónes de derechos humanos cometido. En cuanto al fondo, la caída del gobierno de De la Rúa, determinado por el valor por defecto económica de 2001, la época que se caracteriza por la figura de Néstor Kirchner se configura como un punto de inflexión, con la cancelación de las leyes de impunidad y la celebración de cientos de procesos, la cual es dedicado parte del primer capítulo.

El caso argentino se impone por el radicalismo entre los que se pueden incluir en el debate sobre la justicia de transición, tanto con respecto a los casos de Chile y Uruguay tratados aquí, tanto en comparación con el resto del mundo y para la discusión de las ciencias jurídicas. El propio Tribunal Supremo dice que la justicia para los crímenes contra la humanidad es una parte establecida del “contrato social” de los argentinos y el director del CELS, Horacio Verbitsky puede afirmar que:

el proceso de la memoria, la verdad y la justicia para los crímenes contra la humanidad es una de las bases sobre las que se ha consolidado el estado democrático y los juicios de represores son un componente clave, junto con la reconstrucción de la verdad, la promoción de la memoria, la búsqueda de los niños apropiados y las políticas de reparación para las víctimas.

La retórica pública, sobre todo en Occidente, considera – de una manera completa desde el final de la guerra fría – la llamada ‘justicia universal’ como un paso esencial hacia un mundo de respeto de los derechos humanos, sólo para declinar repetición de las excepciones por algunos denunciados como expresiones una especie de colonialismo judicial. El caso argentino – a través de múltiples pasajes históricos – hoy es quizás una anomalía en el mundo por el hecho de que una forma firme, si no radical endógena Justicia, por lo tanto, no se impone desde el exterior, se ha consolidado en una empresa que no puede reparar si la presión internacional a menudo con el escepticismo de la comunidad internacional.

Mientras que en la conciencia de diacronicidad y la diversidad de los siguientes ejemplos que acabamos de mencionar, pero consciente de que ya se han tratado las clasificaciones de la antigua Atenas, en Soweto, tales como los de Elster, en otro lugar, de Nuremberg a la antigua Yugoslavia, era casi siempre la forma exógena los tribunales penales internacionales que prevalecen.

Cuando los estados nacionales para hacerse cargo de la justicia de transición para violaciónes masivas de los derechos humanos por parte de regímenes más o menos autoritarios depuestos, por Palmiro Togliatti a Sudáfrica, este fue generalmente ejerce a través de diferentes formas de compromiso con los indultos , amnistías, soluciones originales, o más a menudo por una caída al vacío de impunidad como en el caso de la transición española. Por lo que nos ocupa en este asiento de presentación, clarificador es la comparación entre el caso argentino y la dictadura brasileña contemporánea, aliado y con características similares. Sólo en 2014, treinta años después de la publicación del Nunca más , el primer informe argentina que aclaró los términos del Terrorismo de Estado, se llega a Brasil con un informe completo sobre violaciónes de derechos humanos cometidas durante el régimen cívico-militar. La relación, sin embargo, se representa como una especie de punto de llegada. Todavía está en vigor la ley de autoamnistía de 1979 militares; el Tribunal Supremo Brasilia nunca ha tomado nota de los muchos fallos de la Corte Interamericana de Derechos Humanos condena a Brasil por no haber derogado y asegura la presidenta Dilma Rousseff (llanto, su víctima en la juventud tortura y prisión política) que no será procesos por los delitos descritos en el informe. Es una posición similar a la de Barack Obama con el informe, que también se libera al final de 2014, la tortura autorizada por su predecesor George Bush hijo y cometidos por la CIA.

El caso argentino a continuación, con su capacidad, aunque con retraso, a no dejar impunes incluso peces pequeños entre los represores, vacilaciones oscuras de nuestros armarios ‘vergüenza’, o el hecho de que los nacionalistas que en 1936 asesinado en Granada Federico García Lorca, desapareció antes de tiempo, la justicia nunca se hizo, ni siquiera en una democracia. Así que para algunos es una paradoja, si no es una provocación, que hoy es el juez de Buenos Aires María Servini de Cubría para investigar los crímenes del franquismo. El caso argentino pide por lo tanto, nosotros, los historiadores, abogados, el mundo de los derechos humanos: se puede? Lo que debería? No escapar de los riesgos de una retrospectiva de justicia criminal, pero el daño causado por el imperio de la impunidad, tanto en las víctimas y su necesidad de suturar las heridas también son claras, tanto en el conjunto de la sociedad, que sigue viendo sus procesos democráticos poner en riesgo la capacidad de penetración de poder, político y económico de quien matado, violado, torturado. biopolítica extremas para limpiar el cuerpo del enemigo muerto por el terrorismo de Estado, si se complica la escena por la justicia, aún más legítima, incluso para la historiografía, el valor del testimonio como fuente histórica de al menos dos peculiaridades regionales . Una primera característica novedosa es que la presencia inmediata y constante de voces y testimonios, tanto en contextos publicística, como alrededor de fuertes núcleos asociativos judiciales y terapéuticos, en particular a las familias de las víctimas, reclamar y obtener una fuerte legitimidad aunque contrarrestado. Es una proeza de víctimas que vienen a la mente, en comparación con el largo silencio, estudió entre otros por Annette Wieviorka, que caracterizó durante muchos años el Holocausto, y que impidió a los sobrevivientes de expresar su opinión, a unirse la reflexión mucho más complejo sull’indicibilità de los mismos. En esa zona del punto de inflexión, después de lo cual se inicia la producción de una gran cantidad de evidencia importante, sería el juicio de Eichmann, celebrada en Jerusalén en 1961.

Desde Nuremberg, donde se permitió a ningún testigo para contar su propia experiencia, que ya habían sido quince años. En América Latina, como la dificultad en la comparación de la experiencia de la violación masiva de los derechos humanos que se encuentra en la palabra tanto el testimonio como un modelo de validación retroactiva, privado y colectivo. De hecho, la segunda característica es el interés múltiple para el testimonio compartido por la historiografía a otras disciplinas que utilizan con su entrevista especificidad metodológica. La psicología vendrá primero, buscando la validación retroactiva de los daños. Con ella vendrá el ámbito sociológico, con las diferentes comisiones de la verdad y la reparación – pero raramente Justicia – que son, desde los años ochenta, los primeros colectores oficiales de testimonios orales de las víctimas y sus familiares.

Por último, existe el marco jurídico y de procedimiento, siempre obstaculizado por el sistema de impunidad que ha caracterizado a muchos de los años intermedios. Entonces hay un campo infinito, la ley pública, periodismo y memorias, con la producción y las auto miles de libros, artículos y documentos, que han utilizado durante tiempo memorias, testimonios, entrevistas. Cada uno de los tipos citados, por lo tanto, llega a los testimonios / narrativa desde su propio punto de vista, con sus preguntas, para dar testimonio o censo del horror, que sea de noticias, o, en el caso de la atención psicológica, para comenzar a curarlo. En un contexto en el que los familiares y las víctimas han vivido durante años en el miedo y la negación, la propia convocatoria es a menudo una sanación comience.

La mente se ejecuta en estos argumentos. Voy a seguir a sentir en la punta de mi dedo índice el borde de la herida de entrada que mató a ese joven. La carga de ese esqueleto me acompañará, me va a pesar, pero no puede dejar de tomarlo, tal vez a lo largo de un camino tortuoso. En mi investigación, la sensación táctil ha hecho distinción entre un interés necesario intelectual, con el que la profesión de historiador encajaría con el pasado, y la investigación como una urgencia social y colectiva, escrupulosa, ajustado, verificado, pero que va desde un imperativo ético. Si las preguntas y respuestas de la historia van y vienen de nuestra mente, es por esto que nos preguntamos el pasado, cualquiera que sea la fuente del pasado, y continúan a cambiar para cambiar nuestra perspectiva. Por lo que incluso las preocupaciones de que los restos humanos procedentes de responder a mis preguntas y por una mente que es nuestro, pero de alguna manera sigue siendo su. Como bien conocido para la realidad chilena Elizabeth Lira, no es casual la insistencia de las víctimas y los familiares de un concepto difícil de alcanzar de otro modo, que la ‘verdad’. Después de años ya veces décadas de evasivas y mentiras, miembros de la familia consideran “que sabes la verdad, una” compensación justa como la justicia – el fin de la impunidad – y reparaciones materiales.

Alejandra López es la hija de un militante comunista chileno, continúa desaparecido, y una de las fuentes de esta investigación. En 1990, en el momento de la compilación del ” Informe Rettig , el primer informe sobre violaciones de los derechos humanos en Chile, acompañado de la madre a declarar.

 “Había un grupo de profesionales, psicólogos, abogados, y allí estaba la bandera chilena. Y para mí fue la primera vez que estaba en un lugar donde no era la bandera chilena. Estoy hablando de 1990. Fue mi primera experiencia con las instituciones. […] Y recuerdo que le pregunté a encontrar mi papá. Me contestó que lo único que me interesaba era que [lo que había sucedido] sabían todos los chilenos “.

 

Chile, 11 de septiembre de 1973

EL BLOG DE MANUEL CERDÀ

Última imagen del presidente chileno Salvador Allende, en el exterior del Palacio de La Moneda, acompañado del Grupo de Amigos del Presidente (GAP), su servicio de guardia personal, durante el golpe de Estado el 11 de septiembre de 1973 (Corbis: Horacio Olivares©) Última imagen del presidente chileno Salvador Allende, en el exterior del Palacio de La Moneda, acompañado del Grupo de Amigos del Presidente (GAP), su servicio de guardia personal, durante el golpe de Estado el 11 de septiembre de 1973 (The New York Times, 26 de enero de 1974. Fotografía de Leopoldo Víctor Vargas©)

El 11 de setiembre de 1973 tuvo lugar un golpe de estado en Chile encabezado por el abyecto Augusto Pinochet que terminó con la vida del presidente Salvador Allende y con el proyecto de la llamada “vía pacífica hacia el socialismo”.

En 1970 la democracia cristiana perdió las elecciones a favor de la Unidad Popular, dirigida por el socialista Salvador Allende. Este aceleró el programa de nacionalizaciones y la reforma agraria, aumentó el poder adquisitivo de las clases populares y programó cambios estructurales y la reforma de la constitución de 1925. La crisis mundial de 1973 y la oposición…

Ver la entrada original 273 palabras más

Koen Wessing. testigo Golpe de Estado Chile 1973.

Koen Wessing. testigo Golpe de Estado Chile 1973.
Koen Wessing (Amsterdam, 1924-2011) es uno de los más destacados foto-periodistas contemporáneos. Desde que empezó a trabajar en los años 60, la fotografía fue para el la forma de llevar una vida libre y comprometida a la vez, intensa e itinerante. Documentó las protestas de mayo de 1968 en París, y viajo a Chile para registrar el golpe de Estado de 1973.
A fines de los 70 fotografió la represión a la revolución sandinista en Nicaragua y la masacre que siguió al asesinato de monseñor Romero en el Salvador, fue amenazado de muerte y se salvo de las balas varias veces, pero no lograron amedrentarlo. Recorrió el mundo sin miedo y con la convicción de que mostrar la opresión y el abuso de poder es una vía para el cambio social. Fuera en China, Guinea o Kosovo, le interesaba captar la mirada de la gente común y corriente, no la grandilocuencia de la historia oficial. La honestidad y despojo de sus fotos, que expresan al mismo tiempo horror y dignidad, ofrecen un impacto de verdad “en pleno rostro”, como escribió a propósito de su trabajo el critico francés Roland Barthes.
Uno de sus colegas holandeses, Johan van der Keuken, celebró la capacidad de su pensamiento visual para cuestionar la violencia:”Incluso en las situaciones mas extremas, en que tomar una fotografía requiere de una valentía física impresionante, Wessing sigue formulando sus preguntas con extrema claridad. Con él la fotografía es el arte de la pregunta que se torna visible”.
Estas fotos se exhiben por primera vez en Chile. Son imágenes indelebles de la memoria colectiva.
The World of Koen Wessing see for more : http://bintphotobooks.blogspot.com/20…

El legado histórico del fotógrafo holandés Koen Wessing a Chile

Koen Wessing FWessing Fotografía. El arte de visibilizar la pregunta

Koen Wessing (Ámsterdam, 26 de enero de 1942 – 2 de febrero de 2011) es reconocido como uno de los más importantes fotoperiodistas de los conflictos sociales y políticos de nuestro tiempo. Tanto sus imágenes de los días posteriores al golpe de Estado en Chile como las que realizó en Nicaragua y en El Salvador lo han convertido en un referente. Hombre de pocas palabras y muchas imágenes, la fotografía le parecía una vía para llevar una existencia libre y comprometida a la vez.

Un día cualquiera iba camino a casa, tomé el metro y al esperar que la masa de gente subiera las escaleras para la realizar la combinación, me quedé observando la variedad de libros que ofrece la vitrina de  Bibliometro, entre ellos llamó la atención  una edición de LOM, sobre el trabajo del fotógrafo holandés Koen Wessing titulado “Fotografía: El arte de visibilizar la pregunta”, libro que contiene el trabajo en terreno en plena dictadura de Chile (1973), y en guerras de Nicaragua (1978)  y El Salvador (1980).

Fotografía-El-arte-de-visibilizar-la-pregunta--0000011620741Fue ahí cuando retrocedí al año 2011, cuando pude visitar la exposición de este fotógrafo en el GAM: “Imágenes indelebles”, donde se podía apreciar las capturas históricas y conmovedoras que realizó a dos semanas de iniciado el Golpe Militaren Chile, en septiembre de 1973.  Un material de calidad, considerando el contexto político social que se comenzaba a vivir en aquella época.

Wessing apenas se habría enterado del derrocamiento del Gobierno de Salvador Allende, viajó a Santiago, donde no tuvo temor de involucrarse en las calles de la ciudad y congelar a personas con miedo, militares empoderados, a detenidos, quema de libros, y episodios en el Estadio Nacional, convertido en un campo de prisioneros políticos.  Fue así que uno de sus último anhelos fue traer este registro a Latinoamérica.

Cabe señalar que el fotógrafo falleció ese mismo año 2011, y no es casualidad que meses después se logró abrir la muestra al público en el ex edificio Diego Portales (actual GAM), centro de operaciones del Gobierno del Augusto Pinochet y posterior Ministerio de Defensa.

Chili, Santiago, september 1973. In het stadion van Santiago worden tegenstanders van dictator Pinochet geinterneerd. At the footbal stadion of Santiago people are being imprisoned. Foto: Koen Wessing/HH

Las imágenes representan parte de la historia y memoria de Chile, visualizadas a través de un extranjero, las cuales tienen el valor de ser un relato por sí solas. Es cosa de verlas y entender emociones y entender el contexto del episodio. Podemos percibir, temor, odio, dolor, resistencia y represión, entre otros conceptos.

3

 

Este legado fotográfico que nos dejó Koen, permite de cierta forma reconocer parte de la historia de Chile, más allá de haber estado presentes o no en aquellos años, nos vincula al simbolismo y nos empatiza con la memoria colectiva.

Quizás este material podemos considerarlo como un tipo de recuerdo, donde la mirada del fotógrafo se posiciona desde una perspectiva no neutral, aún así al ver dichas imágenes nos hacen revivir dichos momentos de carácter potente, como el caso del militar que le recoge un cigarro a uno de los prisioneros. Nos cuentan una historia que nos provoca emociones.

Chili, Santiago september 1973. Vrouw wordt tijdens de coup van september 1973 gefoullieerd door een soldaat. A woman is being searched on the street during the military coup. Foto: Koen Wessing/HH

Estas son algunas de las imágenes, pero te invito a indagar más en el libro anteriormente nombrado, el cual fue elaborado en los últimos días de su vida, junto a la muestra fotográfica y un documental, donde cuenta la realización de su trabajo, esto último hecho posible gracias a la ayuda de su amigo cinematógrafo Jeroen de Vries.

Según mi opinión, la importancia de una buena imagen, más allá de su técnica, es que tenga la capacidad de significar en sí misma, provocarnos reacción, impactarnos, conmovernos y hacernos viajar en el tiempo, como es en este caso, que exista un relato y que a pesar de que trascurran cientos de años no pierda su valor, sino que nos permita reconstruir historia.

 

 

 

 

Estadio Nacional, septiembre, 1973 Fotografía de David Burnett, reportero gráfico de France Press para esa época. Actualmente uno de los dueños de Contact Press Images. El hombre que mira fijamente a la cámara no tiene nombre ni apellido para la gran mayo

El Gato Gamboa. Voz de una generación.

El Gato Gamboa. Voz de una generación.
 Alberto, el gato Gamboa, mi amigo, el siempre alegre, el tímido y pudoroso, el impuntual, el deslenguado en público y recatado en la intimidad por fin ha sido reconocido por sus pares. Hoy es premio Nacional de Periodismo 2017.
La voz del Gato en distintas entrevistas que se encuentran en internet nos trae una historia de vida que por algún tiempo se entroncó, en tiempos difíciles, se enlazó a la mía.

https://youtu.be/Rpo8ispAmmo

 

 

 

https://youtu.be/-YB5QhFfyW0

GATO GAMBOA : UN GOL DE MEDIA CANCHA

Las callecitas bucólicas de la comuna de Providencia, en las década del veinte y el treinta del siglo pasado, eran tranquilas y polvorientas. A lo más con adoquines en las laterales de la avenida principal, que llegaba hasta el canal San Carlos, en Tobalaba. De ahí para arriba, lo que hoy es Apoquindo, los terrenos eran parcelas y puro campo.En aquel pretérito y tranquilo barrio, de buen aire y muchos árboles, jugaba con sus amigos un chico de baja estatura, vivaz, de ojos verdes y felinos, de mirada picarona, ‘pelusón’ y bueno para la pelota.Su mamá lo peinaba con un pequeño moño sobre la frente y el pelo bien corto. Así nació el mítico apodo de “Gato”, que le puso un compañero de curso del primero de humanidades (hoy séptimo año) en el Liceo Lastarria, cuando tenía doce años, dejando en segundo plano su nombre, Alberto, y sus apellidos, Gamboa Soto.Hoy, a los 88 años, el popular “Gato” Gamboa ya no juega fútbol. Lo ve por televisión, pero sigue caminando por su nueva comuna, Ñuñoa, donde vive, y por las calles del centro de Santiago, cuando se junta con sus amigos a tomar un café o a almorzar.El jueves 6 de mayo pasado lanzó su libro “Un viaje por el infierno”, escrito a comienzos de los ochenta y que apareció en 1984 en cuatro tomos junto a la desaparecida Revista Hoy, en la que volvió al periodismo luego de haber sido preso político y tras realizar diferentes labores ajenas a su talento y vocación para poder sobrevivir. 
A la Revista Hoy retornó para hacer periodismo deportivo, recordando viejos tiempos, pues sus primeros artículos en este oficio fueron justamente deportivos, cuando estudiaba Historia y Geografía en la Universidad de Chile, carrera que era impartida en el viejo Pedagógico.“Como estudiante era un buen alumno. Lo demostré en el liceo y en la universidad. Además escribía bien, por eso me entregaron la responsabilidad de hacer el diario mural. Con unos compañeros escribíamos de un cuanto hay, hasta que un día un profesor me ofreció colaborar en un diario durante los fines de semana para cubrir deportes. Dije al tiro que sí, junto a tres compañeros. Al final quedé yo y no paré más hasta ahora”, rememora el “Gato”, quien tiene dos hijos, Víctor Alberto, ex marino y ahora karateca, y José Antonio, productor de eventos, quien recién le dio un nieto, Agustín, de un mes y medio, y el cual le dejó el libro con una dedicatoria que sólo su hijo menor conoce.El “Gato” fue durante doce años el director del diario Clarín, un tabloide de corte popular y que llevó siempre la bandera de Salvador Allende en su mástil, hasta el Golpe Militar del 11 de septiembre de 1973.
De cabellera frondosa y blanca, al igual que sus bigotes y barba cuidada, Gamboa se sienta cómodamente en el living de su casa DFL2 de calle Bremen, en Ñuñoa. Mira hacia arriba y va recordando sus primeros pasos como reportero.“Me mandaban a hacer partidos de equipos chicos. Salía a reportear en micro, y sólo si partía con un fotógrafo nos íbamos en auto, pero eso era muy raro. A los editores les llamaron la atención mis notas, que más que técnicas eran humanas. Es decir, tocaba el corazón de los jugadores cuando ganaban o perdían. Eso me hizo pasar a la sección policial, donde hablaba con los familiares y amigos de las víctimas, lo que al público le gustaba”, explica con la misma claridad con la cual aún escribe.Lo que más le agradaba cubrir a Gamboa en el deporte era el boxeo, en una época de los cuarenta a los sesenta, cuando Chile tuvo grandes púgiles, como Arturo Godoy, quien peló dos veces por el título mundial de los pesados, y ‘Fernandito’, Antonio Fernández.“Me gustaba mucho el boxeo, porque en ese tiempo había del bueno. Me hice muy amigo de ‘Fernandito’. Salíamos con amigos a cenar y lo pasábamos muy rebién. Él era muy conocido, y muy respetado en Chile y en toda Sudamérica. En el boxeo había muy buen material para el periodismo, y por eso yo le sacaba el jugo a cada historia”, expresa ganoso el “Gato”.El único deporte que practicó el periodista fue el fútbol. En el Lastarria y en la universidad jugaba de half right O mediocampista derecho.“Era bueno para la pelota, y llegué a jugar en la cuarta especial (juveniles) de la Universidad de Chile cuando estudiaba en esa casa de estudios. En mi posición más de una vez intenté meter un gol de media cancha, aunque en la vida hice muchos…”, y revienta en risas, recordando más de alguna diablura que protagonizó en sus comienzos de reportero y cuando estuvo detenido en Chacabuco, donde también fue el encargado del diario mural, ocasión en la que escribía las novedades y noticias del campo de prisioneros de su puño y letra, para hacer menos triste la estadía en medio del desierto en la Segunda Región.
En su libro habla de los partidos de fútbol que jugaban los prisioneros para entretenerse.“Había dos pelotas y dos canchas, por lo que estaba prohibido jugar por alto y con bote, porque si la pelota sobrepasaba la reja de tres metros, caía al campo minado que rodeaba la prisión”, recuerda, agregando que los resultados de la competencia los escribía luego de forma entretenida y jocosa, con titulares como los que le hicieron famoso en Clarín y en el Fortín Mapocho.“Antes de llegar a Chacabuco estuve en el Estadio Nacional, el mismo lugar en el que había reporteando muchas veces. En septiembre de 1973 llegué y me crucé con algunos de mis entrevistados, como Carlos Caszely. Lo único que atinábamos a decirnos era suerte”, comenta con algo de tristeza, ya que en el Nacional sufrió torturas corporales, algo de lo que no habla.
En la portada de su libro aparece tal cual es hoy, con la misma mirada con que lo retratan sus amigos de antaño y de prisión. Con esa mirada profunda se sentaba a tomar el sol junto a sus compañeros en las tribunas del Estadio Nacional cuando salían de los fríos y oscuros camarines.La mirada se proyectaba al centro de la cancha, como recordando sus años de futbolista, o las estampas de sus ídolos de Colo Colo o cuando intentó hacer más de alguna vez un gol de media cancha.
(Texto escrito por Juan E. Lastra)

Amistad y ser del Gato Gamboa

Javier Gimeno*

 

Francisco Mouat: ”Las siete vidas del Gato Gamboa: conversaciones con Alberto Gamboa, último director del diario Clarín”. Santiago de Chile, Lolita editores, 2012.

 

 

Recibo con alborozo un ejemplar de este libro dedicado de puño y letra por mi gran amigo el GatoGamboa. No puede ser otra la dicha  cuando alguien de la talla intelectual, pero sobre todo humana, de Gato Gamboa le regala a uno una dedicatoria donde le habla de una amistad  “más tierna, más fuerte, más eterna”, amistad que “me hace ser un hombre feliz… para ser de otro mundo”.

Con estas palabras es difícil ser objetivo y por eso afirmo con toda rotundidad que esta reseña tiene todo menos objetividad.

Porque no se puede ser imparcial y dejar de lado la profunda amistad, el cariño y la admiración sincera que profeso a quien fuera director del diario Clarín, el periódico más emblemático de la Unidad Popular chilena y, sin duda ninguna, el mejor periodista que ha tenido Chile desde que el periodismo traspasó sus fronteras a finales del XIX. Esta afirmación, siendo subjetiva, tiene el mérito de ser compartida por muchos de los colegas de Alberto Gamboa, empezando por quien le entrevista en este libro, el columnista y escritor Francisco Mouat.

Es fácil preguntarse: “qué hace una reseña de un libro sobre un periodista desconocido en España en un blog como éste”, cuya respuesta es aun más sencilla, si cabe: por un lado, si en España tuviéramos más periodistas como el Gato Gamboa entonces tendríamos un periodismo basado en la objetividad de los hechos y en la crítica de las ignominias, sin concesión ninguna a intereses económicos, empresariales  y/o publicitarios, como así fue el periodismo practicado por el Gato Gamboa en Chile y por otros profesionales de su talla. Por otro lado, la respuesta está también en el libro en cuestión: una entrevista que desde el inicio deviene en diálogo familiar, ameno, fluido y coloquial, de dos buenos amigos y colegas de profesión, pertenecientes a dos generaciones diferentes pero unidos por el afán de hacer de su profesión un acto de compromiso social. Primero, contra la dictadura, después, por la democracia y finalmente, por que ésta sea lo mejor de cuanto fuere posible. Y siempre bajo la premisa del trabajo bien hecho cuyo fin es siempre la veracidad, la objetividad y, desde luego, el servicio público a quienes se deben como profesionales de la información: los lectores.

Alberto Gamboa nació en 1921. No sólo fue el último director del diario Clarín hasta su cierre por el gobierno militar del dictador Pinochet. Comenzó su carrera periodística muy joven, a los 17 años, como columnista deportivo en el diario La Opinión. Fue uno de los fundadores del Colegio de Periodistas de Chile y trabajó en diversos medios hasta que en 1960 se hizo cargo de la dirección del diario Clarín, de la mano de su propietario, Darío Sainte Marie Soruco, más conocido como Volpone. Este periódico, fundado en 1954, tuvo unos comienzos difíciles y fue cerrado por problemas económicos dos años después de su apertura. Volpone compró la cabecera a un precio simbólico para reflotarlo como diario crítico con los gobiernos democráticos, crítica que le valió la expulsión de su sede, censuras, multas y prohibiciones de todo tipo.

El periódico iba sobreviviendo a trancas y barrancas, sorteando como podía las barreras gubernamentales hasta que su dueño decidió en 1960 proponer como director a quien había sido redactor de la revista Ercilla y de La Gaceta y director del diario Última Hora, el periodista AlbertoGamboa, bien conocido por el apodo que una profesora le puso en el liceo Lastarria de Santiago:Gato, el Gato Gamboa.

A los pocos meses de asumir el Gato la dirección de Clarín, la tirada del periódico se vio incrementada en varios miles de ejemplares. ¿El secreto?, o mejor, ¿los secretos?: persistir con más ímpetu en la línea crítica sin concesiones iniciada años atrás por su dueño, lo que le valió a su flamante director la nada despreciable cifra de más de veinte condenas a prisión por injurias, desacato a la autoridad y otras lindezas similares. O bien, ofrecer titulares “impactantes” cuya redacción salían del ingenio indiscutible de su nuevo director, como este plagado de chilenismos que llenó de regocijo a sus lectores: “El roto [hombre vulgar] sacó su chispa: oye momia[mujer de derechas] pituca [de clase alta]cocíname esta diuca [ave de Chile, Argentina, Bolivia, etc. Argot chileno:pene]”; o el que publicó a propósito de la visita a Chile de la reina Isabel II de Inglaterra: “La chabelita [diminutivo de Isabel] es liviana de sangre: tiene buenos choclos [pantorrillas]; o este otro, propio de la crónica roja, género también cultivado por el diario: “En el cine King violaron a una lola [muchacha] y le echaron la culpa al malo de la película”.

Sin duda, una de las secciones de más éxito del diario fue el consultorio sentimental, firmado de puño y letra por el propio director, cuyo seudónimo, “Profesor Jean de Fremisse”, causó sensación entre los lectores de ambos géneros, entre otras habilidades dignas de una antología del periodismo escrito. Contribuyó sin duda al buen nombre del diario entre sus lectores el titular que el nuevo director acompañó siempre a la cabecera: “Firme junto al pueblo”.

Clarín alcanzó su máximo apogeo en los años del Gobierno de la Unidad Popular presidido por el médico socialista Salvador Allende. Su dueño y su director, ambos amigos íntimos de Allende, no dudaron en consagrar las páginas del periódico a la causa allendista de la “vía chilena y pacífica al socialismo”. Con diferencia, Clarín se convirtió en el periódico con mayor número de lectores de todos los que en esa época se publicaban en Chile, y por consiguiente, de mayor tirada.

Era imposible que un periódico como Clarín sobreviviera a la cruenta dictadura fascista que asoló Chile tras el golpe militar perpetrado por el general Augusto Pinochet, a la sazón, colaborador y hombre de confianza de Salvador Allende. Su director pagó cara no sólo su amistad con el Presidente electo; sobre todo, su profesión consagrada a través de Clarín a la defensa de la Unidad Popular.

Como cuenta Gato Gamboa a su amigo Francisco Mouat en este libro, confió en su profesión de periodista como escudo protector de la felonía que se estaba perpetrando en Chile tras el golpe y decidió no exiliarse ni esconderse, hasta que fueron a por él y sin miramientos lo encerraron, como a otros miles de chilenos, en el campo de deportes más extenso de Chile, el Estadio Nacional, ubicado en el barrio Grecia de la capital. Allí, como les ocurrió a tantos y a tantos confinados, fue sometido a todo tipo de vejaciones, palizas y torturas.

Cuenta Gamboa en la entrevista con Mouat cómo acabó una de las sesiones de tortura en la conocida en el argot de los presos políticos como parrilla o superficie de alambre (generalmente, un somier viejo y oxidado) con cables que se pinzaban en el cuerpo desnudo del detenido para someterle a fortísimas y muchas veces mortales descargas eléctricas: “Terminaron cuando uno de los torturadores le dijo al otro que tenía que irse al cine, porque su señora lo estaba esperando para ver El Padrino en el centro de Santiago.” 

Del Estadio Nacional fue trasladado con otros presos al campo de concentración de Chacabuco, situado a más de 2.000 kms al norte de Santiago, en plenas salitreras del desierto de Atacama. Aunque el trato allí seguía siendo vejatorio, los presos no eran sometidos a torturas sistemáticas como en el Estadio Nacional y otros centros de detención habilitados por todo el país de norte a sur, cuentaGato Gamboa a Mouat: “En Chacabuco te golpeaban o te castigaban, pero no había torturas organizadas como en el estadio. Una vez me dejaron al medio de una cancha de fútbol  a pleno sol muchas horas, quemándome. Dependíamos del ingenio de los custodios. Era frecuente que si te castigaban te dejaran sin alimento ni agua todo el día”.

Una de las formas de que se sirvió el Gato para sobrevivir en Chacabuco fue ejercer aquello que mejor sabía: su profesión de periodista. Para ello logró convencer a otros presos, algunos de ellos también periodistas como él, para hacer un periódico mural con las noticias más destacadas. Obviamente, el periódico pasaba la censura pertinente de los mandos militares al frente del campo pero su ingenio y el de sus colegas le sirvió para sortear las prohibiciones constantes mediante el uso de un lenguaje colmado de metáforas y frases con doble sentido. No en vano, Gato Gamboa conocía bien el oficio de sortear la censura tras múltiples de detenciones en tiempos de los gobiernos democráticos.

El periódico mural tuvo enorme aceptación entre los presos. Entre las secciones más exitosas destacaba el ya famoso consultorio sentimental del “Profesor Jean de Fremisse”, que los internos leían con verdadera delectación, y en no pocas ocasiones, auténtica necesidad. Pronto se corrió la voz en todo el campo que el tal Jean de Fremisse escribía unas cartas de amor dignas del mejor amante ilustrado, de modo tal que no tardaron en formarse largas colas para encargarle misivas dirigidas a las esposas, a las novias o a las amantes.

No faltaba quien quería escribir una carta a su mujer suplicándole que no le pusiera los cachos o cuernos con ningún pata negra [así llamados los tipos que cortejaban a las mujeres de los presos]; o el que aprovechaba su condición de presidiario y la distancia infinita para anunciar a su madre su homosexualidad oculta.

Un año y diez días estuvo preso Gato Gamboa en el infierno de Chacabuco, desde el 19 de septiembre de 1973 al 29 del mismo mes de 1974, tal como también cuenta en su anterior libro, Un viaje por el infierno (Forja, 2010). Una vez en libertad, no quiso abandonar el país. “Nunca pensé en irme de Chile. Muchos colegas se empezaron a ir y después me llamaban para ofrecerme  pega [trabajo], pero a mí nunca me picó ese bicho. Yo estaba involucrado en la idea de luchar contra la dictadura desde acá, además de sobrevivir, por supuesto. Y me sentí mejor conmigo mismo quedándome. No quería perder el vínculo con los que peleaban acá dentro, me gustaba el merengue, me gustaba la lucha, aunque fuera silenciosa y en un sentido completamente ineficaz. Una cosa medio quijotesca que no tiene demasiada explicación”.

Como es fácil de entender, la dictadura prohibió a todos los medios contratar al Gato Gamboa en sus redacciones, pero nuestro amigo no dudó en buscar trabajo de lo que fuera. De este modo, estuvo un tiempo trabajando en la construcción de los túneles del metro de Santiago hasta el día en que uno de los ingenieros al mando de las obras supo de su historial en el Estadio Nacional y en el penal de Chacabuco. Amablemente fue invitado a dejar la empresa. Luego se dedicó a vender libros y otras tareas para sobrevivir.

Entretanto, iba haciendo pequeñas y clandestinas incursiones en prensa utilizando seudónimos, colaborando cuando podía en medios como la revista Hoy o el diario La Época. Su larga y renombrada trayectoria le valió para ser contratado como asesor de un nuevo periódico, La Cuarta, del que llegó a ser uno de sus fundadores. En 1987, dos años antes del fin de la dictadura, cuando en Chile empezaban de nuevo a aflorar tímidamente ciertas libertades, Gato pasó a dirigir el también diario crítico con el gobierno militar, El Fortín Mapocho.

En octubre de 1989, ante la presión internacional contra su política represiva y de vulneración sistemática de los derechos humanos, y acaso porque estaba convencido de su triunfo absoluto e incuestionable, Pinochet convocó un plebiscito sobre su gobierno para afianzar su mandato y darle continuidad. A pesar de la fortísima y contundente campaña del gobierno militar con todos los medios de información en sus manos, la oposición logró alzarse con la victoria del “NO”. Para emitir su voto, los electorales tenían que marcar con una cruz la casilla correspondiente. El entonces director delFortín Mapocho, fiel a su ingenio como creador de titulares únicos, celebró el triunfo opositor con el siguiente: “Le ganamos con un lápiz”.

Pero el titular que dio la vuelta al mundo y sin duda ha pasado a la historia del periodismo escrito dentro y fuera de Chile, fue el que puso de cabecera en la portada del Fortín, seis días después del triunfo: “Corrió solo y llegó segundo”.

A sus 92 años y en compañía de su segunda esposa, Maria Estela, el Gato Gamboa lleva una vida plácida dedicada a la lectura, el cuidado de su perra Salomé, las buenas comidas, los paseos por las calles tranquilas de su barrio santiaguino de Ñuñoa y, de vez en cuando, algún viaje a visitar a los buenos amigos que tiene desperdigados por el mundo o a recibirnos en su casita ajardinada con un buen pisco o una exquisita empanada chilena preparada por María Estela para acompañar la conversaigual de sabrosa. No existe en esta vida mayor felicidad que ser amigo del Gato Gamboa. “Amistad a lo largo”, en palabras de Gil de Biedma; amistad “para ser de otro mundo”, en palabras de GatoGamboa.

 

*Javier Gimeno es un bibliotecario madrileño de la UCM, que ha vivido en Chile muchos años.

Hernán coloma andrews ( recibido en mi correo-e)

Un poco tarde, pero justo como pocos, a sus 96 años el Gato Gamboa obtiene por fin el reconocimiento tantos años postergado : el premio nacional de periodismo.

Tal vez a las nuevas generaciones no les diga nada. Desde el Diario Clarín y desde el Fortín Mapocho, hizo a más de una generación reírse a carcajadas del poder . Las más conocidas son las últimas, porque tienen mayor actualidad : “Corrió solo y salió segundo” ; “Le ganamos con un lápiz”, recordados titulares del Fortín cuando Pinochet perdió el plebiscito.

La gracia del Gato era su genial y crítica picardía criolla conque le pellizcó el poto por decenios a los poderosos y conque hizo reír a generaciones con sus titulares: por allí, mencionaron alguno: “Marinero mató a otro porque le tocó la popa” y también que a Jorge Alessandri le llamaba “La Señora” por su supuesta homosexualidad. Más que homofóbico (en ese tiempo la homosexualidad era “pecado”), fue un manera de reducir el prestigio que éste tenía entre la Derecha, que había transformado en algo mítico su sobriedad formal que ocultaba los excesos conque trató a sus trabajadores en la Papelera. 

La Población La Victoria: Memoria heroica e identidad barrial

La Población La Victoria: Memoria heroica e identidad barrial

No hay texto alternativo automático disponible.

Tomado de http://rufianrevista.org
Por * Alexis Cortés Morales

La violencia ejercida por la Dictadura generaba organización en La Victoria, la respuesta de las autoridades era reprimir aún más, lo que, a su vez, según lo que los pobladores cuentan, era contestado con más organización. El convencimiento era que solo la unidad, la organización y la solidaridad permitirían preservar la integridad física de los pobladores y recuperar la democracia. 

¿Puede un barrio popular que, a lo largo de su historia, ha sido innumerables veces estigmatizado como un gueto, constituirse en una referencia identitaria para otros colectivos urbanos?, ¿puede un barrio popular que no solo ha sufrido violencia simbólica, sino que además ha sido objeto de una violencia física abrumadora por parte de los organismos represores del Estado, hacer de esa experiencia traumática una fuente que, resignificada, se incorpora al imaginario local como pieza clave de una memoria heroica que alimenta la identidad del barrio?

Pues ese es el caso de La Población La Victoria, barrio popular santiaguino nacido de una Toma de Terrenos organizada en 1957. La trayectoria de La Victoria es considerada ejemplar para el movimiento de pobladores, la ocupación organizada de la chacra la Feria ha sido identificada como el marco de inicio del propio movimiento y, además, la resistencia que presentó a la Dictadura durante los años 80, hicieron de ella uno de los íconos del movimiento popular chileno que se opuso a la perpetuación del régimen de excepción encabezado por el General Pinochet.

Ambas experiencias, la Toma y la Dictadura, llevaron a una particular relación entre los habitantes y el territorio que conforma la población. Ambas fueron mediadas por la violencia como amenaza potencial o como un acto real ejercido contra los pobladores. Entiéndase por experiencia traumática un momento crítico de quiebre de la rutina social por un evento que amenaza la integridad física de una comunidad, así como su repertorio de sentidos para comprender el mundo. La relación entre estas experiencias, la memoria asociada a ellas y el territorio fueron conformando una identidad de barrio claramente demarcada, o sea, la definición de un nosotros territorialmente situado que reivindica un determinado universo valórico y simbólico como propio.

¿Cómo se conformó esta identidad a lo largo de la trayectoria biográfica de este barrio popular? Es lo que explicaremos en los siguientes apartados.

La Toma de La Victoria

“Había que sacar la decisión de ir a la toma. ¡A la mierda con la legalidad y los trámites burocráticos!”, relata la pobladora Guillermina Farías en la más citada referencia a la Toma de La Victoria: “Lucha, vida, muerte y esperanza: historia de la Población La Victoria” (SUR Ediciones). Pero no fue fácil conquistar ese pedazo de tierra; para levantar la que hoy es una de las poblaciones emblemáticas de Chile, los pobladores debieron enfrentar la represión policial y varios días de bloqueo en los que no se permitía el ingreso de materiales de construcción, de abrigo, comida, remedios ni agua. Producto de esto y de las paupérrimas condiciones en las que estaban, muchos ancianos y bebés fallecieron. Así lo recuerda Rosa Lagos, en el libro “Memorias de La Victoria”: “esa vez que murieron muchas guagüitas, al entierro fue toda la Toma. Nos fuimos a pie desde aquí mismo al cementerio. No sé cómo no hay fotografías de todas esas cosas, para que la gente ahora comprenda el sufrimiento, para que le tomen el valor al lugar que están pisando, porque esta tierra fue ganada con esfuerzo, sudor y lágrimas.”

Las gestiones del Cardenal Caro frente al Presidente Carlos Ibáñez del Campo, más el apoyo dado por los parlamentarios del Frente de Acción Popular, que reunía a comunistas y socialistas, permitieron que los pobladores no fueran expulsados. No por ello dejaron de concluir que la conquista de la vivienda se debía a la unidad, lucha y organización de los propios pobladores. Ellos fueron los que resistieron las difíciles condiciones de vida. “Por eso esto se llamó La Victoria porque no nos pudieron sacar de aquí”, explicaba una pobladora en el libro “Pasado, Victoria del Presente”.

Tras la llegada, los pobladores dedicaron todas sus energías al levantamiento de “una Población que reuniera todas las cualidades”; los victorianos fueron los propios urbanistas de su “pequeña república”, trazaron las calles, las dimensiones de sus viviendas, proyectaron la construcción de una escuela –la que posteriormente fue levantada con el aporte de todos los habitantes–, de un policlínico e incluso de un retén policial. Organizaron la electrificación de la población –con la ayuda del ingeniero Enrique Kirberg–, frentes para estimular la participación, grupos de vigilancia interna y un periódico, entre otras cosas. Tal como lo señalaba el poblador Luis Guerrero en “Memorias de La Victoria”: “Aquí todo se ha conseguido por la organización misma, en base al sacrificio y la lucha. Esa fue la lucha de los pobladores, de nadie más”.Lo anterior pues el levantamiento de la población fue realizado fuera del alero del Estado, quien tardó años en reconocer el derecho de los pobladores a sus viviendas. De ahí la consigna que los victorianos entonaban con orgullo en su segundo aniversario: “Nada por caridad, todo mediante nuestro propio esfuerzo”. La experiencia de “autogobierno” de los pobladores en la Toma y en la consolidación de la población es fundamental para comprender el relato identitario de La Victoria. Las condiciones y necesidades propias de una acción que implicaba una ruptura frontal con la legalidad suponían exigencias de organización de una magnitud y calidad tal, que llevó a un desarrollo de lo que podríamos denominar “poder popular” sin paralelos hasta ese momento en Chile. Solo mediante la fuerza que daba la organización y la cohesión, se hacía posible la permanencia de la Toma, lo que llevó a la aplicación y creación, de parte de los pobladores, de dinámicas y prácticas extremamente originales.

Uno de los principales portadores de este capital organizativo era una gran cantidad de cuadros obreros que se formaron en las luchas sindicales del norte minero, la mayoría de ellos ligados al Partido Comunista. Ellos contribuyeron significativamente a la organización de la Toma y a su posterior consolidación siendo parte activa de la construcción del relato identitario del barrio.

De esta manera, las exigencias organizativas de la Toma y de urbanización del territorio, vividas como una experiencia colectiva sustentada en las ideas de solidaridad y lucha, llevaron a que la fundación de La Población se significara como una epopeya popular de conquista del territorio y, al mismo tiempo, como una afirmación de las capacidades de los “sin casa” para encontrar sus propias soluciones y su lugar en la ciudad, rompiendo con el estigma de “callamperos” y marginales desvalidos, incapaces de desarrollar acciones políticas, tal como eran considerados por la Teoría de la Marginalidad.

La Dictadura y La Victoria

Con la llegada de la Dictadura, la figura del poblador concentró buena parte de los miedos de aquellos que apoyaron el golpe, siendo, en la práctica, declarados enemigos internos por parte del régimen dictatorial. El mismo desplegó una serie de dispositivos represivos específicos para las poblaciones; muchas de ellas se convirtieron en espacios colectivos de tortura o en campos de concentración, tal como lo demostró la investigación del Colectivo de Memoria Histórica José Domingo Cañas, titulado “Tortura en Poblaciones del Gran Santiago (1973-1990)”.

La Victoria, por su origen, por el nivel de organización que mostró en los años 70, por la cantidad considerable de militantes de izquierda entre sus habitantes y por la identificación que tuvo con el gobierno de Allende, se convirtió en un albo privilegiado de las políticas represivas de la Dictadura militar. De este modo, no eran solo los dirigentes o pobladores más comprometidos los que se volvieron objetos de esta represión. La amenaza de violencia afectaba a la colectividad como un todo, lo que se sintetizaba en la intimidante posibilidad de bombardeo de la población por parte de la Fuerza Aérea el mismo día 11 de septiembre de 1973, según el testimonio de algunos vecinos.

La Dictadura dejó como saldo en esta Población: dos detenidos desaparecidos, Clara Cantero y Víctor Hugo Morales Mazuela; dos ejecutados políticos, Luis Abarca Sánchez y Pedro Marín Martínez; y siete caídos durante las protestas nacionales, Andrés Fuentes, Miguel Zavala Gallegos, Samuel Ponce Silva, Hernán Barrales Rivera, el sacerdote francés André Jarlan Pourcel, Boris Haroldo Vera Tapia y Cecilia Piña Arratia.

Tras el golpe militar se produjo un reflujo organizacional, por un lado, por la perplejidad provocada por el paso de una situación político social en que los pobladores de La Victoria eran protagonistas privilegiados de un proyecto de futuro, hacia un contexto en que ahora se convertían en objeto de persecución y represión. Por otro lado, la organización social necesitó quedar en suspensión, pues muchos dirigentes y militantes tuvieron que ocultarse y pasar a la clandestinidad para evitar engrosar las listas de ejecutados políticos.

Fue en ese momento que los hijos de quienes organizaron la Toma recogieron las banderas de sus padres y dijeron: “Nuestros padres nos dieron el derecho a la vivienda, démosle nosotros el derecho a la libertad”, tal como rezaba un mural en aquella época. Paulatinamente en La Victoria, se producirá una substitución generacional de los dirigentes, y los jóvenes ocuparán el espacio dejado por los líderes perseguidos. La primera tarea que ellos enfrentaron, según su propia definición, fue “vencer el miedo”, para intentar recomponer el tejido organizacional.

Estos esfuerzos llevaron a que en los años 80 se desarrollasen, en La Victoria, inéditas formas orgánicas que coincidieron, a nivel nacional, con el comienzo de una oposición sistemática al régimen. En este contexto, la población La Victoria tendrá un papel protagónico en la resistencia y oposición a la Dictadura.

Uno de los momentos que exigió más organización por parte de los victorianos fue coordinar las protestas nacionales contra la Dictadura. Esto los llevó a constituir el Comando de Pobladores, una nueva organización en la cual todos los partidos de izquierda estaban representados, y que tuvo la misión de substituir la antigua Junta de Vecinos inicialmente prohibida y posteriormente intervenida por la Dictadura.

La violencia ejercida por la Dictadura generaba organización en La Victoria, la respuesta de las autoridades era reprimir aún más, lo que, a su vez, según lo que los pobladores cuentan, era contestado con más organización. El convencimiento era que solo la unidad, la organización y la solidaridad permitirían preservar la integridad física de los pobladores y recuperar la democracia.

“La Victoria era diferente”. Esta frase se escucha reiteradamente en los testimonios de sus habitantes cuando rememoran la organización de la misma durante la Dictadura. Como la población era atacada como un todo, la respuesta –organizada o espontánea– también se hacía como un todo. Siempre, para quien protestaba, era posible encontrar una puerta abierta para protegerse de la persecución policial, “no como en otros lados”. El nivel de apropiación del espacio por parte de los victorianos se mostraba en la disposición a evitar que las fuerzas represivas entrasen al barrio: “que les costara entrar a la Población, porque era nuestra, nosotros la habíamos tomado”,rememoraba Blanca Ibarra, ex dirigente del Comando de Pobladores en una entrevista.

La experiencia traumática de la Dictadura, en especial las pérdidas humanas que significó, vino a alimentar una memoria heroica en la cual La Victoria quedó en el imaginario urbano como un ejemplo de capacidad de resistencia, valentía y organización. El ícono de esa resistencia fue el sacerdote francés André Jarlan, asesinado en 1984 por una “bala loca” originalmente destinada a algún poblador. Con su muerte, se desataron algunas de las más masivas muestras de repudio al régimen de Pinochet tanto en Chile como en extranjero. Al mismo tiempo, con la noticia de su muerte también se difundió el drama de los pobladores, así como la historia de La Victoria.

Durante la Dictadura se activaron una serie de mecanismos de circulación del relato identitario que incluso hoy persisten en La Victoria y que cumplieron la función de dar continuidad al relato entre las nuevas generaciones, siendo un soporte de la memoria colectiva de la población. Estos serían: la reactualización del mito de origen, la toponimia y el muralismo.

La reactualización del mito de origen, mediante la celebración del aniversario y de la reconstitución de la Toma, permite dar frescor a la experiencia distante de la Toma, facilitando la conexión entre pasado y presente. Esta actividad reiterativa del pasado no se interrumpió durante la Dictadura, por el contrario, se exacerbó, siendo considerada como una muestra del ahínco por afirmar la historia propia contra los intentos dictatoriales que buscaban eliminar la identidad del sujeto poblador.

En la toponimia, o sea, en la particular manera de nombrar el espacio (calles), existe un intento de ligar la biografía de la población a la historia del movimiento social chileno y mundial. Calles como Carlos Marx, Unidad Popular o las que recuerdan matanzas de obreros o campesinos son ejemplo de ello. Durante la Dictadura existió un esfuerzo por parte del régimen por cambiar los nombres de las calles y sustituirlos por el de militares. Pero los pobladores se negaron, pues para ellos cambiar los nombres era borrar su identidad, más aún si la “alternativa” era honrar a los mismos militares que constantemente invadían la población. Así, ellos continuaron nombrando las calles de la manera antigua, a pesar del decreto impuesto, y colocaron carteles de cartón con los nombres de siempre sobre la señalética oficial.

También durante la Dictadura se desarrolló el muralismo como una forma de dar un soporte físico a mensajes políticos breves destinados a mantener viva la llama de la resistencia después del golpe de Estado. Posteriormente, el muralismo se complejizó iconográficamente, movilizando el imaginario del periodo de Allende, conjugando expresión artística con denuncia política, como una forma de desahogo, de ruptura con el silencio al cual estaban siendo condenados por la Dictadura. El mural fue unos los pocos medios para denunciar las muertes de los pobladores, así como la situación económica sumamente precaria en la que se encontraban. La Dictadura hizo múltiples intentos para acabar con esta expresión, borrando sistemáticamente los muros de La Victoria, pero los pobladores iban y los pintaban nuevamente. En otras palabras, no negociaban su soberanía sobre el espacio público de la población, reafirmando un universo valórico asociado al “ser victoriano”: rebeldía, coraje y organización.

La experiencia dada por la Dictadura implicó un trabajo de significación política de los pobladores para llevar al mundo de lo decible las diversas violaciones de las cuales fueron víctimas. Al mismo tiempo, se movilizó la propia experiencia de la Toma como fuente de sentidos para comprender la nueva situación, transformando lo que podría ser una memoria traumática en una memoria heroica. Temporalmente y también generacionalmente, la experiencia de la Dictadura dio continuidad a la memoria de los fundadores, pues la experiencia de la Toma proveyó un universo de significaciones que permitió dar sentido a la resistencia y comprender la nueva situación como la extensión de una epopeya iniciada en 1957 cuando los terrenos fueron ocupados.

En La Victoria, se creó un relato más allá de su condición de víctimas, no definiéndose por la pérdida de algo o por la ausencia, y sí por la afirmación de un relato heroico que reivindica un determinado universo de valores como propio, tal como se reiteró a lo largo de este texto: La Victoria sería lucha, solidaridad y organización. Es la decisión de los fundadores de la misma por conquistar un lugar donde vivir lo que ayuda a explicar la capacidad de movilización de los pobladores durante la Dictadura, porque “fueron nuestros padres los que nos enseñaron”. Esto es lo que, para los pobladores, permite al relato identitario victoriano proyectarse en el futuro y no quedarse apenas en el pasado.

********
Si bien los niveles de organización que hoy muestra La Victoria distan mucho de los que conoció en otros momentos de su historia, este barrio popular continúa siendo un enclave de cultura popular que, con su experiencia, sirve de inspiración para otros esfuerzos colectivos urbanos del mundo popular. Su particular forma de concebir el espacio en el que viven, su experiencia organizativa potencialmente movilizable en cualquier momento, la memoria que ha cultivado a partir de su trayectoria, hacen de La Victoria uno de los lugares de la ciudad donde más se puede apreciar una identidad urbana claramente definida. La Victoria probablemente continuará rompiendo los moldes de estigmatización en los que, cada cierto tiempo, se la pretende encasillar, y en ese ejercicio su mejor aliado siempre será su propia historia. Porque, tal como resumió uno de sus pobladores, Félix Morales: “El orgullo de ser victoriano viene indudablemente de la formación que tuvimos, con los viejos que se tomaron esta cuestión, fue organización desde antes y después de la toma, porque se mantuvo en el tiempo, yo creo que ese es como un legado, como una herencia que quedó de la capacidad de organización”.

* Alexis Cortés Morales es Doctorante en Sociología por el Instituto de Estudos Sociais e Políticos (IESP-UERJ, Brasil) y Editor General de Red Seca Revista de actualidad, política, social y cultural, (www.redseca.cl). Es autor de la tesis de maestría, **“Nada por Caridad”, Toma de Terrenos y Dictadura: La Identidad Territorial de La Población La Victoria (2009) y co-autor del libro *Memorias de La Victoria: Relatos de Vida en torno a los inicios de la población (2006), publicado por editorial Quimantú. Actualmente se encuentra desarrollando su tesis doctoral en la cual compara las trayectorias políticas del Movimiento de Pobladores de Santiago y el Movimiento de Favelados de Rio de Janeiro.

**Cortés, Alexis. (2014). El movimiento de pobladores chilenos y la población La Victoria: ejemplaridad, movimientos sociales y el derecho a la ciudad. EURE (Santiago)40(119), 239-260https://dx.doi.org/10.4067/S0250-71612014000100011

***Memorias de La Victoria: una aproximación a la historia de la Población

****http://www.redseca.cl/nada-por-caridad-el-nacimiento-de-la-poblacion-la-victoria/

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

ASÍ NOS HICIMOS INVISIBLES

Yo no fui un gran orador en el gobierno del Presidente Salvador Allende. Traté, eso sí, de marcar el espacio de mis amigos y compañeros de revuelta. Sí, nos tomamos el liceo, muchas veces nos tomamos el liceo, también dijimos que el socialismo era una forma de vida. Fidel Castro y sus extensos discursos nos llenaron la cabeza de frases y discursos que no dejaban dormir. Pinté con ayuda de mi hermano una muralla con el rostro del Ché en nuestra pieza, cuestión que a nuestros padres no le gustó mucho pero finalmente reconocieron nuestro derecho a pensar, en esa casa doña Silvia era demócrata cristiana y don Pablo masón y radical. Así crecimos pintando nuevamente el rostro del Ché, pero esta vez estaba acompañado de Fidel.

Habiendo pasado los años me pregunté, ¿por qué salíamos a marchar, por qué nos tomábamos el liceo? La única respuesta era saber que luchábamos por “un mundo mejor”. Como estudiantes no teníamos reivindicaciones propias, entonces nos tomábamos las reivindicaciones de los obreros, de los pobladores, de los campesinos, de los pueblos originarios. Salíamos de parranda a pocas cuadras de la casa y la mayoría estudiábamos a Carlos Marx y unos pocos a León Trotski o Mao.

Yo pertenezco a ese tropel de estudiantes que buscábamos apurar el proceso que encabezaba el Presidente Salvador Allende. Teníamos extensas reuniones de base. Éramos comunistas, éramos socialistas, éramos miristas, éramos también radicales. Cada uno defendía su bandera y su partido mientras la vida se definía como un futuro inacabable. Éramos felices. Sospecho que Allamand y sus huestes derechistas también eran felices. Él incluso se cambió de liceo para hacernos la collera, un niñito de liceo particular no se estilaba en la política estudiantil secundaria.

Eran tiempos de filas para comprar el pan, de debates en la micro, de risas en la fila, de expropiaciones, de Reforma Agraria. Detrás de aquella señora de chaqueta verde, esa que mira desconcertada, ahí, justo al lado del señor con gorro, ¡esa es mi tía Juana! Salió a comprar pan y no ha vuelto, si alguien reconoce a esa señora le solicito que le indique como salir de ese atolladero. Me llamó hace poco para preguntar si puedo ir a buscarla, pero yo estoy en Chile y no hay locomoción desde aquí, ahora está conversando con un policía para que le indique la salida… Me volvió a llamar para decirme que ya llega con el pan… Hay una cola muy larga, mijo, mejor espérame con pan amasado. Ella estaba exiliada, pero nosotros no supimos el drama que aquello significaba, la doña era antigua en este barrio pero un día se esfumó, se fue mientras nosotros tratábamos de terminar los estudios, mientras nos pasábamos papelitos con las tareas del periodo, mientras aun llorábamos y nos cambiábamos de nombre.
A los pocos meses o años se nos olvidó doña Juana, le preguntamos a la vecina Laura y al viejito del negocio, le preguntamos a los que eran de derecha en la población, le preguntamos a la hermana de un primo medio derechista, él nos habló nuevamente del exilio y nuevamente no entendimos. Mi hermano dijo que eran los que se iban al extranjero. Yo no le creí, me fui a la casa, revisé todos los cajones buscando alguna señal. Aquellos que continuamos en la tarea de hacer una revolución debimos protegernos las espaldas. Todos debimos cuidarnos, unos y otros nos sentamos en la misma mesa, en la misma calle donde acosaba el feroz persecutor. Por lo que sé, fueron muy pocos los que delataron alguna casa, alguna guarida, alguna información, pero me enamoré de una muchacha que tenía siempre la palabra correcta a la hora de bajar las manos.

Era martes, despertamos en una toma en Puente Alto. A lo lejos se escuchaban disparos. Todos estábamos rondando los veinte años. No había teléfono celular, por lo que optamos por cruzar el Río Maipo a pie, mojados hasta la cintura reímos de la salvada y nos tiramos al sol para secarnos. Nos abrazamos y decidimos enfilar cada uno a su casa.

Así comienza la guerra. Estudios interrumpidos, novias que bajaban la cara al vernos, las noticias llegaban de boca en boca. El General Prat nunca pensó en preparar una ofensiva contra nuestra resistencia, tampoco el Presidente Allende se suicidio. Era la clandestinidad, el caminar esperando una cara conocida, caminando con el temor de que desde un automóvil bajaran con metrallas. Fue larga la guerra. Aún recuerdo algunos de los nombres que usaba para sobrevivir. En una cajita de fósforos me llegó la noticia de que Esteban no aparecía, también que Roberto estaba prisionero en Cuatro Álamos, en Tres Álamos, en Ritoque, en Puchuncaví, en el Estadio Nacional, en los regimientos y cuarteles de Carabinero.

Estuvimos atentos a mensajes que se leían con un libro, descifrando línea por línea, palabra por palabras, letra por letra. A los pocos meses o años recordamos a doña Juana, estaba moribunda en Bélgica. No sabemos si la sepultamos en Chillán o en Madrid, ella siempre dijo que le gustaba viajar hasta Cartagena. Éramos fantasmas, éramos invisibles, éramos sujetos sospechosos, éramos de la Resistencia, éramos comunistas, éramos miristas y socialistas, éramos un puñado de cabezas duras. Nos reuníamos en las iglesias mientras las beatas rezaban y nos deseaban una parte del Espíritu Santo.

Donde estaba el muro con la imagen del Ché y Fidel hoy es una estación de Tren Metropolitano. A esta fecha no aparecen nuestros amigos que cayeron en manos del enemigo. Escribo esto porque mis hijos no me creen tanto riesgo. Escribo para sanarme de esa enfermedad que era el miedo, el terror y la esperanza. Me ilusiono con que alguna vez podamos encontrar a miles de amigos detenidos desaparecidos. Me ilusiono con poder traer los restos de doña Juana a Cartagena. Me ilusiono con una marcha multitudinaria de obreros en La Alameda.

Hace mucho tiempo que nadie me conoce como Alejandro. Me llamo Cristian. No soy rubio, estoy canoso, pero aún estoy atento del hombre ese que camina tras mis pasos. Esta vez no caigo en la encerrona. Lo que vino después de esta historia es para largo. Por lo pronto, debo reencontrarme con las palabras que nos robaron. Debo hacer el ejercicio de abrazar a mi vecino comunista, a mi pariente socialista y a un puñado de miristas que caminan observando de reojo al que viene tras sus pasos.

Aún nos queda mucho por hacer.

Tomado de: dilemas.cl

Por *Cristian Cottet

*

Cristian Cottet Villalobos

Cristian Cottet Villalobos (Santiago, 1955), Antropólogo de la Universidad Bolivariana. Posee estudios en Ingeniería Mecánica y Pedagogía Básica.

 Últimas actividades

2012 – 2013.  Investigación: “¡Baila Chinita, baila! Religiosidad y construcción social en

Andacollo

Resumen: Trabajo de campo en la ciudad de Andacollo (IV Región), referida a las ceremonias religiosas.

2012. Profesor de cátedras: “Derechos Humanos” “Metodología de la Investigación” (Universidad Bolivariana) y “Taller de observación” , “Taller de metodología de la investigación” (Universidad ARCIS).

2012. Investigación, revisión de textos y prólogo del libro “El hablar minero en Andacollo”.

2010. Investigación: “Identificación, localización y catastro de complejos religiosos y ceremoniales mapuche. Regiones del Bío-Bío, La Araucanía, Los Ríos y Los Lagos”, del Consejo de Monumentos Nacionales (CMN), Corporación Nacional de Desarrollo Indígena (CONADI) y el Centro de Estudios de la Realidad Contemporánea (CERC-UHC).

Resumen: Trabajo de campo en las regiones indicadas, direccionado a catastrar espacios y/o territorios donde se desarrollan actividades religiosas o de actualización cultural, por las comunidades mapuches de la zona. Informe Final con prólogo “Complejos ceremoniales en la cultura mapuche”.

2010-2011. Asesor en el Ámbito Social en el Proyecto FONDART Región Metropolitana “Murales para mi barrio”.

Resumen: Capacitación a los jóvenes integrantes del Taller “Murales para mi barrio”

1988 – 2012. Fundador, Director y Editor de Mosquito Editores.

 

Libros publicados

–Amor y rebeldía; Ediciones Minga; Santiago de Chile, 1981 (poesía)

–Urbanidades; Ediciones Resurgence (Laussane, Suiza) / Taller el Sol (Santiago de Chile); 1983 (poesía)

–Chiloé, noventa días; Publicado por los Talleres Culturales de Castro; 1983 (poesía)

–Épica inconclusa; Ediciones FUNDECHI; Ancud, Chile; 1985 (poesía)

–La comunicación; Centro de Investigación Social; Santiago de Chile; 1985 (manual de medios de reproducción y comunicación)

–Proclama para anunciar un manifiesto de la épica; autoeditado; Santiago de Chile; 1985; poesía; complemento de intervención poética en Centro Cultural Mapocho

–Manifiesto un terrible descontento con ayer; autoeditado; Santiago de Chile; 1986 (poesía)

–Has recuperada nada; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1990 (poesía)

–Libro de hechos inevitables; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 1996 (poesía)

–Interpretaciones y testimonios; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2002 (poesía)

–Carlos Sánchez: La razón de estar gay; Mosquito Comunicaciones; Santiago de Chile; 2005 (testimonio).

–¿Se atreve usted don Jano?; Mosquito Editores / Colección Crímenes Criollos; octubre 2009 (novela). Se terminó con la Beca de Creación del Consejo Nacional del Libro y la Lectura (1999).

Correo electrónico: cristiancottet@gmail.com 

cristina guerra,

15 feb. 2013 9:35

La lucha por sitios de memoria en la V Región. Academia de Guerra Naval (AGN) el “Palacio de la Risa”.

La lucha por sitios de memoria en la V Región. Academia de Guerra Naval (AGN) el “Palacio de la Risa”.

La lucha por sitios de memoria en la V Región

Los ex presos estamos pidiendo, desde siempre, verdad, justicia y reparación. Dentro está la de mantener los sitios de memoria”.

Los forados de la historia

La demolición del edificio de la Academia de Guerra Naval, por parte de la Armada a inicios de febrero, y los silencios que ha tenido que encarar la Corporación de Memoria y Cultura de Puchuncaví para obtener el terreno donde se emplazó el antiguo campo de prisioneros, subrayan los obstáculos para preservar la memoria en Valparaíso y alrededores. Una partida entre el olvido y la memoria se juega en muchos puntos de Chile.

 

EL CIUDADANO
15 APRIL
#CHILE#HISTORIA#JUSTICIA Y DD.HH#POLÍTICA#PORTADA

Silenciosamente, entre el 8 y 10 de febrero pasado, la Armada demolió el edificio de la antigua Academia de Guerra Naval (AGN), ubicado al final de la calle Pedro León Gallo, en una colina que baja al mar, en el barrio de Playa Ancha. Allí se configuró el golpe de Estado. Allí fungió el cuartel central del almirante Toribio Merino durante el 11 de septiembre. La locación también fue conocida por los centenares que fueron detenidos en los días posteriores. Al edificio fueron trasladados obreros, estudiantes, profesores, mujeres y jóvenes; militantes y simpatizantes de partidos de izquierda. Allí fueron vejados y torturados. Miguel Woodward, el sacerdote que había abrazado la causa de los pobladores, era uno de ellos. Tras ser sometido a tormentos en la Universidad Técnica Federico Santa María, fue trasladado a la AGN desde donde salió agónico hasta el buque-escuela Esmeralda. Luego fue desaparecido.

En el mapa de los sitios donde operó el terrorismo de Estado en Valparaíso, la AGN, junto al adyacente cuartel Silva Palma, relumbran como infames faros. “Tenía que dejar alimentos a los detenidos en la Academia. Hacíamos varias triquiñuelas para averiguar quiénes estaban ahí porque no se podía hablar”, rememora hoy Ricardo Tobar, cabo segundo, y uno de los marinos que intentó impedir la conjura golpista al interior de la Armada. No militaba en ningún partido de la UP pero simpatizaba con el MIR. Fue detenido el 15 de septiembre de 1973, por la FACH, en Quintero. Fue torturado y sometido a Consejo de Guerra. Desde hace años, es uno de los voceros de los Marinos Constitucionalistas y Antigolpistas, una de las agrupaciones que denunciaron el subrepticio derribo del alguna vez llamado -macabramente- “Palacio de la Risa”.

“Desde que entré a la marina, en 1964, (Allende) fue el único presidente que dijo algo por el perraje. Nos subió el sueldo. Entonces era la conciencia de clase la que jugaba a nuestro favor. El 90% o más somos hijos de obreros”, recuerda. El mayor de 7 hermanos, y oriundo del barrio de Miraflores Alto, en Viña del Mar, había ingresado con 15 años a una institución que podía darle, como cuenta hoy, una solución rápida a la escasez. “Fue la jugada de mis padres para que tuviéramos buena educación. Por edad no podía llegar a la universidad, así que era la posibilidad”.

Con sus compañeros percibió ya, a fines de los 60, el talante reaccionario de la oficialidad naval, institución conocida por su clasismo. “Cuando salió Allende, las arengas que hacían los oficiales empezaron contra el gobierno”, dice. En su unidad, la Escuela de Armamento de Las Salinas, también observó la inquietante presencia de marines y asesores militares estadounidenses.

– ¿Usted sospechaba que se incubaba en la Armada ese nivel de encarnizamiento en la represión?

“Absolutamente no. Sí sabíamos que el entrenamiento para los buzos tácticos era totalmente brutal. Tenían que descuartizar un animal doméstico… Algo propio de los gurkhas. La Infantería de Marina sí practicaba la brutalidad. Muchos se salían porque no se identificaban con lo que pasaba allí. Al (almirante Eugenio) Codina, cuando nos reunimos con él (en 2009), le preguntamos en qué parte de la instrucción naval se enseñaba a dar golpes de Estado”.

– ¿Cómo se transformaba un conscripto en una máquina de matar y torturar y, más aún, desconectado de su origen?

“Es muy fácil: El embrutecimiento. Una persona que entró medianamente al colegio, que no tuvo la capacidad de crecer como persona, era más fácil encuadrarla en el sistema de ellos. El mando siempre tiene la razón. También va a depender la guía primera que tengan, que son los padres”, contesta.

Tobar cree que el objetivo de la demolición de la AGN no sólo es el borrado de la memoria si no complementarios intereses inmobiliarios. “¿Quién o quiénes dieron la orden?”, pregunta. Recuerda cuando, a principios de los 90, echaron abajo el Fuerte Papudo, en el sector de Recreo. Hoy en ese predio se aprecian edificios. “Cuando iban a vender Las Salinas a la inmobiliaria del grupo Luksic ¿quién le permite a la Armada, que forma parte del Estado, vender cosas del Estado?. Los ex presos estamos pidiendo, desde siempre, verdad, justicia y reparación. Dentro está la de mantener los sitios de memoria”.

Por tal motivo, señala, junto al Instituto Nacional de Derechos Humanos (INDH) han presentado una acción para impedir la demolición del cuartel Silva Palma, que ven como un acto más dentro de una narración, hasta el momento impune.

“Los vestigios del pasado reciente siempre han incomodado a las FFAA y se han encargado de hacer prevalecer su visión histórica de la dictadura”, señala Alejandra López, historiadora, quien desarrolla hoy un Magíster en Derecho Internacional de Derechos Humanos. Su tesina versa sobre el derecho a la memoria y los procesos de memorialización. “Es de la mayor relevancia ético-moral que los sitios donde ocurrieron crímenes de lesa humanidad, sean rescatados por quienes sufrieron ahí prisión política y tortura. Son ellos, los testigos-sobrevivientes. Quienes más que ellos, son los llamados a liderar iniciativas de rescate de la memoria histórica reciente”.

 

CARRERAS INTERRUMPIDAS

En septiembre de 1973, Jorge Rojas era estudiante de la Universidad Técnica Federico Santa María (UTFSM), tenía 20 años y era cercano al PS. Fue detenido en octubre, al intentar inscribir los ramos del segundo semestre. Efectivos navales habían ocupado el recinto universitario desde las primeras horas del golpe de estado. Un listado puesto en la entrada les indicaba qué estudiantes debían ser apresados. Tras algunas horas fue subido a un camión, junto a otros jóvenes. Algunos viajaron sentados en el piso y otros acostados “para no ser vistos en el cruce de la ciudad”, recuerda. El destino era la Academia de Guerra Naval.

Las torturas físicas y psicológicas comenzaron desde que el grupo descendió desde el vehículo. Fueron encapuchados, y al momento de subir al tristemente célebre cuarto piso, “se pasaba una suerte de ‘callejon negro’ con golpes de culata, puntapies y puños”, recuerda Rojas. “Eran dos grandes salas. La primera, donde se llegaba en espera del interrogatorio, y la segunda, más pequeña, donde uno pasaba después. En la primera era habitual que llegara algún oficial ‘malo’ y ordenara largos períodos en posición inmóvil, que inducían calambres y otros malestares; quien cambiaba de posición era pateado. La rutina de encarcelamiento era continua. No había hora de levantarse o comida. Sólo algunas veces al día se podía ir al baño, en grupo y encapuchado”.

El baño también estaba en el cuarto piso, que aseaban los mismos prisioneros. “(Había) cero posibilidad de higiene personal, ni siquiera bucal. Alguna vez trajeron un recipiente con arroz y papas incomibles. Los interrogatorios eran en cualquier momento del día pero preferentemente de noche. Las luces estaban prendidas permanentemente y dormir era un suplicio pues llamaban todo el tiempo a alguien a interrogar. Yo fui interrogado tipo 4 de la mañana. Me sacaron con una capucha olor a vómito y un ‘cosaco’ (infante de marina) me iba torciendo el brazo. Casi al llegar al lugar de interrogatorio, recibí un fuerte golpe en la cabeza. No sé si fui golpeado o se me hizo golpear con un palo atravesado. Las preguntas estaban dirigidas, fundamentalmente, a actividades políticas realizadas y conminación a delación. Todo el interrogatorio transcurrió encapuchado por lo que nunca vi el entorno y las personas que participaban”, describe.

Durante los 4 a 5 días que permaneció detenido, Rojas pudo reconocer a otros estudiantes, un profesor de la Universidad de Chile y un sacerdote. “Hubo un marinero que, en algún momento, ofreció si alguien quería avisar a alguien afuera. Me acerqué y di un teléfono de un familiar que fue contactado indicándole que estaba en la AGN. Eso sirvió para que me hicieran llegar una frazada que me ayudó de manta y colchón”. El gesto humanitario no era común: “Había otros marinos, que llegaban a rostro cubierto, imponiendo castigos a todos, sin motivos aparentes”, cuenta.

Tras ese período, fue dejado en libertad y amenazado si hacía público lo experienciado. Fue expulsado de la universidad. Pudo viajar a Bélgica donde terminaría sus estudios de Ingeniería Civil. Sólo tras el fin de la dictadura, Jorge Rojas testimonio ante la comisión Valech. “Es lamentable la demolición de la AGN. Siguiendo esta línea, la Armada debería hundir la Esmeralda que fue, igualmente, centro de detención y torturas”, dice hoy con ironía. “Tal como en Europa, (acá) deberían preservarse los campos de concentración para la memoria histórica”.

UNA POLÍTICA AUSENTE

En 2016, fue publicado “El Golpe llegó a golpearnos” (RIL Editores). Su autor es Carlos Carstens Soto, otro estudiante de la UTFSM y militante, en ese entonces, del Frente de Estudiantes Revolucionarios (FER). El libro narra el paso de su autor por aulas secundarias y universitarias, dando cuenta de la intensa vida política y cultural porteña a inicios de los años 70. Como contracara, abunda en el fin violento de dicho proceso. Carstens fue detenido en septiembre de 1974 por efectivos navales y conducido al cuartel Silva Palma, donde fue torturado. Luego, junto a otros estudiantes, permaneció encarcelado por meses en la cárcel porteña. Igualmente fue expulsado de la universidad. Tras algún tiempo, se exilió en Inglaterra donde concluyó sus estudios de ingeniería electrónica. “Testimoniar era un deber y una necesidad. Me obligué con dolor y rabia a repasar esa historia que había ocultado por cuatro décadas pero que no había olvidado.

Frente a lo acontecido con la AGN señala: “El rescate de la memoria histórica tiene como objetivo basal el mantener el lema “para que nunca más”. Su preservación tendría que contemplar estrategias y acciones destinadas a difundir su historia a través de la educación, testimonios, cultura, y documentos relevantes tal de evitar la desaparición de estos lugares. La preservación debe ser una política de estado, ya que requiere recursos para fomentar una campaña que contemple estrategias y acciones específicas destinadas a contrarrestar su total desaparición”.

En su opinión, lo perpetrado por la Armada tiene consonancia con acciones que nunca han reconocido ni mucho menos pedido perdón: “(Se) aplica una acción sistematizada frente a ciertos reconocidos centro de detención y torturas como lo han sido Puchuncaví, Colliguay, la base aeronaval de El Belloto, y ahora la AGN, entre tantos”.

Si bien, desde 1990 a 2009 han existido 31 políticas públicas de distinta índole, que “efectivamente habla que sí ha habido un esfuerzo al respecto”, para Alejandra López ha sido la sociedad civil organizada “quienes han exigido la recuperación de los sitios de memoria y ha sido acompañada con distintos énfasis por instituciones de gobierno y expuestas a las siempre presentes trabas burocráticas”.

Como un par de datos complementarios, que explaya la magnitud de la faena, es necesario mencionar la presencia actual del monumento a Toribio Merino, en los jardines del Museo de Historia Naval, en Playa Ancha. Por otro lado, en la parte alta del cerro Placeres, una población aún lleva por nombre el de Juan Naylor, cómplice de actos tan graves como los descritos.

LA RESPONSABILIDAD

Tras pasar por el denominado campo de detención “Isla Riesco”, en Colliguay, al interior de Quilpué, Ricardo Tobar recaló en “Melinka”, el nombre que la Armada tenía para el reclusorio donde, hasta septiembre de 1973, se emplazó un balneario popular (ver El Ciudadano n° 205), en Puchuncaví, 36 kilómetros al norte de Valparaíso. Junto a otros cautivos, fue obligado levantar alambradas y torres de vigilancia en los alrededores de las cabañas con forma de A. El centro estaba a cargo de la infantería de marina. Su aspecto traía a la memoria, sin muchos esfuerzos, los campos de concentración nazis.

En abril de 1975 fueron trasladados allí Rodrigo del Villar y Miguel Montesinos, militantes del MIR. Ambos habían pasado ya por el cuartel Terranova (Villa Grimaldi), Cuatro Álamos y Tres Álamos. Su cautiverio duraría hasta 1976. “El campo tenía capacidad como para 300 personas y, por lo menos, el tiempo en que estuvimos nosotros, siempre estuvo lleno. Además, hubo rotativa de gente”, relata Montesinos, un arquitecto que, tras recuperar su libertad, permaneció en Chile.

Rodrigo del Villar vivió hasta 1991 en Suecia, tras ser expulsado en 1976. Sin embargo, a inicios en 1983 regresó hasta Puchuncaví donde tomó fotografías del predio ya abandonado. A inicios de los 90, junto a Miguel Montesinos, formó parte del grupo que preservó Villa Grimaldi, en Peñalolén. “Uno tiene una responsabilidad”, señala. “El hecho de haber vivido esa experiencia, con compañeros asesinados o hechos mierda por la tortura, te deja algo: Es importante que no se olvide. En Villa Grimaldi realizamos visitas guiadas a colegios, a universidades. Los jóvenes podían conversar con 2 personas que habían estado allí, y eso les cambiaba el switch. Hubo muchos testimonios de estudiantes que nos dejaron tras las visitas”.

“El mejor legado que podemos dejar aquellos que sufrimos este gran golpe, son estos sitios de memoria. Este país tiene el problema que la memoria es tan frágil…”, acota Montesinos.

Ambos venían visitando, durante años, lo que fue “Melinka”. Constataron la progresiva desaparición de evidencias. Primero la demolición de las cabañas y la torre, en un terreno de propiedad municipal. Las alambradas y la antena de radio fueron retiradas. El terreno fue socavado. Los restos de una cabaña con forma de A, probablemente la última, fueron trasladados a una escuela en Maitencillo. Hace poco más de un año, durante las excavaciones para la construcción de un jardín infantil, en un sector del predio, aparecieron restos de herramientas. En algunos puntos se aprecian, hoy, ciertos vestigios como los agujeros para los baños, retazos del piso de algunas dependencias, incluso el empedrado artesanal que algunos presos dispusieron a la entrada de sus cabañas/celdas.*

En 2014, junto a otras personas, Del Villar y Montesinos constituyeron la Corporación de Cultura y Memoria de Puchuncaví. “Queremos replicar lo hecho en Villa Grimaldi. El interés nuestro es que todo el mundo sepa lo que pasó. No queremos un sitio donde nos sigamos contando el cuento entre las mismas personas. Creemos que hay otras instancias para eso. No convertirlos en trincheras, que provoca reticencia en otras personas”, señala el arquitecto.

http://villagrimaldi.cl/noticias/ex-campo-de-concentracion-de-puchuncavi-debe-ser-declarado-monumento-historico/

Recorremos el terreno. Del Villar y Montesinos indican algunos puntos, como la antigua entrada al campo, los límites de la “tierra de nadie”, es decir, el espacio entre alambradas, el depósito de agua adyacente, aún en funcionamiento, todo un símbolo; al fondo, un frondoso árbol nativo, mudo testigo de décadas. “La propuesta nuestra es un centro cultural que sea usado por la gente de Maitencillo, Puchuncaví y Ventanas. No los veraneantes sino quienes viven acá. Donde haya talleres de música, pintura, artes, y temas medioambientales que es algo muy sentido”, abunda Montesinos. “No solamente estar pensando en que fue un campo de prisioneros. Para eso va a estar el museo, con fotos, artesanías, testimonios. Pero también mirar para adelante”.

Han realizado un plano que reconstruye, con los testimonios de antiguos prisioneros, las dependencias del campo de detención. Un anteproyecto de su propuesta de centro cultural puede revisarse desde su página en facebook.

Como corporación han efectuado encuentros con organizaciones locales, entre estas el Museo de Puchuncaví, pero tras gestiones con 3 administraciones edilicias no han obtenido respuesta a su solicitud de comodato del predio. “Un alcalde nos dijo: ‘Pongamos una piedra’… En 40 años más nadie se va a acordar. Lo más probable es que se destruya”, objeta Rodrigo del Villar. Esa indolencia, a su juicio, tiene consonancia con que los derechos humanos no son tema: “Desde 1997 a 2004, fue el auge de los DDHH en este país. Luego comenzó a decaer. No me refiero a la gente de la UDI y RN sino a gente que estuvo detenida y que tiene cargos importantes como diputados y senadores. El tema se les transformó en un problema. Es cosa de ver los movimientos de ex presos solicitando que, por favor, se les retribuya por el drama que se les hizo, y lo siguen viviendo”.

Felipe Montalva

El Ciudadano

VER

*la medida 29
Ritoque y Puchuncaví
reconstrucción de la memoria
de un sitio borrado

RELACIONADO: El plan de los marinos para evitar el golpe que Allende desoyó

La historia de los marinos chilenos que se opusieron al golpe de Estado

Marinos que se opusieron al golpe

Los hijxs del exilio. Trailers y música.

Los hijxs del exilio. Trailers y música.
Hijos del exilio
CICLO

Hijos del exilio

 

En el marco de la muestra Exilios, este ciclo reúne películas que indagan sobre la experiencia de niños y niñas que vivieron su infancia en el exilio: el desarraigo, el viraje abrupto de la vida cotidiana y la dificultad de comprender aquellos cambios. La convivencia entre alegrías y tristezas, el alivio de poder hablar de lo prohibido sin miedo, la adaptación a esa nueva vida incierta, echar raíces; y de pronto… volver, y un nuevo desarraigo.
Esto es parte del universo que estas películas exploran, en primera persona o en relato coral, a través de la mirada adulta y en algunos casos también desde la experiencia de la paternidad.
El ciclo acompañará la muestra durante marzo, abril y mayo con proyecciones el último sábado de cada mes.

Sábado 1 de abril / 19 HS

El (im)posible olvido

El (im)posible olvido

Con la presencia del director, Andrés Habegger

(Argentina 2016, 81’)

Un padre, activista político, casi un héroe, víctima de la violencia militar latinoamericana de los años setenta. Un hijo que vivió con esa ausencia la mayor parte de su vida. Una historia repleta de olvidos. Un intento de recuperar momentos, situaciones, gestos y objetos. Este film es un viaje interno, emocional y político hacia el lugar donde se alojan los momentos olvidados.

Dirección: Andrés Habegger / Guión: Andrés Habegger / Fotografía: Melina Terribili / Montaje: Alejandro Brodersohn / Música: Jorge Aliaga / Productora: coproducción Argentina-México-Brasil; Cepa Audiovisual, Naderías Cine. Calificación: apta para mayores de 13 años.

Sábado 29 de abril / 19 HS

La guardería

La guardería

Con la presencia de la directora, Virginia Croatto

(Argentina 2015, 71’)

Durante la llamada Contraofensiva de Montoneros se crea en La Habana “La Guardería”, una casa en donde los hijos estarían seguros y al cuidado de compañeros de la misma organización. Más de treinta niños pasaron por allí. Muchos aprendieron a hablar, dieron sus primeros pasos y se educaron en las escuelas cubanas, mientras esperaban que sus padres volvieran por ellos. Finalmente con la democracia, vuelven a ese país mítico del que tanto les hablaron, por el que sus padres lucharon y hasta perdieron la vida, pero se confrontan con una realidad que es muy diferente a sus sueños. Hoy, los adultos que fueron esos niños, nos cuentan sus recuerdos, fantasías y análisis de lo que fue su particular niñez.

Dirección: Virginia Croatto / Guión: Gustavo Alonso / Fotografía: Marcelo Iaccarino, Ignacio Masllorens / Montaje: Lucas D’Alo, Virginia Croatto / Música: Nicolás Sorín / Productora: CEPA, INCAA. Calificación: apta para todo público.

Sábado 27 de mayo / 18 HS

Retour: Volver

Retour: Volver

Dirección: Martin Bourgault

(Canadá 2016, 61’)

El cantante y músico Tomas Jensen vuelve a la Argentina después de cuarenta años en el exilio: sus padres huyeron de la dictadura militar cuando tenía seis años. De vuelta en su país natal, redescubre lugares de su infancia, se reúne con un primo perdido y establece contacto con músicos de la escena argentina actual. Con ellos grabará un álbum en un estudio de Buenos Aires y tocará unos cuantos espectáculos al público local. Un regreso hacia los orígenes y el sonido.

Dirección: Martin Bourgault / Guión: Martin Bourgault / Fotografía: Martin Bourgault / Montaje: Andrea Henriquez, Martin Bourgault / Música: Tomas Jensen / Con la presencia de: Tomás Jensen, Damian Nisenson, Fernando Kabusacki, Mene Savasta Alsina, Marina Fages / Productora: Let Artists be.

Sábado 24 de junio / 19 hs

El Premio

El Premio

Con la presencia de la directora, Paula Markovitch

(México 2011, 120’)

El premio aborda el exilio interno desde el punto de vista de una niña. En 1977, Cecilia tiene siete años y aprende que no debe revelar su verdadera identidad. Se acostumbra a fingir y a decir lo contrario de lo que piensa. Un día, escribe una composición por encargo de las maestras y recibe un premio de manos de los militares, los mismos que probablemente mataron a su papá. Esta premiada película está basada en los recuerdos de la directora que reside en México.

Guión y dirección: Paula Markovitch / Producción: Izrael Moreno, Pablo Boneu y Paula Markovitch / Fotografía: Wojciech Staron / Música: Sergio Gurrola / Dirección de Arte: Bárbara Enríquez y Oscar Tello / Sonido directo: Isabel Muñoz y Alexis Stravopulos / Diseño de sonido: Sergio Díaz y Arturo Zárate / Edición: Lorena Moriconi, Mariana Rodríguez y Paula Markovitch / Entrenamiento actoral infantil: Silvia Villegas.

El SUECO Y LOS MIRISTAS DE NELTUME

El SUECO Y LOS MIRISTAS DE NELTUME

LA GUERRILLA DE PANGUIPULLI. Publicado en Estrella Roja nº 71. Marzo de 1976

El Sudaméricano

En pdf Aquí El Sueco y los Miristas de Neltume

Panguipulli

El SUECO Y LOS MIRISTAS DE NELTUME[1]

El compañero SVAENTE GRAENDE, Teniente Julio en la Compañía de Monte RAMÓN ROSA JIMÉNEZ del ERP y militante del MIR chileno fue muerto el 14 de octubre de 1975 en una emboscada tendida por el Ejército contrarrevolucionario en la zona de Yacuchina, en la provincia de Tucumán. Llamado por los chilenos “El Sueco”, Julio era un cuadro político y militar veterano, caracterizado por un espíritu extraordinariamente reflexivo en la discusión y planificación y por una enorme audacia y coraje en la acción. Alto, rubio y de ojos claros tenía a lo más 25 años de edad. Había nacido en Suecia desde donde se traslado a Chile en 1972 o 1973 a trabajar como técnico es el “Complejo Panguipulli” una gran empresa maderera ubicada en la Cordillera de la provincia de Valdivia, muy…

Ver la entrada original 2.124 palabras más